Abbiamo delle chiare indicazioni di cammino pastorale nel magistero degli ultimi pontefici. Ma c’è qualcuno che se ne cura?, di Andrea Lonardo
Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Ecclesiologia e Teologia pastorale.
Il Centro culturale Gli scritti (25/10/2026)

L’impegno dei pontefici del Novecento e dei primi decenni del Duemila nell’indicare prospettive pastorali è stato imponente.
Alcune loro indicazioni sono state chiarissime, ma qualcuno se n’è curato veramente?
In tali enormi indicazioni ci sarebbe materiale per anni e anni di programmi pastorali e sarebbe ora di cominciare ad accoglierle.
1/ Del Logos che non può essere assente nella programmazione pastorale
Innanzitutto merita attenzione l’enorme richiamo al Logos del cristianesimo, chiaramente prospettato da Benedetto XVI – ma prima di lui Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Insistente è stata non solo la richiesta, ma ancor prima la testimonianza vissuta di documenti, catechesi ed omelie, in cui tornava ad essere annunciata la teologia cristiana fino dalle fondamenta, con spiegazioni che la rendessero nuovamente “dicibile” e “motivabile” e non assente, dalla creazione al peccato originale, dal problema del male e del Maligno alla rivelazione in Cristo, dalla credibilità alla Parola di Dio da intendersi innanzitutto come piena nella persona di Gesù e poi presente nel dialogo serrato esistente fra Tradizione e alla Scrittura. Ma poi la necessità, più volte richiamata, di tornare ad appropriarsi della storia della chiesa, con l’apporto dei Padri dei primi secoli e dei grandi santi.
Se non si prende sul serio questa richiesta testimonialmente proposta e non si comincia ad insistere nei progetti pastorali su di un serio riappropriarsi della fede nel suo spessore teologico e culturale i programmi pastorali non porteranno molto lontano e parimenti non si rinnoverà né l’iniziazione cristiana, né la pastorale giovanile, né quella degli adulti.
Infatti, se certamente manca anche la capacità di proporre esperienze di fede, è al contempo assolutamente carente un annuncio della fede che regga al vaglio del pensiero e della scuola: se genitori, ragazzi e giovani non saranno presi sul serio nelle loro domande grandi e serie sulla fede e non saranno aiutati a rendersi conto del grande respiro offerto dalla fede cristiana, non potranno mai appassionarsi al Signore o, non appena inizieranno a conoscere la fede, la perderanno poi dinanzi a chi, fra i loro coetanei o nel corpo docente, la sconfessa e ironizza su di essa.
2/ Dell’Agape che parimenti non può non muovere proposte e progetti
Al contempo il Magistero di papa Francesco - anche qui in piena continuità con tutti i suoi predecessori - ha insistito pure sulla carità e sull’accoglienza che debbono diventare l’esperienza cardine per chiunque si avvicini alla fede e alla Chiesa.
Ne ha parlato in relazione alle comunità invitandole ad evitare ogni distinzione di persona, di modo che l’accoglienza possa essere piena anche dinanzi a chi ha una fede immatura e anche peccati gravi.
Quanto una tale prospettiva aiuterebbe a liberarsi da quel pregiudizio sulla mancanza di fede dei genitori di bambini e ragazzi, per avere invece una simpatia verso di loro! In questo modo quella immediata empatia che la Chiesa ha verso tutti diverrebbe forte anche verso coloro che si dicono cristiani, ma vivono superficialmente la fede perché ancora non hanno incontrato testimoni autentici di essa.
Papa Francesco ha insistito per questo nel suo magistero sul rapporto a tu per tu, personale, da avere con chiunque si incontri, con chiunque bussi alle nostre parrocchie, anche quando si avvicina dopo tanto tempo per chiedere un sacramento senza avere la minima consapevolezza di cosa significhi.
Ogni sacerdote ha l’esperienza diretta che, proprio a partire da questi incontri dopo anni di lontananza, si sono sviluppati poi tante volte cammini di fede di adulti che hanno finalmente scoperto la bellezza della Chiesa e addirittura amicizie forti con essi: quante volte il papa ha insistito sul fatto che atteggiamenti pessimisti - o che creano distanza al primo impatto - compromettono tutta una pastorale di evangelizzazione che inizia, invece, accettando l’altro così com’è e come si presenta, pur nella sua immaturità, talvolta anche grande.
Questa immediata benevolenza e simpatia deve caratterizzare sia l’incontro con lo straniero, come l’incontro con il cattolico solo di facciata e di nome.
Riguardo al sostegno ai piccoli e ai poveri il magistero ha insistito su di un amore preferenziale che includa anche il sostegno nel cammino di fede, come ha scritto sempre papa Francesco:
«Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (EG 200).
Il Magistero ha sottolineato in svariati e ripetuti modi che una decisa promozione di scelte di carità e sobrietà non può mancare, perché la dimensione sociale è costitutiva dell’annuncio del Vangelo:
«Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità. […]Leggendo le Scritture risulta peraltro chiaro che la proposta del Vangelo non consiste solo in una relazione personale con Dio. E neppure la nostra risposta di amore dovrebbe intendersi come una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso, il che potrebbe costituire una sorta di “carità à la carte”, una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza. La proposta è il Regno di Dio (Lc 4,43); si tratta di amare Dio che regna nel mondo. Nella misura in cui Egli riuscirà a regnare tra di noi, la vita sociale sarà uno spazio di fraternità, di giustizia, di pace, di dignità per tutti» (EG 177; 180).
Si pensi a cosa possa implicare il proporre a cammini di giovani una scelta di un dono in denaro serio in vista della Confermazione o il dono di un oggetto cui sono particolarmente affezionati, ma anche la proposta di esperienze di servizio, di modo che, da un certo momento in poi del cammino, sia vita quotidiana di tutti un servizio all’interno o all’esterno della comunità.
Il magistero ha poi insistito sul fatto che la carità personale debba promuovere la dignità della persona che si desidera promuovere soprattutto offrendo occasioni di lavoro, perché solo chi apporta un contributo alla società in cui vive viene a farne veramente parte. Ha affermato ancora papa Francesco:
«Siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. Non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale. In questo senso, aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro» (Laudato si’ 128).
Il papa ha poi ribadito:
«La povertà non si combatte con l’assistenzialismo, no, così la si “anestetizza” ma non la si combatte»[1].
Una scelta pastorale significativa in tale direzione sarebbe il rifiutarsi come comunità ecclesiale di gestire in proprio tutta la carità chiedendo con forza, invece, ai Comuni e allo Stato, di aprire e gestire ostelli, di proporre una presenza nei campi nomadi, di organizzare modalità di recupero tramite il lavoro di ragazzi in difficoltà, eccetera.
Gestire in toto l’aiuto ai poveri, come comunità cristiana, tradisce il ruolo di stimolo che, invece, i papi hanno indicato alla Chiesa e che le stesse dichiarazioni della Caritas nazionale e locale hanno da decenni fatto proprie.
In occasione del recente Giubileo, ad esempio, finalmente si sono viste delle tensostrutture gestite direttamente del Comune di Roma: era ora che ciò avvenisse! Se esse non dovessero crescere di numero e anzi essere chiuse e tutto tornasse ad essere affidato alla Chiesa, sarebbe un restringimento di orizzonti inaccettabile per qualsivoglia progetto pastorale ecclesiale.
3/ Della comunione che deve nascere fra chi si occupa di Dio e dell’uomo a partire dal Logos o dall’Agape
L’enunciare da parte del magistero recente dei papi le complementari esigenze del Logos e dell’Agape non significa che ogni credente debba avere tutti i carismi, ma che chi opera maggiormente in un ambito o nell’altro – pur non trascurando il reciproco – è chiamato a riconoscere che chi ha i carismi complementari è altrettanto degno e necessario per una vera testimonianza sia all’interno che all’esterno della comunità cristiana.
In un progetto pastorale non può mancare la costruzione di una mentalità nuova che spinga i volontari della Caritas a parlar bene dei catechisti e i catechisti a parlar bene di chi è operatore specifico della carità, senza pretendere che ognuno debba partecipare a tutte le iniziative dell’altro, ma anzi affermando che ognuno le sente proprie reciprocamente.
Quando un rappresentante della Caritas afferma che i catechisti fanno opera di vera carità annunciando il Vangelo ed un catechista afferma che un volontario della Caritas compie un vero annuncio di fede, la comunità cristiana compie passi da gigante in una testimonianza armonica ed equilibrata sulla scia del magistero.
Anche Francesco d’Assisi e Domenico, Chiara d’Assisi e Tommaso d’Aquino non pretendevano che tutti vivessero come loro, ma si sentivano appartenenti all’unica fede e all’unica Chiesa, lodandosi a vicenda e pregando gli uni per gli altri, sostenendo insieme la Chiesa con carismi complementari.
4/ Di una sinodalità che non guarda ad intra, ma ad extra
Un ulteriore enorme indicazione che i pontefici hanno dato è stata quella di non preoccuparsi semplicemente dell’ad intra della Chiesa, quanto molto più dell’ad extra, cioè del mondo in cui la Chiesa vive e a cui è inviata.
Si pensi solo alle indicazioni di Paolo VI, quando affermò:
«Occorre evangelizzare - non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale, in profondità e fino alle radici - la cultura e le culture dell'uomo, nel senso ricco ed esteso che questi termini hanno nella Costituzione «Gaudium et Spes», partendo sempre dalla persona e tornando sempre ai rapporti delle persone tra loro e con Dio. […] La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca, come lo fu anche di altre. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una generosa evangelizzazione della cultura, più esattamente delle culture. Esse devono essere rigenerate mediante l'incontro con la Buona Novella. Ma questo incontro non si produrrà, se la Buona Novella non è proclamata» (EN 20).
Si pensi a Giovanni Paolo II che più volte ha indicato la prospettiva di una «la Chiesa [il riferimento esplicito è qui alla Chiesa di Roma] che possa impegnarsi con crescente concretezza in quel molteplice servizio attraverso il quale essa “trova se stessa fuori di se stessa”, divenendo così autenticamente missionaria» (Discorso di Giovanni Paolo II in occasione della presentazione della sintesi dei risultati emersi nel «Confronto con la città», 30/5/1992).
Si pensi alle encicliche di Benedetto XVI che iniziavano sempre facendo riferimento al contesto culturale in cui si poneva l’annunzio della fede o ancora all’insistenza di papa Francesco di un coinvolgimento nelle dinamiche storiche e sociali.
L’orizzonte che si sta così delineando non può essere dato per scontato come realmente ed esistenzialmente vissuto.
Oggi non è evidente che quando si tratta di sinodalità si affrontino uestioni che sono ben più ampie delle singole parrocchie, come la scuola, l’università, il mondo del lavoro, il mondo delle migrazioni, le povertà antiche e nuove, la testimonianza cristiana nei media e nel grande mondo delle comunicazioni: a volte si ha la sensazione che, alla fin fine, si discuta sempre di questioni intra-parrocchiali, con poco interesse a tutto ciò che ha un orizzonte sovra-parrocchiale.
La sinodalità dovrebbe brillare proprio in ambiti – solo per fare un esempio – come la scuola, dove si trovano ad agire laici e presbiteri, giovani e adulti docenti, credenti e non credenti, in una prospettiva educativa: lì si pone il problema di una progettualità comune e condivisa con ampi orizzonti.
A quando una vera apertura di uno sguardo sinodale su questioni come queste?
A quando una discussione sinodale sul perché i cattolici siano oggi così poco significativi in politica?



