1/ «Lottavamo per una causa, ma non avevamo amore per le persone». Una donna intelligente degli anni Ottanta riflette su come gli errori del passato dovrebbero illuminare gli adulti nel comprendere le rivolte degli adolescenti di oggi, di Andrea Lonardo 2/ La speranza negata ai nostri ragazzini è diventata una bomba. Ai ragazzi che protestano sembra interessare solo il benessere materiale, ma il problema è che la ricerca di senso è stata ridotta a rivendicazione, di Davide Rondoni 3/ [Un elemento che manca a precisare quanto avvenuto e quanto ancora avverrà: la precisa identità dei ragazzini] Così afferma di loro il Corriere del Ticino
1/ «Lottavamo per una causa, ma non avevamo amore per le persone». Una donna intelligente degli anni Ottanta riflette su come gli errori del passato potrebbero illuminare gli errori delle rivolte degli adolescenti di oggi e gli errori educativi dei loro genitori e docenti, di Andrea Lonardo
Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Adolescenti e giovani e Educazione.
Il Centro culturale Gli scritti (25/10/2026)
Una donna mi racconta delle sue lotte femministe negli anni Ottanta, da ragazza, e mi dice:
«Sbagliavamo quando ci interessavano le cause e non le persone. In noi c’era il furore della lotta, ma non l’amore per la persona. Eravamo compagne di lotta, non sorelle, non persone che volevano bene ad altre persone».
Ecco una prospettiva determinante per guardare alle rivolte odierne, in Francia e, in misura minore, in Italia.
Nessuno ha chiaro, nel valutare gli eventi, che si potrebbe anche avere una causa giusta nel proprio cervello, ma che, se essa non matura nell’amore, diviene volgarmente rabbia e odio che produrranno ancora più dolore e ingiustizia.
“Chi odia non conosce Dio” afferma il Nuovo Testamento. Chi, in nome di motivi anche giusti, non matura un vero amore per il fratello, è “cieco e non sa dove va” e, di fatto, è inutile, anzi dannoso, alla sua stessa lotta, alla sua stessa causa.
Come ha insegnato con grande acutezza la lettera sull’emergenza educativa di Benedetto XVI sarebbe assolutamente inadeguato additare responsabilità ai soli giovani, quasi fossero loro a portare ogni responsabilità, o addossare colpe a genitori e professori, quasi avessero sbagliato solo loro come educatori.
Se la società tutta non si appropria di una visione corretta del mondo - se l’intellighenzia continua a non comprende dove si è sbagliato e dove si sbaglia - giovani e adulti falliscono insieme, perché non capiscono quali siano i veri problemi e quali le vere prospettive.
Esiste un desiderio di verità, di bellezza e di bene che è infinito in ogni giovane e se, invece, si riduce l’educazione ad una serie di metodologie improntate a visioni pragmatiche solo politiche e sociali, tutto decade nella persona - e negli adolescenti in particolare.
Ciò dovrebbe essere evidente, pensando ai fallimenti delle rivolte giovanili dal ’68 in poi. Venditti cantava giustamente: “Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate o sei finito in banca pure tu?”.
Sono stato prete in quartieri benestanti e in quartieri popolari e ho visto giovani cambiare perché è stato proposto loro un cammino in cui potevano trasformarsi e crescere e cambiare realmente le vite di altri, senza per questo generare alcuna violenza, anzi aprendosi all’amore di tutti, pur con fermezza, e a Dio che tutto illumina della sua speranza.
Ma se siamo tutti noi a non credere che ci sia una strada di vero e reale cambiamento, ben più serio e produttivo che fare danni a casaccio senza alcun costrutto, se la società tutta non è unita in una prospettiva che indichi una vera trasformazione agli adolescenti, tutto concorrerà a spingerli al male.
Se tanti continueranno a limitarsi ad applaudirli come veri rivoltosi, come veri trasformatori del mondo, e altri ad insultarli quasi il mondo consumistico che hanno nel cuore non fosse lo stesso della società tutta, non andremo molto lontano.
L’uso ideologico degli eventi da parte dei politici di destra e di sinistra, l’utilizzo di ciò che avviene da parte dell’intellighenzia di destra e sinistra, è dannoso e assurdo: c’è bisogno, invece, di una società che, tutta insieme, sappia mostrare che non confida solo nella politica, ma nel senso di una vita più alta dei singoli e dei gruppi.
Servono piccole e vere comunità che trasformano il mondo in meglio con amore e speranza (e fede): chi ha fallito in passato ed è “entrato in banca pure lui” o “è parimenti entrato” nel mondo della comunicazione e dell’insegnamento, riconosca pubblicamente dinanzi a questi adolescenti che chi non ama le singole persone non porterà mai un vero contributo alla trasformazione. Lotterà con rabbia per cause apparentemente giuste, ma lascerà in eredità ai suoi figli un mondo ancora più ingiusto.
Si noti bene che il discorso non è solo individuale: i ragazzi, che sono assolutamente soli e comunicano a sprazzi con i social che li uniscono per le pesanti azioni di questi giorni, avrebbero bisogno di comunità vere, come quelle di un gruppo di una parrocchia, ma vivo e vegeto, pulsante e non moscio, di una ritualità come quella potente della liturgia e della preghiera comune che li inviti a guardare il cielo, di itinerari luminosi di formazione spirituale, ma anche culturale e poetica, che li apra a domande e risposte sul senso bello e libero di una vocazione.
2/ La speranza negata ai nostri ragazzini è diventata una bomba. Ai ragazzi che protestano sembra interessare solo il benessere materiale, ma il problema è che la ricerca di senso è stata ridotta a rivendicazione, di Davide Rondoni
Riprendiamo da Avvenire un articolo di Davide Rondoni, pubblicato il 21/10/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Adolescenti e giovani e Educazione.
Il Centro culturale Gli scritti (25/10/2026)

Minorenni mentre commettono atti vandalici ai danni di un negozio di via Torino, a Milano/ ANSA
Circa vent’anni fa su questo giornale scrivevo: «La bomba su cui siamo seduti sono i nostri ragazzini». Presentivo che sulla adolescenza e la giovinezza si addensavano varie nubi che oggi sono una tempesta.
Non era solo (possibile) preveggenza dei poeti, ma era l’andare in giro per molte scuole, il guardare alcuni disastri, come quelli della non-formazione estetica artistica dei ragazzini.
Ci ho scritto libri, lanciato allarmi, fatto proposte. Oggi quelle parole mi tornano vedendo come molti stanno leggendo il disagio e anche la violenza con occhiali vecchi di cent’anni, ideologici, schematici tra ordine e rivoluzione.
Insomma, molti (non tutti) commentano i fatti mettendosi gli occhiali del Novecento o della propria giovinezza, chi rimpiangendola, applicandola su questi ragazzi che in realtà non conoscono e non vogliono guardare in faccia. E infatti questi ragazzetti violenti se la coprono la faccia.
Come già da anni si chiudono la testa in cappucci, guidati da mode musicali, come strani monaci della propria solitudine. E leggo intellettuali e giornalisti dare una lettura solo politica del problema, chi applicando banali (e interessate) divisioni in destra e sinistra, chi chiamando “gli studenti” una minoranza che manifesta, chi facendo un mischione indistinto di problemi con contraddizioni lampanti, come quella di una generazione che dice di voler abbattere il sistema capitalistico e gode di Amazon e di voli low cost e sfruttamenti industriali.
Li leggono strumentalizzando. Pochi mea culpa in giro, da parte degli intellettuali, dei dirigenti delle major discografiche, del jet set culturale, dei dirigenti scolastici, dei ministri.
Se non qualche ridicolo scandalo: “ma come, devastano una Feltrinelli?” come se fosse un reato, solo quello, di lesa maestà, mentre invece il saccheggio del negozio qualunque fosse più “accettabile”.
Una bomba, scrivevo allora. Perché il problema non è innanzitutto sociale. Lo diventa. Ma le sue radici sono di natura antropologica. E il problema dei ragazzi sono gli adulti. Sono ragazzi senza speranza. Ma non perché non hanno un futuro roseo.
E poi cosa è un futuro “roseo”, un futuro di “benessere materiale”? Siamo sicuri che interessi solo questo ai ragazzi che protestano?
Il problema è che non hanno la speranza di un senso e lo cercano. Ma gliel’hanno ridotta a rivendicazione.
Chi ha compiuto questo scempio? Tutti gli adulti che non hanno trasmesso un senso positivo dell’esistenza, che hanno mentito continuamente a questi ragazzi a proposito del senso di nascere, della natura, a proposito del senso di Dio, e dell’amore, e del corpo, e del valore della tradizione, mentito sulla integrazione e poi mentito sulla globalizzazione, e sulla pandemia e mentito su cosa dev’essere una scuola, difendendo una istituzione cristallizzata e ora cadente in enciclopedismo e statalismo asfissianti.
Generazioni di adulti codardi, al riparo di Stati Mamma che intanto hanno prosciugato, al riparo di burocrazie indecenti, di parole che esprimono vacui sentimenti.
Chi sono? I nomi sono sui giornali, nei titoli di coda, ai tavoli delle trattative, sui decreti-legge. Si sono riparati dietro a regolamenti e parole comode: legalità, cittadinanza, inclusione, empatia, resilienza.
E nessuno a indicare la speranza, un moto del cuore e della ragione che non si avvilisca di fronte alle difficoltà indurendosi in violenza. Che costruisca e non distrugga sé stessi o le vetrine in cui si vedono riflessi visto che negli sguardi spenti degli adulti riflessi non sono.
3/ [Un elemento che manca a precisare quanto avvenuto e quanto ancora avverrà: la precisa identità dei ragazzini] Così afferma di loro il Corriere del Ticino
Riprendiamo dal Corriere del Ticino brani di un articolo di Marcello Pelizzari, pubblicato il 20/10/2026. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Adolescenti e giovani e Educazione.
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Delle 271 persone accompagnate in questura, domenica, 220 erano minorenni. Alcune, addirittura, sotto i 15 anni. Erano minorenni anche 11 delle 16 persone fermate sabato e 23 delle 32 arrestate domenica. Per 174 persone portate in questura è scattato il fermo di prevenzione, misura introdotta grazie all'ultimo decreto sicurezza. Il Post.it, fra gli altri, insiste sulla nazionalità: meno di un quarto dei fermati, 60 persone, non ha la cittadinanza italiana; gli altri, invece, sono tutti italiani o – come diremmo in Svizzera – secondos, cioè figli di immigrati nati in Italia o arrivati da piccoli.
[…]
Milano brucia, dunque, e la mente è immediatamente corsa alle proteste del 2024, circoscritte al quartiere di Corvetto, periferia sud-est della città, dopo la morte di Ramy Elgaml, 19enne di origine egiziana deceduto durante un inseguimento dei Carabinieri.
Allora, la rabbia era legata a doppio filo agli italiani di seconda generazione, i «maranza» come dicevamo, termine (oggi) dispregiativo e dall'etimologia incerta (chiedere all'Accademia della Crusca per credere) la cui prima attestazione, in ben altri contesti, risale addirittura agli anni Ottanta e a Jovanotti: «Mi chiamo Jovanotti e sono in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani / facciamo tutto ora o al massimo domani». Quegli stessi «maranza» che, a Corvetto, si sentirono traditi dallo Stato e, presi da un crescente senso di emarginazione, diedero fuoco a cassonetti.
Il Post, forte di fonti di polizia, invita però a non sovrapporre quanto accaduto nel weekend al 2024. Nel fine settimana, in centro a Milano, c'erano ragazzi quasi del tutto estranei alle periferie milanesi. Di più, si sono mossi in maniera e con finalità differenti.
Il punto, infatti, è proprio questo: a Milano, secondo gli inquirenti, i disordini sarebbero figli di gruppi disaggregati, senza bandiera politica o ideologica e, soprattutto, senza un coordinamento strutturato. Molto, se non tutto, hanno fatto i social, nello specifico TikTok, e le chat. La polizia, di riflesso, ha avuto non poche difficoltà a contenere saccheggi e vandalismi. Anche perché i giovani sono arrivati in città a gruppi e in punti diversi.



