Il credente è chi rinnova il suo Credo incessantemente, di Gianfranco Ravasi

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /03 /2011 - 10:15 am | Permalink | Homepage
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Riprendiamo un breve testo da L’Osservatore Romano del 25/3/2011. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. 

Il Centro culturale Gli scritti (25/3/2011)

 

Pubblichiamo di seguito alcuni stralci del saluto che il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, rivolgerà la mattina del 25 marzo alla Sorbona, in occasione della seconda giornata del “Cortile dei Gentili”, la nuova struttura vaticana inaugurata il giorno precedente nella sede dell'Unesco a Parigi e destinata a favorire lo scambio e l’incontro tra credenti e non credenti. 

La sigla simbolica di questo incontro, a mio avviso potrebbe essere riassunta in due termini fondamentali. Il primo vocabolo è «ricerca», sulla scia del monito che già brillava nell'Apologia di Socrate in cui Platone metteva in bocca al suo maestro questa frase illuminante: «Una vita senza ricerca non val la pena di essere vissuta».

Non per nulla, il termine stesso «credente» non indica chi ha creduto una volta per tutte, ma chi -- obbedendo al participio presente del verbo -- rinnova il suo Credo incessantemente. Molti anni fa ebbi occasione di incontrare un grande e originale personaggio della cultura francese, Julien Green, e alla mia domanda sul nodo ideale che teneva insieme la sua fede, mi aveva risposto con una battuta di stampo agostiniano: «Finché si è inquieti, si può stare tranquilli».

È appunto l'inquietudine viva e fremente della ricerca.

Aleggia, però, a mio parere su questo evento un'altra parola decisiva. Essa è strutturale al Cortile dei Gentili, il simbolo spaziale gerosolimitano adottato per raffigurare il confronto tra credenti e non credenti, entrambi in ricerca. Si tratta del vocabolo «dialogo» che significa l'uso «condiviso» (dià) della «ragione» (lògos).

Emblematico è appunto il titolo del nostro incontro: «Lumières, religions, raison commune». Sia pure lungo percorsi differenti, fede e ragione s'interrogano e ricercano attorno alle questioni capitali ultime e penultime dell'essere e dell'esistere. È un confronto che dev'essere condotto con libertà e rigore, senza esclusivismi radicali o sincretismi facili, accettando la sfida di inoltrarsi in terreni ignoti e anche di approdare a porti reciprocamente distanti.

Nessuno, però, degli interlocutori uscirà indenne da un simile dialogo serio e fecondo. Il poeta inglese Wystan Auden, nei suoi Shorts, affermava con amarezza: «Bisognosi anzitutto di silenzio e di calore, / produciamo solo freddo e chiasso brutale». Con semplicità e senza grandi pretese i dialoghi, come quello che ora iniziamo, potrebbero offrire il silenzio luminoso della riflessione e il calore della speranza.

L'OSSERVATORE ROMANO - Edizione quotidiana - 25 marzo 2011