Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità. L’ottocento, di Roberto Regoli, Davide Rondoni e Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /01 /2012 - 23:59 pm | Permalink
- Tag usati: , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

Presentiamo sul nostro sito la trascrizione dell’introduzione e delle due relazioni tenute da Roberto Regoli e Davide Rondoni in occasione della prima serata dedicata all’ottocento del ciclo Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità. L’incontro si è tenuto presso il Pantheon il 12/5/2011. Vedi su questo stesso sito le relazioni dei due successivi incontri dedicati al primo dopoguerra con le relazioni dei proff.ri Filippo Lovison e Stefano De Luca ed al secondo dopoguerra con le relazioni dei proff.ri Fabio Macioce e Giuseppe Parlato. Per approfondimenti sul Risorgimento e la storia d'Italia, vedi su questo stesso sito la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (31/1/2012)

Indice

1/ Introduzione, di Andrea Lonardo

Una famosissima frase, attribuita a Massimo D’Azeglio, recita: «Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani» - anche se l’espressione potrebbe non essere testualmente sua.

Gli incontri che l’Ufficio catechistico della diocesi di Roma propone per riflettere sui 150 anni dell’Unità d’Italia intendono problematizzare questa prospettiva che vede la precedenza di una unificazione politica su di una unità popolare e culturale.

Si potrebbe, infatti, dire, con altrettante ragioni che proprio perché gli italiani erano stati fatti era possibile fare anche l’Italia. Poiché esiste una società civile che precede e sostiene lo Stato. E di questa società civile fanno parte i valori condivisi, i punti di riferimento culturali ed anche la dimensione religiosa che permea di sé una determinata visione della vita.

Proprio la coscienza che esisteva già un’unità della società italiana ad un diverso livello da quello politico non solo salvò l’Italia da una guerra civile che sarebbe stata costosissima di sangue e distruzione, ma soprattutto rese possibile agevolmente il processo di unificazione.

Soffermarsi a riflettere su questa storia è, proprio per questo, uno stimolo a riflettere sull’importanza che anche oggi riveste una maturazione religiosa e culturale del paese. L’Italia allora non fu fatta solo dai militari e dai combattenti, ma anche dalle famiglie, dai preti, dai catechisti, da tutti gli italiani!

Ricordava recentemente Luca Serianni a proposito della stessa lingua italiana che «non va sottovalutata, per la circolazione di un modello scritto o comunque italianizzato presso le masse, l'azione della Chiesa e l'abituale ricorso all'italiano, non al dialetto, nella predicazione: un canale a cui era esposta regolarmente la quasi totalità della popolazione dialettofona».

Se è vero, cioè, che nel 1861 gli italiani non parlavano ancora l’italiano in maniera uniforme è altrettanto vero che lo capivano, perché lo ascoltavano nella predicazione e nella catechesi dalla bocca dei loro preti, ovunque nel paese.

Si pensi anche - solo per portare un secondo esempio - all’iconografia risorgimentale ed ai suoi pittori. Anche essa rivela l’humus cattolico del Risorgimento. La recente mostra 1861. I pittori del Risorgimento presso le Scuderie del Quirinale, esponeva fra le altre opere La partenza dei coscritti di Gerolamo Induno, dove i giovani erano salutati oltre che dalla autorità civili anche dal parroco, davanti alla parrocchia del paese. Similmente ne I fratelli sono al fronte, di Mosé Bianchi, erano rappresentate tre sorelle, vestite una di verde, la seconda di bianco e la terza di rosso che pregavano in una chiesa per i fratelli lontani a combattere per l’unità del paese.

Per riflettere sulla profonda interazione fra politica e società che condusse all’Unità d’Italia ci troviamo questa prima sera all’interno del Pantheon. Per quali motivi questo luogo è particolarmente indicato per iniziare la nostra riflessione?

Innanzitutto perché ci ricorda la continuità che esiste tra la storia cristiana del paese e le sue origini classiche. Siamo, infatti, in un tempio romano che venne eretto sotto l’imperatore Ottaviano Augusto, come sacrario dedicato ai dodici dei ed a lui stesso come tredicesimo, ammesso fra di loro. La volta a cupola che ci sovrasta doveva evocare il cielo che protegge la terra e che doveva proteggere in particolare l’impero che egli comandava. Lo fece costruire per Augusto Agrippa, che era suo generale e che sposò sua figlia Giulia, da cui Ottaviano si aspettava l’erede al trono.

Il Pantheon è forse l’edificio romano che si è meglio conservato, perché fu il primo ad essere trasformato in chiesa. Ciò avvenne nel 608 d.C., perché precedentemente la legislazione post-costantiniana prevedeva che i templi dovessero sì essere chiusi – a partire da Teodosio - ma non per essere distrutti, bensì per essere salvaguardati, come parte del patrimonio di bellezza della Roma antica. Solo a partire dal VII secolo, quando il paganesimo era ormai solo una memoria lontana, iniziò la loro trasformazione in chiese.

Il Pantheon ci ricorda così innanzitutto quella straordinaria continuità che si creò fra la cultura pagana ed il cristianesimo, che seppe valorizzare il lascito filosofico, giuridico e più in generale culturale del mondo greco e romano, rinnovandolo alla luce del vangelo.

In secondo luogo, la trasformazione del Pantheon in chiesa ci riporta all’epoca della nascita del potere temporale del vescovo di Roma, quel potere che terminò appunto – o forse si modificò rimpicciolendosi – nel 1870.

Un diffuso pregiudizio porta a demonizzare il potere temporale della chiesa, senza che se ne indaghino mai i motivi del suo sorgere e nemmeno la cronologia. Mi sono più volte divertito a chiedere a persone anche molto colte quando nacque il potere temporale della chiesa e perché, scoprendo sempre che nemmeno i romani sapevano rispondere con competenza a domande così elementari.

Ebbene l’origine di questo potere non è mai studiato nelle nostre scuole: l’alto medioevo, infatti, è il periodo meno frequentato dai professori e spesso si sorvola su di esso. Proprio negli anni che seguirono la trasformazione del Pantheon in chiesa, cioè nel VII e nell’VIII secolo si sviluppò progressivamente l’autorità temporale del vescovo di Roma che, pur essendo suddito dell’imperatore, si trovò a dover intervenire sempre più frequentemente in ambito civile ed addirittura militare, perché l’impero era sempre meno in grado di occuparsi di Roma e, addirittura, di Ravenna, a motivo della crescente pressione longobarda.

Non è possibile qui approfondire la questione, per la quale rimando ad una tesi di prossima pubblicazione, ma ritenevo utile accennare almeno al fatto che come fu “provvidenziale” la fine del poter temporale nel 1870, così deve essere considerato “provvidenziale” il suo sorgere nell’alto medioevo, poiché fu uno degli eventi fondanti la storia europea di cui siamo ancora eredi.

Mi piace qui ricordare uno straordinario passaggio dell’allora cardinale Joseph Ratzinger che disse:

«c’è un odio di sé dell’Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico; l’Occidente tenta sì in maniera lodevole ad aprirsi pieno di comprensione a valori esterni, ma non ama più se stesso; della sua propria storia vede oramai soltanto ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro».

L’origine del potere temporale non fu un evento negativo, bensì uno di quegli accadimenti che solo la creatività degli uomini del tempo resero possibile, nel tentativo di opporsi alla conquista dell’intera penisola da parte dei longobardi. Così nacque ciò che terminò nel 1861-1870!

Come terzo motivo della rilevanza del Pantheon per questo nostro incontro, non si può non fare riferimento poi al fatto che sono sepolti qui, intorno a noi, alcuni degli artefici stessi dell’Unità stessa. In particolare potete vedere la tomba di Vittorio Emanuele II, il pater patriae, la tomba di Umberto I, il re ucciso a Monza dall’anarchico Bresci nel 1900, la tomba di Margherita di Savoja che fu l’ultima sovrana ad essere qui sepolta

Essi erano così alieni dall’essere anti-cattolici da volere essere sepolti in una chiesa cattolica. È risaputo che Umberto I aveva chiesto nell’ano giubilare del 1900 una speciale dispensa per poter ottenere l’indulgenza, pur essendoci ancora una profonda tensione fra lo Stato ed il Pontefice.

Ma egli non era certamente il solo esponente della famiglia reale a sentire il profondo legame esistente fra il neonato Stato italiano e la chiesa. Per sottolineare il nesso esistente fra la Chiesa cattolica ed il Risorgimento basti pensare al regolamento per l'istruzione elementare del 15 settembre 1860, n. 4336, attuativo della famosa legge Casati del 1859 che costituì per un sessantennio la struttura fondamentale del nostro sistema scolastico: esso prevedeva l'affissione nelle aule scolastiche del crocifisso. La presenza della croce nelle nostre aule scolastiche non deriva così dal ventennio fascista, come spesso si afferma, bensì molto più semplicemente dalle scelte di Cavour stesso e del suo entourage.

Infine un ulteriore ricchezza di questo luogo ci riporta alla radici storiche del nostro paese che resero possibile l’unificazione politica. Come ben sapete, sono qui sepolti alcuni dei grandi pittori italiani, fra cui Raffaello Sanzio, Baldassarre Peruzzi, Annibale Carracci e altri. Poiché qui ha sede l’Accademia dei virtuosi. Ma molti altri vi passarono a contemplare il Pantheon e a pregare.

Fra questi merita ricordare il Caravaggio che probabilmente sostò qui per l’adorazione eucaristica delle Quarant’ore, in occasione della festa della Madonna di San Luca patrona dei pittori – ma poco cambia se egli non fosse stato un virtuoso del Pantheon, come sostengono alcuni studi recenti , e se l’adorazione eucaristica ricordata dalle fonti in riferimento a lui sia da situare piuttosto presso la chiesa dei Santi Luca e Martina presso il Carcere Mamertino.

Caravaggio, che era lombardo, venne a Roma per maturare la sua vocazione pittorica e, una volta fuggito dall’urbe per l’omicidio che aveva commesso, fece di tutto per poter tornare in Roma a dipingere per papi e cardinali, tanto si sentiva a suo agio in questa città. Solo le casualità della vita gli impedirono di tornare a risiedervi.

La sua partecipazione all’adorazione eucaristica in onore della Madonna ce lo fa immaginare qui, proprio dove ora ci troviamo. Ebbene è per questa storia lontana che nell’ottocento divenne possibile unificare politicamente l’Italia. Perché, ad un livello diverso, essa già si concepiva come una.

2/ Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità, di Roberto Regoli

Introduzione

Il lungo periodo di 150 anni dall’Unità d’Italia, o meglio ancora di unificazione italiana, non è stato lineare, ma conflittuale, a volte anche nella sua attuale riconsiderazione, che sebbene abbia visto una riconciliazione simbolica tra Stato e Chiesa con la presenza del cardinale Bertone a Porta Pia lo scorso 20 settembre 2010, allo stesso tempo produce delle riflessioni sempre critiche[1]. Ne dà un saggio nel suo sottotitolo il volumetto del cardinale Giacomo Biffi, arcivescovo emerito di Bologna, che così recita: Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica. Siamo di fronte ad un «multiloquio composito e variegato»[2]. In tal senso il cardinale Bagnasco lo scorso 2 dicembre 2010 affermava: «La ricorrenza vede la Chiesa unita a tutto il Paese nel festeggiare l’evento fondativo dello Stato unitario, e già questa constatazione è sufficiente per misurare la distanza che ci separa dalla “breccia di Porta Pia”, l’importanza del cammino comune percorso e la parzialità di talune letture che enfatizzano contrapposizioni ormai remote»[3]. Ancora più esplicito è stato il cardinale Biffi, che ha scritto: «L’unificazione di centocinquant’anni fa è indubbiamente un valore»[4].

Lo stesso Presidente della Repubblica Napolitano, che ha inviato il 3 maggio 2010 un telegramma al Presidente della Conferenza episcopale italiana, contribuisce alla riconsiderazione e al revisionismo interpretativo del processo unitario, nel momento in cui nel medesimo telegramma fa cenno al ruolo non secondario dei cattolici: «Anche dopo la formazione dello Stato unitario l’intero mondo cattolico, sia pure non senza momenti di attrito e di difficile confronto, è stato protagonista di rilievo della vita pubblica, fino ad influenzare profondamente il processo di formazione ed approvazione della costituzione repubblicana»[5].

Queste dichiarazioni nel loro insieme non sono neutre, ma veicolano una certa memoria storica, che si vuole consegnare e far crescere nella cosiddetta memoria pubblica o nazionale. In tale contesto, però, non si può essere dimentichi del passato. Anzi, bisogna seguire con coerenza il metodo storico che è quello di ricostruire in modo critico il rapporto tra storia e memoria, senza cadere in riferimenti anacronistici e mediocremente auto-celebrativi o nella retorica della memoria pubblica. Di sicuro bisogna confrontarsi con i diversi miti presenti in ogni storiografia: il mito liberale di una Chiesa anti-italiana e il mito cattolico di un Risorgimento massonico-protestante antiecclesiale, come anche il mito ottocentesco di un Pio IX liberale e di un Pio IX antitaliano. Allo stesso tempo, andando al di là della polisemia del mito risorgimentale legato all’eredità mazziniana, garibaldina o sabauda, bisogna superare anche il rischio di una provincializzazione dell’unificazione italiana, collocandola in un complesso europeo di tensioni e di processi similari. Non si può non pensare alla simultanea unificazione tedesca o bulgara e alle tante rivoluzioni borghesi dell’Ottocento.

Rimane da affrontare serenamente una domanda di sempre, recentemente posta nella seguente maniera: «L’Italia nacque infatti con la Chiesa, senza la Chiesa, contro la Chiesa? Al di là degli slogan desueti e fuorvianti, si devono ricercare quelle “cerniere” storiche capaci non solo di “parlare di Italia”, ma anche di “essere Italia”»[6].

In questa operazione culturale, però, c’è un aspetto problematico che ha ben evidenziato ai primi di aprile del 2011 il prof. Varnier all’Università Gregoriana. Lo storico ha notato che «oggi si tende a semplificare il discorso affermando che la ‘questione cattolica’ e il Sud costituiscono le ferite irrisolte del Risorgimento». Con questa visione «i mali odierni del Paese si fanno risalire a quelli che vengono definiti “vizi di origine”». Ma «i festeggiamenti per il 150° risentono di mitologie posticce che vanno smascherate per andare oltre il mito e cogliere la realtà storica vera».

Secondo lo storico Varnier vi è la tentazione di presentare i cattolici quali soci fondatori dello Stato. Si vuole rendere cristiano il Risorgimento, dimenticando i caduti di Mentana (1867), che non lo furono per un sovrano, ma per il capo della Cattolicità. Oggi si vuol passare dal Risorgimento rifiutato al Risorgimento benedetto. «I cattolici degli anni iniziali dell’unificazione furono “intransigenti” – ha poi ricordato -, legati all’Opera dei Congressi, e rappresentavano quella nazione cattolica che era una cosa diversa dal “paese legale” che era stato imposto con l’unità». Per l’ambito cattolico, essi furono i veri protagonisti del Risorgimento. Infatti, solo alcuni furono cattolici col papa e liberali con lo Statuto. Questo permise di attutire – ad avviso di Varnier – «il processo di laicizzazione forzata del paese» e anche di tenere a bada «gli ideali anticlericali che accompagnarono il processo di ordinamento risorgimentale dello stato di stampo illuministico»[7]. Così il prodotto finale è stato diverso dal modo di fare l’unificazione.

Prima della formale unità d’Italia, come anche dopo la breccia di Porta Pia, sono rintracciabili numerosi atteggiamenti e leggi contrari al mondo cattolico. Si pensi ad esempio alla soppressione degli enti ecclesiastici italiani tra il 1848 ed il 1873[8]. L’unità d’Italia si realizzò se non in buona parte contro il mondo cattolico, almeno in maniera avulsa da esso e comunque irritando la gerarchia ecclesiastica. Non si deve però dimenticare, allo stesso tempo, che non furono pochi quei cattolici che si attestarono su altre posizioni (Antonio Rosmini e Vincenzo Gioberti), fino a considerare quei religiosi barnabiti che finirono a svolgere le funzioni di cappellani dei garibaldini. In questo cattolicesimo di nicchia si trovano laici, preti, frati e vescovi conciliatori.

Il possibile contributo popolare cattolico a questo processo di unificazione poteva manifestarsi in almeno due direzioni, quella politica e quella socio-educativa, senza voler considerare altri ambiti, quali il militare ed il commerciale, che sono realtà difficilmente riconducibili ad appartenenze confessionali.

Cattolici e Stato unitario

Vogliamo ora brevemente presentare quell’insieme di interazioni tra cattolici, Chiesa, Santa Sede e istanze nazionali nel processo di unificazione italiano, limitatamente all’Ottocento, quando i cattolici dovettero scegliere tra lealtà al nuovo Stato e lealtà alla Chiesa, senza dimenticare il legame alle corti preunitarie.

Se vogliamo attestarci su una interpretazione politica, tesa tra istanze federali e Stato unitario, bisogna prendere in considerazione che il cattolicesimo italiano si pose in difesa del localismo, caratterizzando il processo storico dell’unificazione, ponendosi così sempre come un baluardo contro gli eccessi dello Stato centralistico. Lo stesso avvenne, mutatis mutandis, nel similare processo unificatorio tedesco, quando i cattolici del partito Zentrum furono il vero ostacolo alla centralizzazione di Bismark.

La difesa degli interessi locali va compresa secondo la visione dello Stato che allora era dibattuta a livello politico. Fino alla metà del XIX secolo erano percorribili due strade: quella di uno Stato centrale e quella di uno Stato federale. «Il federalismo costituisce un dibattito amplissimo, non soltanto oggi, ma già nel 19° secolo, prima dell’unificazione italiana, dibattito che ha riguardato vari paesi europei e gli stessi Stati Uniti, dove poi si è realizzato»[9].

«Sin da allora si trattò del confronto tra un federalismo “laico”, più incentrato sull’aspetto economico della concorrenza tra i municipi, e un federalismo “cattolico”, invece basato sulla supremazia della politica rispetto all’economia». Semmai «occorre domandarsi come mai in Italia il federalismo è poi fallito» nel 1861. La risposta suggerita dallo storico Pezzimenti è che si trovò di fronte l’insolubile nodo dei rapporti Stato-Chiesa (ma questo è il motivo minore), come pure il fatto che il federalismo tendeva a mettere insieme Stati istituzionalmente diversi, che avevano un diverso retroterra politico.

Ancora si confrontarono distinte soluzioni federali che non riuscirono a trovare una sintesi adeguata. Pezzimenti nota che «il federalismo cattolico non era “nazionalistico”, perché altrimenti avrebbe perso il suo carattere, appunto, di “cattolico”». Invece, il successo «del federalismo americano consiste nel fatto che esso contiene, nell’architettura istituzionale che ha generato, il senso del limite per tutte le istituzioni rappresentative. In quel contesto non vince la “democrazia dei numeri”». In Europa, invece, lo stesso Congresso di Vienna (1814-1815) sacralizza la visione centralizzatrice napoleonica. L’America è federale perché ha vinto Montesquieu e non Rousseau.

Tramite Tocqueville, Rosmini conosce il federalismo americano, al quale attribuisce il pregio di dare il senso del limite alla democrazia. Il federalismo ha ragione d’essere nella limitazione del potere di qualsiasi organismo. In Italia fu Gioberti a portare avanti progetti federalisti fondati sulla politica, mentre Massimo d’Azeglio e Carlo Cattaneo preferirono il federalismo fondato sull’unità economica e sul mercato[10]. Alla fine non prevalse il modello unitario federalista cattolico, rispettoso delle tipicità locali, bensì quello centralizzatore piemontese, di chiara ispirazione francese o meglio bonapartista.

Seguendo l’interpretazione del gesuita Sale, questo fatto creò la spaccatura tra ‘Stato’ e ‘Nazione’, tra politici e popolazione e «ciò prima ancora che iniziasse lo scontro tra Stato e Chiesa e nascesse la “Questione romana”, alla quale invece (dai liberali) fu imputata, non disinteressatamente, tale dolorosa scissione. Si può dire, insomma, che nel tumultuoso e affrettato processo di unificazione lo “Stato accentratore” soffocò e annientò la “nazione”, portatrice di istanze sociali e culturali molto diverse tra loro. Soltanto con la partecipazione dei cattolici alla vita politico-parlamentare, dopo il lungo intervallo del Non expedit, quei valori di pluralismo culturale e amministrativo vennero ripresi e riproposti in sede istituzionale, e così divennero patrimonio comune della cultura politica nazionale. La Costituzione repubblicana del 1948 li fece propri »[11].

Negli anni Trenta dell’Ottocento, nelle congiunture federalistiche che si venivano a creare il Papato comincia ad assumere un ruolo positivo[12]. Il cosiddetto neoguelfismo di Gioberti esalta l’azione del Papato di fronte alle pretese medievali degli Hohenstaufen in un contesto in cui nel Nord Italia è presente l’Austria, piena espressione di quella tradizione politica. L’obiettivo ultimo dei neoguelfi era la costituzione di una Confederazione degli Stati italiani autonomi, uniti però sotto la presidenza del papa. Rosmini e Gioberti pensarono ad uno Stato confederale, alla maniera della Svizzera o degli Stati Uniti d’America[13]. Nei primi anni del pontificato di Pio IX, la Chiesa guarda con interesse ad una soluzione federale, fino a sbilanciarsi a favore di una lega doganale (1847) e addirittura di un progetto di lega difensiva da organizzare contro lo straniero[14].

Nelle sollevazioni del 1848 si ha una partecipazione attiva e capillare dei cattolici, coinvolgendo alto e basso clero, che va al di là del semplice neoguelfismo: uomini di Chiesa dai pulpiti e nelle piazze sostengono le riforme dei sovrani e le ragioni della guerra, divenendo soldati, deputati alle assemblee e membri dei circoli cattolici[15]. Il papa manifestò la sua opinione politica nel medesimo anno, quando preferì garantire il suo ruolo universale a dispetto di uno limitatamente locale: si rifiutò di dichiarare guerra all’Austria. Fu la fine dell’esperienza neoguelfa. È a partire da questo momento che si pone una distinzione tra cristianesimo, rispettato dalla maggior parte dei patrioti (moderati o rivoluzionari che siano), e Chiesa romana, vista quale ostacolo al liberalismo e al progresso dell’unità nazionale[16]. Il clero si spaccò in due parti: quelli che continuarono a predicare la patria e i molti che seguirono il papa[17]. Tanto è vero che alcuni religiosi patrioti passarono al protestantesimo.

In questo dibattito politico i cattolici non erano solo cattolici e quindi universali per la loro stessa fede, ma anche cittadini e sudditi. Nell’Italia preunitaria le capitali erano ben otto (Torino, Milano, Parma e Piacenza, Modena, San Marino, Firenze, Roma e Napoli). Il cattolico aveva così una doppia appartenenza, tanto alla Città di Dio come alla Città degli uomini e i due piani si sovrapponevano. I motivi religiosi si confondevano con quelli politici. La fedeltà al proprio sovrano valeva anche per il cattolico.

C’è da dire, però, che le dinastie italiane erano piuttosto recenti, tanto da non potersi parlare di vero e proprio legame ad una dinastia secolare. Questo fatto non è secondario nel successo politico dell’unificazione. Ciononostante, la resistenza posta allo Stato unitario tra il 1860 ed il 1880 è venata anche di forme di legittimismo politico, che trovano eco in vecchie istanze antistatali[18], ma anche in fedeltà verso quegli Stati preunitari, nei quali i cattolici costituirono la struttura dirigenziale, caratterizzandola con il loro moderatismo. E non va neanche dimenticato che il problema federale tocca il sottosviluppo: perdere una capitale è cadere nel sottosviluppo. La Napoli pre-unitaria era conosciuta fra le più pulite capitali europee.

In Pio IX necessariamente prevale «il primato del “religioso” sul “politico”»[19], in continuità a tutto il pensiero curiale romano, che riconosce nella base territoriale pontificia la garanzia della libertà dell’azione religiosa del papa. Pio IX «considerava ogni cosa, anche le questioni di natura politica, innanzitutto sotto il profilo religioso e all’interno della millenaria tradizione della Chiesa»[20]. Il Papato resistette, infatti, il più a lungo possibile e, ogni volta che perse il potere temporale tra Settecento ed Ottocento, tentò sempre di recuperarlo, seguendo la più ampia tradizione teologica romana, secondo cui – come scrisse a suo tempo il futuro segretario di Stato cardinale Lambruschini – è conveniente «per il bene stesso della Religione, che il Supremo Capo della medesima abbia uno Stato indipendente, per poter governare colla necessaria libertà ed imparzialità la Chiesa, e i Fedeli sparsi pel Mondo Cattolico»[21].

E qui si tocca il centro della questione dello Stato della Chiesa, difeso dagli ecclesiastici e mal visto dai liberali. Secondo la recente ricostruzione storica proposta da Giovanni Sale della Civiltà Cattolica, che riassume posizioni precedenti portando a suo sostegno nuova documentazione, la lontananza fra i due mondi è reale, tanto da poter parlare di una distanza tra élites e popolo nell’unificazione italiana, essendo quest’ultimo fortemente legato alla Chiesa.

Sale rivendica che il progetto unitario proviene dal pensiero politico cattolico, esattamente dal cosiddetto cattolicesimo liberale, dal quale ha ricevuto il suo primo programma d’azione[22]. I cattolici liberali inoltre si adoperarono per impedire la radicalizzazione del conflitto.

Guardando inoltre al cattolicesimo più ampio e popolare, secondo la storica Fattorini ci fu «un’opposizione della Chiesa cattolica nei confronti dell’Unità d’Italia. Ma questa opposizione fu molto complicata, fatta di tanti chiari-scuri. Intanto ci furono tanti personaggi come Rosmini, Gioberti, Manzoni, che teorizzavano la centralità della Chiesa nel processo unitario. La Chiesa ufficiale li condannò. […] La Chiesa rifiutava il metodo dell’Unità d’Italia, simile a come si era configurato il processo che aveva portato alla Rivoluzione francese»[23].

Sempre secondo la Fattorini «Pio IX non era contro l’Italia ma contro un processo rivoluzionario percepito dal Pontefice come una corrente unitaria: che andava dalla Rivoluzione francese fino ai moti del 1848»; anzi, andava anche più in là nel tempo, giungendo fino alla riforma protestante. E ricorda come «l’Unità non comportò una crisi della religiosità» e come «anche le élites non fossero ostili all’attività pastorale della Chiesa almeno fino all’epoca di Francesco Crispi»[24].

Le gerarchie ecclesiastica e romana avversarono il processo di unificazione nella sua componente anticlericale e anticattolica e difesero l’indipendenza territoriale del pontefice. Le preoccupazioni religiose trovarono un’eco nella nuova capitale del Regno d’Italia, dove fra il 1871 ed il 1875 vennero espropriati 50 conventi, su 221 case religiose a Roma ben 134 furono soppresse, coinvolgendo in tale soppressione il 60% dei religiosi ed il 40% delle religiose[25].

Detto ciò, va comunque ricordato che i rapporti tra clero e rappresentanti dello Stato non furono sempre ed ovunque tesi, anche dopo la breccia di Porta Pia. A livello locale, preti e religiosi venivano spesso associati da parte delle autorità laiche alle grandi celebrazioni nazionali, essi stessi celebravano le messe anniversarie per i caduti delle cosiddette guerre d’indipendenza. In occasione della morte di Cavour, vennero celebrate diverse messe in suffragio della sua anima in Piemonte, Toscana e pure Romagna[26].

Per quanto riguarda il discorso politico, non si possono considerare i cattolici quali soci fondatori dello Stato unitario e sabaudo. Solo i cattolici liberali portarono un reale contributo al processo di unificazione. Non è, però, da pensare che i cosiddetti cattolici integrali non recarono il loro contributo, cioè che la loro resistenza sia solo un diniego del fatto compiuto; infatti, il loro controbilanciare l’azione dei liberali, azione che – va detto – è elitaria, contribuisce a arginare le spinte illiberali dei liberali radicali e così impediscono una laicizzazione piena del nuovo Stato unitario. Inoltre, furono proprio loro a portare il contributo cattolico più originale dopo l’Unità. Se, infatti, spostiamo l’attenzione dallo scontro istituzionale fra Stato e Chiesa verso altri ambiti, non possiamo negare il contributo postunitario e sempre ottocentesco del cattolicesimo nel suo insieme.

Cattolici e società italiana

Dopo il 1860-61, le istituzioni territorialmente più significative della Chiesa, quali parrocchie, confraternite e associazioni religiose continuarono la loro vita, mentre ebbero problemi i vecchi ordini religiosi, a causa degli espropri. I valori religiosi del cattolicesimo nazionale, quali «la famiglia, l’indissolubilità del matrimonio, la partecipazione ai sacramenti non furono minimamente intaccati, […]; al contrario, si deve registrare un certo miglioramento della qualità complessiva del clero (sia a livello spirituale sia a livello formativo), una più intensa attività pastorale, una fioritura di nuove congregazioni religiose maschili e femminili impegnate nella vita attiva e nel sociale, che portarono nuova linfa alla Chiesa»[27].

Il parroco diviene promotore di iniziative economiche e sociali, quali casse rurali, cooperative, asili, scuole, comitati d’assistenza agli emigranti, ospedali, case per anziani e scuole di formazione politica. Le attività sociali e religiose contribuiscono all’evoluzione spirituale e temporale del territorio. L’enciclica di Leone XIII Rerum novarum del 1891 coagula le nuove forze cattoliche italiane di ispirazione sociale e romana. Si pensi ai tanti parroci del Meridione che si sentono spinti verso l’impegno per i poveri, gli operai, i mezzadri, i contadini, i giovani ed i bambini. Un nome per tutti: Antonio Palladino.

Dopo la promulgazione dell’enciclica Rerum novarum, è la parrocchia a combattere l’usura e a incentivare piccole attività imprenditoriali con l’istituzione delle casse rurali, «malgrado l’opposizione o la concorrenza degli anticlericali e, nel Mezzogiorno, dei “galantuomini”»[28]. Dopo l’Unità d’Italia, che comporta nel Meridione l’abbattimento dell’asse ecclesiastico e dunque degli introiti del clero curato, la parrocchia diviene il centro della vita culturale, economica, sociale e religiosa della comunità. In alcuni centri i giovani sono ben formati al sociale. Sempre, a causa dell’abbattimento dell’asse ecclesiastico, la cura d’anime, cioè la parrocchia, diviene a tutti gli effetti il principale sbocco delle nuove generazioni ecclesiastiche, favorendo l’unione della Chiesa con il popolo.

Un contributo notevole al processo d’unificazione italiano proviene dalle Congregazioni religiose. Secondo Lucetta Scaraffia, le leggi d’esproprio dei beni ecclesiastici del post-Unità hanno costretto gli ordini religiosi a fondare congregazioni di vita attiva che si sono impegnate nella scuola e in altri ambiti sociali, modernizzando, al contempo, le loro «strutture finanziarie». Contribuendo, così, a «fare l’Italia»[29].

Nacquero, inoltre, istituti di credito cattolici che esistono tutt’ora, nati nel tentativo «di non fuggire il nuovo, ma di imprimergli un segno cristiano»[30]. Si pensi alle casse rurali, alla Banca San Paolo (1888) o al Banco Sant’Ambrogio, in cui la maggior parte degli utili va alle opere religiose, assistenziali ed educative, contribuendo allo sviluppo economico del paese Italia[31].

Molti cattolici, anche religiosi, «hanno contribuito in svariati modi a creare una nazione unita socialmente e culturalmente. Soprattutto, è stato fondamentale a questo fine l’apporto delle nuove congregazioni di vita attiva sorte intorno alla metà dell’800 in seguito alla soppressione dei beni ecclesiastici, che hanno costituito una rete di istituti assistenziali, in prevalenza scolastici o ospedalieri, ma anche nuove case editrici, società per azioni o banche con finalità sociale, che hanno accompagnato le realizzazioni dello Stato in questi campi, spesso precedendole, e garantendo aiuto e assistenza soprattutto nei luoghi più trascurati e per le fasce di popolazione più disagiate.

Dietro a queste iniziative stava l’elaborazione di una nuova cultura cattolica, chiamata intransigenza»[32].

I religiosi seppero creare gli italiani a partire dall’identità religiosa cattolica in una penisola ricca di diversità interne nette e profonde. Molte delle nuove Congregazioni sorgono nel Lombardo-Veneto e in Piemonte. Quest’ultimo crea modelli di vita religiosa nuovi, divenendo punto di riferimento per il resto del Paese. Si pensi a don Bosco con il suo voler formare «“buoni cristiani e onesti cittadini” per la famiglia, la società, la Chiesa»[33]. I religiosi, come le figlie di Maria Ausiliatrice (fondate nel 1872), «hanno contribuito alla formazione dei cittadini, interagendo con le famiglie, con le istituzioni pubbliche nella lunga durata e su larga scala»[34]. Siamo di fronte ad una storia tutta da scrivere, valorizzando documentazione poco nota.

In un paese con elevate sacche di analfabetizzazione e con strutture scolastiche statali inadeguate, gli istituti religiosi si dedicano in gran numero all’educazione e all’istruzione popolare, costituendo una rete di unità nazionale, cementando gli stessi valori umani, civili e religiosi e salvaguardando contemporaneamente le esigenze locali[35]. Gli istituti religiosi mediano tra contesti e mentalità diversi, «portando da un capo all’altro della penisola attività educative sperimentate con successo e adattare all’ambiente»[36]. Si andava incontro a famiglie modeste e a ragazzi provenienti dal mondo della marginalità.

La mobilità del personale religioso tra le regioni diviene veicolo di comunicazione nella penisola e di interscambio di conoscenze ed abilità[37].

«Mentre i funzionari statali che talora venivano inviati al sud e nelle isole vi si recavano spesso come fosse una punizione ed erano accolti con diffidenza, le religiose si spostavano con maggiore convinzione, sebbene incontrassero inizialmente difficoltà di ogni genere, e fossero guardate dalla gente o dalle autorità, con una gamma di atteggiamenti che variava dal sospetto alla fiducia, secondo i casi»[38].

Se si prende il caso delle figlie di Maria Ausiliatrice, ben studiato da Grazia Loparco, si nota il valore della loro incidenza guardando alla ricchezza delle loro opere. Opere dirette di educazione e istruzione: educandati, orfanatrofi, patronati, giardini d’infanzia, scuole pubbliche e comunali, scuole private e di perfezionamento, scuole gratuite popolari e parrocchiali, scuole festive per fanciulle e analfabete, scuole serali e doposcuola, scuole di lavoro, scuole professionali e di economia domestica, scuole normali pareggiate, corsi speciali di religione. Opere di cooperazione morale e assistenza: oratori, convitti e pensionati per studenti, case famiglia, convitti per operaie, semiconvitti, colonie alpine e marine, ospizi per adolescenti abbandonati, case di protezione della giovane, catechismi parrocchiali, centri assistenza operaie sul lavoro, centri Associazione ex allieve, corsi di esercizi spirituali annuali signore e signorine, pensionati e case ritiro per signore, case addette a collegio salesiano, ospedali e ricoveri vecchi, segretariato e ospizio Italica Gens. Opere sorte dalla guerra: case figli richiamati e orfani, reparti militari di riserva, case asilo per profughi[39]. Nei convitti per operaie, ad esempio, le ragazze oltre alle regole del vivere sociale imparavano l’italiano. Lo scambio di religiose tra le regioni, la rappresentazione teatrale delle stesse opere per tutta Italia, i medesimi regolamenti, libri di preghiera e di testo, modelli educativi ed impostazioni dei collegi permettevano di veicolare una certa italianità. Gli istituti di assistenza vengono laicizzati, ma negli ospedali pubblici rimangono attive le Figlie della Carità e le Suore della carità[40].

Conclusioni

L’insieme di queste esperienze religiose, educative ed assistenziali contribuisce notevolmente, se non addirittura in forma determinante a unificare culturalmente la società italiana.

Il rapporto tra nuovo Stato e Chiesa è stato conflittuale dopo il 1861, ma anche complesso e positivo. È stato contraddistinto da separazione e ricerca di contatti e soluzioni, con cattolici vicini e favorevoli alla nuova entità e cattolici intransigenti e creativi di nuove forme associative.

I cattolici non hanno fatto lo Stato unitario, bensì l’Italia. Il primo contributo dei cattolici non è stato tanto a livello dello Stato, bensì a quello della società, che è realtà più ampia e ricca di quella semplicemente statuale.

3/ Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità, di Davide Rondoni 

Vorrei condividere con voi alcuni spunti e alcune brevi riflessioni che si muovono attorno alle voci e alle figure di alcuni noti autori.

Naturalmente bisogna partire da un po’ indietro quando si parla di Italia: la poesia ha sempre parlato dell’Italia, ne parlavano gli antichi, ne ha parlato Dante con grande amore e rammarico, anche se non sempre in modo lusinghiero. Petrarca, che aveva visto il centro del mondo spostarsi col trasferimento del papa dall’Italia in Francia, cercava nella Roma classica un modo per rincentrare la cultura italiana europea. Andando più avanti posso citare il neoclassicismo di Foscolo o Carducci, ma io vorrei concentrarmi sui due grandi dell’ottocento che sono Leopardi e Manzoni.

Leopardi dedica un discorso allo stato presente dei costumi degli italiani. Il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani è un testo molto lucido degli anni 1824-1826 nel quale il poeta riprende un discorso che noi ci sentiamo fare abbastanza spesso da alcuni organi di stampa e cioè che gli italiani non sono moralmente completi rispetto agli abitanti degli Stati del nord Europa.

Egli affermava che l’Italia non aveva ancora risolto una situazione che vedeva sospesa tra natura e civiltà: nell’essere ancora molto vicina alla natura vedeva un dato positivo, ma il non essere ancora approdati alla civiltà era per lui una falla, una mancanza nella storia del costume dell’Italia.

Leopardi affermava che gli italiani erano individualisti e cinici, non avevano un costume comune, litigavano sempre e avevano una grande capacità di immaginazione naturale. Il non completamento morale degli italiani dipendeva dalla mancanza in Italia della cosiddetta “società stretta”, cioè di quella fascia di alta borghesia che non aveva più bisogni materiali e che quindi avrebbe dovuto dedicarsi al miglioramento morale e civile del popolo italiano. Leopardi conosceva la storia italiana, i salotti migliori d’Italia e pensava di diventare immortale per la sua poesia civile.

Infatti veniva invitato nelle migliori accademie – Milano, Bologna, Firenze – in quanto poeta civile e credeva che noi oggi avremmo apprezzato più le sue poesie civili che altre sue opere come per esempio L’infinito. Sarebbe quindi, secondo lui, compito di questa società stretta, o élite, l’elaborare i valori comuni che permettano alla società italiana di maturare nei suoi costumi.

Pochi anni dopo un altro scrittore, Alessandro Manzoni, scrive I Promessi Sposi ed anche un importante libro Le osservazioni sulla morale cattolica. Egli faceva parte dei cattolici liberali che diedero un contributo positivo alla società di allora. I Promessi Sposi non sono un romanzo della rivoluzione, perché Manzoni non voleva che ci fosse una rivoluzione come quella francese in Italia.

Nel suo romanzo va in scena la riscossa del popolo, la riscossa degli umili. Egli ne fa i protagonisti del suo romanzo e assegna loro la capacità di leggere il senso della storia. Anche oggi all’estero invidiano la nostra “società larga” o big society che è in grado di rispondere in tanti modi a tante esigenze che la crisi sta portando. Abbiamo una rete assistenziale, sociale, caritativa, ospedaliera, bancaria che altri Paesi non hanno perché manca loro questo tipo di società. Invece, Manzoni, descrive una società stretta, molto spesso inadeguata alle crisi: l’élite, per esempio, di fronte alla peste comincia ad affidarsi quasi a éscamotages da fattucchieri.

Nel romanzo il sugo della storia ha due grandi cardini. Uno è il pane del perdono: Cristoforo, e tutto ciò che ruota intorno a questa figura, mostra che non c’è società senza perdono o meglio che la società – come diceva Eliot - non esiste senza essere anche buona. Non basta costruire la società perfetta, non bastano le regole, ma l’uomo deve mostrare il perdono che è un elemento che non è presente in natura: l’uomo risponde al male non con il male, bensì con il bene.

L’altro grande cardine è il problema della giustizia: il romanzo parte già dall’ingiustizia dell’impossibilità per Lucia di sposare Renzo. Quando Renzo arriva al lazzaretto incontra fra’ Cristoforo e gli chiede di Lucia. Il frate gli risponde che deve cercarla, ma che potrebbe anche non trovarla perché potrebbe essere morta. Allora Renzo dice che se non troverà Lucia saprà chi andare a cercare e nella sua frase si evidenzia la promessa di vendetta. Fra’ Cristoforo gli risponde: «Chi sei tu, verme della terra, per sapere cos’è la giustizia?» e in questa frase detta per bocca del frate si nota tutta la ferocia del Manzoni.

Manzoni aveva ben chiaro che l’Italia non è lo Stato italiano, ma è il popolo italiano e che il popolo italiano non vive senza queste grandi questioni che lui ha messo in campo: il perdono e il non sapere cosa sia la giustizia. Il sugo della storia, evidenziato in un dialogo tra Renzo e Lucia alla fine del romanzo, è che non siamo noi a governare la nostra vita e che, pur non cercandoli, i guai a volte arrivano lo stesso. Per sopravvivere a tutto ciò, elemento fondamentale è la fede del popolo che si manifesta anche oggi intorno a figure di santi, beati, educatori, persone positive...

L’ottocento finisce in realtà nel novecento con la prima guerra mondiale, evento nel quale gli italiani sono uniti fino alla morte nelle trincee. Durante questa guerra morirono tanti giovani e anche loro hanno un piccolo Pantheon che si trova al nord, a Redipuglia, dove non ci sono grandi statue ed iscrizioni, ma i nomi di tremila soldati caduti. In questa valle scabra vi è una lunga scalinata bianca dove è incisa più volte la parola “presente” che era un grido di battaglia ottocentesco ripreso poi nel periodo della prima guerra mondiale. Mario Luzi diceva che l’Italia è un’ispirazione, un desiderio e bisogna continuare a desiderarla. Se si smette di desiderarla, allora, proprio in quel momento, l’Italia muore.

Concludo allora con una poesia, che ci riporta a quel momento nel quale gli eventi della prima guerra mondiale danno seguito alle premesse poste nell’ottocento.

“Redipuglia, con te”

Insegnami tu come stare, come tenere le mani, se abbassare
gli occhi o dove puntarli, al cielo o fuggenti
alle macchie di verde scabro
che arde nel gelo
qui, a Redipuglia davanti
dove si alza l’onda bianca infinita del grido
“presente”
scolpito ovunque sopra i nomi dei morti, i giovani
soldati caduti, allineati gridando ancora
“presente”
nel chiaro velo di silenzio
che trema nella valle

Mostrami tu dove sta andando
se sta andando da qualche parte
quella ripetizione mille volte e poi mille
in rilievo per le scalee bianche
“presente”, sono presente, non lasciatemi
andare, guardatemi sotto questo cielo d’Italia
dove ho lasciato cadere la mia giovinezza,
il bel viso e ho perduto la forza
divenendo questo grido soltanto
“presente”, presente, sono ancora qui
per i miei amori, i nostri mari,
e per la lingua dolcissima in gola
per una terra, per una donna sola
sono presente, non dimenticate, il mio
è grido bianco, non pretende
quasi voci di bambini, preciso come il sogno
di un frutteto chiaro o una memoria che ritorna
di un canto –

Insegnami tu dove trattenere il cuore
e quale saluto fare
indica con la mano su questa valle
e sul mio petto
una misura larga dell’amore
dimmi “presente”
come tutto ciò che vale
gridamelo con questo silenzio
come tutto ciò che non muore

Note al testo

[1] La presenza del cardinale segretario di Stato è stata contestata da esponenti radicali, dignitari massonici, anticlericali e cattolici tradizionalisti.

[2] Giacomo Biffi, L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861-2011. Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica, Cantagalli, Siena, 2011, 6.

[3] Cardinale Angelo Bagnasco, I cattolici “soci fondatori” del paese, relazione al X Forum del Progetto Culturale, Roma, 2 dicembre 2010.

[4] Giacomo Biffi, L’Unità d’Italia. Centocinquant’anni 1861-2011…, 69.

[5] Telegramma di Giorgio Napolitano ad Angelo Bagnasco, 3 maggio 2010.

[6] Filippo Lovison, Con lo spirito del Risorgimento rinnegato dai liberali, in “L’Osservatore Romano” (13 gennaio 2011).

[7] Agenzia stampa SIR (5 aprile 2011) on-line: http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=214058

[8] Cfr Gianpaolo Romanato, Le leggi antiecclesiastiche negli anni dell’unificazione italiana, in “Studi storici dell’Ordine dei servi di Maria” 56-57 (2006-2007) 1-120.

[9] Rocco Pezzimenti, in Agenzia stampa SIR (5 aprile 2011) on-line: http://www.agensir.it/pls/sir/v3_s2doc_b.rss?id_oggetto=214058

[10] Giovanni Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede, Jaca Book, Milano 2010, p. 16.

[11] G. Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede…, p. 21.

[12] Gilles Pécout, Unità d’Italia, in DSP, 1472.

[13] G. Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede…, p. 17.

[14] G. Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede…, p. 35.

[15] Cfr Lucetta Scaraffia, Il contributo dei cattolici all’unificazione, in L. Scaraffia (ed.), I cattolici che hanno fatto l’Italia. Religiosi e cattolici piemontesi di fronte all’Unità d’Italia, Lindau, Torino 2011, 211.

[16] Gilles Pécout, Unità d’Italia, in DSP, 1473.

[17] L. Scaraffia, Il contributo dei cattolici all’unificazione…, 213.

[18] Gilles Pécout, Unità d’Italia, in DSP, 1478.

[19] Giovanni Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede, Jaca Book, Milano 2010, p. 33.

[20] Giovanni Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede, Jaca Book, Milano 2010, p. 75.

[21] Sentimento del P. Lambruschini sul manoscritto intitolato “Difesa del Dominio temporale della S. Sede analiticamente esposta”, Roma, 1818, in AES, Stati Ecclesiastici, anno 1815-1819, pos. 412, fasc. 216, f. 18r-21r. Tale tradizione non scivolò mai verso semplificazioni superficiali, che d’altra parte vennero normalmente esecrate ed ostacolate, quali il voler considerare quel dominio temporale d’origine divina, così come divulgavano alcuni pamphlettisti. Si pensi, ad esempio, ad un voto che dovette esprimere per la Santa Sede il barnabita Lambruschini sull’opportunità o meno di pubblicare un manoscritto intitolato Difesa del dominio temporale della S. Sede analiticamente esposta. Il futuro cardinale critica l’assunto dell’anonimo autore secondo il quale «l’origine de’ Domini temporali della S. Sede è Divina, come lo è l’origine della Cattedra di S. Pietro fissata in Roma». Per Lambruschini «l’assunto è insostenibile e pericoloso» e dunque potrebbe essere usato malevolmente per ciò che è assodato, cioè «la divina origine della Cattedra di S. Pietro, e del suo Primate». L’ultima argomentazione teologica impiegata ha un’impostazione storica; prosegue il barnabita: «Se i Dominj temporali fossero assolutamente necessarj al Capo Supremo della Chiesa nel modo espresso dall’A[utore], ne verrebbe di conseguenza, che dunque G[esù] C[risto] sarebbe venuto meno alla sua Chiesa in necessariis sul bel principio [del]l’epoca, che la stabilì, poiché per più secoli i Sommi Pontefici non furono certamente Sovrani temporali». Per tutte queste ragioni e per altre ancora, Lambruschini chiede che quel manoscritto non venga stampato. Cfr Sentimento del P. Lambruschini…

[22] Giovanni Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede, Jaca Book, Milano 2010, p. 16-17.

[23] Intervista di Lanfranco Palazzolo a Emma Fattorini, in “Voce Repubblicana” (14 aprile 2011).

[24] Jacopo D'Andrea, Martedì 19 Aprile 2011 RomaSette.it

[25] L. Scaraffia, Il contributo dei cattolici all’unificazione…, 218.

[26] Cfr Gilles Pécout, Unità d’Italia, in DSP, 1477.

[27] Giovanni Sale, L’Unità d’Italia e la Santa Sede, Jaca Book, Milano 2010, p. 80.

[28] Pietro Borzomati, La parrocchia, in Mario Isnenghi (ed.), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari 2010, 73.

[29] Jacopo D'Andrea, Martedì 19 Aprile 2011 RomaSette.it.

[30] L. Scaraffia, Il contributo dei cattolici all’unificazione…, 226.

[31] Cfr G. Rumi, Santità sociale in Italia tra Otto e Novecento, SEI, Torino 1995, pp. 17 e 116.

[32] Lucetta Scaraffia, Introduzione, in L. Scaraffia (ed.), I cattolici che hanno fatto l’Italia. Religiosi e cattolici piemontesi di fronte all’Unità d’Italia, Lindau, Torino 2011, 5.

[33] Cfr Grazia Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice e le reti di “ben intesa italianità” nel primo cinquantennio dello Stato Unitario, in L. Scaraffia (ed.), I cattolici che hanno fatto l’Italia. Religiosi e cattolici piemontesi di fronte all’Unità d’Italia, Lindau, Torino 2011, 156.

[34] Grazia Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice e le reti di “ben intesa italianità” nel primo cinquantennio dello Stato Unitario, in L. Scaraffia (ed.), I cattolici che hanno fatto l’Italia. Religiosi e cattolici piemontesi di fronte all’Unità d’Italia, Lindau, Torino 2011, 153.

[35] Cfr G. Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice …, 154.

[36] G. Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice …, 155.

[37] Cfr G. Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice …, 159.

[38] G. Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice …, 159.

[39] Cfr G. Loparco, Le figlie di Maria Ausiliatrice …, 172-174.

[40] Cfr L. Scaraffia, Il contributo dei cattolici all’unificazione…, 219.