Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità. Il secondo dopoguerra, di Fabio Macioce, Giuseppe Parlato e Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 02 /02 /2012 - 22:28 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito la trascrizione dell’introduzione e delle due relazioni tenute da Fabio Macioce e Giuseppe Parlato in occasione della terza serata dedicata al secondo dopoguerra nel ciclo Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità. L’incontro si è tenuto presso la chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza il 26/5/2011. Vedi su questo stesso sito le relazioni dei due precedenti incontri dedicati all’ottocento, con le relazioni dei proff.ri Roberto Regoli e Davide Rondoni, ed al primo dopoguerra, con le relazioni dei proff.ri Filippo Lovison e Stefano De Luca. Per approfondimenti sul Risorgimento e la storia d'Italia, vedi su questo stesso sito la sezione Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (3/2/2012)

1/ Introduzione, di Andrea Lonardo

I precedenti incontri ci hanno mostrato come l’Unità d’Italia non sia nata principalmente da un’azione politica, bensì come questa sia stata possibile per il maturare della società civile con il contributo tutt’altro che indifferente della cultura popolare del paese ed, in particolare, della Chiesa con tutte le sue ramificazioni. Nel secondo incontro il prof. Lovison ha sottolineato il periodo decisivo della I guerra mondiale ed il ruolo dei cappellani militari in essa, mentre il prof. De Luca ha insistito sul sorgere della democrazia dei partiti nel primo dopoguerra e sul ruolo del Partito Popolare.  

A quei fatti seguirono degli eventi importantissimi che non abbiamo il tempo di analizzare in profondità. Non si può, però, non accennare anche solo per un istante alla grande questione che l’Unità d’Italia aveva lasciato aperta: la questione romana. Fin dagli inizi era apparso evidente che lo Stato italiano non poteva avere altra capitale che Roma, ma, d’altro canto, era stato da subito evidente che il pontefice non poteva divenire un cittadino suddito di un potere a lui estraneo, perché questo avrebbe limitato il suo ruolo universale[1].

Il Concordato del 1929 sciolse finalmente questo dilemma. Come ebbe a dire Pio XI il giorno dei Patti Lateranensi che decretavano, fra l’altro, il sorgere dello Stato della Città del Vaticano, il Trattato stipulato intendeva «assicurare alla Santa Sede una vera e propria e reale sovranità territoriale (non conoscendosi nel mondo, almeno fino ad oggi, altra forma di sovranità vera e propria se non appunto territoriale) e che evidentemente è necessaria e dovuta a Chi, stante il divino mandato e la divina rappresentanza ond’è investito, non può essere suddito di alcuna sovranità terrena». Per questo – sono sempre sue parole - «ci pare di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima»[2].

Che il possesso di una sovranità territoriale da parte del pontefice non fosse un capriccio, bensì una necessità emerse chiaramente in occasione del secondo conflitto mondiale quando, nei giorni dell’occupazione nazista, l’extra-territorialità del Vaticano permise a Pio XII di continuare ad agire anche quando le autorità italiane fuggirono dall’urbe.

La neutralità di Pio XII, a torto criticata da alcune correnti storiografiche, gli permise di svolgere un ruolo decisivo a favore dell’incolumità di Roma e delle altre città italiane, perché fossero preservate dai flagelli della guerra. Si pensi solo al fatto che il 4 giugno 1944 le truppe naziste si ritirarono dall’urbe e vi entrarono gli alleati senza che si combattesse in Roma.

I drammatici avvenimenti di quei giorno e la mediazione diplomatica del Vaticano sono testimoniati dall’Osservatore Romano del 5/6 giugno 1944, il primo numero dopo la liberazione: esso si apre con un titolo assolutamente insignificante, che annuncia la pubblicazione di due decreti, cioè la canonizzazione del beato Nicola da Flüe e le virtù eroiche di Placido Riccardi. Un errore, però, tradisce l’emozione dei redattori che datano quei decreti al 4 maggio invece che al 4 giugno - un errore tipografico imperdonabile ordinariamente. Ma, più in basso nella pagina, si legge:

«Roma è salva. L’appello supremo del Santo Padre che coronava tutta l’opera sua per l’incolumità della Città eterna, tutte le sollecitudini sue di padre e di pastore per ogni conforto spirituale e materiale del Popolo romano, fu dunque ascoltato, così che l’Urbe, lungi dal trasformarsi in un campo di lotta di irreparabile distruzione, visse ore sì pur gravi di minaccia, non solo tra la violenza della guerra, ma per l’agitato stato degli animi, in una calma ed in una tranquillità miracolosa. [...] Per quest’atto di omaggio reso alla Sede del Santo Padre e alla Culla della comune civiltà, la cittadinanza come aveva ieri dimostrato alle truppe tedesche di quali sentimenti cristiani e civili fosse animata, soprattutto di fronte ai soldati feriti e più affranti, così accolse i reparti anglo-americani manifestando come sentisse ed apprezzasse il fatto che Roma, madre delle genti civili, centro della Religione dell’amore e della fraternità, non sia stata intrisa di sangue, sangue comunque e sempre fraterno dinanzi a Cristo e al suo vicario quaggiù».

Il testo è esemplare: il papa non poteva parlare di “liberazione”, poiché le città del nord Italia erano ancora in mano nazista ed egli doveva anzi vantare l’umanità della popolazione romana nei confronti delle truppe tedesche. Un’offesa anti-tedesca avrebbe condannato la popolazione italiana e la Chiesa nel nord del paese a terribili rappresaglie.

Come ha recentemente ricordato lo storico J.-D. Durand dell’École française di Roma[3] , la neutralità del papa permise ai vescovi delle principali italiane di trattare la resa dei nazisti, evitando inutili spargimenti di sangue. Il Durand ricorda come almeno nelle città di Milano, Genova, Gerace, Pescia, Alessandria, Alba, Novara, Venezia, Pisa, Brescia, Anagni, Padova, Trieste i vescovi svolsero un ruolo decisivo nel passaggio di poteri dagli occupanti nazisti al CLN. Afferma Durand: «I negoziati di Milano sono quelli che colpiscono di più, a motivo dell’importanza dei protagonisti: il cardinal Schuster, Mussolini, il maresciallo Graziani». Nel capoluogo lombardo, il passaggio di poteri dai nazifascisti al CLN fu concordato in una serie di incontri distanziati nel tempo che si svolsero presso lo stesso arcivescovado milanese.

Inoltre, senza la neutralità di Pio XII, legata a sua volta all’esistenza dello Stato della Città del Vaticano, non sarebbe stato possibile – solo per ricordare uno dei tanti episodi – che il Seminario Maggiore del Laterano, che è in zona extra-territoriale, ospitasse incolumi persone del calibro di Giuseppe Saragat, Pietro Nenni, Ivanoe Bonomi, Alcide De Gasperi, il generale Bencivenga, oltre a molti ebrei.

Di quei giorni scrisse il grande storico Federico Chabod:

«A Roma entra in giuoco soprattutto un’altra forza: la Santa Sede. All’indomani della liberazione di Roma, la popolazione della capitale si precipita in piazza San Pietro per acclamare il Santo Padre ed esprimergli la sua riconoscenza. Pio XII sarà chiamato «defensor urbis». I romani ringraziano il Santo Padre perché la città non ha subito danni nella lotta fra Alleati e Tedeschi. In effetti il clero romano e il Vaticano svolgono durante questi mesi un’azione importante: approvvigionamento, soccorsi alla popolazione, ecc. Numerosi uomini politici perseguitati dai Tedeschi vengono salvati e trovano rifugio nelle antiche chiese e abbazie. San Paolo fuori le Mura, San Giovanni in Laterano, monasteri, ecc., divengono l’ultimo rifugio dei ricercati dal nemico. Sempre mi torna alla mente, quando penso a quei giorni a noi così vicini, ciò che accadde nel V secolo, allorché le orde germaniche si riversarono nell’impero romano. L’anno 410 dopo Cristo, per la prima volta dopo sette secoli, Roma veniva presa d’assalto e saccheggiata dai Visigoti. La regina del mondo era caduta; e Sant’Agostino dice: il barbaro invasore arrestò la sua furia davanti alle basiliche; non osarono, quei barbari, penetrare nei luoghi consacrati dal Cristo, e la popolazione fu salva. Fu quella, quindici secoli fa, l’origine del potere e della forza politica della Chiesa romana. Presentandosi come i difensori della popolazione abbandonata dall’autorità imperiale romana, i papi gettarono le basi, nel corso del V secolo, del potere e dell’influenza politica della Chiesa di Roma. Anche durante il periodo dell’occupazione tedesca, la Chiesa splende su Roma, in modo non molto diverso da come era accaduto nel V secolo. Roma si trova, da un giorno all’altro, senza governo; la monarchia è fuggita, il governo pure, e la popolazione volge il suo sguardo a San Pietro. Viene meno un’autorità, ma a Roma – città unica sotto questo aspetto – ne esiste un’altra: e quale autorità! Ciò significa che, benché a Roma vi sia il comitato e l’organizzazione militare del CLN, per la popolazione è di gran lunga più importante e acquista un rilievo ogni giorno maggiore l’azione del papato»[4].

Questa sera è dedicata agli anni che seguirono la fine della seconda guerra mondiale. Sarà innanzitutto il prof. Macioce a guidarci a comprendere come il mondo cattolico, insieme a quello social-comunista ed a quello liberale, fu determinante nella stesura della carta costituzionale, che costituisce una delle perle della storia unitaria del nostro paese. Il prof. Giuseppe Parlato, invece, attraverso la presentazione della figura di Giovannino Guareschi ci aiuterà a vedere quanto fu difficile per l’Italia restare poi fedele a quella carta democratica, quando si paventò l’ipotesi di una maggioranza legata ai paesi socialisti, orientamento che avrebbe sicuramente stravolto la libertà civile nata alla fine della guerra.

Proprio le figure di don Camillo e Peppone, pur essendo nate dalla penna di Guareschi, sono in realtà espressione di un contesto storico che effettivamente visse momenti di altissima tensione alla ricerca di un equilibrio difficile. Per questo hanno molto da insegnarci sull’Unità d’Italia e sul ruolo che la Chiesa giocò nel farla nascere e nel permetterne la permanenza ed il radicamento.

Voglio concludere accennando al fatto che Guareschi fu autore di una vicenda personale che lo accomunò a migliaia di altri nostro concittadini: egli fu uno dei 600.000 militari italiani che nel 1943 si rifiutarono di continuare a combattere a fianco dei nazisti e della Repubblica di Salò e preferirono essere internati nei Campi di concentramento a rischio della vita piuttosto che continuare a combattere una guerra che appariva ormai come fallimentare ed ingiusta[5].

Lo storico Vittorio Emanuele Giuntella, che fu un’altro degli ufficiali internati, indicava in questo rifiuto del fior fiore della gioventù italiana uno dei momenti più alti di quella che indicava a ragione come “resistenza”: come ci fu una resistenza armata e militante, così ci fu la “resistenza” di più di mezzo milione di giovani italiani che “resistettero” al nazismo nei campi di concentramento.

In uno degli episodi di don Camillo si vede il sacerdote salvare senza armi il comunista Peppone ormai spacciato in mano nemica: la narrazione fantastica ricorda in realtà il contributo che il clero e la Chiesa dettero anche quando scelsero di non combattere, ma non per questo non sostennero in mille modi la popolazione nell’ora critica che il paese viveva.

Di questa resistenza non armata che accompagnò quella militante ci parla Guareschi che, nel suo Diario clandestino, scrive dal Lager di Beniaminovo, nel 1944[6]:

«Signora Germania, tu mi hai messo tra i reticolati, e fai la guardia perché io non esca. È inutile signora Germania: io non esco, ma entra chi vuole. Entrano i miei affetti, entrano i miei ricordi. E questo è niente ancora, signora Germania: perché entra anche il buon Dio e mi insegna tutte le cose proibite dai tuoi regolamenti.
Signora Germania, tu frughi nel mio sacco e rovisti fra i trucioli del mio pagliericcio. È inutile signora Germania: tu non puoi trovare niente, e invece lì sono nascosti documenti d’importanza essenziale. La pianta della mia casa, mille immagini del mio passato, il progetto del mio avvenire. E questo è ancora niente, signora Germania. Perché c’è anche una grande carta topografica al 25.000 nella quale è segnato, con estrema precisione il punto in cui potrò ritrovare la fede nella giustizia divina.
Signora Germania, tu ti inquieti con me, ma è inutile. Perché il giorno in cui, presa dall’ira farai baccano con qualcuna delle tue mille macchine e mi distenderai sulla terra, vedrai che dal mio corpo immobile si alzerà un altro me stesso, più bello del primo. E non potrai mettergli un piastrino al collo perché volerà via, oltre il reticolato, e chi s’è visto s’è visto.
L’uomo è fatto così, signora Germania: di fuori è una faccenda molto facile da comandare, ma dentro ce n’è un altro e lo comanda soltanto il Padre Eterno. E questa è la fregatura per te signora Germania».

Note al testo

[1] Cfr. per approfondimenti sulla questione romana su questo stesso sito Carlo Cardia, Risorgimento, Unità d’Italia, Chiesa cattolica.

[2] Per il testo integrale di Pio XI, vedi su questo stesso sito Allocuzione di Pio XI in occasione dei Patti Lateranensi.

[3] J.-D. Durand, L’église catholique dans la crise de l’Italie (1943-1948), École Française de Rome, Rome, 1991, pp. 154-160.

[4] F. Chabod, L’Italia contemporanea (1918-1948), Torino, Einaudi, 1978 (il volume è la traduzione di una serie di 12 lezioni che lo Chabod tenne nel 1950 presso l’Institut d’Études politiques dell’Università di Parigi; la prima edizione in traduzione italiana è del 1961), pp. 124-125.

[5] Per approfondimenti, vedi su questo stesso sito la mostra Voci dalla Shoah.

[6] Da Giovanni Guareschi, Diario clandestino (Dalla conversazione “Baracca 18” Lager di Beniaminovo–1944).

2/ Gli italiani e l’Italia: 150 anni (e più) di unità. Il secondo dopoguerra, di Fabio Macioce

Il clima che nell’introduzione è stato illustrato è in effetti il clima che ha segnato i primi anni del dopoguerra e che ha dato origine alla nostra Costituzione, la quale è, sotto tanti profili, una Costituzione veramente straordinaria. E il fatto che sia straordinaria è testimoniato anche dal forte patriottismo costituzionale che c’è in Italia: non solo infatti tutti pensiamo che la Costituzione sia importante e meritevole di essere protetta, oltre che rispettata, ma anche perché riteniamo che sarebbe bene conoscerla meglio, ad esempio facendola studiare nelle scuole.

Qualche tempo fa una trasmissione televisiva cominciò ad intervistare i parlamentari sugli articoli della Costituzione: con sgomento degli intervistatori e di tutto il pubblico ci si rese conto che i nostri parlamentari non sapevano nulla della Costituzione, anche di quelle norme che riguardavano i temi dei quali, in qualche modo, si occupavano. Che questo sia un fatto riprovevole non c'è dubbio, ma è importante sottolinearlo anche perché aiuta a capire la resistenza che l'opinione pubblica italiana manifesta di fronte ai ripetuti tentativi di riforma della Costituzione.

Riformare una Costituzione, in effetti, non è poi così negativo: significa adattarla ai mutamenti sociali e economici di un Paese, non necessariamente stravolgerla. In Germania, ad esempio, riforme della Costituzione sono attuate periodicamente, senza che ciò sia avvertito come un rischio per la democrazia o una minaccia eccessiva. E allora perché, in Italia, non è così? Direi che due sono le possibili ragioni di questa "resistenza costituzionale": da un lato non abbiamo fiducia nella nostra classe politica attuale, e non la riteniamo all'altezza di modificare un testo normativo così cruciale per la vita istituzionale del Paese, e dall'altro perché la nostra Costituzione nasce in un momento e con un carattere particolare e il rischio di perdere questa specificità lo avvertiamo con particolare apprensione.

Secondo i malevoli il carattere della nostra Costituzione è quello di essere una specie di puzzle: Norberto Bobbio diceva che la nostra Costituzione è un puzzle con uno sfondo liberale sul quale sono innestati una serie di corpi estranei provenienti da una tradizione cattolica, comunista... e cose non dissimili diceva anche Piero Calamandrei.

Ma il fatto che sia un puzzle lo possiamo vedere anche in chiave positiva: Mortati, che è stato un padre della nostra Costituzione, diceva che la Costituzione non aveva un carattere frammentato, bensì eclettico, capace di conciliare ideologie e sentimenti diversi, e Togliatti condivideva in pieno questa posizione. Tutti e due affermavano infatti che la Costituzione rappresenta un grandissimo risultato politico e culturale, perché in essa si è riusciti a fondere culture diversissime, facendole però incontrare su alcuni valori cruciali, su alcune scelte di fondo e su alcune impostazioni di base.

La nostra Costituzione è il crogiolo in cui la cultura comunista e socialista da una parte e la cultura popolare e democristiana dall’altra – un po’ meno quella azionista e liberale che non hanno lasciato un grandissimo segno nella Costituzione – si sono miracolosamente fuse in un testo che proprio per questo è particolarmente prezioso.

Però questo eclettismo non va preso (nonostante l'illustre parere di Bobbio) come un’accozzaglia di materiali differenti e irriducibili l'uno all'altro, perché è invece animato da un forte principio di fondo, che conferisce unità e senso all'intera Costituzione: quello personalista. La Pira in quegli anni sottolineava proprio questo aspetto e diceva che la Costituzione italiana è riuscita a fondere le culture che l’hanno prodotta, facendo perno anzitutto sul riconoscimento dei diritti della persona: lo Stato riconosce i diritti della persona, ma non li crea; i diritti non sono una creazione giuridica, non è il sovrano che li concede, neppure laddove il sovrano coincide col popolo.

I diritti della persona spettano a ciascun individuo per natura, e ciò sia come singolo e sia nelle formazioni sociali nelle quali ciascuno di noi vive la sua esistenza: vi è l’idea insomma che la persona precede lo Stato (al contrario di ciò che tutte le ideologie totalitarie avevano affermato), e che il suo sviluppo non può prescindere da tutte quelle formazioni sociali intermendie che legano fra loro i vari soggetti. A partire dalla famiglia fino alle associazioni, alle corporazioni, ai sindacati, lo Stato è il grande contenitore all’interno del quale la persona umana trova il suo compimento, la sua possibilità di svilupparsi in maniera più adeguata e più degna.

Non è perciò un caso che, accanto ai diritti, la nostra Costituzione richiama tutti i cittadini all’adempimento di fondamentali doveri di solidarietà; come detto, essa non è una Costituzione liberale, e così come rifiuta l'idea (totalitaria) che il singolo sia al servizio dello Stato, rifiuta anche l'idea (liberale) che lo Stato sia un semplice accordo fra singoli, e che non abbia altro fine che quello di consentire a ciascuno di viversi la sua vita come meglio crede. L’individualismo tipico del liberalismo non ha lasciato un grande segno nella nostra Costituzione che invece è fortemente segnata dal valore della solidarietà: se la persona si sviluppa nelle formazioni sociali – la famiglia, i sindacati, ecc. - queste non sono altro che gruppi di persone che radicano la loro esistenza nella relazione, e che perciò si aiutano reciprocamente.

Dal 22 al 25 ottobre del 1945 si svolse la settimana sociale dei cattolici italiani, dedicata a Costituzione e Costituente. Ad essa parteciparono tutte le anime del cattolicesimo di quegli anni e tutti (o molti di) quei politici che poi parteciparono alla Costituente. Emerse qui, come progetto politico per l'Italia del dopoguerra, l’idea che il valore e la dignità della persona fosse incompatibile con l’onnipotenza del legislatore, e quindi l’urgenza di trovare dei limiti al potere legislativo. Il che dà molto da pensare: oggi noi ci lamentiamo sempre sui limiti che vengono messi al legislatore e al governo, come se tali limiti impedissero una efficace azione di governo, e evochiamo un legislatore "azzoppato", ingabbiato in "pastoie" o "lacci e lacciuoli". Beh, l’assillo dei nostri costituenti era esattamente l’opposto: il legislatore non deve poter fare tutto quello che vuole perché se questo succede esponiamo la dignità della persona a rischi incredibili, rischi che per loro non erano teorici ma pratici e vivissimi nella memoria.

In particolare vorrei soffermarmi, nel poco tempo che abbiamo, su Egidio Tosato, giurista cattolico e uno dei padri della Costituzione, il quale ha dato un’enorme impronta alla nostra Costituzione insieme a Mortati, Dossetti e tanti altri. Egli affermava che la preminenza della persona sullo Stato si articola in almeno tre livelli di garanzie: una serie di garanzie sociali, politiche e giurisdizionali. Riguardo le garanzie sociali, è infatti necessario garantire la religione, la moralità sociale e civile, l’economia perché questi sono tutti ambiti nei quali la persona si sviluppa e esprime la propria dignità. Uno Stato che non garantisse questi ambiti sarebbe uno Stato che indebolisce la persona perché non le consente di crescere e svilupparsi: ecco perché c’è una così forte garanzia della libertà di pensiero, di stampa, di associazione, di religione e culto...

Poi certo sono indispensabili le garanzie politiche, peraltro le più note, come per esempio la divisione dei poteri e una serie di tecniche che contemperano le esigenze della maggioranza e della minoranza quando si tratta di comporre gli organi costituzionali come la Corte Costituzionale o il Consiglio Superiore della Magistratura. E tuttavia, secondo Tosato questa teoria dell’equilibrio tra i poteri è una sorta di spada senza punta: infatti la politica è sempre politica e per quanto noi contempereremo le esigenze della maggioranza con quelle della minoranza, avremo sempre di fronte una medesima forza, la politica, che per quanto divisa al suo interno non è in grado di garantirci da se stessa. In altri termini, il problema, per Tosato, non era soltanto quello di garantire la minoranza dallo strapotere della maggioranza, ma di garantire la comunità tutta dallo strapotere della politica nel suo complesso.

Cruciale è allora che il diritto sia superiore alla politica, e che questa non sia l’arbitro ultimo delle decisioni: ecco perché sono necessarie le garanzie giurisdizionali. Proprio in quella settimana sociale nasce infatti la proposta forte da parte del partito popolare di una Corte Costituzionale che sia la garanzia del fatto che il diritto vale più della politica. In modo molto diretto, che ci sia una Corte Costituzionale, e che il diritto sia davvero superiore alla politica, significa una cosa molto semplice: i politici, per quanto ampio sia il loro consenso e per quanto grande sia la maggioranza di cui dispongono, non possono fare tutto.

Un'altra figura che merita di essere ricordata è quella di Costantino Mortati, un altro grande giurista, che sempre in quella settimana sociale propone il suo progetto articolato su almeno due livelli: il primo è dato dalla necessità di garantire i diritti sociali – il diritto all’istruzione, il diritto alla salute, ... – quei diritti che richiedono un intervento attivo da parte dello Stato per potersi realizzare. Questi diritti, evidentemente, non piacevano a tutta la componente liberale dell’Assemblea Costituente e per esempio Croce, Nitti, Vittorio Emanuele Orlando, non condividevano per nulla quest’impianto solidarista e sociale della Costituzione. Ma senza questi diritti, dice Mortati, la dignità della persona è una chiacchiera, è una parola vuota.

Il secondo livello riguarda la valorizzazione delle comunità intermedie, ovvero tanto le comunità naturali - es. la famiglia - quanto quelle sociali - es. le associazioni, i sindacati, le regioni, gli enti locali -. Le comunità intermedie sono importanti, secondo Mortati, perché sono il cuore di un sistema costituzionale e amministrativo non burocratizzato. Per far sì che lo Stato sia veramente il luogo in cui la persona si sviluppa bisogna impedirne una deriva burocratica, e ciò si può evitare solo con la valorizzazione di questi corpi intermedi.

Come si vede, su entrambi questi livelli la cultura cattolica si è sposata con il solidarismo e l’interventismo tipici della cultura socialista e comunista; qui, trovando occasioni d’incontro pur da prospettive diverse, tali culture hanno prodotto un testo costituzionale davvero straordinario.

C'è un aspetto interessante, però, sul quale vorrei concludere, ed è dato dalla capacità che la Costituzione ha avuto di fecondare la società italiana, e quelle stesse culture che l'avevano prodotta. De Gasperi, come presidente della Costituente, disse che la Costituzione era stata fatta, ma che ora occorreva attuarla perché si rendeva conto dell’enorme distanza tra la Costituzione e la coscienza sociale. La Costituzione era l’opera di un’elite intellettuale che non aveva, in gran parte, corrispondenza nel Paese. Questo non solo perché gli italiani nel 1946 pensavano soprattutto alla ricostruzione materiale del Paese, ma anche perché le due anime della Costituzione – quella comunista e socialista da una parte e quella democristiana dall’altra – vivevano uno scollamento tra la loro base elettorale e quello che i loro leader di partito riuscivano a fare, pensare o elaborare.

Nel mondo cattolico ad esempio si registrava una forte ostilità nell’accettare il fatto che la Costituzione nascesse da un compromesso con i comunisti. Infatti su Civiltà Cattolica di quegli anni venivano pubblicate proposte di testi costituzionali di impianto fortemente clericale. Ancora, si moltiplicavano le richieste di attuazione del Concordato del 1929, in quegli aspetti che meno si conciliavano con la Costituzione, come l’articolo 5 che affermava che i sacerdoti apostati non potevano essere assunti come dipendenti pubblici. Evidentemente, questa norma era totalmente contrastante con l’impianto costituzionale, e chiederne l'attuazione significava rifiutare, in gran parte, il principio di laicità che la Costituzione affermava..

Ma se osserviamo il fenomeno dall'altra parte, vediamo che nell’altro schieramento il contrasto è ancora più lacerante, perché la scelta riformista che Togliatti e il gruppo dirigente del partito comunista aveva fatto, e cioè l’idea di accettare la democrazia per creare una società che avesse certi requisiti di eguaglianza e solidarietà, non era affatto l’idea delle masse comuniste, che invece guardavano al modello sovietico e speravano nella rivoluzione. Esse vedevano nella democrazia che la Costituzione aveva disegnato una tappa di uno sviluppo che sarebbe dovuto andare in una direzione totalmente diversa, filo-sovietica.

Questa distanza tra i valori costituzionali e i sentimenti delle masse valeva persino per la borghesia imprenditoriale dell'epoca, perché la libertà di sciopero, la libertà di organizzazione sindacale, la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle strategie imprenditoriali furono per anni fortemente osteggiate dalla classe imprenditoriale italiana. Occorre arrivare agli anni sessanta con lo Statuto dei lavoratori per operare una conciliazione tra i valori costituzionali (cioè quello che la Costituzione aveva detto già nel 1945) e quello che la realtà sociale mostrava e cercava di attuare.

L’idea che ci si fa, allora, quando si guarda ai lavori costituzionali e a quel grande momento di costruzione delle istituzioni italiane è questa: la Costituzione è stata un portentoso concime per la nostra cultura democratica. Il fatto che siano stati sanciti i valori della persona, i suoi diritti e doveri, e che sia stato delineato un certo modello di Stato - e in questo l’apporto dei cattolici è stato davvero determinante – ha consentito alla nostra democrazia di crescere più velocemente di quello che sarebbe stata in grado di fare senza la Costituzione.

La capacità fecondante della Costituzione italiana è stata davvero un caso raro poiché la nostra Costituente è stata fatta da persone che erano molto più che un passo avanti al popolo italiano, persone che sono riuscite a portare questo popolo verso la Costituzione. Il popolo italiano in tutte le sue compagini, da quella cattolica a quella comunista e a quella liberale, si è dovuto adattare a questo passo. Questo è il valore e il carattere della nostra Costituzione e il motivo per cui ci dobbiamo tenere così tanto.

3/ Guareschi e le elezioni del 1948, di Giuseppe Parlato

L’Italia del 1947-48

La situazione internazionale, dopo la fine della seconda guerra mondiale, si era andata deteriorando rapidamente. L’illusione che le tre potenze vincitrici andassero d’accordo, ora che il conflitto era terminato, si rivelò illusoria. Ci aveva contato particolarmente Roosevelt, il quale aveva svolto una politica di ampio credito verso l’Unione Sovietica e verso Stalin, in particolare. Ma il presidente americano moriva all’inizio di aprile del 1945, dopo un lunghissimo mandato, senza avere potuto vedere la conclusione della guerra. Sarà il suo successore, Truman, a ricredersi sulla possibilità di fidarsi del leader del Cremino; addirittura Churchill, qualche tempo dopo, giungerà ad esprimersi in maniera abbastanza colorita, e ben poco diplomatica, riferendosi alla morte di Hitler e al ruolo sempre più invasivo dell’Urss: “Abbiamo ammazzato il porco sbagliato”. Le condizioni per una nuova guerra, che fu chiamata “fredda” solo perché non si svolgeva con le tradizionali armi della belligeranza, vi erano tutte.

L’Armata rossa, dopo essere arrivata per prima a Berlino, presentava il conto nei paesi dell’Est europeo, i quali vennero tutti “presidiati” dal locale Partito comunista, anche quando questo non aveva, come in Ungheria o in Polonia, un effettivo potere se non quello delle armi. A Yalta, nel febbraio 1945, contrariamente a quanto comunemente si crede, non fu decisa la spartizione dell’Europa, ma piuttosto si stabilì che i paesi che erano stati sotto l’occupazione tedesca avrebbero deciso autonomamente il proprio destino. Roosevelt e Churchill avevano già protestato con Stalin per il controllo sovietico in alcuni paesi dell’Est: non ci fu nulla da fare e nel giro di due anni tutti gli stati occupati dall’Armata Rossa si trasformarono i regimi comunisti. Non a caso, Truman lanciò la politica del “contenimento”, per evitare che l’influenza sovietica continuasse ad allargarsi.

L’opinione pubblica italiana fu molto impressionata da quello che succedeva nell’Oriente europeo, così come fu dolorosamente colpita da quanto accadeva, fin dal 1943, nei territori già italiani alla frontiera orientale: una decina di migliaia di italiani erano stati eliminati dai partigiani comunisti di Tito in una logica di pulizia etnica che colpiva fascisti e antifascisti solo perché erano italiani. Ciò determinò l’esodo di circa 350 mila italiani dall’Istria, dalla Dalmazia e da Fiume.

In Italia, dal dicembre 1945, capo del governo era Alcide De Gasperi, con una coalizione formata da tre partiti: il Partito Comunista di Togliatti, i socialisti di Nenni, legati al Pci da un patto di unità d’azione e la Democrazia Cristiana. Nelle elezioni per l’Assemblea Costituente, i tre partiti di massa avevano avuto un buon successo: la Dc era risultata di poco il partito di maggioranza relativa, poi i socialisti, infine il Pci. Ma i rapporti di forza tra socialisti e comunisti cambiarono rapidamente, a favore del Pci, partito ben più strutturato e coeso del Psiup.

Le questioni di politica estera e il clima di guerra fredda modificarono gli assetti politici. La scelta occidentale dell’Italia era chiara per De Gasperi, mentre non lo era affatto – nonostante il “compromesso costituente” che aveva permesso il varo della Costituzione - per i due partiti della sinistra italiana, legati da interessi economici e ideologici al Cremino.

Fu così necessario, anche per potere beneficiare degli aiuti americani del Piano Marshall, costituire un governo che rispondesse senza ambiguità alla scelta atlantica. Nel maggio 1947, dopo la scissione di Palazzo Barberini, nella quale i socialdemocratici di Saragat si staccarono dal Partito socialista, troppo legato a Togliatti, De Gasperi formava così il primo governo quadripartito con la Dc, i repubblicani, i socialdemocratici e i liberali. Fu definito “centrista” e segnò la ripresa italiana fino alla fine degli anni Cinquanta.

Il passaggio all’opposizione delle sinistre determinò l’aumento delle tensioni politiche: il Fronte Popolare Democratico, la nuova formazione nata dal patto di alleanza fra socialisti di Nenni e comunisti, fece leva sulle difficoltà della ripresa e soprattutto sulle questioni sociali che si stavano vivendo nel paese. Togliatti puntò tutto sulle elezioni del 18 aprile 1948 per prendersi una rivincita sul governo. Nelle amministrative romane, della fine ’47, il Fronte delle sinistre aveva messo in difficoltà la Dc, la quale, nonostante tutto, riuscì a fare eleggere il sindaco soltanto con il contributo determinante dei tre consiglieri del neonato Msi. A Pescara, pochi mesi dopo, il Fronte Popolare Democratico ebbe un insperato successo sulla Dc. Tutto sembrava indicare un prossimo successo delle sinistre, che avrebbe clamorosamente ribaltato l’esito delle elezioni per la Costituente. Se le elezioni ebbero un esito diverso da quello previsto, ciò si dovette, oltre al ruolo internazionale di statista di De Gasperi, anche a due personaggi, fra loro molto diversi, Luigi Gedda e Giovannino Guareschi.

Luigi Gedda

Gedda era un medico e docente universitario di genetica medica, il primo gemellologo italiano. Importante esponente della Gioventù di Azione cattolica durante il pontificato di Pio XI, poi presidente degli Uomini di Azione Cattolica e, successivamente, presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Novarese, quarantaseienne, pienamente inserito nel solco della tradizione del cattolicesimo militante piemontese di Piergiorgio Frassati, Gedda era considerato da tutti un grandissimo organizzatore e Pio XII, nel febbraio del 1948, preoccupato per l’esito elettorale, lo chiamò per proporgli una iniziativa a favore della Dc, in funzione anticomunista. In due mesi Gedda mise in funzione una impressionante macchina propagandista, i Comitati Civici.

Si trattava di una struttura di soli quadri e funzionava con il sistema delle “terne”: dal livello nazionale, fino a quello parrocchiale, i Comitati civici erano strutturati con sole tre persone che capillarmente organizzavano la propaganda per la Dc dal centro a tutta la periferia, anche nei più piccoli paesi, grazie alla collaborazione dei parroci. Gedda riuscì a impostare la propaganda in termini modernissimi. Si realizzarono subito film, cartoni animati, conferenze sulla situazione in Unione sovietica, puntando soprattutto sul potere dispotico di Stalin e sulla mancanza di libertà, anche religiosa nei paesi dell’Est.

Gli uomini dei Comitati Civici riuscirono a portare i film di propaganda anche nei più piccoli e sperduti paesi italiani, determinando una sensibilizzazione straordinaria della opinione pubblica. I loro manifesti si distinguevano fra tutti per l’originalità dei soggetti: a differenza di quelli comunisti, concettosi, didascalici e difficilmente comprensibili, quelli dell’organizzazione di Gedda furono di eccezionale efficacia, ma soprattutto stimolavano il fruitore per la capacità di fare satira. A differenza di quelli comunisti, quelli del Comitato Civico erano semplici, solari e positivi e anche se insistevano sul problema del comunismo negatore di libertà, lo facevano con molto gusto grafico e con efficace ironia.

I Comitati Civici restarono ancora in appoggio alla Dc per diversi anni, ma non ebbero più quello straordinario smalto che determinò sia la altissima affluenza alle urne e, di conseguenza, il risultato eccezionale della Dc, che sfiorò la maggioranza assoluta.

Giovannino Guareschi

L’altro personaggio che contribuì in maniera determinante alla vittoria democristiana fu Giovannino Guareschi, che oggi è più noto come l’autore delle storie di Peppone, il sindaco rosso della bassa padana, e di Don Camillo, il grosso prete d’assalto che parlava con il Cristo dell’altare maggiore. Guareschi nasce in provincia di Parma nel 1908 e fin da giovane è attirato dalla carta stampata e dal disegno: diventa giornalista nei quotidiani di provincia emiliani e fa anche il disegnatore per bozzetti pubblicitari e per giornali umoristici.

Entra nella squadra del settimanale milanese “Bertoldo”, uno dei due grandi giornali umoristici degli anni Trenta (l’altro è il romano “Marc’Aurelio”) e si ritrova con il migliore giornalismo umoristico italiano (da Mosca a Metz, da Mondaini, il padre di Sandra, al giovanissimo Federico Fellini, da Carletto Manzoni, il padre del non dimenticato Signor Veneranda, a Giuseppe Marotta e a tanti altri). “Bertoldo” vendeva 350 mila copie ed era un bisettimanale; ed erano ancora poche, se si pensa che “Marc’Aurelio” ne vendette, in occasione della guerra di Etiopia, ben 500 mila. Per oggi, cifre da capogiro. Se il bisettimanale romano era di umorismo più greve, con tanto di doppi sensi da caserma, ed era popolato di personaggi pittoreschi, come Genoveffa la racchia o come il mitico “Gagà che aveva detto agli amici…”, entrambi dovuti alla felice matita di Attalo, “Bertoldo”, invece, era indirizzato ai figli della buona borghesia milanese. Si reggeva sul non sense e sull’umorismo raffinato ed etereo, era di grafica più raffinata e aveva spesso varianti di carattere intellettuale (come quando decisero di attaccare gli esistenzialisti, senza sapere chi fossero).

“Bertoldo”, edito da Rizzoli, uscì dal 1936 al 1943: non si può dire che facesse la fronda al regime, ma spesso fu sequestrato perché il racconto di apertura – che riportava con linguaggio volutamente arcaico e retorico i dialoghi tra il Granduca Trombone e l’“astuto villano”Bertoldo – sembrava alludesse alla retorica del regime e lo stesso Granduca Trombone fu spesso interpretato come una caricatura di Mussolini.

Mentre tutti disegnavano fanciulle procaci e discinte, Guareschi si specializzò sulle “vedovone”, enormi virago vestite di nero che avevano avuto in precedenza mariti piccoli e insignificanti, succubi delle loro stranezze. Guareschi si era anche distinto per la grande capacità di rimettere ordine in un branco di geni totalmente privi del senso di organizzazione di un giornale; inoltre, aveva anche avuto almeno due piccole “disavventure” politiche, a causa di due vignette che, fra le righe, potevano essere interpretate in termini di fronda politica.

La prima, del 1937, raffigurava una nave di pirati che ne attaccava un’altra. Al fatidico grido del capo pirata “Tigrotti della Malesia all’arrembaggio!”, tutti si lanciavano contro la nave nemica, salvo uno. Interpellato a muso duro dal capo, rispondeva che non era della Malesia ma di Gallarate. La battuta in sé era debolina, anche se il disegno di Guareschi era notevole. Tuttavia, il giorno dopo l’uscita del giornale, il podestà di Gallarate si adontò e scrisse una vibrante lettera al “Bertoldo” nella quale ricordava che a Gallarate non vi erano né vigliacchi, né pirati, che la città aveva dato tot morti alle guerre risorgimentali, tot morti alla prima guerra mondiale, tot morti alla causa fascista, e tot morti alla guerra d’Africa. Pertanto chiedeva che l’onore dei cittadini di Gallarate venisse tutelato. La settimana successiva Guareschi si scusò dicendo che si sarebbe potuto capire dall’accento che il pirata recalcitrante non poteva essere di Gallarate ma veniva da un sobborgo di Marsiglia.

La seconda raffigurava alcuni personaggi in anticamera, in attesa di notizie sulla salute di un conte, quando il maggiordomo, con voce affranta comunicava: “Tutto è stato inutile. Il Conte ha appena finito di tirare le pegamoide”. La vignetta era del 1943 e in piena guerra l’autarchia era il modello economico obbligato. Il cuoio non arrivava più in Italia ed era stato sostituito dalla pegamoide, una fibra che poteva con buona fantasia ricordare il cuoio. Il gioco di parole – tirare le cuoia, tirare le pegamoide – non piacque e Guareschi disse di essere stato accusato di “autarchilegio”.

Richiamato alle armi nel 1943, non volle venire meno al giuramento al Re e per questo finì come Internato militare italiano in diversi campi di concentramento in Germania. Patì la fame e la stupidità dei suoi secondini, ma non volle tornare in Italia, come avrebbe potuto fare se avesse aderito alla Repubblica sociale. Nel frattempo, riuscì a organizzare giornali parlati, commedie, letture di libri e intrattenimenti vari, per sollevare lo spirito dei suoi compagni di sventura; scrisse anche una Favola di Natale per bambini che ebbe, nel dopoguerra un grande successo.

“Candido”

Ritornò nel 1945 e vide che l’Italia aveva decisamente svoltato a sinistra. Rizzoli gli chiese di riprendere la stagione dei settimanali umoristici e nacque “Candido”, nel dicembre 1945. Si buttò subito sulla campagna filomonarchica: il referendum era alle porte e Guareschi si impegnò con il suo settimanale a risollevare le sorti dei monarchici italiani. Passato il referendum e arrivata la Repubblica, Guareschi dedicò le sue energie a contrastare l’ultimo dei totalitarismi ancora in piedi, quello comunista. Nemico della retorica e nemico dei totalitarismi, che cercavano di lavare il cervello delle persone sostituendo il buon senso naturale con l’ideologia, Guareschi cominciò anche a scrivere le avventure di un parroco di campagna alle prese con il sindaco comunista: don Camillo e Peppone, con il relativo Mondo piccolo, nacquero nel dicembre del 1946. Con quegli articoli Guareschi compose quattro libri e altri ancora ne uscirono dopo la sua morte. Ne furono anche ricavati cinque film, magistralmente interpretati da Fernandel e da Gino Cervi, che uscirono a partire dal 1952.

La fama di Guareschi varcò i confini della “bassa” e dell’Italia; se in Italia i suoi libri non vinsero mai un solo premio, all’estero furono tradotti in una quarantina di lingue (salvo l’italiano, commentava lo scrittore). Così accadde per i film.

Quando si avvicinarono le elezioni del 18 aprile 1948, Guareschi si buttò a capofitto come scrittore e come disegnatore nella campagna elettorale. In una rubrica, Visto da destra, visto da sinistra, i due direttori, Guareschi e Mosca, ironizzavano, esasperandoli, sui toni della campagna elettorale, imitando, Mosca, che si firmava Caesar, le iperboli delle propaganda democristiana e Guareschi, che si firmava Spartacus, i toni trionfalistici di quella comunista. In un serie di vignette, il Compagno padre, doveva obbedire agli ordini del partito anche se la sua coscienza gli diceva di fare altro. Era un modo per ricordare che l’umanità vince sempre e anche chi ha è condizionato dalla ideologia, se è in buona fede, riesce sempre a capire il confine tra bene e male. Ma quella era l’Italia di Guareschi ed era ancora basata sui valori tradizionali.

I nemici di Guareschi erano la retorica e il conformismo. Il Pci, già dalla guerra civile, aveva dimostrato di essere un partito coeso e disciplinato, nel quale il rapporto tra centro e periferia, tra vertice e militanti era ferreo; la disciplina era assoluta e indiscutibile. Come tutti i partiti-milizia, anche il Pci aveva una visione totalitaria della vita e del partito, il quale interveniva anche pesantemente nella sfera privata. Il militante era una sorta di sacerdote della rivoluzione e tutta la sua vita, gli affetti e i sentimenti erano subordinati alla logica ferrea di partito. Era questo l’aspetto che a Guareschi piaceva di meno.

Guareschi, nato il 1° maggio 1908 e presentato come un “nuovo socialista” alla folla radunata per la festa dei lavoratori (esattamente come accade nel film per il figlio di Peppone), non era un antisocialista; anzi, la sua formazione era socialista umanitaria, democratica e sensibile ai problemi dei più deboli. Ma era il prevalere assoluto del partito e la retorica che ne derivava, che lo spinsero a contrastare il Pci nell’aprile 1948.

Non a caso, una delle più riuscite vignette, fu la serie dell’ “Obbedienza cieca, pronta e assoluta”, un tormentone che ogni settimana, sulla prima pagina del “Candido”, mostrava il rapporto fra partito e senso critico. La vignetta si basava su un errore di stampa contenuto nelle righe de “l’Unità” o nel foglio d’ordini del Pci, un errore che rendeva la frase illogicamente divertente.

Nella vignetta i militanti comunisti erano raffigurati con le classiche tre narici: erano i “trinariciuti”, coloro cioè che per ragionare avevano bisogno della terza narice dalla quale fare uscire il fumo presente nel cervello, fumo che impediva ogni sensato ragionamento. Guareschi aveva cominciato la carriera giornalistica come correttore di bozze, e sapeva bene come l’errore si annidasse là dove il correttore aveva letto e riletto. L’equivoco dava risultati anche violentemente umoristici.

Una staffetta del Partito, dal fondo della vignetta, emergeva costantemente con la famosa frase, che divenne uno slogan: “Contrordine compagni, la frase pubblicata su ‘l’Unità’ … contiene un errore di stampa e pertanto va letta: …”.Una volta l’Unità raccomandava ai compagni la raccolta di almeno 7 milioni di viti (che erano in realtà voti), e nella vignetta si vedevano i compagni trinaricuiti occupati a impilare innumerevoli scatole di viti; un’altra volta il foglio del Pci raccomandava di ricordare alle folle che anche nel Pci vi erano dei buoi cattolici: i cattolici erano solo “buoni”, ma nella vignetta si vedevano grossi buoi con rosari e immagini sacre che dimostravano d’essere cattolici. Un invito ai compagni a ritrovarsi “nella vecchia fede” li aveva indotti a presentarsi con regolamentare saluto romano e in camicia nera; di vecchio vi era la “sede” non la fede. Il giornale aveva raccomandato ai compagni di essere sempre “unti”, anziché “uniti” e i disciplinati militanti si davano da fare nella vignetta ad ungersi abbondantemente di lubrificante. Anche sulla natura degli ordini, un partito così disciplinato doveva dare indicazioni: solo che la frase pubblicata su “l’Unità” parlava di “ordini lassativi per tutti”, invece che di ordini tassativi, con le conseguenze che si possono immaginare.

Guareschi fece anche altro: il manifesto che raffigura lo scheletro di un soldato italiano mai tornato dalla prigionia in Urss che invita la mamma a non votare per il Pci (“Mamma, votagli contro anche per me”), oppure il fortunatissimo slogan: “Nel segreto della cabina elettorale, Dio ti vede e Stalin no”, che contribuì a creare problemi di coscienza persino nelle mogli dei militanti comunisti.

Dopo l’esito elettorale, Guareschi disegnò una tavola di apertura del “Candido” che raffigurava un dirigente comunista che, desolato, avverte i militanti, pronti a scattare per la tanto attesa rivoluzione, con un semplice: “Contrordine compagni”, senza altro aggiungere.

L’oblio di uno scrittore

L’azione giornalistica e di disegnatore umorista di Guareschi diede un importante contributo alla causa atlantica e anticomunista. Tuttavia, lo scrittore emiliano non fece sconti a nessuno, tanto meno alla Dc, alla quale chiedeva di condurre coerentemente la funzione della “diga” al comunismo. Nel 1954 prese male la liquidazione di Pella da capo del governo da parte della stessa Dc e pubblicò due lettere nelle quali De Gasperi avrebbe invitato il comando americano a bombardare Roma per fiaccare lo spirito di resistenza dei tedeschi e dei fascisti. Ne seguì un processo piuttosto rapido, nel quale a Guareschi non fu dato modo di difendersi. Probabilmente le lettere erano false, ma gli fu impedito di provarne la veridicità con una perizia calligrafica; alla fine Guareschi fu condannato a un anno di carcere per diffamazione, che si aggiunse ai due mesi di condizionale comminati allo stesso Guareschi in qualità di direttore del giornale, per la nota vignetta che raffigurava il presidente Einaudi passare in rivista delle bottiglie di barolo (da lui prodotto) dotate di elmo da corazziere; era un modo per segnalare quello che oggi si chiamerebbe “conflitto di interessi”: poteva un presidente produrre bottiglie di vino che recavano nell’etichetta la dicitura “Barolo del Presidente”?

In tutto, quindi, quattordici mesi di carcere, trascorso a Parma, senza avere voluto chiedere appello, nonostante gli inviti sotterranei degli stessi dirigenti Dc. E quel che fu più grave, il dispositivo della sentenza ordinava la distruzione immediata delle due lettere incriminate, facendo sorgere, dopo, più dubbi di quanti ve ne fossero all’inizio del processo.

“Candido” fu chiuso da Rizzoli nel 1961, nel clima di quell’apertura a sinistra alla quale Guareschi si era costantemente opposto. Il motivo scatenante fu l’Autostrada del Sole, la cui costruzione era allora in corso; sembrava a Guareschi che il tracciato della nuova arteria fosse stato fatto piegare verso Arezzo, per accontentare Fanfani. Ne seguì una polemica e quindi la chiusura del foglio. Guareschi, nell’ultimo numero, realizzò la tavola di apertura con una caricatura del politico aretino che sotto le scarpe aveva “Candido”, mentre la didascalia alludeva: “Sbagli di molto / Amintore se credi / di essere più alto / con quel foglio sotto i piedi”.

Emarginato dalla cultura ufficiale, Guareschi morì nel 1968; dopo “Candido” aveva collaborato a “La notte” e al “Borghese” di Mario Tedeschi, con la solita verve ma con molte disillusioni in più. In occasione della morte, “l’Unità” titolò un pezzetto al fiele “Morte di uno scrittore che non era mai nato”. Ci volle molto tempo perché la cultura si accorgesse di lui. Il primo convegno scientifico lo organizzò a Milano la Fondazione Ugo Spirito nel 1999. Dopo ci fu una ripresa, soprattutto grazie alle varie ristampe e all’azione affettuosa e intelligente di Alberto e Carlotta Guareschi, i figli, che hanno pubblicato parecchi inediti e studi sul personaggio, facendo anche emergere molti dati sepolti nel suo enorme archivio che ora è stato riordinato ed è consultabile. Ne emerge l’immagine di un uomo libero che seppe pagare di persona pur di mantenere la propria dignità di scrittore.

Le vignette qui riprodotte sono tratte dal settimanale “Candido”, alle date indicate (Cfr. G. Guareschi, Mondo Candido 1946-1948, Rizzoli 1991).

Per visualizzare le vignette, clicca al link vignette_guareschi1.pdf