La formazione dei catechisti dinanzi alle nuove prospettive educative e pedagogiche. File audio di una relazione di Andrea Lonardo all'Ufficio catechistico regionale

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 23 /03 /2014 - 15:35 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito il file audio di una relazione tenuta da Andrea Lonardo nell'incontro dell'Ufficio catechistico regionale del Lazio presso lil Santuario del Divino amore il 21/1/2014. Per ulteriori file audio vedi la sezione Audio e video. Per approfondimenti sull' educazione, la scuola e la catechesi, vai alla sezione Catechesi e pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (23/3/2014)

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SCHEMA DELLA RELAZIONE CON ANTOLOGIA DI TESTI DISTRUIBUITA ALL'INIZIO DELL'INCONTRO

Andrea Lonardo Appunti per la formazione dei catechesi nel tempo presente a partire dall’esperienza di Roma

(www.gliscritti.it www.ucroma.it Canale Youtube: Catechistiroma FB: Andrea Lonardo)

Due premesse

- L’educazione alla fede e la questione educativa nel suo complesso (non abbiamo solo una pecora da pettinare!)

- Punti focali: un plurale e non un singolare

1/ Proporre e non presupporre la fede: un tempo che ha fame di cose essenziali

EG 165. Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più “solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano. La centralità del kerygma richiede alcune caratteristiche dell’annuncio che oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna.

Si sentirono trafiggere il cuore (At 2,37), il brano scelto da S.E. il cardinale Vallini come prospettiva di fondo

da Se i docenti diventano indecenti, di Alessandro D’Avenia
Un libro li definisce «sdraiati». I ragazzi di oggi. Una generazione che non sa tenere la schiena dritta, ma spalma sulla vita la propria spina dorsale liquida. Avrei la schiena come la loro se mi avessero dotato di una comodissima sedia a sdraio, dalla quale avrei mandato a quel paese chi dopo averla fornita ora, pentito, la rivuole indietro. Moralismo. Nostalgia del tempo andato. Paternalismo sornione
Gli sdraiati invece li vedo tendersi quando offri loro qualcosa di cui non possono fare a meno e che abbiamo sostituito con surrogati tecnologici, assenza di «no» e limiti, ma soprattutto di mete non autoreferenziali e narcisistiche.  
Raddrizzano la schiena quando al moralismo sostituisci la morale: facendo loro toccare cosa è bene e cosa è male, non a parole; quando alla nostalgia del tempo andato sostituisci la nostalgia del futuro, sudando lo stesso loro sudore, non metaforico; quando al paternalismo sostituisci la paternità, difendendoli dalle paure ma sfidando le loro risorse migliori, dedicando loro tempo al di fuori di quello stabilito. 
La spina dorsale cresce dritta a chi è teso verso la luce, come quelle piante a cui mia nonna metteva accanto un bastone fissato con uno spago, che le lasciava abbastanza libere da slanciarsi verso l’alto e non troppo libere da curvarsi su se stesse. Come si slanciavano verso il sole affondando proporzionalmente le loro radici! Dopo un po’, eliminati spago e bastone, rimanevano dritte, perché la fisica vuole che più ti slanci in alto più hai bisogno di radici profonde. Incolpare la pianta di non avere radici salde è incolpare se stessi, ma questo è duro da ammettere, e la colpa finisce sempre per cadere fuori dal recinto della responsabilità personale: loro, la tv, il consumismo, la scuola, la playstation (che abbiamo comprato con la sdraio). §§
Solo la vita e l’esempio educano, le parole non bastano. Non basta dire tieni su la schiena, se non additiamo il panorama da guardare oltre la soglia. Il nostro modo di vivere autoreferenziale lancia spesso proclami contraddittori rispetto alla schiena dritta che esigiamo. I bambini allo stadio fanno lo stesso che fanno i padri: e ci scandalizziamo pure? O li multiamo? 
C’è però chi reagisce, cito da una delle tante lettere di contenuto analogo che ricevo: 
Mi dica, le piace essere un professore? Pensa che abbia ancora un valore, per un professore, essere tale? Io sinceramente odio la scuola e non perché non ami studiare, imparare cose nuove, ma perché mi sento soffocare, quando la prospettiva è entrare in classe ed ascoltare passivamente persone che nel loro mestiere non mettono impegno, che sembrano sempre sull’orlo di una crisi isterica, che non fanno amare ciò che si vantano di insegnare. 
Ho solo diciotto anni, che ne so io della vita, di come si svolge un mestiere? Potrebbe chiedermi e dirmi che tutto ciò è una scusa per giustificare il fatto che di studiare non mi va. Sì è vero, non mi va di studiare un argomento che non mi appassiona. Ma non dovrebbe essere proprio quello, il ruolo del professore? Far amare la cultura? Far amare lo studio? No, perché quello che nel mio liceo si fa è imparare a memoria. Ma a Lei non sembrano sbagliati i verbi che vengono usati per capire se si è studiato o meno? Interrogare e ripetere. 
Io li odio questi due verbi, Professore, perché interrogare ha perso il suo significato latino, è diventata una minaccia, e alla domanda «La misoginia nella Medea di Euripide» - che neanche è una domanda a dirla tutta - si deve ripetere, come un automa, quello che il professore ha «pazientemente» dettato in classe per un’ora (50 minuti, nei primi dieci era a prendere il caffè col collega di turno) e le altre cinquanta pagine che invece avresti dovuto imparare a memoria a casa. 
Io invece vorrei che un professore mi chiedesse: «Ma tu della Medea cosa hai capito?», «Ma perché secondo te Manzoni ha rinnovato completamente il genere del romanzo?», «Ma quindi a te cosa è rimasto di Hegel?», e vorrei lo facesse con quella luce che si ha negli occhi quando si fa qualcosa che si ama, per guidarci verso la maturità, quella vera, verso la capacità di guardare con occhio critico la realtà, quella luce che fa scattare dentro la curiosità, una volta a casa, di aprire il libro e capire «Ma quindi cosa voleva trasmettermi D’Annunzio, con tutta ’sta pioggia?»
Io guardo i miei professori e in loro vedo tante cose, tranne l’amore verso il proprio mestiere. Più che odiare la scuola, io odio i miei professori. Preferisco passare i pomeriggi a scrivere o visitare una mostra che hanno appena allestito o andare in quella libreria, un po’ nascosta tra le vie del centro, dove posso comprare un libro e sedermi a leggerlo.  
Lei la vede intorno a sé la voglia di insegnare, di trasmettere qualcosa a coloro ci si aspetta siano il futuro del nostro Paese? Le vede le loro anime accese, vive, piene di voglia di fare, di dire? 
Questa non è una lettera sdraiata, ma la lettera ben dritta di una ragazza all’ultimo anno di liceo, delusa, polemica, in uscita con un cumulo di nozioni in testa e la certezza di sapere chi non diventare. Eppure ne voleva di cultura, di quella che trasforma la vita, cultura indicata infatti come «luce che fa scattare». Non basterà rispondere che la vita è la fatica di fare «anche» ciò che non appassiona, perché lei la passione non l’ha vista proprio e le sembra di dover fare «solo» ciò che non appassiona, la morte in vita per chiunque, figuriamoci per un diciottenne. 
Chiedete ad un ragazzo di oggi quali lezioni frequenta volentieri: vi citerà non l’«in-decente» (professore amicone, complice, che parla di sé e non fa lezione), non l’«in-docente» (colto ma freddissimo), ma il docente che li mette alla prova, che li sfida, che dà molto ed esige molto, che si occupa della loro crescita e non solo dei loro voti, il docente che amano e odiano, e che sceglierebbero autonomamente, se fosse loro consentito. I ragazzi si sdraiano nella scuola degli «in-decenti», e odiano quella degli «in-docenti» (letteralmente coloro che non-in-segnano anche se conoscono in modo ineccepibile la materia). L’in-docenza si nasconde dietro la ripetizione, la formula vuota, il dovere per il dovere, evita la vita, non la seduce, non per portare gli sdraiati verso noi stessi (triste e inutile beffa), ma per raccontare loro il sole, attraverso la luce di occhi posati sì sulle carte ma altrettanto sulle vite, perché raggiungano - singolarmente e insieme - la loro altezza. Prima di discettare sul ridurre di un anno la scuola italiana, per uniformarci (verso il basso) al resto dei Paesi europei (se la sognano una scuola con contenuti come la nostra), dovremmo provare a costruire scuole in cui sia consentito scegliere insegnanti decenti e docenti, come prova a fare qualsiasi mamma che vuole iscrivere il figlio in prima elementare. 

T. Todorov citato in A scuola si deve apprendere cosa dicono le opere, non cosa dicono i critici. Tzvetan Todorov prende la distanze dallo strutturalismo per proporre la riscoperta della letteratura, perché i grandi autori parlano della condizione umana. Appunti di Andrea Lonardo
La letteratura può molto. Può tenderci la mano quando siamo profondamente depressi, condurci verso gli esseri umani che ci circondano, farci comprendere meglio il mondo e aiutarci a vivere. Non vuole essere un modo per curare lo spirito; tuttavia, come rivelazione del mondo, può anche, cammin facendo, trasformarci nel profondo. La letteratura ha un ruolo vitale da giocare, ma può ricoprirlo solo se viene presa nell’accezione ampia e pregnante che è prevalsa in Europa fino alla fine del XIX secolo e che oggi è stata messa da parte, mentre sta trionfando una concezione assurdamente ristretta. Il lettore comune, continuando a cercare nelle opere che legge come dare un senso alla propria vita, ha ragione rispetto a insegnanti, critici e scrittori quando gli dicono che la letteratura parla solo di sé, o che insegna solo a disperare. Se non avesse ragione, la lettura sarebbe condannata a scomparire nel giro di breve tempo. [...] L’analisi delle opere che viene fatta a scuola non dovrebbe più avere lo scopo di illustrare i concetti introdotti dall’uno o dall’altro linguista o da quel teorico della letteratura e dunque di presentarci i testi come un’applicazione della lingua e del discorso; il suo compito sarebbe di farci pervenire al loro significato – perché chiediamo che esso, a sua volta, ci conduca verso una conoscenza dell’uomo che è di interesse comune.

da A. Asor Rosa, R. Esposito e E. Galli della Loggia d’accordo per un Appello per le scienze umane che ritengono decisive per la scuola ed il futuro dell’Italia. Breve nota di Andrea Lonardo
In questo silenzio sulla sostanza della cosa s'è fatta strada l'idea che il futuro dell'insegnamento stia in una crescente tecnicizzazione (da cui la massiccia divulgazione di modellistica pedagogica, l'uso sempre più diffuso di test e quiz, e poi di computer, lavagne luminose, internet). 

da Umberto Eco: "Caro nipote, studia a memoria"
La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria. [...]
Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto. Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.
Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

2/ Agape  e Logos (il magistero di papa Francesco e di papa Benedetto: le periferie esistenziali e il cuore della fede): il valore della carità e della fede

2.1/ l’Agape

dal discorso di papa Francesco ai partecipanti al Congresso dei catechisti, 27/9/2013
Voi sapete una delle periferie che mi fa così tanto male che sento dolore - lo avevo visto nella diocesi che avevo prima? È quella dei bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. A Buenos Aires ci sono tanti bambini che non sanno farsi il Segno della Croce. Questa è una periferia! Bisogna andare là! E Gesù è là, ti aspetta, per aiutare quel bambino a farsi il Segno della Croce. Lui sempre ci precede. 

da Il mito dei nativi digitali, di Alessandro D’Avenia
L’inventore del termine non è uno scienziato ma (c’era da aspettarselo) uno sviluppatore di videogiochi. Si chiama Marc Prensky e nel 2001 si è inventato il nesso “digital natives, digital immigrants” riferendosi a chi impara a parlare una lingua sin da bambino, un madrelingua digitale, per distinguerlo da chi ne ha appreso l’uso in modo non naturale. Secondo Prensky questa lingua madre digitale ha modificato il cervello dei nativi, che apprendono in modo diverso dai loro predecessori, motivo per cui la scuola non tecnologica e digitale risulta loro incomprensibile e noiosa. Una semplificazione che chi sta a scuola sa di non poter accettare.
Questo mito è diventato presto efficace proprio per la sua semplificazione. Ha dato una scusa ad adulti che non riescono più a farsi ascoltare e vedono la noia dipinta sui volti dei ragazzi: “ha un altro cervello, non può capire, non è colpa mia, altri tempi”. Dico una scusa perché in realtà si evita il vero problema.
Ha inoltre fatto salire sul carro(zzone) della scuola i profeti della tecnologia, convinti che lavagne elettroniche e tablet avrebbero risvegliato i cervelli addormentati dal professore analogico [...]
Insomma il nativo digitale è il volto che abbiamo dato ad una paura: la rapidità del progresso di questi anni e dei ritmi di vita a cui siamo sottoposti che porta il dialogo fra le generazioni, già di per sé arduo, a incepparsi di più. Il mito, una volta smitizzato, ci riporta faccia a faccia con il mostro: non ci capiamo e ci capiamo sempre meno perché andiamo velocissimo.
La velocità è una delle cause della “crisi dell’esperienza”. Andiamo così veloci che non riusciamo a fare esperienza delle cose, figuriamoci trasmetterla alla generazione successiva. Non è ridurre la Divina Commedia in tweet da 140 caratteri inviati da Dante Alighieri a renderla interessante per un sedicenne. La tecnologia senz’altro ci potrà affiancare ed aiutare a raggiungere quella che erroneamente chiamiamo “attenzione” dei ragazzi, ma che in realtà non è altro che il loro “stato di veglia”.
L’attenzione è già “tenuta”, è già “memoria”, non è “rivolgere lo sguardo a me che parlo”. Io durante una conferenza sono attentissimo mentre disegno ghirigori sul mio quaderno e così tanti ragazzi. Quindi la tecnologia (dalla lavagna al tablet) resta quello che è sempre stato: un grande alleato per afferrare lo stato di veglia e incanalarlo verso l’attenzione. Ma l’attenzione resta compito nostro, compito degli insegnanti e degli educatori, dotati della tecnologia eterna della “parola”.
Il mostro è un altro, meno consolante dell’aborigeno tecnologico. Il mostro è la nostra mancanza di disponibilità ad ascoltare, a dedicare tempo di qualità, a frenare la rapidità dei nostri impegni di lavoro, a fare una passeggiata calma, a giocare con i bambini e leggere loro storie, a dialogare con i ragazzi come si fa in tanti sistemi scolastici esteri in incontri (con test di auto-valutazione) programmati e regolari (che noi invece dedichiamo solo a genitori pieni di “buona” volontà).
La scuola è soggetta a tagli di ogni tipo e quando sento di finanziamenti per strumenti tecnologici mi rattristo. Non per gli strumenti che uso in modo pervasivo per afferrare lo stato di veglia dei ragazzi, ma perché quei soldi servirebbero di più a pagare un bravo docente che può così permettersi di rimanere a scuola nel pomeriggio e dedicare tempo a colloqui e approfondimenti con gli studenti, invece di esser costretto a dare ripetizioni in nero.
La motivazione di uno studente è dentro di lui e viene attivata da quella del docente. In assenza di motivazione del docente non si attiva quella dello studente e non c’è dispositivo che possa fare miracoli. Ma noi pur di non guardare in faccia il mostro, chiediamo miracoli al dio scintillante della tecnica.

da La vera “salvezza” non si trova nella barra degli strumenti, di Fabrice Hadjadj
Salvare, oggi, è l’ossessione di quelli che utilizzano i computer. Nella mia lingua, il francese, si dice piuttosto “registrare”, o anche “salvaguardare”. Ma è interessante notare coma nella lingua informatica, e anche in italiano, si dica to save, salvare, azione che riguarda non le anime ma i documenti. La “salvezza” si trova nel menù “file”, o nella barra degli strumenti. È rappresentata non da una croce, ma da un dischetto. [...]La via è stretta perché si passa uno dopo l’altro. La salvezza non conosce la massa. Ciò a cui mira è non-totalizzabile. Tanto che non è completamente giusto dire che Cristo salva “l’umanità”: Egli salva Pietro, Paolo, Giacomo, eccetera, ed è in questo che custodisce l’umanità, nella sua diversità stessa, coi piccoli e i grandi, i magri e i grassi, i deboli e i forti. [...]La missione non ha per fine di mettere gli uomini al servizio dei dogmi e dei sacramenti, ma di mettere i dogmi e i sacramenti al servizio degli uomini, perché dogmi e sacramenti mirano a compiere non il trionfo di una dottrina, ma la salvezza di ogni volto nella sua singolarità. Ecco perché la Sapienza è una persona. Ed ecco perché il Libro dei Proverbi rievoca la Sapienza sotto il segno di una moltitudine concreta e irriducibile e non di una teoria astratta e uniformizzante: «Ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola» (Pr 9, 2). [...]La prossimità rischierebbe di essere di facciata, se fosse solamente con gli ultimi arrivati: ci si fabbrica facilmente un’aria di circostanza. Diventa reale solamente se con me c’è qualcuno che mi mette alla prova giorno dopo giorno, che sa le mie debolezze, che ha visto la mia maschera cadere, e che dunque mi impedisce di rimetterla davanti agli altri, perché ne denuncerebbe la falsità palese.

2.2/ Il Logos

da Chiamati a servire e ad annunciare. Incontro arcidiocesano di Catechesi. L’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio parla ai catechisti
Per essere catechisti di questo tempo segnato dalla crisi e dai cambiamenti,
non vergognatevi di proporre certezze. Non tutto è in movimento, non tutto è instabile, non tutto è il risultato della cultura o del consenso. C'è qualcosa che ci è stata data come dono, che supera le nostre capacità, che supera tutto quello che possiamo immaginare o pensare. Il catechista deve vivere come ministero proprio quello che dice il Vangelo di Giovanni: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto l'amore che Dio ha per noi» (1 Gv 4,16).

da La scuola riparta da maestri e contenuti, di Giorgio Israel (on-line su www.gliscritti.it )
Abbiamo quindi bisogno di “maestri” (e non di “facilitatori” o “animatori”). È decisivo restituire ai professori il ruolo, il sentimento e la dignità di essere educatori e “maestri”. Naturalmente occorre che mostrino di essere tali e che siano premiati quanto più ne sono capaci (e penalizzati se non lo sono). In altri termini, occorre un efficace sistema di valutazione. [...] Veniamo così alla questione centrale dei contenuti. Quando sono entrato nella Commissione ministeriale per l'insegnamento della matematica colleghi “esperti” mi hanno spiegato che non si deve parlare di “programmi”, che sono cosa “impositiva”, bensì soltanto di “indicazioni nazionali” degli obiettivi. I programmi si costruiscono in classe. Il risultato è che i programmi li fanno le case editrici producendo spesso libri pessimi e infarciti di folli invenzioni

da Aspetti principali dell'attuale emergenza educativa, di Giorgio Israel
È questa pedagogia scientista, che riduce la questione educativa a una mera questione di tecniche e di procedure, che appare assolutamente insufficiente a corrispondere a un’idea della formazione di una persona come soggetto di libertà.
Tutti i segni di questa degenerazione scientista appaiono nella loro evidenza a chi voglia vederli. In primo luogo, l’idea che il maestro-insegnante debba essere ridotto a un mero “facilitatore” o “mediatore”. Non più la figura descritta così bene da Hannah Arendt: colui che «si qualifica per conoscere il mondo e per essere in grado di istruire altri in proposito, mentre è autorevole in quanto, di quel mondo, si assume la responsabilità».
È la persona che «di fronte al ragazzo è una sorta di rappresentante di tutti i cittadini della terra che indica i particolari dicendo: ecco il nostro mondo». Secondo i dogmi di questa pedagogia scientista l’insegnante non può essere un maestro, e non deve quindi educare ma soltanto favorire il processo di autoeducazione e di autoapprendimento, ovvero di autoformazione, secondo i principi di un mediocre pragmatismo che predica che vale soltanto quel che si è fatto da sé. Qualsiasi persona ragionevole e che conservi un minimo di fiducia nelle persone e nei rapporti interpersonali non può non avvertire l’assurdità di una simile visione. Potrei citare molte critiche che ne sono state fatte, oltre a quella di Hannah Arendt. Mi limiterò a ricordare che don Luigi Giussani ha fornito una demolizione radicale dell’idea dell’autoformazione con la sua teoria della conoscenza per testimonianza:
«Togliete la conoscenza per mediazione, dovete togliere tutta la cultura umana, tutta perché tutta la cultura umana si basa sul fatto che uno incomincia da quello che ha scoperto l’altro e va avanti. […] Se non ci fosse questo metodo, non si saprebbe più come muoversi; sì, ci si saprebbe muovere in un metro quadrato. Invece con questo tipo di conoscenza ci si può muovere in tutto il mondo. La cultura, la storia e la convivenza umana, si fondano su questo tipo di conoscenza […] conoscenza di una realtà attraverso la mediazione di un testimone».
Eppure è facile imbattersi in persone che, mentre dichiarano la loro adesione incondizionata a visioni come quelle sopra esposte, praticano quel confuso miscuglio di pragmatismo scientista proveniente dal filone della pedagogia di John Dewey e dei suoi aggiornamenti nella versione della pedagogia di matrice anticapitalistica e antiborghese alla Edgar Morin. Costoro, da un lato si dichiarano spiritualisti, religiosi, ed estranei a qualsiasi forma di scientismo e tuttavia propongono una bizzarra accozzaglia di teorie educative in cui intervengono versioni recenti del riduzionismo meccanicista, come la teoria della complessità, e talora la proposizione di un fumoso “olismo” inteso come la fusione di ogni conoscenza in una totalità indistinta, dando per scontato che la soppressione delle distinzioni disciplinari sia un fattore di progresso.
L’ispirazione “progressista” di queste visioni è del tutto evidente. La loro ascendenza “sessantottina” è visibile nel modo in cui la teoria dell’autoformazione è declinata nei termini di un’aspra “contestazione” del “vecchio”: si pensi alla polemica contro la lezione ex-cathedra, ai sarcasmi nei confronti dell’educazione “trasmissiva”, al richiamo del motto di Morin secondo cui è meglio avere “teste ben fatte piuttosto che ben piene”, il quale viene propinato come uno slogan contro le discipline e le conoscenze, e, in definitiva, viene convertito nel motto “meglio una testa vuota ben fatta secondo i nostri principi che una testa piena fatta secondo principi altrui”. 

da Contro replica di Giorgio Israel
L’ex-manager della McKinsey, Roger Abravanel ha affermato: «La gente non ha capito che il mondo è cambiato, che siamo ad un’economia post industriale basata sui servizi, in cui conta non tanto imparare a memoria le idee di un altro, ma esser capaci di avere proprie idee». E ancora: «La scuola del domani non deve insegnare cosa pensare ma soltanto come pensare». È grottesco ritenere che si possa apprendere a pensare senza oggetto del pensiero. Inoltre, l’idea che finora l’umanità si sia limitata ad apprendere a memoria le idee degli altri e che soltanto ora si sia appreso ad avere “idee proprie”, è una sciocchezza talmente grande, una manifestazione così clamorosa di ignoranza della storia della cultura e delle idee da non meritare commenti.
Eppure l’autore di questi propositi viene spesso consultato come un “guru” dell’istruzione.
Secondo Henry Jenkins, Direttore del Comparative Media Studies Program (negli USA), tra gli adolescenti si starebbe affermando un nuovo modo di apprendere basato sullo scambio di opinioni e informazioni in rete, che imporrebbe una concezione nuova del sapere e del modo d’apprendere. Colui che sa – continua Jenkins – non è l’insegnante, il professore, ma il primo tra pari. Cambierebbe così il concetto di proprietà della conoscenza che diverrebbe un patrimonio non esclusivo ma condiviso, aperto, accessibile a tutti, ovunque, sull’istante, e così verrebbe sottratto all’istituzione scolastica il monopolio dell’accesso al sapere.
È un ragionamento volgare, basato sulla confusione elementare tra informazione e conoscenza. L’accessibilità massima all’informazione – che è un effetto positivo delle tecnologie informatiche – non implica affatto il possesso della conoscenza. Quest’ultima si costruisce attraverso un interminabile processo in cui il ruolo dei “maestri” è fondamentale. L’idea che la conoscenza sia qualcosa cui si accede sull’istante e di cui ci si impossessa come una notizia è una sciocchezza sesquipedale. 

da Il primo giorno che vorrei, di Alessandro D’Avenia
Che cosa avrei voluto sentirmi dire il primo giorno di scuola dai miei professori o cosa vorrei che mi dicessero se tornassi studente? Il racconto delle vacanze? No. Quelle dei miei compa­gni? No. Saprei già tutto. Devi studiare? Sarà difficile? Bisognerà impegnarsi di più? No, no grazie. Lo so. Per questo sto qui, e poi dall’orecchio dei doveri non ci sento. Ditemi qualcosa di diverso, di nuovo, perché io non cominci ad an­noiarmi da subito, ma mi venga alme­no un po’ voglia di cominciarlo, que­st’anno scolastico. Dall’orecchio della passione ci sento benissimo.
Dimostratemi che vale la pena stare qui per un anno intero ad ascoltarvi. Dite­mi per favore che tutto questo c’entra con la vita di tutti i giorni, che mi aiu­terà a capire meglio il mondo e me stes­so, che insomma ne vale la pena di sta­re qua. Dimostratemi, soprattutto con le vostre vite, che lo sforzo che devo fa­re potrebbe riempire la mia vita come riempie la vostra. Avete dedicato studi, sforzi e sogni per insegnarmi la vostra materia, adesso dimostratemi che è tutto vero, che voi siete i mediatori di qualcosa di deside­rabile e indispensabile, che voi possedete e volete regalarmi. Di­mostratemi che perdete il sonno per insegnare quelle cose che – dite – valgono i miei sforzi. Vo­glio guardarli bene i vostri occhi e se non brillano mi annoierò, ve lo dico prima, e farò altro. Non potete mentirmi. Se non ci cre­dete voi, perché dovrei farlo io?
E non mi parlate dei vostri sti­pendi, del sindacato, della Gel­mini, delle vostre beghe familia­ri e sentimentali, dei vostri falli­menti e delle vostre ossessioni. No. Parlatemi di quanto amate la forza del sole che brucia da 5 mi­liardi di anni e trasforma il suo i­drogeno in luce, vita, energia. Di­temi come accade questo mira­colo che durerà almeno altri 5 miliardi di anni. Ditemi perché la luna mi dà sempre la stessa faccia e insegnatemi a interro­garla come il pastore errante di Leopardi. Ditemi come è possi­bile che la rosa abbia i petali di­sposti secondo una proporzione divina infallibile e perché il cuo­re è un muscolo che batte invo­lontariamente e come fa l’occhio a trasformare la luce in immagi­ni. Ci sono così tante cose in que­sto mondo che non so e che voi potreste spiegarmi, con gli occhi che vi brillano, perché solo lo stu­pore conosce. E ditemi il mistero dell’uomo, di­temi come hanno fatto i Greci a costruire i loro templi che ti sem­bra di essere a colloquio con gli dei, e come hanno fatto i Romani a u­nire bellezza e utilità come nessun al­tro. E ditemi il segreto dell’uomo che crea bellezza e costringe tutti a miglio­rarsi al solo respirarla. Ditemi come ha fatto Leonardo, come ha fatto Dante, come ha fatto Magellano. Ditemi il se­greto di Einstein, di Gaudì e di Mozart. Se lo sapete, ditemelo.
Ditemi come faccio a decidere che far­ci della mia vita, se non conosco quel­le degli altri. Ditemi come fare a trova­re la mia storia, se non ho un briciolo di passione per quelle che hanno la­sciato il segno. Ditemi per cosa posso giocarmi la mia vita. Anzi no, non me lo dite, voglio deciderlo io, voi fatemi vedere il ventaglio di possibilità. Aiuta­temi a scovare i miei talenti, le mie pas­sioni e i miei sogni. E ricordatevi che ci riuscirete solo se li avete anche voi i vo­stri sogni, progetti, passioni. Altrimen­ti come farò a credervi? E ricordatemi che la mia vita è una vita irripetibile, fatta per la grandezza, e aiutatemi a non accontentarmi di consumare piccoli piaceri reali e virtuali, che sul momen­to mi soddisfano, ma sotto sotto sotto mi annoiano...

3/ L'educazione e l'Iniziazione cristiana cominciano con il Battesimo: il ruolo della famiglia

il progetto della diocesi di Roma e l’accompagnamento delle famiglie dopo il Battesimo

da È più facile fare il premier che fare il papà, di Giacomo Poretti
Fare il papà non è facile, ci si sente strani, in imbarazzo. E poi i figli fanno domande difficili. È più facile fare lo zio e il nonno. È più facile fare il premier che fare il papà. Anche l’astronauta è più facile da fare, arrivo persino a dire che è più facile fare l’amico che fare il papà!
I papà moderni e quelli di una volta sono molto diversi tra di loro, ma in una cosa si assomigliano: nel non voler togliere spazio al ruolo delle madri, consapevoli che certe cose, quali sostituzione di pannolini, preparazioni di pappe, tattiche e procedure per arginare le colichette, siano meglio svolte dalle mamme; loro, i papà, si mettono umilmente da parte. Quando nasce un figlio, in genere, per i primi anni di vita il papà non si fa molto vedere, non è molto coinvolto nel processo di crescita e di educazione dei pargoli; nei primi due anni di vita o forse anche tre, i papà si dedicano al loro lavoro dalle 7 del mattino fino alle 21-21,30. Quando rientrano vanno a dormire fino alle 6,58 del giorno dopo.
Alcuni padri vedono il loro figlio per la prima volta quando lo portano a scuola il primo giorno delle elementari.
Io ho avuto un papà di una volta, di quelli antichi.
Io ho avuto un solo papà, ai figli moderni ne possono capitare anche 2 o 3.
I papà di adesso sono diversi da quelli di una volta, intanto quelli moderni giocano a tennis, sanno sciare, vanno in mountain bike, di mestiere fanno l’interior designer, collezionano Rolex degli Anni 50, fingono di sapere come investire il loro patrimonio, alla domenica portano la famiglia al ristorante 2 stelle Michelin dove lo chef cucina le lasagne molecolari; il pasto finisce con la nonna che si lamenta e dice che sono più buone le sue.
I papà di una volta giocavano a briscola, quasi tutti lavoravano in fabbrica, dove andavano con bicicletta, e se per caso si bucava una ruota la aggiustavano loro; di soldi non ne avevano, così non sbagliavano investimenti, la domenica si mangiavano le lasagne cucinate dalla mamma e la nonna si lamentava sotto voce dicendo che le sue erano più buone.
I papà moderni ti portano in vacanza due settimane in Patagonia e due settimane in barca ai Caraibi, perché ai bambini bisogna fargli fare un po’ di mare e un po’ di montagna.
I papà moderni devono lavorare 12-14 ore al giorno per 11 mesi l’anno perché devono pagare lo skipper del catamarano e le tute anti-assideramento usate in Patagonia, perché loro, i papà moderni, in Patagonia ti portano in bassa stagione per risparmiare, solo che lì è inverno polare.
I papà di una volta il mare lo vedevano solo quando andavano a trovare i figli alla colonia marina di Pietra Ligure: due domeniche al mese; la nonna si lamentava sempre e diceva che secondo lei il mare di Pinarella di Cervia, che aveva visto in cartolina, era più bello.
Il mio papà il resto della vacanza lo usava per imbiancare la casa, riparare le tapparelle e giocare a carte alla bocciofila Combattenti e Reduci; la nonna diceva che il nonno era più bravo del papà a giocare a briscola.
I papà moderni lavorano tanto e regalano ai figli l’iPhone. Se i figli dei papà moderni non telefonano quattro volte al giorno, non mandano una mail, non inviano un filmato della lezione di judo e non twittano al papi prima e dopo i pasti, i papà moderni si preoccupano e vanno dallo psicologo perché non riescono ad avere un buon rapporto con i loro figli.
I papà di una volta,se arrivava il vicino a dirgli che era arrivata una telefonata per loro, chiedevano preoccupati se era morta la nonna. Ai papà di una volta se gli arrivavano due telefonate in un anno erano autorizzati a vantarsi un pochino, e in mensa gli facevano un brindisi. Alla terza telefonata la nonna si lamentava e diceva che si era persa la virtù del silenzio.
Quando i papà moderni accompagnano i figli alla partita di calcio del sabato pomeriggio, riescono a litigare con l’arbitro, con l’allenatore e con i papà della squadra avversaria; i sabati che il figlio perde litigano anche con il magazziniere, con il posteggiatore, con il figlio stesso e con la moglie e la nonna poi a casa.
Un sabato la mia squadra ha perso il derby contro il Busto Garolfo, mio papà è stato zitto fino a casa, poi ha trangugiato un Fernet Branca, ha acceso una nazionale senza filtro e mi ha detto: «Allenati a palleggiare e a tirare le punizioni, storia e matematica li farai la settimana prossima».
I papà moderni quando un figlio torna da scuola con un 4, denunciano il professore per mobbing.
I papà di una volta, se tornavi a casa con una nota da firmare, loro scrivevano sul diario «bravo prof, raddrizzi la schiena a questi invertebrati».
I papà moderni portano i figli a fare magic jumping buttandosi dai ponti dell’autostrada per 250 metri, ma se devono fare le condoglianze alla vicina a cui è morto il marito si cagano sotto.
I papà moderni ti spiegano come si usano le applicazioni su iPhone tipo Shazam o iTorcia, ma non sanno che differenza c’è tra un uovo per fare la carbonara e uno da cui nasce un pulcino.
I papà moderni ti spiegano la differenza tra musica lounge, tecno e ambient, ma non sanno cantarti «Che gelida manina se la lasci riscaldar...» della Bohème . Mio papà, quando andava alla cena dei coscritti, tornava alticcio, come tutti i coscritti, apriva la porta di casa e attaccava l’aria del tenore. La mamma, trattenendo il riso, fingeva di essere la Mimì dell’opera e lasciava paziente che il suo Rodolfo si smarrisse tra le ottave e gli accordi irraggiungibili e si addormentasse vestito. Io e mia sorella eravamo convinti che nostro papà fosse più bravo di Mario Del Monaco.
Quando poi un figlio moderno compie 16 anni, i loro papà li accompagnano in discoteca alle 23 e li vanno a prendere alle 4 del mattino con il Suv.
I papà di una volta piuttosto che mandarti in discoteca si mettevano a studiare con te i verbi irregolari e il genitivo sassone.
Fare i compiti insieme al papà moderno è molto istruttivo: è probabile che ti aiuti a comprendere le equazioni, che sappia i fiumi, i monti e la capitale delle Maldive, e che conosca la differenza tra Valentino e Dolce & Gabbana.
Se facevi i compiti con i papà di una volta eri bocciato di sicuro.
I papà moderni vogliono vestirsi come i loro figli, parlare come loro e vogliono diventare loro amici su Facebook.
I papà moderni sono contenti quando i loro figli accettano di essergli amici su Facebook. Ho sentito la nonna borbottare e diceva che o si fa il papà o si fa l’amico.
Se i figli moderni chiedono: «Papà, cosa preferisci: la pasta o il riso?», loro rispondono: dipende...
Papà, ma tu voti a destra o a sinistra? Dipende...
Se i figli domandano se bisogna sempre dire la verità, i papà moderni rispondono: dipende...
Ma papà bisogna fermarsi per far passare i pedoni sulle strisce? Dipende...
Ma papi, è vero che fa male farsi uno spinello? Dipende...
Papà, ma a te piacciono le donne vero? Dipende...
Mio papà, a cui è sempre piaciuto il risotto, mi ha insegnato cose meravigliose: a fare il presepe, a tifare per l’Inter, a fare il nodo della cravatta, a fare la barba con la lametta, ad andare in bicicletta, a bere un bicchiere di vino tutto d’un fiato, a vestirsi bene la domenica, a essere bravo nel lavoro, a cercare di avere sempre un amico, a portare un mazzo di fiori ogni tanto a tua moglie, a ricordarsi dei nonni e dei nostri morti, perché noi senza di loro non ci saremmo, perché Giacomo è figlio di Albino il fresatore, che era figlio di Domenico il mezzadro, figlio di Adriano il ciabattino che era figlio di Giuseppe il falegname figlio di Giosuè lo stalliere...
Dalla prima elementare alle terza media si fa di tutto per assomigliare e imitare il papà, dai 15 anni ai 22 non lo puoi vedere, fino ai 36 ti è abbastanza indifferente, verso i 40 ti fa incazzare da morire perché nel frattempo lui ha superato i settanta e se in gioventù aveva il suo bel carattere adesso è ostinato come tutti gli anziani, dai 42 in avanti riesci a capire quanto sforzo abbia fatto a studiare l’inglese con te e ne provi una tenerezza struggente.
Ho cercato tutta la vita di non assomigliare a mio papà e ora invece mi accorgo di essere uguale: me ne sono accorto quando mio figlio l’altro giorno mi ha chiesto come si dice centravanti in inglese.

da Marco Paolini, Aprile
Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere. Io oggi conosco più adulteri che adulti, adulteri a se stessi ovviamente.
Quella che stasera vi racconterò è la storia di un gruppo di ragazzi che avevano fretta di entrare in un mondo adulto che è diventato vecchio senza essere adulto. Il mio, il nostro paese, oggi è questo. È il più vecchio del pianeta e lo guardiamo senza nemmeno accorgerci di quello che abbiamo sotto gli occhi. Abbiamo sì sotto gli occhi il cambiamento del paesaggio, ma addosso a noi non lo leggiamo, perché? Perché noi non possiamo sentirci vecchi.
Secondo gli italiani si diventa vecchi a ottantatre anni. Siccome l’attesa di vita è ottantuno, secondo gli italiani si diventa vecchi dopo morti!
Io vorrei chiedere ai miei coetanei per primi, di fare outing: dichiaratevi adulti. Rinunciate a quell’idea di giovinezza che ci viene venduta quotidianamente, perché c’è una confusione genetica mostruosa.
Adulto è colui che si è giocato delle possibilità e deve vivere con quello che ha: il resto si è seccato. Quello che sei in potenza da giovane, non ce l’hai dopo. Se non capisci questo, se impedisci a chi viene dopo di sorpassarti perché tu, cullato dal sogno di questa eterna giovinezza, rubi costantemente tutto ciò che viene prodotto da chi viene dopo di te, indossandolo in vario modo attorno a te, tu stai creando un blocco mostruoso, che ci impedisce di leggere la realtà.
Dichiaratevi adulti, prendetevi delle responsabilità.
Che cos’hanno in comune il rugby e la politica? Sono mondi adulti: dovrebbero, dovrebbero darti dei principi, delle regole che durano, con cui cresci. È per questo che queste due cose le ho messe insieme, per questo mi piace raccontarvele. 

4/ Non solo gli adulti: l'importanza dei bambini e dei giovani

- 4.1/ Il bambino è “capace” di Dio, anzi lo esige

- 4.2/ La pastorale giovanile, il vero problema della mancanza di continuità nell'Iniziazione

da S. Cavalletti, Come pesci nell’acqua di Dio: la potenzialità e l'esigenza religiosa del bambino. La catechesi del “buon pastore” di Sofia Cavalletti
Sta dicendo che nel nostro catechismo noi spieghiamo troppo?
Sì, non si esce dalla mentalità scolastica: insegnamento, apprendimento, verifica. E così ho limitato tutto. Ma il limitato non è attraente, è l'immenso; il mistero che attrae
Il bambino ha bisogno di amore globale, infinito, tale che nessuno essere umano è in grado di dargli. Nessun bambino – credo – è stato mai amato nella misura che avrebbe voluto e di cui avrebbe avuto bisogno. L’amore è per il bimbo più necessario del cibo; è stato scientificamente provato. Nel contatto con Dio egli sperimenta un indefettibile amore. E nel contatto con Dio egli trova il nutrimento che il suo essere richiede e di cui ha bisogno, per svilupparsi nell’armonia. Dio – che è amore – il bimbo, che chiede l’amore più del latte materno, s’incontrano quindi in una particolare corrispondenza di natura; e il bimbo, nell’incontro con Dio, gode per la soddisfazione di un’esigenza profonda della sua persona, di una autentica esigenza di vita.
Nell’aiutare la vita religiosa del bambino, lungi dall’imporgli qualcosa che gli è estraneo, rispondiamo a una sua silenziosa richiesta: “Aiutami ad avvicinarmi a Dio da me”. 

cfr. Alcune considerazioni in merito allo sviluppo delle virtù nei bambini, di Giampaolo Nicolais (a correzione di J. Piaget le tesi di Buchsbaum HK, Emde RN (1990), Play Narratives in 36-Month-Old Children. Psychoanalityc Study of the Child, 45,129-155.)

5/ La Chiesa è il soggetto e il “metodo” dell'educazione

- 5.1/ L’eucarestia domenicale come “esperienza” di Dio

- 5.2/ Una catechesi “popolare”

da papa Francesco nell’intervista natalizia ad Andrea Tornielli
Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio 

da L’educazione accade mentre fai altro... Perché è urgente una solida alleanza educativa, di Sergio Belardinelli
Ci siamo erroneamente illusi che l’educazione potesse essere una materia da “esperti”, dimenticando così le poche e semplici evidenze elementari su cui, da sempre, si fondano tutte le vere relazioni educative: convinzioni profonde, amore, esempio e, soprattutto, nessuna pretesa di essere padroni della situazione.
Un progetto educativo non è, non può essere, un progetto tecnico; è un processo di generazione di una persona e quindi sempre esposto al rischio della libertà che ciascuno di noi è. “La vita è ciò che accade mentre stai facendo altro”, cantava John Lennon. Non sono sicuro che avesse ragione. Ma certamente ci sono buone ragioni per pensare che la cosa valga per l’educazione. 

6/ Le 4 dimensioni della catechesi (riprese dal CCC): la fede confessata, celebrata, vissuta, pregata

LF 37-46

A. Lonardo su Lina Bolzoni§ù
Si diffida della sintesi talvolta perché la si contrappone alla vivacità ed alla passione, ma questo vale solo ad uno sguardo superficiale. Nella storia la trasmissione della cultura ha sempre utilizzato la capacità di schematizzare unitamente a quella di appassionare. Ad esempio la Divina Commedia, l’opera italiana più grande, unisce una visione dell’intero universo - nel quale tutto trova una sua precisa collocazione - all’amore per ogni dettaglio “carnale”: essa si imprime nella mente e nel cuore. Il lettore percepisce l’ordine del poema, ma allo stesso tempo ne esce con un “animo ferito”. Bolzoni ha descritto la poetica dantesca come portatrice di una “memoria appassionata”, cioè di una visione retrospettiva di sintesi, che è al contempo appassionante e non algida. 

da Catechesi narrativa, liturgica o a partire dal Credo? La lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino ed una importante questione per l'odierno rinnovamento della catechesi, di Andrea Lonardo
La catechesi sembra innamorarsi sempre di nuovo di un suo aspetto, trascurandone gli altri. Accade così che una certa epoca ritenga che per rinnovare la catechesi sia necessario tornare ad una presentazione sistematica dei suoi contenuti come àncora di salvezza, che altri esaltino la narrazione biblica come una novità capace di rinnovarla, che altri ancora scelgano la dimensione liturgica propria del catecumenato come il punto su cui poggiare la leva che solleverà il mondo[1]
Con grande sapienza l'esperienza della Chiesa ha sempre integrato le diverse modalità di presentazione dei contenuti della fede
Una fede matura ha, infatti, bisogno di tutte e tre queste modalità
Ha bisogno di una sintesi teologica, propria del dogma e della morale: per questo la catechesi insiste tanto sul Credo, sui Sacramenti, sui Comandamenti, sul Padre nostro (e, quindi, su di un “catechismo” che li presenti)
Ha bisogno di una conoscenza biblica seria e appassionata: per questo la catechesi insiste tanto sulla narrazione della storia della salvezza (e, quindi, sulla Bibbia come “libro” della catechesi)
Ha bisogno di una presentazione essenziale dei “misteri” di Cristo: per questo la catechesi insiste tanto sui “misteri” così come vengono presentati nell'anno liturgico (e, quindi, sulla partecipazione domenicale alla liturgia e sulla meditazione unitaria del significato di ogni solennità)
Questi tre linguaggi si debbono alternare nella catechesi, esaltandosi a vicenda e non sminuendosi. Possono caratterizzare tappe diverse di un itinerario, un periodo a partire dalle formule sintetiche elaborate dalla tradizione, un altro a partire dalla Scrittura ed un terzo a partire dalle feste liturgiche. Oppure le diverse modalità possono integrarsi in ogni incontro, come esemplificava splendidamente la Prefazione del Catechismo Romano
«Riteniamo [...] opportuno avvertire i Parroci che ogni qualvolta essi sono chiamati a spiegare un passo del Vangelo o qualsiasi brano della S. Scrittura, la materia di quel testo, qualunque esso sia, ricade sotto una delle quattro formule riassuntive suddette [Credo, Sacramenti, Comandamenti, Padre nostro]; e a quella essi dovranno ricorrere per trovarvi la fonte della spiegazione richiesta. Nel caso, p. es., che si debba spiegare il Vangelo della prima domenica d'Avvento: “Ci saranno segni nel sole, nella luna, ecc.” (Lc 21,25), quanto si riferisce a tale argomento si troverà in quell'articolo del Simbolo: “Verrà a giudicare i vivi e i morti”. E cosi valendosi della spiegazione di quell'articolo, il pastore d'anime insegnerà insieme e il Credo e il Vangelo. Perciò in ogni suo impegno d'insegnamento e d'interpretazione prenderà l'abitudine di riferire ogni cosa a quei quattro generi di argomenti, ai quali fanno capo, come abbiamo detto, tutti gli sforzi e gli insegnamenti della sacra Scrittura»
Questo testo del Catechismo Romano deve essere corretto dove privilegia la dimensione del Credo su quella scritturistica, ma deve essere invece accolto dove mostra la reciprocità delle due modalità di espressione della fede
Sarà così possibile superare quell'antinomia che l'allora cardinale Ratzinger aveva denunziato come una delle cause più profonde dell'attuale crisi della catechesi
«la catechesi ometteva generalmente il dogma e tentava di ricostruire la fede direttamente a partire dalla Bibbia. Ora, il dogma non è niente altro, per definizione, che interpretazione della Scrittura, ma questa interpretazione, nata dalla fede dei secoli, non sembrava più potersi accordare con la comprensione dei testi... In questo modo, coesistevano due forme di interpretazione apparentemente irriducibili: la interpretazione storica e quella dogmatica»[2]
Se l'interpretazione biblica, quella dogmatica e quella liturgica della fede fossero irrimediabilmente diverse, la catechesi sarebbe impossibile
. Proprio dall'armonia, invece, di queste tre dimensioni fiorisce la catechesi
Illuminante per comprendere l'intreccio delle tre modalità suddette è la lettera di Antonio Rosmini a don Giovanni Stefani di Val Vestino nella quale il beato spiega al giovane sacerdote che si era a lui rivolto per meglio comprendere come strutturare la catechesi che esistono tre “modi di ordinare la dottrina cristiana” che sono tutti e tre “eccellenti”
Rosmini si sofferma su questi tre modi
1/ il primo va dal dogma alla morale e dalla morale al dogma (nel metodo rosminiano è importante partire sempre dall'uomo, perché di esso ognuno ha esperienza ed, in effetti, il suo Catechismo disposto secondo l'ordine delle idee comincia dalla domanda “Chi siete voi?”, cioè “Io chi sono? Chi è l’uomo?”
2/ il secondo segue l'ordine delle feste liturgich
3/ il terzo segue la narrazione della storia sacra, così come Dio ha voluto che si sviluppasse, dalla creazione in poi
Si deve notare che Rosmini - e noi con lui - non intende con la parola “dogma” qualcosa di astratto o di dottrinale, bensì la fede cristiana espressa con poche parole ed in maniera semplice. Ogni uomo desidera profondamente sapere che cosa dica di nuovo il cristianesimo e se la sua proposta sia in grado di illuminare il “mistero” dell’esistenza umana. In questo senso si potrebbe dire paradossalmente che l’uomo moderno quando si avvicina alla fede per la prima volta è più interessato al “dogma” che alla Scrittura, mentre solo più lentamente matura in lui una passione perla Bibbia, man mano che cresce nella fede. Per questo "dogma" e "morale" - dove "morale" significa prospettiva esistenziale dell'uomo - si intrecciano nella lettera di Rosmini, obbligando il catechista a passare continuamente dall'una all'altra. 

da La storia della salvezza nella catechesi. Rileggendo Sofia Cavalletti, di Andrea Lonardo
Le pagine di Heschel sulla differenza tra spazio e tempo sono ormai un classico. La creatura umana può dominare lo spazio, sia muovendosi in esso, sia occupandolo; in contrapposizione a questo, il tempo è «al di là della nostra portata, al di là del nostro potere. È contemporaneamente vicino e lontano, intrinseco a ogni nostra esperienza, eppure trascendente».
Nel suo volume Il potenziale religioso dei bambini tra i 6 e i 12 anni. Descrizione di una esperienza, così Sofia Cavalletti, ripropone nella catechesi le puntuali osservazioni di A. Hesche. La storia della salvezza è così posta immediatamente nell’ordine della grazia ed, insieme, con essa è reso comprensibile il dramma dell’esistenza umana.
La Cavalletti sottolinea così che la catechesi è chiamata a mostrare come la storia della salvezza rende la vita dell’uomo intellegibile, quella vita che altrimenti non avrebbe capo e coda:
Il messaggio biblico dicevamo – è particolarmente legato al tempo, e al tempo nella concretezza degli eventi della storia. È proprio il senso storico che distingue Israele dagli altri popoli dell’antichità. Per senso storico intendiamo la percezione del concatenamento degli eventi, e quindi di un pensiero che soggiace ad essi; il senso storico è «una forma speciale del pensiero causale, applicato a una successione di eventi politici di una certa estensione». In Israele non troviamo una filosofia della storia, ma «una intelligenza della storia», cioè una penetrazione sapienziale in essa, una capacità di scrutarne i dati in profondità, per scoprirvi un livello che va oltre i dati. Il profeta, che è l’esponente della spiritualità ebraica, è interprete della storia.
E la storia della salvezza opera questa unificazione della storia proprio a partire dalla rivelazione del Dio unico:
La storia biblica conserva la necessaria globalità perché in essa gli avvenimenti sono legati insieme dalla costante presenza del Dio unico;
è il Dio uno che fa «una» la storia. Le generazioni si susseguono; ma oltre la moltitudine di personaggi maggiori e minori che popolano in folla la scena d’Israele, c’è in essa sempre la presenza costante del Signore della storia. Egli è già presente all’origine di essa e anche prima, perché è l’artefice della creazione, e l’accompagna nel suo fortunoso svolgersi, proiettando la sua presenza alla conclusione di essa
La Cavalletti sottolinea come la “storia della salvezza” acquisisce significato ancor più oggi quando taluni vorrebbero misconoscere le cosiddette “grandi narrazioni” per ritenere plausibili solo micro-narrazioni di frammenti di vita personale. La catechesi è chiamata a custodire tutta l’ampiezza della prospettiva biblica:
Il messaggio biblico è un messaggio di speranza.
Non si tratta di un progressismo consolatorio, né di un ottimismo preconcetto, che il pensiero post-moderno rifiuta. Lyotard si domanda se oggi sia più possibile «organizzare la folla degli avvenimenti che ci vengono dal mondo, umano e non umano, mettendoli sotto l’Idea di una storia universale dell’umanità». Vattimo lo nega; per lui «il rendersi conto dell’universalità della storia ha reso impossibile la storia universale». Perché noi lo affermiamo? Il messaggio biblico si basa su una sapienza, che è così grande da essere considerata rivelata, e su un avvenimento: la risurrezione di Cristo. In lui la vittoria sul male e sulla morte è già una realtà del nostro mondo; ma è limitata alla sua persona. Il progetto di Dio riguarda l’universo. Noi viviamo nel tempo dell’attesa e della speranza
La catechesi del Buon pastore, ideata dalla Cavalletti, non si sofferma così innanzitutto sui singoli episodi della storia biblica, ma prima ancora sulla sua vastità e sulla sua unità:
La Bibbia
[...] ci permette di parlare dei singoli eventi senza che questi perdano di tensione, a condizione di non perdere d’occhio, nelle singole narrazioni, la globalità della storia in cui esse si realizzano. A nostro avviso la narrazione delle singole bellissime storie bibliche va fatta in riferimento costante al tempo colto nella sua globalità come pure nelle scansioni fondamentali di passato, presente e futuro. È su questa base globale che potranno poi porsi tutte le successive considerazioni sui vari aspetti della storia e sui singoli eventi.
La prima considerazione verterà dunque sulla vastità della storia biblica, vastità che va insieme al suo carattere unitario.
Il racconto iniziale si appoggia su un materiale che tende a colpire l’immaginazione, guidando alla presa di coscienza della lunghezza della storia
: una striscia, lunga oltre 50 metri, viene svolta insieme ai bambini, dicendo che in essa ogni filo rappresenta oltre mille anni. Un filo non è nemmeno un millimetro; quanti fili ci saranno in tutta la storia? Quanti milioni di anni passano fra le nostre mani, mentre svolgiamo la striscia? Il racconto che accompagna questa presentazione parte dalla creazione e dal lunghissimo tempo in cui essa viene realizzata, prima che nel mondo ci sia la presenza della creatura umana. Quando questa appare trova il suo ambiente vitale già pronto; c’è nel mondo tutto quello che può essergli necessario per viverci. Queste sono constatazioni che emergono dall’osservazione stessa della realtà. Da esse può sorgere spontanea la domanda: chi può aver preparato tutto questo per me?
La Bibbia fornisce la risposta a questo interrogativo: è Dio che ha creato il mondo, l’uomo e la donna. La Bibbia dà il nome all’artefice della realtà che ci circonda. Tutto è stato fatto per la creatura umana e per questo essa arriva ultima nell’opera della creazione, come l’invitato al banchetto arriva quando la mensa è stata posta e imbandita.
Dall’inizio Dio accompagna l’umanità, che, una generazione dopo l’altra, viene a popolare la storia nel suo svolgersi per tappe successive, fino ad entrare egli stesso nella vicenda umana, nella persona di Gesù Cristo. È il momento che chiamiamo redenzione
.
La presenza costante di Dio dà un senso alla storia e la guida verso una meta: quella di accogliere in pienezza la pienezza di Dio, «Dio tutto in tutto». È quel momento che chiamiamo parusia.
Ritroviamo le scansioni fondamentali del tempo – passato, presente e futuro – tenute insieme dalla presenza costante di Dio. Alla percezione di esse – esperienza umana fondamentale – il messaggio biblico aggiunge la presenza di una Persona: quella del Dio della storia. Non siamo soli nel fluire del tempo; c’è Dio che guida la storia con sapienza e amore. La storia si presenta così unitaria e acquista significato: oggi riceviamo l’eredità del passato e conosciamo il traguardo verso cui ci muoviamo. L’incognita del futuro si riempie di speranza.

Da questo passaggio emerge la centralità dei tre grandi capisaldi della storia biblica: la creazione, la redenzione che si realizza con l’incarnazione e la parusia. La storia tutta diviene significativa e non è più il regno del caso e della morte di tutto.

- la quadripartizione del catecumenato antico

- la visione personalistica del Concilio e del CCC 

da Il cinema cristiano? Non ha abbastanza cuore. Un’intervista di Andrea Galli a Barbara Nicolos
Non si può avere una buona storia senza quella che chiamo un’alta posta in gioco. Un’alta posta in gioco vuol dire per esempio aver di mezzo la morte. E la morte più "profonda" che un uomo sperimenta viene dal peccato: la morte della capacità di amare, dell’istinto a prendersi cura degli altri, dell’abilità a vedere e penetrare la realtà. Perciò non si può togliere il peccato da una buona narrazione. Una moderna eresia nella Chiesa di oggi è l’impulso a essere innocui. Siamo così attenti a essere gentili e non-offensivi che alla fine non diciamo nulla che valga la pena di stare a sentire. Dovremmo essere meno melliflui e più duri.

7/ Il compito dei sacerdoti primi responsabili, dopo il vescovo, della catechesi e dell'educazione... e, quindi, della formazione dei catechisti

8/ Un progetto concreto

- niente sostituisce quello che avviene in parrocchia o in cappellania (niente sostituisce la vita!): dalla comunione  alla spiritualità

- un lavoro di formazione permanente (es. 3 o anche 2 soli incontri annui su di un tema)
ancora più concretamente: la creazione!

- stage mirati per catechisti di una determinata fascia con la presentazione di un itinerario (es. catechisti delle giovani famiglie per la catechesi post-battesimale)

- un itinerario diocesano nelle prefetture (analogo delle vicarie)

ITINERARIO DIOCESANO

PER LA FORMAZIONE DI BASE DEI CATECHISTI

IV Bozza  (13 gennaio 2014)

Ordinamento

1/ L’itinerario riguarda i nuovi catechisti, a loro va proposto e va di pari passo con la chiamata di nuovi catechisti al ministero. Siano scelti tra persone aperte ad un serio cammino di fede, accoglienti e disponibili e capaci di comunicare. Si abbia cura di sceglierli preferibilmente tra giovani-adulti e giovani coppie e giovani consacrate.

2/ Per questo motivo, è un itinerario di base, mentre i catechisti già in servizio avranno bisogno di formazione permanente diversa da quella qui proposta.

3/ Potranno iscriversi all’itinerario soltanto coloro che saranno presentati dal parroco o dal responsabile della comunità di riferimento (ad es. una cappellania), in vista del ministero.

4/ L’itinerario è articolato in due anni:

- il primo anno propone gli elementi essenziali della  formazione, insieme ai primi elementi di metodologia pratica; il secondo anno sviluppa, per accrescimento e approfondimento, gli elementi offerti nel primo e arricchisce la metodologia con esercitazioni e laboratori.

5/ L’itinerario potrà essere proposto, in via sperimentale, secondo tre modalità:

 1. in prefetture vicine  per ognuno dei settori pastorali, curando che le sedi dell’itinerario siano facilmente raggiungibili. L’itinerario è sviluppato in 15 incontri per la durata di due ore ciascuno. L’orario degli incontri varierà a seconda delle esigenze dei partecipanti;

2. in forma residenziale, in una località vicino Roma, dal venerdì sera fino alla domenica sera. Sarà proposto in due parti: la prima parte nella prima settimana di giugno; la seconda nella seconda settimana di settembre;

3. in forma residenziale in un unico stage di 5 giorni alla fine di luglio, e sarà offerto particolarmente ai giovani, studenti e lavoratori, dai 18 ai 30 anni, più disponibili nel periodo di ferie.

6/ Nella scelta dei relatori ed animatori dell’itinerario saranno privilegiate, oltre alle competenze specifiche, la sapienza e l’esperienza dei parroci e dei vice-parroci del territorio disponibili a questo servizio. Il Vicariato offrirà un elenco di collaboratori disponibili. .

7/ L’itinerario avrà come riferimenti la Sacra Scrittura e i documenti specifici pubblicati dopo il Concilio: il Documento di base, il Catechismo della Chiesa Cattolica, il Catechismo degli adulti CEI La verità vi farà liberi[1].

8/ Nel corso del primo anno sono previsti almeno tre laboratori metodologici e una giornata di spiritualità per la interiorizzazione dei contenuti ricevuti e per insegnare la pratica della lectio divina.

9/ L’itinerario si concluderà con un colloquio per stimolare lo studio personale del materiale dato. Nel corso dell’itinerario il futuro catechista, nella sua comunità, a giudizio del parroco, potrà affiancare un catechista in servizio per apprendere l’arte del ministero.

10/ Responsabile dell’itinerario sarà una persona (chierico, consacrato o laico) scelta, d’intesa con i Prefetti interessati, dal Vescovo di Settore, che  – con l’aiuto dell’Ufficio Catechistico del Vicariato - provvederà all’organizzazione dell’itinerario, alla scelta dei relatori e alle altre incombenze. Al responsabile spetta accompagnare i partecipanti, seguire lo svolgimento degli itinerari, provvedere ai sussidi e ai materiali necessari. Egli riferirà periodicamente al Vescovo di Settore.

10. Presso l’Ufficio Catechistico del Vicariato sarà costituita una équipe di collaboratori ed esperti, che monitoreranno l’itinerario e ne valuteranno la graduale  validità formativa, apportandone i necessari adattamenti e integrazioni.

11/ Una volta approvato il presente progetto dal Consiglio dei Prefetti, l’Ufficio Catechistico del Vicariato predisporrà il programma sperimentale degli incontri, dei laboratori, incontrerà i responsabili degli itinerari attivati per una messa a punto della prima sperimentazione. Alla fine del primo anno è prevista una riunione di verifica in Vicariato dell’esperienza fatta.

12/ Si auspica che l’itinerario possa avere inizio nell’anno pastorale 2014/2015, utilizzando i mesi a venire per precisare la proposta, organizzarla in dettaglio e sensibilizzare i partecipanti.

Programma

I anno: Il catechista: chi è e cosa annuncia.

1/ «Si sentirono trafiggere il cuore». Il catechista come evangelizzatore, inviato non a presupporre la fede, bensì a proporla nel contesto culturale odierno. La Chiesa chiamata ad “uscire” nell’Esort. Apost. Evangelii gaudium. Il cuore dell’annunzio cristiano: solo nel “mistero” di Cristo si svelano insieme il “mistero” di Dio ed il “mistero” dell’uomo.
1 incontro

2/ Lo “stile” del catechista: il catechista è  testimone di gioia, “compagno” nel cammino (l’amore e l’accoglienza del catechista) e  “maestro” (il Logos della fede), perché la fede è amorevole e ragionevole.
1 incontro

3/ Le dimensioni della catechesi ed i suoi contenuti più affascinanti: una fede professata, celebrata, vissuta, pregata (le 4 colonne del catecumenato antico, del CCC e della Lumen fidei di Papa Francesco). Introduzione al Credo, ai Sacramenti, ai Comandamenti, al Padre nostro
4 incontri

4/ Il grande cambiamento operato dal Concilio: la prospettiva personalistica nella presentazione della rivelazione, della liturgia, della vita in Cristo e della preghiera cristiana. In particolare le prime sezioni delle 4 parti del CCC e i primi capitoli del CdA che ripresentano in catechesi il Concilio.
2 incontri

5/ Una presentazione della storia della salvezza narrata dalla Bibbia  e condensata nel Credo: la fede è semplice.
4 incontri

6/ Laboratori metodologici sui diversi ambiti della catechesi
Questi laboratori vedranno i catechisti suddivisi negli ambiti propri ad ognuno:
- Catechisti delle famiglie del Battesimo e degli anni successivi
- Catechisti dell’Eucarestia
- Catechisti della Confermazione
- Catechisti del catecumenato per gli adulti
- Catechisti per il matrimonio e la  famiglia
- Catechisti degli adulti e dei gruppi del Vangelo
- Catechisti dei giovani e della Confermazione per giovani/adulti (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivo uffici)
- Formatori degli animatori della carità (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
- Formatori degli animatori della liturgia (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
- Formatori degli animatori della cultura, ecc. (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
3 incontri di Laboratorio

7/ Un corso di esercizi spirituali, dal venerdì pomeriggio alla domenica. 

Totale: 15 incontri di 2 ore l’uno, più il ritiro

N.B. Sarà proposto a livello diocesano un Laboratorio per la catechesi e la disabilità.

II anno

I contenuti della catechesi e la loro trasmissione (da proporre dopo un’attenta verifica del primo anno)

1/ Una visione ecclesiologica: il catechista è una persona ecclesiale, testimone del “noi” della fede. La Chiesa è madre
2 incontri

2/ Per un approfondimento degli elementi più importanti della fede confessata: Creazione, Peccato originale, Incarnazione, Salvezza in Cristo, Vita eterna
3 incontri

3/ Per un approfondimento degli elementi più importanti della fede celebrata. La centralità dell’eucarestia. Il Battesimo porta della fede e la sua Confermazione. Il Sacramento del Perdono.- Unzione dei malati
2 incontri

4/ Per un approfondimento degli elementi più importanti della fede vissuta. La grazia ed il peccato. La legge, la coscienza, la libertà e la carità. Matrimonio e politica . Sofferenza, malattia e morte
3 incontri

5/ Per un approfondimento degli elementi più importanti della fede pregata. Le 7 richieste del Padre nostro e la preghiera cristiana.
2 incontri

6/ Laboratori metodologici sui diversi ambiti della catechesi
Questi laboratori vedranno i catechisti suddivisi negli ambiti propri ad ognuno:
- Catechisti delle famiglie del Battesimo e degli anni successivi
- Catechisti dell’Eucarestia
- Catechisti della Confermazione
- Catechisti del catecumenato per gli adulti
- Catechisti per il matrimonio e la  famiglia
- Catechisti degli adulti e dei gruppi del vangelo
- Catechisti dei giovani e della Confermazione per giovani/adulti (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivo uffici)
- Formatori degli animatori della carità (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
- Formatori degli animatori della liturgia (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
- Formatori degli animatori della cultura, ecc. (questo laboratorio sarà organizzato in collaborazione con i rispettivi uffici)
3 incontri di Laboratorio

7/ Un corso di esercizi spirituali, dal venerdì pomeriggio alla domenica. 

Totale:  15 incontri di 2 ore l’uno, più il ritiro


[1] Il CCC ed il Catechismo degli adulti CEI presentano le grandi sintesi della fede cristiana – Credo, Sacramenti, Comandamenti, Padre nostro - a partire dalla prospettiva personalistica del Concilio Vaticano II che è espressa in DV, SC, LG e GS.