1/ Breve nota sull’espressione “via pulchritudinis”, di Andrea Lonardo 2/ «Se noi non amiamo se non ciò che è bello, il Figlio fatto uomo, rivelazione della infinita bellezza, ci attrae a sé con legami d’amore». Papa Francesco e la via pulchritudinis 3/ «La forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis è un percorso privilegiato per avvicinarsi al Mistero di Dio». Papa Benedetto XVI sull'arte medioevale 4/ «Per molte persone la visita ai Musei Vaticani rappresenta, nel loro viaggio a Roma, il contatto a volte unico, con la Santa Sede; è perciò un’occasione privilegiata per conoscere il messaggio cristiano». Discorso di Benedetto XVI prima della proiezione di “Arte e fede – via pulchritudinis” 5/ La "via pulchritudinis", cammino di evangelizzazione e dialogo, Documento del Pontificio Consiglio della Cultura 6/ La via pulchritudinis per la nuova evangelizzazione, di Rino Fisichella 7/ “Una piccola carezza”: così Papa Francesco ha definito la visita ai Musei Vaticani, offerta a 150 senzatetto (da Radio Vaticana)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /06 /2015 - 15:02 pm | Permalink
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1/ Breve nota sull’espressione “via pulchiritudinis”, di Andrea Lonardo

Mettiamo a disposizione sul nostro sito alcuni appunti di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi La bellezza salverà la catechesi? Alcuni presupposti della via pulchritudinis nell'annunzio del Vangelo, di Andrea Lonardo e, più in generale, le sezioni Arte e fede e Roma e le sue basiliche.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

L’espressione via pulchritudinis viene a sintetizzare un percorso di riscoperta del ruolo evangelizzatore della bellezza e dell’arte già chiaramente individuato da papa Paolo VI e da papa Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha utilizzato più volte l’espressione, ad esempio nell’Udienza generale del 18/11/2009, dedicata al sorgere delle cattedrali medioevali, come nel discorso al termine della proiezione del film documentario Arte e fede – Via pulchritudinis, il 25/10/2012. Un documento del Pontificio Consiglio della Cultura, La "via pulchritudinis", cammino di evangelizzazione e dialogo, redatto al termine dell’Assemblea plenaria del 27-28 marzo 2006, esplicita i diversi aspetti di questo percorso. Il termine viene, per così dire, consacrato poi da papa Francesco che, in Evangelii Gaudium 167 afferma: «È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla “via della bellezza”(via pulchritudinis). Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù».

2/ «Se, come afferma sant’Agostino, noi non amiamo se non ciò che è bello, il Figlio fatto uomo, rivelazione della infinita bellezza, è sommamente amabile, e ci attrae a sé con legami d’amore». Papa Francesco e la via pulchritudinis nell’Evangelii Gaudium

Riprendiamo sul nostro sito un passaggio dell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium di papa Francesco. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

167. È bene che ogni catechesi presti una speciale attenzione alla “via della bellezza”(via pulchritudinis)[1]. Annunciare Cristo significa mostrare che credere in Lui e seguirlo non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove. In questa prospettiva, tutte le espressioni di autentica bellezza possono essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù. Non si tratta di fomentare un relativismo estetico[2], che possa oscurare il legame inseparabile tra verità, bontà e bellezza, ma di recuperare la stima della bellezza per poter giungere al cuore umano e far risplendere in esso la verità e la bontà del Risorto. Se, come afferma sant’Agostino, noi non amiamo se non ciò che è bello[3], il Figlio fatto uomo, rivelazione della infinita bellezza, è sommamente amabile, e ci attrae a sé con legami d’amore. Dunque si rende necessario che la formazione nella via pulchritudinis sia inserita nella trasmissione della fede. È auspicabile che ogni Chiesa particolare promuova l’uso delle arti nella sua opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo “linguaggio parabolico”[4]. Bisogna avere il coraggio di trovare i nuovi segni, i nuovi simboli, una nuova carne per la trasmissione della Parola, le diverse forme di bellezza che si manifestano in vari ambiti culturali, e comprese quelle modalità non convenzionali di bellezza, che possono essere poco significative per gli evangelizzatori, ma che sono diventate particolarmente attraenti per gli altri.

3/ «La forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis, la via della bellezza, è un percorso privilegiato e affascinante per avvicinarsi al Mistero di Dio». La via pulchritudinis nella catechesi di papa Benedetto XVI sul romanico e sul gotico

Riprendiamo sul nostro sito la catechesi di papa Benedetto XVI tenuta nell'udienza generale del mercoledì 18 novembre 2009. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

Cari fratelli e sorelle!

Nelle catechesi delle scorse settimane ho presentato alcuni aspetti della teologia medievale. Ma la fede cristiana, profondamente radicata negli uomini e nelle donne di quei secoli, non diede origine soltanto a capolavori della letteratura teologica, del pensiero e della fede. Essa ispirò anche una delle creazioni artistiche più elevate della civiltà universale: le cattedrali, vera gloria del Medioevo cristiano. Infatti, per circa tre secoli, a partire dal principio del secolo XI si assistette in Europa a un fervore artistico straordinario.

Un antico cronista descrive così l’entusiasmo e la laboriosità di quel tempo: “Accadde che in tutto il mondo, ma specialmente in Italia e nelle Gallie, si incominciasse a ricostruire le chiese, sebbene molte, per essere ancora in buone condizioni, non avessero bisogno di tale restaurazione. Era come una gara tra un popolo e l’altro; si sarebbe creduto che il mondo, scuotendosi di dosso i vecchi cenci, volesse rivestirsi dappertutto della bianca veste di nuove chiese. Insomma, quasi tutte le chiese cattedrali, un gran numero di chiese monastiche, e perfino oratori di villaggio, furono allora restaurati dai fedeli” (Rodolfo il Glabro, Historiarum 3,4).

Vari fattori contribuirono a questa rinascita dell’architettura religiosa. Anzitutto, condizioni storiche più favorevoli, come una maggiore sicurezza politica, accompagnata da un costante aumento della popolazione e dal progressivo sviluppo delle città, degli scambi e della ricchezza. Inoltre, gli architetti individuavano soluzioni tecniche sempre più elaborate per aumentare le dimensioni degli edifici, assicurandone allo stesso tempo la saldezza e la maestosità. Fu però principalmente grazie all’ardore e allo zelo spirituale del monachesimo in piena espansione che vennero innalzate chiese abbaziali, dove la liturgia poteva essere celebrata con dignità e solennità, e i fedeli potevano sostare in preghiera, attratti dalla venerazione delle reliquie dei santi, mèta di incessanti pellegrinaggi.

Nacquero così le chiese e le cattedrali romaniche, caratterizzate dallo sviluppo longitudinale, in lunghezza, delle navate per accogliere numerosi fedeli; chiese molto solide, con muri spessi, volte in pietra e linee semplici ed essenziali. Una novità è rappresentata dall’introduzione delle sculture. Essendo le chiese romaniche il luogo della preghiera monastica e del culto dei fedeli, gli scultori, più che preoccuparsi della perfezione tecnica, curarono soprattutto la finalità educativa.

Poiché bisognava suscitare nelle anime impressioni forti, sentimenti che potessero incitare a fuggire il vizio, il male, e a praticare la virtù, il bene, il tema ricorrente era la rappresentazione di Cristo come giudice universale, circondato dai personaggi dell’Apocalisse. Sono in genere i portali delle chiese romaniche a offrire questa raffigurazione, per sottolineare che Cristo è la Porta che conduce al Cielo. I fedeli, oltrepassando la soglia dell’edificio sacro, entrano in un tempo e in uno spazio differenti da quelli della vita ordinaria. Oltre il portale della chiesa, i credenti in Cristo, sovrano, giusto e misericordioso, nell’intenzione degli artisti potevano gustare un anticipo della beatitudine eterna nella celebrazione della liturgia e negli atti di pietà svolti all’interno dell’edificio sacro.

Nel secoli XII e XIII, a partire dal nord della Francia, si diffuse un altro tipo di architettura nella costruzione degli edifici sacri, quella gotica, con due caratteristiche nuove rispetto al romanico, e cioè lo slancio verticale e la luminosità. Le cattedrali gotiche mostravano una sintesi di fede e di arte armoniosamente espressa attraverso il linguaggio universale e affascinante della bellezza, che ancor oggi suscita stupore. Grazie all’introduzione delle volte a sesto acuto, che poggiavano su robusti pilastri, fu possibile innalzarne notevolmente l’altezza.

Lo slancio verso l’alto voleva invitare alla preghiera ed era esso stesso una preghiera. La cattedrale gotica intendeva tradurre così, nelle sue linee architettoniche, l’anelito delle anime verso Dio. Inoltre, con le nuove soluzioni tecniche adottate, i muri perimetrali potevano essere traforati e abbelliti da vetrate policrome. In altre parole, le finestre diventavano grandi immagini luminose, molto adatte ad istruire il popolo nella fede. In esse - scena per scena – venivano narrati la vita di un santo, una parabola, o altri eventi biblici. Dalle vetrate dipinte una cascata di luce si riversava sui fedeli per narrare loro la storia della salvezza e coinvolgerli in questa storia.

Un altro pregio delle cattedrali gotiche è costituito dal fatto che alla loro costruzione e alla loro decorazione, in modo differente ma corale, partecipava tutta la comunità cristiana e civile; partecipavano gli umili e i potenti, gli analfabeti e i dotti, perché in questa casa comune tutti i credenti erano istruiti nella fede.

La scultura gotica ha fatto delle cattedrali una “Bibbia di pietra”, rappresentando gli episodi del Vangelo e illustrando i contenuti dell’anno liturgico, dalla Natività alla Glorificazione del Signore. In quei secoli, inoltre, si diffondeva sempre di più la percezione dell’umanità del Signore, e i patimenti della sua Passione venivano rappresentati in modo realistico: il Cristo sofferente (Christus patiens) divenne un’immagine amata da tutti, ed atta a ispirare pietà e pentimento per i peccati. Né mancavano i personaggi dell’Antico Testamento, la cui storia divenne in tal modo familiare ai fedeli che frequentavano le cattedrali come parte dell’unica, comune storia di salvezza.

Con i suoi volti pieni di bellezza, di dolcezza, di intelligenza, la scultura gotica del secolo XIII rivela una pietà felice e serena, che si compiace di effondere una devozione sentita e filiale verso la Madre di Dio, vista a volte come una giovane donna, sorridente e materna, e principalmente rappresentata come la sovrana del cielo e della terra, potente e misericordiosa. I fedeli che affollavano le cattedrali gotiche amavano trovarvi anche espressioni artistiche che ricordassero i santi, modelli di vita cristiana e intercessori presso Dio.

E non mancarono le manifestazioni “laiche” dell’esistenza; ecco allora apparire, qua e là, rappresentazioni del lavoro dei campi, delle scienze e delle arti. Tutto era orientato e offerto a Dio nel luogo in cui si celebrava la liturgia. Possiamo comprendere meglio il senso che veniva attribuito a una cattedrale gotica, considerando il testo dell’iscrizione incisa sul portale centrale di Saint-Denis, a Parigi: “Passante, che vuoi lodare la bellezza di queste porte, non lasciarti abbagliare né dall’oro, né dalla magnificenza, ma piuttosto dal faticoso lavoro. Qui brilla un’opera famosa, ma voglia il cielo che quest’opera famosa che brilla faccia splendere gli spiriti, affinché con le verità luminose s’incamminino verso la vera luce, dove il Cristo è la vera porta”.

Cari fratelli e sorelle, mi piace ora sottolineare due elementi dell’arte romanica e gotica utili anche per noi. Il primo: i capolavori artistici nati in Europa nei secoli passati sono incomprensibili se non si tiene conto dell’anima religiosa che li ha ispirati. Un artista, che ha testimoniato sempre l’incontro tra estetica e fede, Marc Chagall, ha scritto che “i pittori per secoli hanno intinto il loro pennello in quell'alfabeto colorato che era la Bibbia”. Quando la fede, in modo particolare celebrata nella liturgia, incontra l’arte, si crea una sintonia profonda, perché entrambe possono e vogliono parlare di Dio, rendendo visibile l’Invisibile. Vorrei condividere questo nell’incontro con gli artisti del 21 novembre, rinnovando ad essi quella proposta di amicizia tra la spiritualità cristiana e l’arte, auspicata dai miei venerati Predecessori, in particolare dai Servi di Dio Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Il secondo elemento: la forza dello stile romanico e lo splendore delle cattedrali gotiche ci rammentano che la via pulchritudinis, la via della bellezza, è un percorso privilegiato e affascinante per avvicinarsi al Mistero di Dio. Che cos’è la bellezza, che scrittori, poeti, musicisti, artisti contemplano e traducono nel loro linguaggio, se non il riflesso dello splendore del Verbo eterno fatto carne? Afferma sant’Agostino: “Interroga la bellezza della terra, interroga la bellezza del mare, interroga la bellezza dell’aria diffusa e soffusa. Interroga la bellezza del cielo, interroga l’ordine delle stelle, interroga il sole, che col suo splendore rischiara il giorno; interroga la luna, che col suo chiarore modera le tenebre della notte. Interroga le fiere che si muovono nell'acqua, che camminano sulla terra, che volano nell'aria: anime che si nascondono, corpi che si mostrano; visibile che si fa guidare, invisibile che guida. Interrogali! Tutti ti risponderanno: Guardaci: siamo belli! La loro bellezza li fa conoscere. Questa bellezza mutevole chi l’ha creata, se non la Bellezza Immutabile?” (Sermo CCXLI, 2: PL 38, 1134).

Cari fratelli e sorelle, ci aiuti il Signore a riscoprire la via della bellezza come uno degli itinerari, forse il più attraente ed affascinante, per giungere ad incontrare ed amare Dio.

4/ «Per molte persone la visita ai Musei Vaticani rappresenta, nel loro viaggio a Roma, il contatto maggiore, a volte unico, con la Santa Sede; è perciò un’occasione privilegiata per conoscere il messaggio cristiano. Si potrebbe dire che il patrimonio artistico della Città del Vaticano costituisce una sorta di grande «parabola» mediante la quale il Papa parla a uomini e donne di ogni parte del mondo, e quindi di molteplici appartenenze culturali e religiose, persone che magari non leggeranno mai un suo discorso o una sua omelia». Discorso di Benedetto XVI in occasione della proiezione del documentario “Arte e fede – via pulchritudinis”

Riprendiamo sul nostro sito il discorso di Benedetto XVI in occasione della proiezione del documentario “Arte e fede – via pulchritudinis”(25 ottobre 2012), pubblicato sull’Osservatore Romano (27 ottobre 2012), p. 7. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

[…]

I Musei Vaticani non sono nuovi ad iniziative che illustrano il legame tra arte e fede, a partire dal patrimonio conservato nelle Gallerie Pontificie. Diverse esposizioni sono state realizzate con questo tema, come pure alcuni audiovisivi. Tuttavia, il film che abbiamo visto si presenta come un contributo degno di speciale nota, soprattutto perché compare all’inizio dell’Anno della fede. Esso costituisce in effetti un contributo specifico e qualificato dei Musei Vaticani all’Anno della fede, e questo giustifica anche il grande impegno profuso a vari livelli. Come esplicitamente mette in risalto la parte finale del film, per molte persone la visita ai Musei Vaticani rappresenta, nel loro viaggio a Roma, il contatto maggiore, a volte unico, con la Santa Sede; è perciò un’occasione privilegiata per conoscere il messaggio cristiano. Si potrebbe dire che il patrimonio artistico della Città del Vaticano costituisce una sorta di grande «parabola» mediante la quale il Papa parla a uomini e donne di ogni parte del mondo, e quindi di molteplici appartenenze culturali e religiose, persone che magari non leggeranno mai un suo discorso o una sua omelia. Viene da pensare a quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: a voi i misteri del Regno di Dio vengono spiegati, mentre a quelli «di fuori» tutto è annunciato «in parabole» (cfr Mc 4,10-12). Il linguaggio dell’arte è un linguaggio parabolico, dotato di una speciale apertura universale: la «via Pulchritudinis» è una via capace di guidare la mente e il cuore verso l’Eterno, di elevarli fino alle altezze di Dio.

Ho molto apprezzato il fatto che nel film si faccia ripetutamente riferimento all’impegno dei Pontefici Romani per la conservazione e la valorizzazione del patrimonio artistico; e anche, nell’epoca contemporanea, per un rinnovato dialogo della Chiesa con gli artisti. La Collezione di Arte Religiosa Moderna dei Musei Vaticani è la dimostrazione vivente della fecondità di questo dialogo. Ma non solo essa. Tutto il grande organismo dei Musei Vaticani – si tratta in effetti di una realtà viva! – possiede anche questa dimensione che potremmo chiamare «evangelizzante». E ciò che appare, vale a dire le opere esposte, presuppone tutto un lavoro che non appare, ma che è indispensabile, per la loro migliore conservazione e fruizione.

Sono lieto, in particolare, di rendere omaggio alla grande sensibilità per il dialogo tra arte e fede del mio amato Predecessore il Beato Giovanni Paolo II: il ruolo che la Polonia occupa in questa produzione attesta i suoi meriti in questo campo.

Arte e fede: un binomio che accompagna la Chiesa e la Santa Sede da duemila anni, un binomio che anche oggi dobbiamo valorizzare maggiormente nell’impegno di portare agli uomini e alle donne del nostro tempo l’annuncio del Vangelo, del Dio che è Bellezza e Amore infinito.

Ringrazio nuovamente tutti coloro che, in diversi modi, hanno cooperato a realizzare questo film-documentario, ed auguro che esso susciti in molte persone il desiderio di conoscere meglio quella fede che sa ispirare tali e tante opere d’arte. Buona sera a tutti!

 

5/ La "via pulchritudinis", cammino di evangelizzazione e dialogo, Documento del Pontificio Consiglio della Cultura

Riprendiamo sul nostro sito il documento del Pontificio Consiglio della Cultura, La "via pulchritudinis", cammino di evangelizzazione e dialogo, redatto al termine dell’Assemblea plenaria del 27-28 marzo 2006. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

Pontificio Consiglio della Cultura

LA "VIA PULCHRITUDINIS", CAMMINO DI EVANGELIZZAZIONE E DIALOGO

INTRODUZIONE

Il tema scelto per l’Assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, che si è tenuta dal 27 al 28 marzo 2006, è in continuità con le precedenti assemblee, e in armonia con la missione del Dicastero che è quella di aiutare la Chiesa a trasmettere la fede in Cristo mediante una pastorale che risponda alle sfide della cultura contemporanea, specialmente all’indifferenza religiosa e alla non credenza (Motu proprio Inde a Pontificatus). Con progetti e proposte concrete, questo Consiglio desidera aiutare i pastori, seguendo la via pulchritudinis, come cammino di evangelizzazione delle culture e di dialogo con i non credenti, a condurre a Cristo, che è «la Via, la verità e la vita» (Gv 14,6).

I. UNA SFIDA CRUCIALE

La Plenaria del 2002 sul tema «Trasmettere la fede nel cuore delle culture, novo millennio ineunte»[5], e quella del 2004 su «La fede cristiana all’alba del nuovo millennio e la sfida della non credenza e dell’indifferenza religiosa»[6] hanno sottolineato l’urgenza di un nuovo slancio apostolico della Chiesa per evangelizzare le culture, attraverso una inculturazione effettiva del Vangelo.

1. La cultura segnata da una visione materialistica e atea caratteristica delle società secolarizzate, suscita un vero e proprio allontanamento, e talvolta una messa sotto accusa della religione, in particolare del cristianesimo e soprattutto un nuovo anti-cattolicesimo[7]. Molti vivono come se Dio non esistesse (Etsi Deus non daretur), come se la sua presenza e la sua parola non potessero influenzare in alcun modo la vita concreta delle persone e delle società. Essi hanno difficoltà ad affermare chiaramente la loro appartenenza religiosa: quest’ultima rientrerebbe esclusivamente nell’ambito della vita privata. L’esperienza religiosa, di conseguenza, è dissociata spesso da una chiara appartenenza ad una istituzione ecclesiale: alcuni credono senza appartenere, mentre altri appartengono senza dare segni visibili del loro credere.

2. Il fenomeno della nuova religiosità e le spiritualità emergenti, che si diffondono nel mondo, si ergono come una grande sfida per la nuova evangelizzazione: esse pretendono di rispondere meglio della Chiesa – o, comunque, meglio delle forme religiose tradizionali – alle attese spirituali, emotive e psicologiche dei nostri contemporanei e, attraverso riti sincretistici e pratiche esoteriche, esse toccano nel vivo l’emotività delle persone in una dinamica comunitaria pseudo-religiosa che, spesso, le soffoca, privandole addirittura della loro libertà e della loro dignità[8].

3. Se in alcuni paesi storicamente cristiani i praticanti non costituiscono più, come in un recente passato, la maggioranza della popolazione, essi rimangono una forza viva capace di testimoniare, con discernimento e coraggio, nel cuore di una cultura neopagana. Le Giornate mondiali della Gioventù, i grandi raduni in occasione dei Congressi eucaristici nonché nei santuari mariani, il proliferare dei luoghi di risveglio spirituale e il bisogno sempre più forte di soggiorni silenziosi nelle foresterie dei monasteri, la riscoperta delle antiche vie di pellegrinaggio e il fiorire di una moltitudine di nuovi movimenti religiosi che raggiungono giovani e adulti, le folle immense che si sono accalcate a Roma alla morte di Giovanni Paolo II e all’elezione di Benedetto XVI, sono altrettanti segni di speranza: «Sì, la Chiesa è viva - testimoniava il Santo Padre nella sua omelia per la messa d’inizio del Pontificato - questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni. Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa [Giovanni Paolo II] questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro. La Chiesa è viva e noi lo vediamo: noi sperimentiamo la gioia che il Risorto ha promesso ai suoi»[9].

II. LA CHIESA PROPONE UNA RISPOSTA: LA VIA PULCHRITUDINIS

II.1 Accettare la sfida

Di fronte alle sfide storiche, sociali, culturali e religiose raccolte nelle due precedenti Assemblee plenarie, quali aspetti della pastorale la Chiesa è chiamata a privilegiare nel suo dialogo apostolico con gli uomini e le donne del nostro tempo, specialmente i non credenti e gli indifferenti?

La Chiesa compie la sua missione che è quella di portare gli uomini a Cristo Salvatore mediante la condivisione della Parola di Dio e il dono dei Sacramenti della Grazia. Per meglio raggiungerli, attraverso una pastorale della cultura, adattata alla luce del Cristo contemplato nel mistero della sua Incarnazione (cf. Gaudium et spes, n. 22), essa scruta i segni dei tempi e vi trova preziose indicazioni per gettare «ponti» che permettano di incontrare il Dio di Gesù Cristo attraverso un itinerario di amicizia in un dialogo di verità.

In tale prospettiva, la Via pulchritudinis si presenta come un itinerario privilegiato per raggiungere molti di coloro che hanno grandi difficoltà a ricevere l’insegnamento, soprattutto morale, della Chiesa. Troppo spesso, in questi ultimi decenni, la verità ha risentito del fatto di essere strumentalizzata dall’ideologia e la bontà di essere «orizzontalizzata», ridotta ad essere unicamente un atto sociale, come se la carità verso il prossimo potesse fare a meno di attingere la propria forza all’amore di Dio. Il relativismo, che trova nel pensiero debole una delle sue espressioni più forti, contribuisce, peraltro, a rendere difficile un confronto vero, serio e ragionevole.

La Via della bellezza, a partire dall’esperienza semplicissima dell’incontro con la bellezza che suscita stupore, può aprire la strada della ricerca di Dio e disporre il cuore e la mente all’incontro col Cristo, Bellezza della Santità Incarnata offerta da Dio agli uomini per la loro Salvezza. Essa invita i nuovi Agostino del nostro tempo, cercatori insaziabili d’amore, di verità e di bellezza, ad elevarsi dalla bellezza sensibile alla Bellezza eterna e a scoprire con fervore il Dio Santo Artefice di ogni bellezza.

Non tutte le culture sono in ugual misura aperte al Trascendente e ad accogliere la rivelazione cristiana. Allo stesso modo, tutte le espressioni del bello – o di ciò che ritiene di esserlo – sono lungi dal favorire l’accoglienza del messaggio di Cristo e l’intuizione della sua divina bellezza. Le culture, come le espressioni artistiche e le manifestazioni estetiche, sono segnate dal peccato e possono attirare, perfino catturare l’attenzione fino a farla ripiegare su se stessa suscitando nuove forme di idolatria. Non siamo troppo spesso messi di fronte a fenomeni di vera decadenza in cui l’arte e la cultura si snaturano fino a ferire l’uomo nella sua dignità? Il bello non può essere ridotto ad un semplice piacere dei sensi: sarebbe rifiutarsi di avere piena coscienza della sua universalità, del suo valore supremo, altamente trascendente. La sua percezione richiede un’educazione, poiché la bellezza non è autentica se non nel suo rapporto con la verità – d’altronde, di che cosa sarebbe lo splendore, se non della verità? – ed essa è, al tempo stesso, «l’espressione visibile del bene, come il bene è la condizione metafisica della bellezza»[10] - «Il bello non è forse la strada più sicura per raggiungere il bene?», si chiedeva Max Jacob. Ampiamente accessibile a tutti, la Via della bellezza non è, tuttavia, priva di ambiguità e di deviazioni. Sempre dipendente dalla soggettività umana, essa può essere ridotta ad un estetismo effimero, lasciarsi strumentalizzare ed asservire dalle mode attraenti della società dei consumi. Da ciò nasce l’urgente missione di educare a discernere tra “uti” e “frui”, cioè tra un rapporto con le cose e le persone fondato unicamente sulla funzionalità – uti -, e la relazione credibile e affidabile – frui -, radicata coraggiosamente sulla bellezza della gratuità, memori di quanto scrive Agostino nel suo “De catechizandis rudibus”: “Nulla est enim maior ad amorem invitatio quam praevenire amando” – Non c’è invito più grande all’amore che precedere amando (Lib. I, 4.7, 26).

Perciò, è necessario chiarire che cos’è in che consiste la Via pulchritudinis: di quale bellezza si tratta, che permetta di trasmettere la fede mediante la sua capacità di raggiungere il cuore delle persone, di esprimere il mistero di Dio e dell’uomo, di presentarsi come un autentico «ponte», spazio libero per camminare con gli uomini e le donne del nostro tempo che sanno o imparano ad apprezzare il bello, e aiutarli ad incontrare la bellezza del Vangelo di Cristo che la Chiesa deve, per sua missione, annunciare a tutti gli uomini di buona volontà.

II.2 In che modo la via pulchritudinis può essere una risposta della Chiesa alle sfide del nostro tempo?

Il Papa Giovanni Paolo II, instancabile indagatore dei segni dei tempi, indica la via nella sua Enciclica Fides et ratio: «Mentre non mi stanco di richiamare l’urgenza di una nuova evangelizzazione, mi appello ai filosofi perché sappiano approfondire le dimensioni del vero, del buono e del bello, a cui la parola di Dio dà accesso. Ciò diventa tanto più urgente, se si considerano le sfide che il nuovo millennio sembra portare con sé: esse investono in modo particolare le regioni e le culture di antica tradizione cristiana. Anche questa attenzione deve considerarsi  come un apporto fondamentale e originale sulla strada della nuova evangelizzazione»[11].

Questo appello ai filosofi può sorprendere, ma la via pulchritudinis non è forse una via veritatis sulla quale l’uomo si impegna per scoprire la bonitas del Dio d’amore, fonte di ogni bellezza, di ogni verità e di ogni bontà? Il bello, come pure il vero o il bene, ci conduce a Dio, Verità prima, Bene supremo e Bellezza stessa. Ma il bello dice più del vero o del bene. Dire di un essere che è bello non significa solo riconoscergli una intelligibilità che lo rende amabile. È dire, nello stesso tempo, che specificando la nostra conoscenza, esso ci attira, anzi ci cattura attraverso un influsso capace di suscitare meraviglia. Se esso esprime un certo potere di attrazione, ancor più, forse, il bello esprime la realtà stessa nella perfezione della sua forma. Esso ne è l’epifania. Esso la manifesta esprimendo la sua intima chiarezza[12]. Se il bene esprime il desiderabile, il bello esprime ancor più lo splendore e la luce di una perfezione che si manifesta[13].

La via pulchritudinis è una via pastorale che non si può ridurre ad un approccio filosofico. Ma lo sguardo del metafisico ci aiuta a capire perché la bellezza è una via regale per condurre a Dio. Nel suggerirci chi Egli è, essa suscita in noi il desiderio di goderne nella pace della contemplazione, non soltanto perché Lui solo può soddisfare le nostre intelligenze e i nostri cuori, ma anche perché Egli contiene in se stesso la perfezione dell’Essere, fonte armoniosa e inesauribile di chiarezza e di luce. Per giungervi, è importante saper compiere il passaggio «dal fenomeno al fondamento». È di nuovo l’appello del papa filosofo: «Ovunque l’uomo scopre la presenza di un richiamo all’assoluto e al trascendente, lì gli si apre uno spiraglio verso la dimensione metafisica del reale: nella verità, nella bellezza, nei valori morali, nella persona altrui, nell’essere stesso, in Dio. Una grande sfida che ci aspetta al termine di questo millennio è quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; anche quando questa esprime e rende manifesta l’interiorità dell’uomo e la sua spiritualità, è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge»[14].

Questo passaggio dal fenomeno al fondamento non avviene spontaneamente per chi non sia in grado di passare dal visibile all’invisibile perché una certa abitudine alla bruttezza, al cattivo gusto, alla volgarità, si vede promossa sia dalla pubblicità sia da alcuni «artisti folli» che fanno dell’immondo e del brutto un valore, al fine di suscitare scandalo. I fiori capziosi del male affascinano: «Vieni dal cielo profondo o esci dall’abisso, o Bellezza?», si chiede Baudelaire. E Dmitrij Karamazov confida a suo fratello Alëša: «La Bellezza è una cosa terribile. È la lotta tra Dio e Satana e il campo di battaglia è il mio cuore». Se la bellezza è l’immagine di Dio creatore, essa è anche figlia di Adamo ed Eva e, sulla loro scia, segnata dal peccato. L’uomo spesso rischia di lasciarsi intrappolare dalla bellezza presa in se stessa, icona divenuta idolo, mezzo che inghiottisce il fine, verità che imprigiona, trappola in cui cade un gran numero di persone, per mancanza di un’adeguata formazione della sensibilità e di una corretta educazione alla bellezza.

Percorrere la Via pulchritudinis implica impegnarsi a educare i giovani alla bellezza, aiutarli sviluppare uno spirito critico di fronte all’offerta della cultura mediatica, e a plasmare la loro sensibilità e il loro carattere per elevarli e condurli ad una reale maturità. La «cultura kitsch» non è caratteristica di una certa paura di sentirsi spinto ad una profonda trasformazione? Dopo aver a lungo rifiutato questa «passione», Sant’Agostino ricorda la trasformazione profonda dell’anima grazie all’incontro con la bellezza di Dio: nelle Confessioni egli ripensa con tristezza e amarezza al tempo perduto e alle occasioni mancate e, in pagine indimenticabili, rivede il suo percorso tormentato alla ricerca della verità e di Dio. Ma, in una specie di illuminazione nell’evidenza, egli ritrova Dio e lo coglie come «la Verità in persona» (X, 24), fonte di gioia pura e di autentica felicità: «Tardi t’amai, bellezza così antica, così nuova, tardi t’amai! Ed ecco, tu eri dentro di me ed io fuori di me ti cercavo e mi gettavo deforme sulle belle forme della tua creazione… Tu hai chiamato e gridato, hai spezzato la mia sordità, hai brillato e balenato, hai dissipato la mia cecità, hai sparso la tua fragranza ed io respirai, ed ora anelo verso di te; ti ho gustata ed ora ho fame e sete, mi hai toccato, ed io arsi nel desiderio della tua pace»[15]. Quest’esperienza dell’incontro con il Dio della Bellezza è un avvenimento vissuto nella totalità dell’essere e non solo nella sensibilità. Di qui la confessione del De musica (6, 13, 38): «Num possumus amare nisi pulchra? – Che altro si  può amare se non le cose belle?».

II.3 La Via pulchritudinis, via verso la Verità e la Bontà

Proponendo un’estetica teologica, Hans Urs von Balthasar intendeva aprire gli orizzonti del pensiero alla meditazione e alla contemplazione della bellezza di Dio, del suo mistero e del Cristo in cui Egli si rivela. Nell’introduzione al primo volume della sua opera magistrale, Gloria, il teologo cita la parola bellezza «che per noi sarà la prima» e ne esprime la portata in rapporto al bene che «anche ha perduto la sua forza di attrazione» e in cui «gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica»[16]. Parallelamente, con altre preoccupazioni, Aleksandr I. Solženicyn nota con accento profetico, nel suo Discorso per la consegna del Premio Nobel per la Letteratura: «Questa antica triunità della Verità, del Bene e della Bellezza non è semplicemente una caduca formula da parata, come ci era sembrato ai tempi della nostra presuntuosa giovinezza materialistica. Se, come dicevano i sapienti, le cime di questi tre alberi si riuniscono, mentre i germogli della Verità e del Bene, troppo precoci e indifesi, vengono schiacciati, strappati e non giungono a maturazione, forse strani, imprevisti, inattesi saranno i germogli della Bellezza a spuntare e crescere nello stesso posto e saranno loro in tal modo a compiere il lavoro per tutti e tre»[17].

Così, ben lungi dal rinunciare a proporre la Verità e il Bene che sono nel cuore del Vangelo, bisogna seguire una via che permetta ad essi di raggiungere il cuore dell’uomo e delle culture[18]. Il mondo ne ha urgente bisogno, come sottolineava Papa Paolo VI nel suo vibrante Messaggio agli Artisti dell’8 dicembre 1965, alla chiusura del Concilio Ecumenico Vaticano II: «Questo mondo nel quale noi viviamo ha bisogno di bellezza per non cadere nella disperazione. La bellezza, come la verità, mette la gioia nel cuore degli uomini ed è un frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione»[19]. Contemplata con animo puro, la bellezza parla direttamente al cuore, eleva interiormente dallo stupore alla meraviglia, dall’ammirazione alla gratitudine, dalla felicità alla contemplazione. Perciò, crea un terreno fertile per l’ascolto e il dialogo con l’uomo e per afferrarlo interamente, mente e cuore, intelligenza e ragione, capacità creatrice e immaginazione. Essa, infatti, difficilmente lascia indifferenti: suscita emozioni, mette in moto un dinamismo di profonda trasformazione interiore che genera gioia, sentimento di pienezza, desiderio di partecipare gratuitamente a questa stessa bellezza, di appropriarsene interiorizzandola e inserendola nella propria concreta esistenza.

La via della bellezza risponde all’intimo desiderio di felicità che alberga nel cuore di ogni uomo. Essa apre orizzonti infiniti, che spingono l’essere umano ad uscire da se stesso, dalla routine e dall’effimero istante che passa, ad aprirsi al Trascendente e al Mistero, a desiderare, come scopo ultimo del suo desiderio di felicità e della sua nostalgia di assoluto, questa Bellezza originale che è Dio stesso, Creatore di ogni bellezza creata. Molti Padri hanno fatto riferimento a ciò durante il Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia, nell’ottobre 2005. L’uomo nel suo intimo desiderio di felicità, può trovarsi messo di fronte al male della sofferenza e della morte. Allo stesso modo, le culture sono talvolta messe di fronte a dei fenomeni analoghi di ferite, che possono condurre fino alla loro scomparsa. La voce della bellezza aiuta ad aprirsi alla luce della verità, e illumina così la condizione umana aiutandola a cogliere il significato del dolore. In questo modo, essa favorisce la guarigione di queste ferite.

III. LE  VIE  DELLA  BELLEZZA

Tre sviluppi si offrono a noi come vie privilegiate della Via pulchritudinis, per dialogare con le culture contemporanee:

III.1   La bellezza della creazione

III.2   La bellezza delle arti

III.3   La bellezza di Cristo, modello e prototipo della santità cristiana

La Bellezza di Dio, rivelata dalla bellezza singolare di suo Figlio, costituisce l’origine e il fine di tutto il creato. Se è possibile partire dal grado più elementare, per poi risalire, secondo un dinamismo inscritto nelle Sacre Scritture, dalla bellezza sensibile della natura alla Bellezza del Creatore, quest’ultima risplende in maniera unica sul volto di Cristo e su quello di sua Madre e dei santi. Per il cristiano «creazione» è inseparabile da «ricreazione», poiché se Dio ha giudicato buona e bella l’opera dei sei giorni (cf. Gn 1), il peccato, con il disordine, ha introdotto la bruttezza della morte e del male. «Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!», canta la liturgia di Pasqua: la Grazia, che si riversa sul mondo dal costato aperto di Cristo Salvatore, purifica e introduce in tutt’altra bellezza il mondo salvato che attende gemendo l’ora della trasformazione finale (Rm 8, 22).

III.1   La bellezza della creazione

La Scrittura sottolinea il valore simbolico della bellezza del mondo che ci circonda: «Davvero stolti per natura tutti gli uomini che vivevano nell’ignoranza di Dio, e dai beni visibili non riconobbero colui che è, non riconobbero l’artefice, pur considerandone le opere…Se…li hanno presi per dèi, pensino quanto è superiore il loro Signore, perché li ha creati lo stesso autore della bellezza» (Sap 13, 1.3). C’è, tuttavia, un abisso tra la bellezza ineffabile di Dio e le sue vestigia nella creazione, pertanto l’autore sacro non ritiene inutile precisare il quadro di tale «dialettica ascendente»: «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (v. 5). Occorre, perciò, superare le forme visibili delle cose della natura, per risalire fino al loro Autore invisibile, il Tutt’Altro, che noi professiamo nel Credo: «Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra».

A) La meraviglia davanti alla bellezza della creazione. «La natura è un tempio in cui dei pilastri vivi lasciano talvolta uscire confuse parole…» Se i poeti sono, con Baudelaire[20], particolarmente sensibili alle bellezze della creazione e al loro misterioso linguaggio, è perché dalla contemplazione di un paesaggio al tramonto, delle cime dei monti innevate sotto il cielo stellato, dei campi coperti di fiori inondati di luce, del rigoglio delle piante e delle specie animali nasce una varietà di sentimenti che ci invitano a «leggere dall’interno – intus-legere», per raggiungere dal visibile l’invisibile e dare risposta alle domande: chi è questo artefice dall’immaginazione così potente all’origine di tanta bellezza e grandezza, di una simile profusione di esseri  nel cielo e sulla terra?[21].

Nello stesso tempo la contemplazione delle bellezze della creazione suscita la pace interiore e affina il senso dell’armonia e il desiderio di una vita bella. Nell’uomo religioso, lo stupore e l’ammirazione si trasformano in atteggiamenti interiori più spirituali: l’adorazione, la lode e l’azione di grazie verso l’Autore di tali bellezze. Così il salmista: «Se guardo il tuo cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi? Eppure l’hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi… O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!» (Sal 8, 4-7.10). Giovanni Scoto Eriugena e la tradizione francescana, con san Bonaventura[22], riconoscono una dimensione «sacramentale» alla creazione, che porta in se stessa le tracce delle sue origini. Inoltre, la natura stessa è considerata come un’allegoria, e ogni realtà creata simbolo del suo Creatore .

B) Dalla creazione alla ricreazione. Tra le creature ce n’è una che presenta una certa somiglianza con Dio: l’uomo, creato «a sua immagine e somiglianza». Con la sua anima spirituale, egli porta in sé un «germe d’eternità irriducibile alla sola materia» (Gaudium et spes, 18). Ma l’immagine è stata alterata dal primo peccato, veleno che indebolisce la volontà nel suo orientamento verso il bene e, quindi, offusca l’intelligenza e vizia la sensibilità. La bellezza dell’anima, assetata di verità e slancio verso il beneamato, perde il suo splendore e diventa capace di operare il male, il brutto: un bambino testimone di un’azione cattiva non dice spontaneamente: «Non è bello»? Così la bruttezza – e dunque a fortiori il bene – appare nel campo della morale e si riflette sull’uomo, suo soggetto. Con il peccato, questi ha perso la sua bellezza e si vede nudo fino a provarne vergogna. La venuta del Redentore lo riporta alla sua bellezza originaria, anzi lo riveste di una bellezza nuova: la bellezza inimmaginabile della creatura elevata alla filiazione divina, la trasfigurazione promessa dell’anima redenta ed innalzata dalla grazia, lo splendore in tutte le fibre del suo corpo chiamato a resuscitare.

Se Cristo, Nuovo Adamo, «svela pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes, 22), lo sguardo cristiano sulla bellezza della creazione trova il suo compimento nella sconvolgente notizia della ricreazione: il Cristo, rappresentazione perfetta della gloria del Padre, comunica all’uomo la sua pienezza di grazia. Egli lo rende «grazioso» vale a dire bello e gradito a Dio. L’Incarnazione è il centro focale, la giusta prospettiva in cui la bellezza assume il suo significato ultimo: «”Immagine del Dio invisibile” (Col 1, 15), Cristo Signore è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato. Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata, per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata ad una dignità sublime. Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo». Torneremo ancora su questo argomento, la bellezza della santità che emana dall’uomo conformato a Cristo, sotto il soffio dello Spirito Santo, è una delle più belle testimonianze in grado di scuotere i più indifferenti e di far sentire loro il passaggio di Dio nella vita degli uomini.

In un’azione di grazie continua, il cristiano loda il Cristo che gli ha ridato vita e si lascia trasfigurare da questo dono glorioso che gli viene fatto. I nostri occhi avidi di bellezza si lasciano attrarre dal Nuovo Adamo, vera icona del Padre eterno, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1, 3). Ai «puri di cuore» ai quali è stato promesso che vedranno Dio faccia a faccia, Cristo concede già di intravedere la luce della gloria nel cuore stesso della notte della fede.

C) La creazione, utilizzata o idolatrata. Sono, tuttavia, numerosi gli uomini e le donne che vedono la natura e il cosmo solo nella loro materialità visibile, universo muto che avrebbe il solo destino di obbedire alle fredde e immutabili leggi fisiche, senza evocare nessun’altra bellezza, ancor meno un Creatore. In una cultura in cui lo scientismo impone i limiti del suo metodo di osservazione fino a farne il criterio esclusivo di conoscenza, il cosmo viene ridotto ad essere soltanto un immenso serbatoio al quale l’uomo attinge fino ad esaurirlo, in funzione dei suoi bisogni crescenti, smisurati.

Il Libro della Sapienza mette in guardia contro tale miopia che San Paolo denuncia come un «peccato di orgoglio e di presunzione» (Rm 1, 20-23). Del resto, la creazione non è muta: i fenomeni naturali straordinari, talvolta tragici, registrati in questi ultimi anni, e i disastri ecologici che si moltiplicano senza tregua, determinano una nuova comprensione della natura, delle sue leggi, della sua armonia. Risulta sempre più evidente, per molti dei nostri contemporanei, che la natura non può né deve essere manipolata senza rispetto.

Non bisogna, però, fare della natura un assoluto, addirittura un idolo, come avviene in alcuni gruppi neopagani: il suo valore non può oltrepassare la dignità dell’uomo chiamato ad esserne il custode.

Proposte pastorali

Una particolare attenzione alla natura aiuta a scoprire in essa lo specchio della bellezza di Dio. Pertanto è urgente promuovere una maggiore attenzione nei confronti della creazione e della sua bellezza, sia nella formazione umana sia in quella cristiana, evitando di ridurla a semplice ecologismo, addirittura ad una visione panteista. Alcuni movimenti – scoutismo, Azione Cattolica Ragazzi (ACR) – si impegnano ad educare  all’osservazione della natura e a sensibilizzare alla sua protezione. Essi aiutano i giovani a scoprire il progetto creatore di Dio, nel momento in cui destano in loro i sentimenti legati alla meraviglia, all’adorazione e all’azione di grazie. Bisognerà essere attenti a metter in luce la duplice dimensione dell’ascolto:

ascolto della creazione che narra la gloria di Dio,

- e ascolto di Dio che ci parla attraverso la sua creazione e si rende accessibile alla ragione, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano I (Dei Filius, Ch. 2, can. 1).        

La catechesi, nel suo sforzo di formazione dei bambini e dei giovani, trae vantaggio a sviluppare una pedagogia dell’osservazione delle bellezze naturali e degli atteggiamenti umani fondamentali che vi si riferiscono: silenzio, ascolto, ammirazione, interiorizzazione, pazienza nell’attesa, scoperta dell’armonia, rispetto dell’equilibrio naturale, senso della gratuità, adorazione e contemplazione.

L’insegnamento di una autentica filosofia della natura e di una bella teologia della Creazione meriterebbe un nuovo slancio in una cultura in cui il dialogo tra scienza e fede è di particolare importanza, in cui gli intellettuali hanno il dovere di possedere un minimo di conoscenze epistemologiche e gli scienziati misconoscono troppo spesso l’immenso profitto che si può trarre dalla sapienza cristiana[23]. I pregiudizi scientisti e il fideismo sono ancora troppo spesso presenti nella mentalità comune, perciò è di fondamentale importanza suscitare a tutti i livelli – negli Istituti scolastici cattolici, gli Istituti di formazione, le Università, i Centri Culturali Cattolici, ecc. – occasioni di incontro e di dialogo tra uomini di scienza e di fede. In questo quadro, il Giubileo degli Scienziati, celebrato durante il Grande Giubileo del 2000, ha fatto sorgere nuove iniziative culturali destinate a rinnovare il dialogo tra scienza e fede[24]. Tra queste, il progetto STOQ (Science, Theology and Ontological Quest), promosso dal Pontificio Consiglio della Cultura in collaborazione con diverse Università pontificie. Per altro, ogni branca del sapere – filosofia, teologia, scienze umane e sociali, psicologia – può contribuire allo svelamento della bellezza di Dio e della sua creazione.

Le azioni in favore della difesa della natura, dell’habitat naturale, organizzate da comunità cristiane o da famiglie religiose che si ispirano all’esempio di San Francesco che «contemplava il Bellissimo nelle cose belle»[25], hanno una certa eco e contribuiscono allo sviluppo di una visione meno «idolatrica» della natura. La Lettera pastorale dei Vescovi Australiani del Queensland dal titolo suggestivo: Let the Many Coastlands Be Glad! A Pastoral Letter on the Great Barrier Reef, ne è un esempio. È importante moltiplicare le iniziative per trasmettere, nella cultura contemporanea, il senso del valore autentico della natura, della sua bellezza e della sua potenza simbolica e della sua capacità di far scoprire l’opera creatrice di Dio.

III.2  La bellezza delle arti

Se la natura e il cosmo sono espressione della bellezza del Creatore e introducono alla soglia di un silenzio tutto contemplativo, la creazione artistica possiede la capacità di evocare l’indicibile del mistero di Dio. L’opera d’arte non è «la bellezza», ma ne è l’espressione e, se obbedisce a dei canoni per natura fluttuanti - ogni arte è legata ad una cultura -, essa possiede un carattere intrinseco di universalità. La bellezza artistica suscita emozione interiore, provoca nel silenzio il rapimento e conduce all’«uscita da sé», all’estasi.

Per il credente, la bellezza trascende l’estetica e il bello trova il suo archetipo in Dio. La contemplazione di Cristo nel suo mistero d’Incarnazione e Redenzione è la fonte viva alla quale l’artista cristiano attinge la propria ispirazione per esprimere il mistero di Dio e il mistero dell’uomo salvato in Gesù Cristo. Ogni opera d’arte cristiana ha un senso: essa è, per natura, un «simbolo», una realtà che rimanda al di là di se stessa, che aiuta ad avanzare sulla via che rivela il senso, l’origine e la meta del nostro cammino terreno. La sua bellezza è caratterizzata dalla sua capacità di provocare il passaggio dal «per sé» al «più grande di sé». Tale passaggio si realizza in Gesù Cristo, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6), la «Verità tutta intera» (Gv 16, 13).

A) La bellezza suscitata dalla fede. Le opere d’arte di ispirazione cristiana, che costituiscono una parte incomparabile del patrimonio artistico e culturale dell’umanità, sono oggetto di una vera infatuazione da parte di folle di turisti, credenti o non credenti, agnostici o indifferenti al fatto religioso. Tale fenomeno è  in continuo aumento e raggiunge tutte le categorie della popolazione, senza distinzione di cultura e di religione. La cultura, nel senso di «patrimonio spirituale», si è fortemente «democratizzata»: grazie agli sviluppi straordinari della tecnologia, le opere d’arte si sono avvicinate al «popolo». Ormai, un minuscolo apparecchio elettronico può contenere tutta l’opera di Mozart o Bach, come pure sono alla portata di tutti decine di migliaia di miniature della Biblioteca Vaticana  messe su un disco video digitale.

Il volto di Cristo, nella sua singolare bellezza, le scene del Vangelo e i grandi avvenimenti profetici dell’Antico Testamento, il Golgota, la Vergine col Bambino e la Vergine Addolorata hanno rappresentato nel corso dei secoli una sorgente feconda di ispirazione per gli artisti cristiani. In una straordinaria ricchezza immaginativa, questi si sforzano, attraverso una ricerca continua e continuamente rinnovata, di rappresentare la bellezza di Dio rivelata nel Cristo e di renderla più vicina, quasi tangibile e visibile. In qualche modo, l’artista prolunga la Rivelazione operando con le forme, le immagini, i colori o le sonorità. Mostrando quanto è bello Dio, dice quanto egli lo è per l’uomo, come suo proprio bene e verità ultima della sua esistenza. La bellezza cristiana è portatrice di una verità più grande del cuore dell’uomo, verità che supera il linguaggio umano e indica il suo Bene, l’unico essenziale.

I Cardinali di Santa Romana Chiesa non hanno forse percepito tutta la terribile bellezza del Giudizio Universale di Michelangelo, nella Cappella Sistina, nell’atto di eleggere il nuovo Romano Pontefice? Le cattedrali e le chiese d’Oriente e d’Occidente non toccano forse l’apice dello splendore quando una liturgia rifulgente di bellezza vi è celebrata da tutto un popolo ivi radunato? E le abbazie e i monasteri non diventano delle oasi di pace quando vi risuonano le melodie immutabili che, nel corso dei secoli, svolgono la loro funzione di lode, di supplica e di azione di grazie? Tanti uomini e donne, di tutte le epoche e di tutte le culture, hanno provato una profonda emozione fino ad aprire il loro cuore a Dio, contemplando il volto di Cristo in Croce, come a suo tempo Francesco d’Assisi, ascoltando una Passione o un Te Deum oppure inginocchiandosi davanti ad una pala d’altare d’oro o ad una icona bizantina.

Il Papa Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli artisti, ha chiamato ad una nuova epifania della bellezza e ad un nuovo dialogo fede e cultura tra la Chiesa e l’arte, sottolineando il bisogno reciproco dell’una e dell’altra e la fecondità della loro alleanza millenaria dalla quale scaturisce quella «creazione  nella bellezza» di cui Platone già parlava nel Simposio[26].

Se l’ambiente culturale condiziona fortemente l’artista, allora sorge la domanda: come essere custodi della bellezza, secondo l’auspicio di von Balthasar, in questa cultura artistica contemporanea in cui la seduzione erotica onnipresente ipertrofizza gli istinti, inquina l’immaginario e inibisce le facoltà spirituali? In fondo, salvare la bellezza non è salvare l’uomo? Non è, questo, il ruolo della Chiesa, «esperta in umanità»?

B) Imparare ad accogliere questa bellezza. Le opere d’arte ispirate dalla fede cristiana – pitture e mosaici, sculture e architetture, avori e argenti, opere di poesia e prosa, opere musicali e teatrali, cinematografiche e coreografiche e tante altre ancora – hanno un potenziale enorme, sempre attuale, che non si lascia alterare dal tempo che passa: esso consente di comunicare in maniera intuitiva e piacevole la grande esperienza della fede, dell’incontro con Dio in Cristo, nel quale si svela il mistero dell’amore di Dio e l’identità profonda dell’uomo.

Rivolgendosi agli artisti nella Cappella Sistina, il 7 maggio 1964, il Papa Paolo VI denunciava il «divorzio» tra l’arte e il sacro, caratteristico del XX secolo, e osservava che oggi numerosi artisti incontrano grandissime difficoltà a trattare i temi cristiani per mancanza di formazione e di esperienza  riguardo alla fede cristiana[27]. La bruttezza di certe chiese e delle loro decorazioni, la loro inadattabilità alla celebrazione liturgica, sono le conseguenze di tale divorzio, di una lacerazione che richiede una cura perché venga sanata. Perciò, è importante rimediare all’ignoranza crescente nel campo della cultura religiosa, per consentire all’arte cristiana del passato e del presente di aprire a tutti la via pulchritudinis[28]. Per essere pienamente «recepita» e capita, l’opera d’arte cristiana ha bisogno di essere letta alla luce della Bibbia e dei testi fondamentali della Tradizione ai quali si riferisce l’esperienza di fede. Se la bellezza va espressa, ne dobbiamo ancora imparare il particolare linguaggio, che suscita ammirazione, emozione e conversione. Se esiste un linguaggio della bellezza, quello dell’opera d’arte cristiana non trasmette soltanto il messaggio dell’artista, ma la verità del mistero di Dio meditato da una persona che di esso ci dà la sua propria lettura, non già per glorificarsi, bensì per glorificarne la Sorgente. L’analfabetismo biblico sterilizza la capacità di comprensione dell’arte cristiana.

Del resto, uno sforzo congiunto dev’essere fatto per superare difficoltà dovute ad un certo clima culturale creato da una critica d’arte ampiamente influenzata da ideologie materialistiche: mettere in evidenza soltanto l’aspetto estetico-formale delle opere, senza interesse per il loro contenuto che ha ispirato tanta bellezza, rende sterile l’arte, inaridisce il flusso vivificante della vita spirituale per rinchiuderla nella sola emozione sensibile.

C) L’arte sacra, strumento di evangelizzazione e di catechesi. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II definiva il patrimonio artistico ispirato dalla fede cristiana «un formidabile strumento di catechesi», fondamentale per «rilanciare il messaggio universale della bellezza e della bontà» (Ai Vescovi di Toscana, 11 marzo 1991). In sintonia con lui, il Cardinale Ratzinger, nella sua veste di Presidente della Commissione speciale preparatoria del Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica, motivava così l’introduzione caratteristica delle immagini in questa opera: «… anche l’immagine è  predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza, presentandoli nello splendore del colore e nella perfezione della bellezza. È un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di  più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico»[29].

Il documento del Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura, auspica «Nella nostra cultura, contraddistinta da un diluvio di immagini spesso banali e brutali, quotidianamente riversate dalle televisioni, dai film e dalle videocassette, un’alleanza feconda tra il Vangelo e l’arte» per «nuove epifanie di bellezza, nate dalla contemplazione del Cristo, Dio fatto uomo, dalla meditazione dei suoi misteri, dal loro irraggiamento nella vita della Vergine Maria e dei santi»(n. 36).

Il forte potere di comunicare, dell’arte sacra, rende quest’ultima capace di oltrepassare le barriere e i filtri dei pregiudizi per raggiungere il cuore degli uomini e delle donne di altre culture e religioni, e dar loro modo di cogliere l’universalità del messaggio di Cristo e del suo Vangelo. Perciò, quando un’opera d’arte ispirata dalla fede viene offerta al pubblico nel quadro della sua funzione religiosa, essa si rivela come una «via», un «cammino di evangelizzazione e di dialogo» che dà la possibilità di godere del patrimonio vivo del cristianesimo e, nel contempo, della fede cristiana stessa.

Rileggere le opere d’arte cristiane, grandi o piccole, artistiche o musicali, e ricollocarle nel loro contesto, approfondendo i loro vincoli vitali con la vita della Chiesa, in particolare con la liturgia, vuol dire far «parlare» di nuovo tali opere, consentendo ad esse di trasmettere il messaggio che ne ha ispirato la creazione. La via pulchritudinis, prendendo la via delle arti, conduce alla veritas della fede, a Cristo stesso, divenuto «con l’Incarnazione, icona del Dio invisibile». Giovanni Paolo II non ha esitato a manifestare la sua «convinzione che, in un certo senso, l’icona è un sacramento: analogamente, infatti, a quanto avviene nei Sacramenti, essa rende presente il mistero dell’Incarnazione nell’uno o nell’altro suo aspetto»[30].

Le opere d’arte cristiane offrono al credente un tema di riflessione e un aiuto per entrare in contemplazione in una preghiera intensa, attraverso un momento di catechesi, come anche di confronto con la Storia Sacra. I capolavori ispirati dalla fede sono vere “Bibbie dei poveri”, “scale di Giacobbe” che elevano l’anima fino all’Artefice di ogni bellezza e, con Lui, al mistero di Dio e di coloro che vivono nella sua visione beatifica: «Visio Dei vita hominis» - «vita dell'uomo è la visione di Dio», professa Sant’Ireneo[31]. Sono le vie privilegiate di una autentica esperienza di fede.

Proposte pastorali

La Lettera agli artisti di Papa Giovanni Paolo II, che costituisce un riferimento fondamentale a tale riguardo, trova larga eco nel documento del Pontificio Consiglio della Cultura, Per una pastorale della cultura[32]. Le conferenze episcopali possono prendere questi due testi come base di partenza per iniziative concrete[33].

Mediante un’educazione appropriata, bisogna iniziare al linguaggio della bellezza e sviluppare la capacità di cogliere il messaggio dell’arte cristiana: ciò che fa belle le opere e, soprattutto, ciò che in esse favorisce un incontro col mistero di Cristo. In questo campo, si manifesta una presa di coscienza e si assiste ad una significativa ripresa degli studi sull’arte sacra cristiana, ormai meglio conosciuta da coloro che hanno il compito di dare una formazione cristiana[34]. Un importante lavoro di riformulazione teorica dell’insegnamento dell’arte sacra a partire da un’autentica visione cristiana sembrerebbe particolarmente necessaria di fronte alle interpretazioni ideologiche e atee largamente diffuse.

Si tratta, inoltre, di creare le condizioni per il rinnovamento della creazione artistica nella comunità cristiana, e quindi allacciare legami personali con gli artisti e aiutarli a cogliere ciò che permette a un’opera d’arte di essere veramente religiosa e degna dell’«arte sacra». Se molto è stato fatto in questi ultimi decenni in numerose diocesi, molto resta ancora da fare per valorizzare il ricchissimo patrimonio culturale e artistico della Chiesa nato dalla fede cristiana, e utilizzarlo come strumento di evangelizzazione, di catechesi e di dialogo. Non basta costruire dei musei: bisogna consentire a questo patrimonio di poter esprimere il contenuto del suo messaggio. Una liturgia veramente bella aiuta a entrare in questo particolare linguaggio della fede, fatto di simboli e di evocazioni del mistero celebrato.

Alcune iniziative già collaudate e, quindi, meritevoli di particolare attenzione:

– dialogo con gli artisti, pittori, scultori, architetti di chiese da costruire, restauratori, musicisti, poeti, drammaturghi, ecc., per alimentare il loro immaginario alle fonti della fede e, nello stesso tempo, rimanere profondamente radicati nelle diverse culture, per permettere nuove relazioni tra ciò che la Chiesa commissiona e la produzione degli artisti. L’analfabetismo liturgico di alcuni artisti scelti per la costruzione di chiese è un vero dramma largamente diffuso.

– Formazione alla bellezza del mistero cristiano espresso nell’arte sacra, in occasione dell’inaugurazione di una nuova chiesa, di un’opera d’arte, di un concerto, di una liturgia particolare

– Organizzazione di eventi culturali ed artistici - mostre, concorsi a premi, concerti, conferenze, festival, ecc. - , per valorizzare l’immenso patrimonio della Chiesa e il suo messaggio, nonché per favorire una nuova creatività, in particolare nel campo dell’arte e del canto liturgico.

– Pubblicazioni locali sotto forma di dépliant turistici, di pagine web o di riviste più specializzate sul patrimonio, con l’intento pedagogico di mettere in evidenza l’anima, l’ispirazione e il messaggio delle opere, e con un’analisi scientifica volta alla comprensione profonda dell’opera.

– Sensibilizzazione degli operatori pastorali, dei catechisti e degli insegnanti di religione, ma anche dei seminaristi e del clero, attraverso corsi di formazione, seminari, incontri a tema, visite guidate. I Musei diocesani e i Centri culturali cattolici possono svolgere un ruolo importante, specialmente proponendo lo studio delle opere d’arte locali o regionali, e favorirne l’impiego nella catechesi.

– Formazione di guide informate sulla specificità dell’arte di ispirazione cristiana, creazione di gruppi specializzati per la valorizzazione delle opere e di Centri culturali che condividono queste stesse finalità.

– Studio e approfondimento della problematica a livello scolastico e universitario, con dei master, seminari, laboratori, ecc. Proposta di borse di studio o sussidi atti a sensibilizzare le istanze educative. Sviluppo a livello regionale e nazionale di Istituti di Musica sacra, di Liturgia, di Archeologia, ecc. e creazione di biblioteche specializzate in questo campo.

III. 3. La bellezza di Cristo, modello e prototipo della santità cristiana

Se la bellezza della creazione è, secondo Sant’Agostino, una «confessio» e invita a contemplare la bellezza alla sua fonte, il «Creatore del cielo e della terra, dell’universo visibile e invisibile», e se la bellezza delle opere d’arte ci svela qualcosa della bellezza nella sua figura, il Figlio che si è fatto carne, «il più bello dei figli dell’uomo», c’è una terza via fondamentale – la prima per importanza – che conduce alla scoperta della bellezza nell’icona della santità, opera dello Spirito che plasma la Chiesa ad immagine di Cristo, modello di perfezione: è, per il battezzato, la bellezza della testimonianza data mediante una vita trasformata nella grazia e, per la Chiesa, la bellezza della liturgia che dà modo di sperimentare Dio, vivo in mezzo al suo popolo, e che attira a Lui chi si lascia prendere nel suo abbraccio tutto di gioia e d’amore.

L’Ecclesia de caritate testimonia la bellezza di Cristo. Essa si manifesta come sua Sposa, abbellita dal suo Signore, mentre compie i suoi atti di carità e le sue scelte preferenziali, si impegna per la giustizia e l’edificazione della grande casa comune in cui ogni creatura è chiamata a porre la propria dimora, soprattutto i poveri: pure loro hanno diritto alla bellezza. Nello stesso tempo, questa testimonianza della bellezza attraverso la carità e l’impegno al servizio della giustizia e della pace, annuncia la speranza che non delude. Proporre agli uomini e alle donne di oggi la vera bellezza, rendere la Chiesa attenta ad annunciare sempre, opportunamente e inopportunamente, la bellezza che salva, che si sperimenta laddove l’eternità ha posto la sua tenda nel tempo, significa offrire ragioni di vita e di speranza a quelle e a quelli che ne sono privi o che rischiano di perderle. Una Chiesa testimone del senso ultimo della vita, fermento di fiducia nel cuore della storia umana, appare quindi come il popolo della bellezza che salva, perché essa anticipa nel tempo penultimo qualcosa della promessa bellezza di Dio tutto in tutti nell’ultimo tempo. La speranza, anticipazione militante dell’avvenire del mondo redento, promesso nel Figlio crocifisso e risorto, è annuncio della bellezza. Il mondo ne ha particolarmente bisogno.

A) In cammino verso la bellezza di Cristo. La singolare bellezza di Cristo, come modello di «vita veramente bella», si riflette nella santità di una vita trasformata dalla grazia. Molti, purtroppo, sentono il cristianesimo come sottomissione a dei comandamenti fatti di divieti e di limiti alla libertà personale. Il Papa Benedetto XVI lo ricordava durante un’intervista alla Radio Vaticana, il 14 agosto 2005, prima di partire per Colonia, per incontrare giovani provenienti da tutto il mondo riuniti per le Giornate Mondiali della Gioventù. E diceva tra l’altro: «Io, invece, vorrei far loro capire che essere sostenuti da un grande Amore e da una rivelazione non è un fardello: ciò dà delle ali ed è bello essere cristiani. Questa esperienza dà ampiezza… La gioia di essere cristiani: è bello ed è anche giusto credere»[35]. Dalla bellezza interiore e dalla profonda emozione provocata dall’incontro con la Bellezza in persona – pensiamo all’esperienza di Sant’Agostino – nasce la capacità di proporre eventi di bellezza in tutte le dimensioni dell’esistenza e dell’esperienza di fede.

La pastorale della Chiesa, per portare all’incontro col Cristo, trova nella presentazione della sua bellezza il mezzo per destare i cuori a tale scoperta. Nella sua Lettera agli artisti, il Papa Giovanni Paolo II metteva in rilievo la fecondità della novità dell’Incarnazione: «Facendosi uomo, infatti, il Figlio di Dio ha introdotto nella storia dell’umanità tutta la ricchezza evangelica della verità e del bene, e con essa ha svelato anche una nuova dimensione della bellezza: il messaggio evangelico ne è  colmo fino all’orlo» (n. 5). Questa bellezza, così particolare e unica, del «figlio dell’uomo» si rivela  sia sul volto del «Bel Pastore» che su quello del Cristo trasfigurato sul Tabor e, nello stesso tempo, su Colui che ha perduto, sospeso alla Croce, ogni bellezza corporale: L’Uomo dei dolori. In particolare, il cristiano vede nella deformità del Servo sofferente, spogliato di ogni bellezza esteriore, la manifestazione dell’amore infinito di Dio che giunge sino a rivestirsi della bruttura del peccato per elevarci, al di là dei sensi, alla bellezza divina che supera ogni altra bellezza e mai si corrompe. L’icona del Crocifisso, dal volto sfigurato, racchiude in sé, per chi vuole contemplarlo, la misteriosa bellezza di Dio. È la Bellezza che si compie nel dolore, nel dono di sé senza alcun ritorno per sé.  La Bellezza dell’amore, che è più forte del male e della morte.

B) La bellezza luminosa di Cristo e il suo riflesso nella santità cristiana. Cristo Gesù è la perfetta rappresentazione della Gloria del Padre. Egli è «Il più bello dei figli dell’uomo», perché possiede la pienezza della Grazia mediante la quale Dio libera l’uomo dal peccato, lo strappa alle tenebre del male e lo restituisce alla sua innocenza originaria. In ogni luogo e in ogni epoca, una moltitudine di uomini e di donne si è lasciata afferrare da questa bellezza per dedicarsi ad essa. Papa Benedetto XVI si esprimeva così durante la prima canonizzazione del suo pontificato e la messa di chiusura della XI Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia: «Il santo è colui che è talmente affascinato dalla bellezza di Dio e dalla sua perfetta verità da esserne progressivamente trasformato. Per questa bellezza e verità è pronto a rinunciare a tutto, anche a se stesso» (23 ottobre 2005).

Se la santità cristiana si configura alla bellezza del Figlio, l’Immacolata Concezione è la più perfetta illustrazione di questa «opera di bellezza». La Vergine Maria e i santi sono i riflessi luminosi e i testimoni attraenti della bellezza singolare di Cristo, bellezza dell’amore infinito di Dio che si dà e si comunica agli uomini. Essi riflettono, ciascuno a suo modo, come i prismi del cristallo, le sfaccettature del diamante, i contorni dell’arcobaleno, la luce e la bellezza originaria del Dio d’amore. La santità degli uomini è partecipazione alla santità di Dio e, quindi, alla sua bellezza; questa, accolta pienamente nel cuore e nella mente, illumina e guida la vita degli uomini e le loro azioni quotidiane.

La bellezza della testimonianza cristiana esprime la bellezza del cristianesimo e, per di più, la rende visibile. «Come possiamo essere credibili nel nostro annuncio di una “buona notizia”, se la nostra vita non riesce a manifestare anche la “bellezza” del vivere?». Dall’incontro di fede con Cristo nascono così, in un dinamismo interiore sostenuto dalla Grazia, la santità dei discepoli e la loro capacità di rendere «bella e buona» la loro vita e quella del loro prossimo. Non è una bellezza esteriore e superficiale, tutta di facciata, ma una bellezza interiore che si delinea sotto l’azione dello Spirito Santo. Essa risplende davanti agli uomini: nessuno può nascondere ciò che è parte essenziale del proprio essere.

Era, questo, l’appello di Giovanni Paolo II ai consacrati, nell’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consacrata: «Ma è soprattutto a voi, donne e uomini consacrati, che al termine di questa Esortazione rivolgo il mio appello fiducioso: vivete pienamente la vostra dedizione a Dio, per non lasciar mancare a questo mondo un raggio della divina bellezza che illumini il cammino dell’esistenza umana. I cristiani, immersi nelle occupazioni e nelle preoccupazioni di questo mondo, ma chiamati anch’essi alla santità, hanno bisogno di trovare in voi cuori purificati che nella fede “vedono” Dio, persone docili all’azione dello Spirito Santo che camminano spedite nella fedeltà al carisma della chiamata e della missione» (n. 109). Dove risplende la carità, lì si manifesta la bellezza che salva, lì è resa gloria al Padre, lì cresce l’unità dei discepoli di Nostro Signore beneamato.

Pavel Florenskij, cantore russo della bellezza, martire del XX secolo, così commenta un passo del Vangelo di San Matteo (5, 16): «I vostri “atti buoni” non vuole affatto dire “atti buoni” in senso filantropico e moralistico: tà kalà erga vuol dire “atti belli”, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale – soprattutto, un volto luminoso, bello, di una bellezza per cui si espande all’esterno “l’interna luce” dell’uomo, e allora vinti dall’irresistibilità di questa luce, gli uomini lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora»[36].  Pertanto, la vita cristiana è chiamata a diventare, con la forza della Grazia donata dal Cristo risorto, un evento di bellezza capace di suscitare ammirazione, dare origine alla riflessione e incitare alla conversione. L’incontro con Cristo e con i suoi discepoli, in particolare con Maria sua madre e con i santi, suoi testimoni, deve poter sempre diventare, in tutte le circostanze, un evento di bellezza, un momento di gioia, scoperta di una nuova dimensione dell’esistenza, una esortazione a rimettersi in cammino verso la Patria Celeste e di godere della visione della «Verità tutta intera», della bellezza dell’Amore di Dio: la bellezza è splendore della Verità e fioritura dell’Amore.

C) La bellezza della liturgia. La bellezza dell’amore di Cristo viene ogni giorno incontro a noi, non soltanto attraverso l’esempio dei santi, ma anche nella sacra liturgia, soprattutto nella celebrazione dell’Eucaristia in cui il Mistero si fa presente e illumina di senso e di bellezza tutta la nostra esistenza. È lo straordinario mezzo col quale Nostro Signore, morto e risorto, ci trasmette la sua vita, ci unisce al suo Corpo come sue membra vive e, in tal modo, ci rende partecipi della sua bellezza.

Florenskij descrive la bellezza della liturgia, simbolo dei simboli del mondo, come ciò che permette la trasformazione del tempo e dello spazio «nel tempio santo, misterioso, che brilla di una  bellezza celeste».

In una conferenza al XXIII Congresso eucaristico nazionale italiano, il Cardinale Ratzinger riprendeva, come introduzione, la vecchia leggenda relativa alle origini del cristianesimo in Russia: il Principe Vladimiro di Kiev si sarebbe deciso ad aderire alla Chiesa Ortodossa di Costantinopoli dopo aver sentito gli emissari che aveva mandato a Costantinopoli, dove avevano assistito ad una solenne liturgia nella basilica di Santa Sofia. Essi dissero al Principe: «Non sappiamo se siamo stati in cielo o sulla terra… abbiamo sperimentato che là Dio abita fra gli uomini». E il Cardinale teologo traeva da questo racconto il suo fondo di verità: «Infatti la forza interiore della liturgia ha avuto senza dubbio un ruolo essenziale nella diffusione del cristianesimo… Ciò che convinse gli inviati del principe russo della verità della fede celebrata nella liturgia ortodossa non fu una specie di argomentazione missionaria, le cui motivazioni sarebbero apparse loro più illuminanti di quelle delle altre religioni. Ciò che li colpì  fu invece il mistero come tale, che proprio andando al di là della discussione fece brillare alla ragione la potenza della verità»[37]. Come non sottolineare l’importanza dell’arte dell’icona, meravigliosa eredità dell’Oriente cristiano, che consente di sperimentare ancora oggi qualche cosa della liturgia della Chiesa indivisa: il suo linguaggio di una grande ricchezza e così profondo affonda le sue radici nell’esperienza della Chiesa indivisa, dalle catacombe romane ai mosaici di Roma e di Ravenna come di Bisanzio.

Per il credente, la bellezza trascende l’estetica. Essa consente il passaggio dal «per sé» al «maggiore di sé». La liturgia non è bella, e dunque vera, se non disinteressata, priva di ogni altro motivo che non sia quello della celebrazione di Dio, per Lui, per mezzo di Lui, con Lui e in Lui. Essa è appunto «disinteressata»: si tratta «di stare davanti a Dio e di dirigere il proprio sguardo su di lui, che illumina di luce divina ciò che avviene».  È in questa austera semplicità che essa diventa missionaria, vale a dire capace di testimoniare, agli osservatori che si lasciano catturare nella sua dinamica, la realtà invisibile che essa dà la possibilità di assaporare.

Il poeta e drammaturgo francese Paul Claudel testimonia l’intima forza della liturgia quando narra della sua conversione, durante il canto dei Vespri, il Magnificat di Natale a Notre-Dame di Parigi: «Ed è allora che si verificò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato ed io credetti. Io credetti, con una tale forza di adesione, con una tale elevazione di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, con una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio, che, in seguito, né i libri, né i ragionamenti, né le circostanze di una vita agitata, hanno potuto scuotere la mia fede, né, a dire il vero, intaccarla»[38].

La bellezza della liturgia, momento essenziale dell’esperienza di fede e del cammino verso una fede adulta, non può ridursi alla sola bellezza formale. Essa è, anzitutto, la bellezza profonda dell’incontro col mistero di Dio, presente in mezzo agli uomini tramite suo Figlio, «Il più bello tra i figli dell’uomo (Ps. 45, 2)», che rinnova continuamente per noi il suo sacrificio d’amore. Essa esprime la bellezza della comunione con Lui e con i nostri fratelli, la bellezza di un’armonia che si traduce in gesti, simboli, parole, immagini e melodie che toccano il cuore e lo spirito e suscitano l’incanto e il desiderio di incontrare il Signore risorto, Lui che è la «Porta della Bellezza».

La superficialità, e talvolta perfino la banalità, addirittura la negligenza di alcune celebrazioni liturgiche non solo non aiutano il credente a progredire nel suo cammino di fede, ma soprattutto offendono coloro che ritornano alle celebrazioni cristiane e, in particolare, all’Eucaristia domenicale. In questi ultimi decenni, alcuni sono arrivati a dare eccessiva importanza alla dimensione pedagogica e alla volontà di rendere la liturgia comprensibile perfino agli osservatori esterni, e hanno minimizzato la sua funzione principale: introdurci con tutto il nostro essere in un mistero che ci supera totalmente. Celebrazione della fede nell’azione salvifica di Dio nel Suo Figlio Gesù, e in questo è missionaria. Essenzialmente rivolta verso Dio, essa è bella quando consente a tutta la bellezza del mistero d’amore e di comunione di manifestarsi[39]. La liturgia è bella quando è «gradita a Dio» e ci introduce nella gioia divina[40].

Proposte pastorali

È necessario proporre il messaggio di Cristo in tutta la sua bellezza, in grado di attirare le menti e i cuori attraverso legami di amore, nel contempo, bisogna vivere e testimoniare la bellezza della comunione in un mondo spesso segnato dalla disarmonia e dalla divisione. Si tratta di trasformare in «avvenimenti di bellezza» tutti i gesti di carità quotidiana e l’insieme delle attività pastorali ordinarie delle chiese locali. La bellezza salvatrice di Cristo chiede di essere presentata in modo nuovo per essere accolta e contemplata non solamente da ogni credente, ma anche da coloro che si dichiarano poco coinvolti, e addirittura indifferenti. Si tratta soprattutto di sensibilizzare i pastori e i catecheti affinché le loro predicazioni e i loro insegnamenti conducano alla bellezza di Cristo. I cristiani sono chiamati a testimoniare la gioia di sapersi amati da Dio e la bellezza di una vita trasformata da questo amore che viene dall’Alto.

Per la chiusura del grande Giubileo dell’anno 2000, Giovanni Paolo II ha indirizzato a tutta la Chiesa la sua Lettera apostolica Novo millennio ineunte, nella quale invita espressamente a ripartire da Cristo e ad imparare a contemplare il suo volto. Da questa contemplazione nasce il desiderio, la necessità e l’urgenza di riscoprire il senso autentico del mistero e della liturgia cristiana, nella quale si vive concretamente l’incontro con il Signore morto e risorto[41].

Per rispondere a questo invito, numerosi vescovi hanno indirizzato ai loro fedeli delle Lettere pastorali sulla bellezza della salvezza e sul senso della celebrazione liturgica, sottolineando nel contempo la bellezza dell’incontro con Cristo, la domenica, giorno a Lui consacrato e che permette di fare una pausa nei ritmi frenetici delle nostre società[42]. D’altronde, nel corso degli ultimi decenni, e soprattutto a partire dal discorso di Paolo VI al VII Congresso Internazionale di Mariologia del 16 maggio 1975, la Via pulchritudinis è stata ampiamente percorsa in mariologia, con risultati positivi e promettenti[43].

È importante presentare in un linguaggio che parli e piaccia ai nostri contemporanei, utilizzando i mezzi più adatti, le preziose testimonianze date dalla Madre di Dio, dai martiri e dai santi, da tutti coloro che, in maniera particolarmente «attraente», originale e inventiva, hanno seguito il Cristo. Si fa molto, nel campo della catechesi, con fumetti, teatro, pubblicazioni, film, concerti e musicals per far scoprire figure straordinarie di santi come Francesco d’Assisi e José di Anchieta, Juan Diego e Teresa di Lisieux, Rosa da Lima e Bakhita, Kisito e Maria Goretti, Padre Kolbe e Madre Teresa, ecc., che, come constatiamo ancora oggi, esercitano un autentico fascino sui giovani. I loro esempi lo rammentano: ogni cristiano è un vero pellegrino sulla via della bellezza, della verità, della bontà, in cammino verso la Gerusalemme Celeste dove contempleremo la bellezza di Dio, in un’intensa relazione d’amore, nel «faccia a faccia». «Lì noi ci riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo. Ecco ciò che sarà alla fine, senza fine»[44].

Una formazione appropriata aiuterà i fedeli a progredire verso la preghiera di adorazione e di lode per partecipare in verità ad una liturgia vissuta nella sua pienezza di bellezza che introduce al mistero di fede. Pertanto, è necessario ridare alla liturgia il suo vero «splendore» mediante la riscoperta del senso vero del mistero cristiano. È altresì necessario, allo stesso tempo, insegnare nuovamente  ai fedeli a meravigliarsi di fronte all’opera che Dio compie nelle nostre vite, restituire alla liturgia il suo vero «splendore», tutta la sua dignità e la sua incontaminata bellezza, attraverso la riscoperta del significato autentico del mistero cristiano, e formare i fedeli al fine di renderli capaci di entrare nel significato e nella bellezza del mistero celebrato, e a viverlo in modo credibile.

La liturgia non è un facere dell’uomo, ma un’opera divina.  È importante aiutare i fedeli a percepire che l’atto di culto non è il frutto di una «attività» - un «prodotto», un «merito», un «guadagno» -, ma l’espressione di un mistero, di qualcosa che non può essere interamente compreso ma chiede di essere accolto più che razionalizzato. Si tratta di un atto puramente libero da qualsiasi aspetto di efficienza. L’atteggiamento del credente nella liturgia  è caratterizzato dalla sua capacità di ricevere, condizione del progresso nella vita spirituale. Un tale modo di porsi non è più spontaneo in una cultura in cui il razionalismo pretende di dirigere tutto, fino ai sentimenti più intimi.

Non è meno urgente favorire la creazione artistica per un’arte sacra idonea ad accompagnare e a sostenere la celebrazione dei misteri della fede, a ridare la loro bellezza agli edifici di culto e all’arredo liturgico. Così, le liturgie saranno, sicuramente, accoglienti, ma soprattutto in grado di comunicare il significato autentico della liturgia cristiana favorendo la piena partecipazione dei fedeli ai misteri, secondo l’auspicio espresso a più riprese dai Padri del Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia.

Certamente, le chiese devono essere esteticamente belle, ben decorate, le liturgie accompagnate da bei canti e da pezzi musicali di valore, le celebrazioni degne e le predicazioni curate, ma non  è questo, in definitiva, che rappresenta la via pulchritudinis e che ci cambia. Queste non sono che le condizioni che facilitano l’agire della grazia di Dio. Si tratta, dunque, di educare i fedeli a non lasciare spazio alla sola dimensione estetica, per quanto suggestiva essa sia, e aiutarli a comprendere che la Liturgia è un atto divino che non si lascia condizionare da un ambiente, dal clima, neppure dalle rubriche, perché è mistero della fede celebrato nella chiesa.  

CONCLUSIONE

Proporre la via pulchritudinis come cammino di evangelizzazione e di dialogo, vuol dire partire da un interrogativo urgente, talvolta latente, ma sempre presente nel cuore dell’uomo: «Che cos’è la bellezza?», per condurre «tutti gli uomini di buona volontà, nei quali, in modo invisibile agisce la grazia», verso «l’uomo perfetto» che è «immagine del Dio invisibile» (Col. 1,15)[45].

Questa domanda risale all’alba dei tempi, come se l’uomo ricercasse disperatamente, dopo la caduta originale, quel mondo di bellezza ormai fuori dalla sua portata. Essa attraversa la storia sotto molteplici forme e il gran numero di opere, frutto di bellezza in tutte le civiltà, non riesce ad estinguerne la sete.

Pilato pone a Cristo la questione della verità. Cristo non risponde, o meglio la sua risposta è il silenzio: quella verità non si dice, ma si congiunge senza parole alla parte più intima dell’essere. Gesù si era rivelato ai suoi discepoli: «Io sono la Via, la Verità e la Vita». Adesso tace. Poco dopo mostrerà la via, cammino di verità, che porta alla Croce, mistero di sapienza. Pilato non capisce, ma misteriosamente, egli stesso dà la risposta alla sua domanda: «Che cos’è la verità?». Davanti al popolo esclama: «Ecco l’uomo», cioè Cristo, che è la verità.

Se la bellezza è lo splendore della verità, allora il nostro interrogativo si ricollega a quello di Pilato e la risposta è identica: Gesù stesso è la Bellezza. Egli si manifesta dal Tabor alla Croce per illuminare il mistero dell’uomo, sfigurato dal peccato, ma purificato e ricreato dall’Amore redentore. Gesù non è una via tra le altre, una verità tra le altre, una bellezza tra le altre. Egli non propone una via tra le altre: Egli è la via viva che conduce alla verità viva che dà la vita. Bellezza suprema, splendore di Verità, Gesù è la fonte di ogni bellezza, perché, Verbo di Dio fatto carne, è la manifestazione del Padre: «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14, 9).

Il vertice, l’archetipo della bellezza si manifesta nel volto del Figlio dell’uomo crocifisso sulla Croce dei dolori, rivelazione dell’amore infinito di Dio che, nella sua misericordia per le proprie creature, ripristina la bellezza perduta con la colpa originale. «La bellezza salverà il mondo», perché tale bellezza è Cristo, la sola bellezza che sfida il male e trionfa sulla morte. Per amore, il «più bello dei figli dell’uomo» si è fatto «uomo dei dolori», «senza apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi» (Is 53, 2), e in tal modo ha reso all’uomo, ad ogni uomo, pienamente la sua bellezza, la sua dignità e la sua vera grandezza. In Cristo, e solo in Lui, la nostra via Crucis si trasforma nella sua in via lucis e in via pulchritudinis.

La Chiesa del terzo millennio ricerca continuamente questa bellezza nell’incontro con il suo Signore e, con Lui, nel dialogo d’amore degli uomini e delle donne del nostro tempo. Nel cuore delle culture, per rispondere alle loro angosce, alle loro gioie e alle loro speranze, essa non cessa di affermare con il Papa Benedetto XVI: «Chi fa entrare Cristo, non perde nulla, nulla – assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande. No! solo in quest’amicizia si spalancano le porte della vita. Solo in quest’amicizia si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana. Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera»[46].

6/ La via pulchritudinis per la nuova evangelizzazione, di Rino Fisichella

Riprendiamo sul nostro sito dal sito della rivista ai@rt una relazione tenuta da S. Ecc. mons. Rino Fisichella e pubblicata sul nr. 24 della rivista trimestrale dell’Aiart La Parabola. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

Superamento dell'oblio

La via della bellezza è una strada maestra per la nuova evangelizzazione. Il cristianesimo ha fatto della bellezza, nel corso dei suoi duemila anni, il percorso per esprimere la bella notizia del Vangelo di Gesù Cristo. Permangono nel nostro mondo alcuni interrogativi che non sono affatto secondari: Come riportare Dio all'uomo di oggi? Cosa dovrà fare il credente perché il messaggio cristiano sia accettato dai suoi contemporanei? Come potrà la teologia presentare la credibilità del kerigma senza tradire il kerigma stesso? C'è una via d'uscita tra l'estrinsecismo di Scilla e l'immanentismo di Cariddi? Mi è obbligatoria, a questo punto, una nota biografica. All'inizio dei miei studi teologici mi sono incontrato con un grande teologo che sarebbe diventato il mio maestro, Hans Urs von Balthasar. Nelle prime pagine della sua opera Herrlichkeit,scriveva così:

"La parola con la quale, noi diamo inizio ad una sequela di studi teologici, è una parola con la quale l'uomo filosofico non inizierà mai, ma con la quale piuttosto porrà fine alle sue riflessioni; una parola inoltre che non ha mai posseduto nel concerto delle scienze esatte un posto e una voce durevoli e garantiti; una parola che quando è stata scelta come tema da parte di queste scienze sembra tradire nel consesso di questo indaffaratissimi specialisti, un dilettante stravagante e ozioso; una parola infine dalla quale nell'epoca moderna, mediante energiche delimitazioni di frontiere, hanno preso le loro distanze sia la religione che, in particolare la teologia: in breve, una parola anacronistica per la filosofia, la scienza e la teologia... La nostra parola iniziale si chiama bellezza è l'ultima parola che l'intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa altro che coronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e tristezza. Essa è la bellezza che non è più amata e custodita neppure dalla religione ma che, come maschera strappata al suo volto mette allo scoperto dei tratti che minacciano di riuscire incomprensibili agli uomini. Essa è la bellezza alla quale non osiamo più credere e di cui abbiamo fatto un'apparenza per potercene liberare a cuor leggero. Essa è la bellezza infine che esige (come è oggi dimostrato) per lo meno altrettanto coraggio e forza di decisione della verità e della bontà, essa non si lascia ostracizzare e separare da queste sue due sorelle senza trascinarle con sé in una vendetta misteriosa".

Parole dure, eppure vere, che descrivono lo stato attuale di una riflessione che ha spesso dimenticato le proprie radici e la propria identità per gettarsi tra le braccia di mode effimere senza possibilità di vera speculazione. È stato questo uno dei motivi che mi ha avvicinato non poco all'estetica teologica. Confesso che quando nel 2011 mi sono trovato nella Sagrada Familia a Barcellona per partecipare con Benedetto XVI alla consacrazione della chiesa di Gaudì, quella pagina di von Balthasar mi è tornata alla mente e, ho pensato, potrebbe essere riscritta perché in effetti la bellezza ritornava di nuovo a parlare oltre i confini dei credenti. Ecco perché ho pensato che essa dovesse diventare l'icona della nuova evangelizzazione.

È successo, infatti, che in alcuni momenti si è voluto imporre un modello di bellezza in netta discontinuità con la tradizione, con il risultato di non permettere la comprensione dell'armonia e dello sviluppo dinamico che la bellezza possiede.

Grave errore, perché l'opera d'arte appartiene a un insieme, a un tutto e volerne assolutizzare una sola parte la inserisce in un isolamento insignificante. La bellezza, che da sempre affascina e crea una peculiare forma di contemplazione che spinge all'amore, potrebbe scomparire lentamente dal nostro mondo, col pericolo che questo cada preda della disperazione. Se questo dovesse disgraziatamente avvenire, il vuoto sarebbe enorme e non potrebbe essere sostituito da nulla. Dove viene meno la bellezza, là viene a mancare l'amore e con esso il senso della vita e la capacità di generare.

Viviamo un tempo, che ha inflazionato il termine. La bellezza ricorre con sempre maggior frequenza nei nostri discorsi; eppure, sembra che non siamo più in grado di vederla e di realizzarla. Se la bellezza, infatti, si esaurisce nella corporeità e non è più in grado di suscitare il genio per affermarne l'opera che perdura negli anni, allora si cade nell'effimero e di conseguenza si perde anche il senso della verità e della bontà. Se la loro forza di attrazione viene meno, allora diventiamo incapaci di creare cultura; la vita personale e sociale, per conseguenza, diventa insipida. Rischio troppo grande da correre per non vedere la posta in gioco.

L'originalità del cristianesimo

Uno dei termini più espressivi del Nuovo Testamento ci sembra essere quello di είκών, "immagine" o, come si usa spesso oggi, icona. Conosciamo il divieto dell'Antico Testamento per ogni raffigurazione di Dio. Vi è in quel comando quasi una ripugnanza nel pensare che lo si possa perfino raffigurare.

Le parole severe che troviamo nel libro dell'Esodo non sono solo normative di quel momento; costituiscono un codice a cui Israele si dovrà attenere per sempre (Es 20,4). La cosa contrasta in modo radicale con il testo di Paolo dove, parlando di Gesù afferma che: "Egli è l'immagine del Dio invisibile" (Col 1,15). L'irriducibilità del cristianesimo nel contesto delle religioni monoteiste trova qui uno dei suoi punti di contrasto insanabili.

Nello stesso tempo, comunque, l'originalità del cristianesimo evidenzia da questa prospettiva uno dei suoi tratti che lo contraddistinguono nell'intera storia delle religioni. Che la divinità non si possa vedere è uno dei tratti comuni alle religioni e certamente alle religioni monoteiste. Sia l'ebraismo che l'islam non cedono su questo aspetto. La trascendenza di Dio è tale che non solo non si può vedere né raffigurare, ma il cui nome non può essere neppure pronunciato.

Il mistero dell'incarnazione di Dio spezza questo cerchio e immette nella storia per la prima e unica volta ciò che l'uomo attendeva per poter approdare a un rapporto con Dio che fosse coerente con la sua stessa natura.

L'espressione di Paolo ai Colossesi, comunque, permane con la sua carica di interrogativo profondo: come si può essere "immagine" di qualcosa che è invisibile? La risposta la fornisce Gesù stesso nel vangelo di Giovanni quando a Filippo che chiedeva di vedere finalmente il Padre, risponde: "Chi vede me vede il Padre".

Solo nella misura in cui si prende in seria considerazione questa dimensione si comprende lo scandalo che il cristianesimo ha rappresentato fin dalle origini. La sua pretesa di far vedere Dio, di farlo ascoltare e toccare con mano e di giungere perfino a proclamare la sua morte in croce si scontrava non solo con il giudaismo ma anche con le diverse forme di pensiero con cui veniva a contatto.

Contro queste forme, il cristianesimo ha voluto imprimere con forza il valore della rappresentazione artistica del mistero. Le icone più antiche che vengono conservate al monastero di santa Caterina sul monte Sinai risalgono al VI sec. e attestano la convinzione della fede che nelle immagini si può riproporre il mistero creduto, celebrato e per questo contemplato. Ciò che l'arte rappresenta non è solo un elemento ornamentale quanto, piuttosto, la descrizione di un'esperienza di fede che merita di essere raccontata e partecipata. Il cristianesimo, quindi, nasce alla luce della bellezza. Da ogni parte lo si voglia guardare, riporta sempre con forza e insistenza al punto di partenza: la bellezza della rivelazione.

Se Dio, dunque, si lascia vedere e contemplare, allora la prima chiamata in causa è l'arte. Lo compresero da subito i cristiani. Si hanno testimonianze fin dal I sec., ma un testo di Eusebio è particolarmente significativo in proposito. Per la prima volta, forse, viene data testimonianza scritta della rappresentazione di Gesù. Per gli storici, la Storia ecclesiastica di Eusebio risale al 303 circa, ciò significa che ci si inoltra realmente agli albori della fede:

"Non ritengo giusto omettere un racconto degno di essere ricordato anche a quanti verranno dopo di noi. Di là (da Cesarea) si diceva, infatti, che provenisse la donna sofferente di emorragia che, come abbiamo appreso dai vangeli, fu liberata dal suo male dal Salvatore nostro e nella città se ne mostrava la casa, ed esistevano ancora mirabili monumenti della benevolenza del Salvatore verso di lei. Su di un'alta pietra davanti alla porta della sua casa c'era infatti il bassorilievo in bronzo di una donna, inginocchiata e con le mani protese in atteggiamento di supplica, mentre di fronte a questa ve n'era un altro, dello stesso materiale, raffigurante un uomo in piedi che avvolto splendidamente in un manto tendeva la mano alla donna; ai suoi piedi, sul monumento stesso, spuntava uno strano tipo di erba che arrivava fino al bordo del mantello di bronzo ed era un antidoto contro i malanni di ogni sorta. Questa scultura si diceva che rappresentasse l'immagine di Gesù ed esisteva ancora ai nostri giorni, così che l'abbiamo vista di persona noi stessi quando ci recammo in quella città. E non vi è niente di straordinario nel fatto che un tempo i pagani beneficiati dal Salvatore nostro abbiano fatto questo, poiché abbiamo saputo che anche dei suoi apostoli Pietro e Paolo e di Cristo stesso si conoscevano immagini in dipinti, com'è naturale, perché gli antichi erano soliti onorarli in questo modo come salvatore, secondo l'uso pagano esistente tra loro".

La chiave di lettura di Eusebio è particolarmente interessante. Non solo attesta di avere lui stesso visto la rappresentazione che era stata forgiata tempo prima; ma anche che la cosa era "naturale" ed era stata realizzata anche per gli apostoli. La lotta iconoclasta (726-843) è indice di una reale pressione in cui si venne a trovare il cristianesimo tra le strette dell'ebraismo e dell'islam. Non a caso, è Bisanzio il terreno privilegiato della contesa. È in questa ottica che si esprime il secondo concilio di Nicea (787) quando mette fine alla lotta iconoclasta, affermando che il mistero dell'incarnazione di Dio impone che lo si possa rappresentare, perché "l'onore reso all'immagine rinvia a colui che rappresenta: e chi adora l'immagine adora la sostanza di chi vi è dipinto" (DS 601).

Bellezza e contemplazione

Per sua stessa natura, l'arte evoca il mistero e permette che lo si contempli a partire dalla bellezza. "Was aber schön ist, selig scheint es in ihm selbst" (Ciò che è bello appare beato in se stesso),così si conclude una poesia di Mörike, riportando in versi la lunga riflessione filosofica che vede il bello come ciò che attrae e pone in contemplazione (id cuius ipsa apprehensio placet).

Con questa dimensione dovrebbe confrontarsi sempre il cristianesimo, la teologia e la fede in ogni momento della sua esistenza. Comprendere il contenuto della fede, d'altronde, non è altro che entrare progressivamente nella bellezza del mistero che si professa e, a partire da lì cercarne di dare profonda intelligenza.

È per questo che fino ai nostri giorni, la Chiesa non ha cessato di sostenere gli artisti e di chiedere il loro aiuto. Acquistano un particolare significato, quindi, le parole con le quali il concilio Vaticano II si rivolgeva a loro:

"Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa avete lavorato: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti... A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici! Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L'avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile. Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un'alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell'ammirazione. E questo grazie alle vostre mani... Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane. Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale".

In questo contesto, non sarà inutile riprendere tra le mani la pagina dell'Idiota.Ricordiamo il dialogo che Dostoevskij mette sulle labbra di Ippolit, il quale rivolgendosi al principe Myskin, malato di tisi e moribondo lo apostrofa così:

"È vero, principe, che una volta avete detto che il mondo sarà salvato dalla bellezza? Signori miei - gridò improvvisamente rivolgendosi a tutti - il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza! Ed io, invece, affermo che ha di quei pensieri frivoli perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato; me ne sono convinto definitivamente non appena lo vidi entrare qui or ora... Quale bellezza salverà il mondo?... Siete un cristiano fervente voi? Kolja dice che voi stesso vi attribuite il nome di cristiano" (L'idiota,parte III cap. V).

Anche l'ateo Ippolit è costretto a mettere in relazione bellezza e amore e riferirle al cristianesimo; certo, per lui sono "pensieri frivoli", ma lui non ha altra soluzione da proporre a se stesso che annegare le sue giornate nel vino!

Pittura, scultura, architettura, musica, letteratura... tutto ciò che l'uomo può produrre per esprimere la bellezza del creato sarà sempre un inno che viene rivolto al Creatore e alla vita che ha immesso in tutto ciò che usciva dalle sue mani. L'arte non fa altro che tentare di riprodurre la bellezza di Dio e della sua creazione; in questo sforzo titanico solo pochi hanno il dono di poter percepire il senso che si nasconde e trovano le capacità per poteri o esprimere. La Chiesa non potrà mai essere sufficientemente grata agli artisti per questo loro impegno che ogni volta rappresenta una sfida con cui loro per primi devono confrontarsi.

È sempre con particolare emozione che si può leggere l'epigrafe posta sulla tomba di Raffaello: "...timuit magna rerum parens quo sospice vinci et moriendo mori"; e non è senza aria di tristezza che in un luogo nascosto sul pavimento di santa Maria Maggiore si può vedere la tomba di Bernini.L'uno e l'altro hanno creato opere immortali: il primo ha avuto perfino l'invidia della natura mentre per il secondo non si è trovato soluzione migliore di una piccola lapide invisibile!

La Chiesa ha bisogno della bellezza perché solo in questo modo diventa evidente la bontà di quanto crede. È sempre von Balthasar che ci riporta a questa convinzione quando scrive:

"In un mondo senza bellezza - anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l'hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso - in un mondo che non ne è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l'evidenza del suo dover-essere-adempiuto; e l'uomo resta perplesso di fronte ad esso e si chiede perché non deve piuttosto preferire il male" .

Ancora una volta il pensiero del teologo sa cogliere con lungimiranza la condizione in cui vivono molti dei nostri giovani contemporanei: esclusi dalla possibilità di contemplare la bellezza si rinchiudono in sale che intontiscono per il chiasso dei decibel e scelgono la via del male come rimedio per dimenticare la gioia della vita.

Per ritornare al presente

In un tempo come il nostro in cui abbiamo bisogno di capire chi siamo e chi vogliamo essere domani, proprio per le difficili situazioni in cui ci si trova, è importante interrogare il passato e capire chi eravamo. Dobbiamo diventare una generazione che è capace di vera tradizione, dove la trasmissione originale del patrimonio del passato, vissuto secondo lo spirito del nostro tempo, consente di scoprire la continuità che è feconda e non la discontinuità che diventa sterile. L'arte che si mette al servizio del sacro dovrebbe trovarci capaci di grandi sacrifici per realizzare opere che durano nel tempo per attestare la fede di sempre.

Quest'arte dovrebbe anche oggi, come lo fu nel passato, esprimere l'unità del mistero della salvezza: dalla creazione all'escatologia passando per l'incarnazione, tutto dovrebbe trovare spazio nell'arte contemporanea. Il significato della luce come quello della pietra, la scelta delle immagini e dei materiali dovrebbe concorrere a far entrare il credente nel mistero che è chiamato a celebrare e non farlo sentire uno straniero in casa propria (Gaudì).

L'arte cristiana dovrebbe esprimersi dinamicamente in uno sviluppo continuo senza rottura e discontinuità con la ricchezza precedente. Ammetto che a stento riesco a comprendere la rottura che nel periodo moderno e contemporaneo qualche scuola ha voluto creare con il periodo precedente. Mi diventerebbe ancora più incomprensibile doverlo verificare nell'arte cristiana. Sarebbe come una violenza alla sua stessa natura, chiamata a svilupparsi dinamicamente senza alterazione alcuna.

Per questo il valore dell'arte sacra torna fondamentale. Abbiamo un patrimonio di letteratura, poesia, pittura, scultura e architettura che ancora continua ad affascinare il nostro contemporaneo e consente a noi credenti di essere fedeli annunciatori di una bellezza che non conosce tramonto. Si tolgano i capolavori di arte sacra dai musei, resterebbero chilometri di lunghi corridoi vuoti; si tolga la musica sacra e avremmo tonnellate di spartiti in bianco; si eliminino dalle biblioteche tutte le opere di letteratura cristiana, avremmo solamente una triste visione di scaffali impolverati.

Insomma, le nostre cattedrali, le chiese e una gran parte della produzione artistica di quasi due millenni sono la sintesi più invidiabile della fecondità del rapporto tra fede e bellezza nel compito di trasmettere la Parola di Dio. Già nell'anno 406, il vescovo S. Paolino da Nola, vero anticipatore della via pulcritudinis come forma per l'annuncio della verità cristiana, poteva scrivere: "Unica arte abbiamo, la fede; è Cristo, la poesia"!

7/ “Una piccola carezza”: così Papa Francesco ha definito la visita ai Musei Vaticani, offerta dall’Elemosineria Apostolica a 150 senzatetto che poi ha incontrato nella Cappella Sistina (da Radio Vaticana)

Riprendiamo dal sito della Radio Vaticana un servizio pubblicato il 27/3/2015 (che abbiamo già pubblicato su Gli scritti in precedenza). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sezione Roma e le sue basiliche. In particolare per la Cappella Sistina, vedi Guida alla visita della Cappella Sistina, di Andrea Lonardo. Per il Museo Pio Cristiano (Musei Vaticani), vedi Guida alla visita del Museo Pio Cristiano, di Andrea Lonardo. Per le Stanze di Raffaello, vedi Guida alla visita delle Stanze di Raffaello, di Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti (14/6/2015)

 “Una piccola carezza”: così Papa Francesco ha definito la visita ai Musei Vaticani, offerta dall’Elemosineria Apostolica a 150 senzatetto che poi ha incontrato a sorpresa nella Cappella Sistina. Un momento di grande commozione per i poveri che al termine della giornata hanno cenato nel punto di ristoro dei musei. C’era per noi Benedetta Capelli:

“Benvenuti”. Papa Francesco accoglie così, in Cappella Sistina, i 150 senzatetto che per la prima volta hanno visitato i Musei Vaticani. E’ un incontro inatteso, personale, senza immagini ufficiali, bagnato anche dalle lacrime di commozione dei poveri che davvero non pensavano di poter ricevere la “carezza” del Papa. E’ lo stesso Francesco a definire così l’abbraccio caloroso con i suoi ospiti sotto le volte della Sistina, “la casa di tutti, la vostra casa – continua – dove le porte sono sempre aperte per tutti”. E ringrazia per “la testimonianza di pazienza” che è la loro vita. Un pensiero lo rivolge pure all’Elemosiniere, mons. Konrad Krajewski: “vi ama tanto”, dice il Papa, e i poveri seduti sulle sedie rosse, usate per le cerimonie ufficiali, rispondono che lo sanno e lo sentono. “Ho bisogno di preghiere di persone come voi” è la sua richiesta alla quale segue la benedizione. “Il Signore vi custodisca, vi aiuti nel cammino della vita, vi faccia sentire il suo amore e la tenerezza di Padre”. L’incontro si chiude con il saluto personale del Papa ad ogni povero, la carezza si fa gesto concreto, vicinanza, senso di prossimità. Il Padre Nostro recitato tutti insieme è l’ultimo atto di ringraziamento per il dono ricevuto: un pomeriggio passato tra il Museo delle Carrozze, il Cortile della Pigna, la Galleria degli Arazzi e delle carte geografiche; una parentesi di bellezza tra le difficoltà di una vita che però fa scoprire il valore della solidarietà e dell’affetto per gli altri. E’ la storia di Massimo, di Sergio, di Motiur e di tanti senza nome:

Massimo
R. - È come andare in paradiso… siamo sempre lì no? C’è il paradiso, c’è la fede che poi non pesa, perché non è una valigia che devi portarti dietro! Trilussa diceva: “Nun è che te costringe nessuno; nun te devi domandà né li perché, né li chissà e né li come”. Ecco, detto alla romana…

D. – Lei che storia ha?

R. – Ho fatto più danni io a me stesso, che solo Lui lo sa! La separazione, i figli…  Lasciamo perdere, lasciamo perdere! A settant’anni sto qui a Sant’Egidio… Si vede che è un percorso che dovevo fare. Io poi non ho titoli, non ho studiato: io ho il dizionario della vita… quello ho e basta!

D. – Oggi è contento?

R. – Felice no, sereno. La serenità, non la felicità: la serenità! La serenità ti porta equilibrio, ti fa affrontare un sacco di cose tranquillamente, anche i problemi più difficili… Li chiamano difficili… Ma se tu li affronti con serenità, invece di andarti ad ubriacare o a drogare o a fare altri danni, perché il discorso è che non li riesci ad affrontare… E basta! Sereno, sereno!  Papa Francesco dà la serenità, fa passare pure la depressione questo Papa: chi ha la depressione gliela fa passare! Lo capiscono tutti, dalla A alla Z, tutti! Il Papa è formidabile!

Nelly
D. – Quanti anni hai?

R. – 18. Sono tanto felice di vedere cose che non ho mai visto. Noi siamo nel Convento di Ripa, dei frati francescani. Siamo venuti tutti qua con la comunità. Mi trovo bene là, è un posto familiare… Stiamo bene, c’è amore come tra fratelli e sorelle. Non avevo un posto dove stare e l’assistente sociale mi ha portato là. Due o tre giorni fa sono venuta a dare i libricini del Vangelo e a vedere Papa Francesco. Penso che sia un uomo buono.

Motiur
R. - Mi chiamo Motiur, ho 21 anni. Sono arrivato in Italia da quasi due anni.

D. - Da quale Paese sei arrivato?

R. - Dal Bangladesh. Sono venuto qui per studiare. Ora vivo con i frati francescani.

D. - Non hai nessuno qui? Sei venuto da solo?

R. - Non ho nessuno qui. Volevo cambiare, volevo studiare e trovare lavoro.

D. - Che cosa ti aspetti dall’Italia?

R. - Quando sono arrivato in Italia ho cominciato a studiare. Dopo la terza media volevo lavorare ma ancora non ho trovato lavoro. Prima di arrivare qui sono andato in un centro di accoglienza dove sono rimasto per quasi un anno.

D. - Qual è il tuo sogno? Dove vuoi arrivare?

R. - Voglio trovare un lavoro.

D. - Papa Francesco ti ha portato nei Musei Vaticani. Cosa ne pensi?

R. - Ci ha invitato a visitare i musei. Questa è una cosa bella. Mi piace tanto. Non conoscevo la storia di Roma prima di arrivare qui. Ora la conosco un po’.

Sergio
R. - Sono a Roma dal 1999. Faccio la vita del pensionato; sono un anziano e ogni tanto mi fa piacere dare una mano, aiutare gli altri attraverso la Comunità di Sant’Egidio. Quando posso lo faccio volentieri. Avevo un caratteraccio e mi sono detto: “Così non può andare avanti. Come si fa?”. Allora per cercare di migliorarlo, mi sono messo a fare questo servizio a contatto con la gente, con centomila problematiche. Piano piano sono migliorato.

D. – Secondo lei che significato ha per le persone di Sant’Egidio, per i ragazzi che voi accogliete, fare un giro all’interno dei Musei Vaticani?

R. – Innanzitutto è un giorno che ci riconcilia con noi stessi, perché quando si viene qui e si respira quest'aria succede qualcosa di indescrivibile, non ci sono parole. Si respira un’aria di pace, di tranquillità. Quindi sono particolarmente felice. Se fosse possibile vorrei che questa iniziativa fosse riproposta in altre occasioni perché la gente pensa che siamo tutti sbandati … Invece c’è gente che apprezza molto queste cose e le viene a vedere con molto interesse e si vede dalle domande che fanno.

Rodolfo
R. – Non sono mai riuscito a vedere il Papa da vicino, neanche quando facevamo servizio qui a San Pietro. Questa volta, invece, sono veramente riuscito a vederlo “a tu per tu”. Sono emozionatissimo, anche perché è un Papa davvero… Pregherò per lui e per tutte le persone che sono qua, perché ne hanno proprio bisogno.

D. – Qual è la tua esperienza di volontario?

R. – Io ho cominciato stando negli scout e poi da lì sono passato alla Protezione Civile, avendo visto che avevano bisogno di persone. Mi sono buttato, pensando sempre di fare qualcosa di buono. E così sono riuscito. Mi piace, infatti, aiutare la gente, soprattutto da quando ho perso mia moglie. Anche lei era nella Protezione Civile. Ora sono tre anni che l’ho perduta, banalmente, e mi sento davvero perso. Se non fossi entrato da loro, penso che avrei fatto una brutta fine. Invece, visto che a lei piaceva aiutare gli altri, ora sto facendo quello che lei voleva.

La gioia e la felicità la si vede anche negli occhi di mons. Konrad Krajewski e del capo ufficio dell’Elemosineria, mons. Diego Ravelli:

R. – Vedere la gioia di queste persone. Adesso che siamo qui a conclusione della giornata, è veramente bello vedere il sorriso e quell’amore che hanno ricevuto durante l’incontro con il Papa. Escono davvero con il cuore pieno di gioia. Questa per noi è la cosa più bella; gli occhi aperti verso qualcosa di meraviglioso che forse non avrebbero mai potuto vedere se non proprio in questa occasione, con questa possibilità che gli è stata data. Per loro era davvero bello. Come dicevo, la gioia negli occhi e la bellezza di tante cose che sono anche loro: sono di tutti.

Toccante la testimonianza di Carla. Il dolore della vita che si scioglie nell’essere la madre di tanti giovani provati dalle esperienze più dure:

R. – Sono in convento, perché ho avuto un problema: tre anni fa, mi è scoppiata una bombola e tutta mia la famiglia è morta. Dopo questo incidente ho comprato una casa, che adesso è pericolante… Sto per strada. Sono stata accolta al convento dei francescani a Valmontone.

D. – In che modo è cambiata la sua vita oggi, anche circondata da tutti questi ragazzi?

R. – Loro mi chiamano tutti “mamma”, perché io sono la più anziana. C’è chi viene dal Libano, chi dalla Tunisia… Questo mi fa piacere. Mi chiamano tutti “mamma Carla”. Tanti dolori, tante sofferenze…

D. – Però il fatto di avere così tanti ragazzi intorno a lei l’ha aiutata?

R. – Mi hanno aiutato tanto, non sono caduta in depressione, sempre grazie al fatto che mi chiamano tutti “mamma Carla” e poi al convento sto bene. Ringraziamo Dio, sono contenta per tutti.

D. – Come ha accolto questa idea di Papa Francesco di farvi visitare i Musei Vaticani?

R. – Bellissima! È stata una cosa bella, perché non avevo mai visto una cosa del genere. Adesso ho avuto l’occasione di vederli. Mi sono piaciuti molto e sono molto contenta!

D. – Che pensa di questo Papa?

R. – Che è bravo, è umile, ci sa fare con i poveri: c’è tanta gente che li scansa…tanta!

D. – Come si vede tra qualche anno: in una sua casa o continuerà a vivere lì?

R. – Non lo so, però so che un domani, se dovessi riavere casa, quando muoio, la donerò al convento.

Note al testo

[1] Cfr Propositio 20.

[2] Cfr Conc. Ecum. Vat. II, Decr. sui mezzi di comunicazione sociale Inter mirifica, 6. 

[3] Cfr De musica, VI, XIII, 38: PL 32, 1183-1184; Conf., IV, XIII, 20: PL 32, 701. 

[4] Benedetto XVI, Discorso in occasione della proiezione del documentario “Arte e fede – via pulchritudinis”(25 ottobre 2012): L’Osservatore Romano (27 ottobre 2012), p. 7. 

[5] Cf. Culture e fede,  Città del Vaticano, n. 2, 2002.

[6] Cf. il Documento Dov’è il tuo Dio?, pubblicato in diverse lingue: PAUL POUPARD – PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA, Dov’è il tuo Dio? Fede cristiana, non credenza e indifferenza religiosa, in «Religioni e sette nel mondo», 26, 2003-2004; Où est-il ton Dieu ? La foi chrétienne au défi de l’indifférence religieuse, Salvator, Paris 2004 ;Where Is Your God? Responding to the Challenge of Unbelief and Religious Indifference Today – Dónde está tu Dios?La fe cristiana ante la increencia religiosa, Chicago 2004; Dónde está tu Dios? La fe cristiana ante la increencia religiosa, Valencia 2005;  Gdje je tvoj Bog? Kršćanska vjera pred izazovom vjerske ravnodušnosti, Sarajevo 2005.

[7]  Cf. R. REMOND, Le Christianisme en accusation, Paris 2000 ; Le nouvel antichristianismeibid, 2005.

[8]  Oltre ai testi della Plenaria 2004, cf. il Documento Gesù Cristo portatore dell’acqua viva. Una riflessione cristiana sul «New Age», Città del Vaticano 2003; Jésus, porteur d’eau vive. Une réflexion chrétienne sur le «Nouvel  Age»Jesus Christ the Bearer of the Water of Life. A Christian reflection on the «New Age»; Jesucristo portador del agua de la vida. Una reflexión cristiana sobre la “Nueva Era”; Jesus Christus des Spender lebendigen Wassers. Überlegungen zu New Age aus christlicher Sicht.

[9]  BENEDETTO XVI,  Omelia durante la S. Messa di inizio del Pontificato, 24 aprile 2005.

[10] GIOVANNI PAOLO II, Lettera agli artisti, 4 aprile 1999, n. 3.

[11] GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, 14 settembre 1998, n. 103.

[12] Secondo San TOMMASO D’AQUINO, la claritas è una delle tre condizioni della bellezza. Nelle questioni sulla Trinità della Summa Theologiae, egli si interroga sugli attributi propri di ogni persona divina e collega la bellezza alla persona del Figlio:«Pulchritudo habet similitudinem cum propriis Filii – La bellezza presenta una certa somiglianza con ciò che è proprio del Figlio». Ed indica le tre condizioni della bellezza per applicarle a Cristo: la integritas sive perfectio, la proportio sive consonantia e la claritas (Ia, qu. 39, art. 8).

[13] Per una riflessione sulla filosofia del bello e sull’attività artistica, vedere M.-D. PHILIPPE, L’activité artistique. Philosophie du faire, 2  vol., Paris 1969-1970, con un’importante bibliografia. Per una riflessione teologica, vedere anche B. FORTE, La porta della Bellezza. Per un’estetica teologica, Brescia 1999; Inquietudini della trascendenza, cap. 3: “La Bellezza”, Brescia 2005, p. 45-55; ID., La bellezza di DioScritti e discorsi 2004-2005, Cinisello Balsamo (Milano) 2006.

[14] GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, op. cit., n. 83. E aggiunge: «Un pensiero filosofico che rifiutasse ogni apertura metafisica, pertanto, sarebbe radicalmente inadeguato a svolgere una funzione mediatrice nella comprensione della Rivelazione».

[15] SANT’AGOSTINO, Le Confessioni, X, 27.

[16] H. Urs VON BALTHASAR, Gloria. Gli aspetti estetici della Rivelazione. I, Milano 1975, 10-11: «La nostra parola iniziale si chiama bellezza… La bellezza è l’ultima parola che l’intelletto pensante può osare di pronunciare, perché essa non fa che incoronare, quale aureola di splendore inafferrabile, il duplice astro del vero e del bene e il loro indissolubile rapporto. Essa è la bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ma la quale ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. Essa è la  bellezza  che non è più amata e custodita nemmeno dalla religione e che tuttavia, tolta come una maschera dal proprio viso, mette a nudo i tratti che minacciano di diventare incomprensibili agli uomini… Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, neanche di amare… In un mondo senza bellezza – anche se gli uomini non riescono a fare a meno di questa parola e l’hanno continuamente sulle labbra, equivocandone il senso – in un mondo che non è forse privo, ma che non è più in grado di vederla, di fare i conti con essa, anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto… In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica».

[17] Lezione per il Premio Nobel, in Opere, t. IX, YMCA Press, Vermont-Paris 1981, p. 9.

[18] Padre TUROLDO, cantore della bellezza, riporta questa significativa affermazione di D. BARSOTTI: «Il mistero della bellezza! Finché la verità e il bene non sono divenuti bellezza, la verità e il bene sembrano rimanere in qualche modo estranei all’uomo, s’impongono a lui dall’esterno; egli vi aderisce, ma non li possiede; esigono da lui una obbedienza che in qualche modo lo mortifica»Quindi trae una chiara conclusione: «Il vero e il bello non sono sufficienti a creare una cultura, perché non sembrano sufficienti da soli a creare una comunione, una unità di vita tra gli uomini. E poiché la cultura è espressione stessa di uno sviluppo individuale, di una certa perfezione raggiunta, ne viene che la cultura massimamente sembra esprimersi nella bellezza. La bellezza è il fine di tutte le cose» (“Bellezza” in Nuovo Dizionario di Mariologia, Ed. Paoline, 1985, p. 222-223).

[19] Il Papa GIOVANNI PAOLO II ha ripreso questa essenziale affermazione nella Lettera agli Artisti, n. 11.

[20] Cf. anche San GIOVANNI DELLA CROCE, Cantico spirituale, 5: “Mil gracias derramando / Pasó por estos sotos con presura / Y, yéndolos mirando, / Con sola su figura, / Vestidos los dejó de su hermosura” – Grazie a mille spargendo / Passò per questi luoghi con sveltezza, e soltanto effondendo / lo sguardo con mitezza / li lasciò rivestiti di bellezza”, e G.M. HOPKINS: “The world is charged with the grandeur of God” – “Il mondo è caricato della grandezza di Dio”.

[21] Aristotele affermava che «in tutte le cose della natura c’è qualcosa di meraviglioso» (Le parti degli animali, I, 5). Lo studio della natura e del cosmo ha giocato un ruolo essenziale nella filosofia, a cominciare da quella dell’antica Grecia, ed anche in teologia la cosmologia ha costituito un elemento fondamentale per capire l’opera di Dio e la sua azione nella storia. Pensiamo, ad esempio, alla visione dello Pseudo-Dionigi Areopagita, tante volte ripresa nella teologia e nella mistica cristiana, come anche alla cosmologia aristotelica che si innesta nel pensiero tomista, andando a costituire una delle cosiddette «prove dell’esistenza di Dio». Anche Emmanuel Kant riconosceva la bellezza del cosmo e la sua capacità di provocare stupore, quando affermava, nella Critica della ragion pratica: «Due cose riempiono l’animo di crescente meraviglia e timore(…): il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me».

[22] Cf. Giovanni Scoto Eriugena, De divisione naturae 1.3, e San Bonaventura,, Collationes in Hexaemeron II. 27.

[23] Cf. PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA CULTURA, Per una pastorale della cultura, 1999, n. 35.

[24] Cf. The Human Search for Truth: Philosophy, Science, Theology. International Conference on Science and Faith. Vatican City, 23-25 May  2000, Saint Joseph’s University Press, Philadelphia, USA, 2002; tr. it. L’uomo alla ricerca della verità. Filosofia, scienza, teologia: prospettive per il terzo millennio. Conferenza internazionale su scienza e fede, Città del Vaticano, 23-25 maggio 2000, Vita e Pensiero, Milano, 2005.

[25] SAN BONAVENTURA, Legenda Maior, IX.

[26] GIOVANNI PAOLO II,  Lettera agli artisti, n. 12-13.

[27] Cf. ASSOCIAZIONE  ARTE  E  SPIRITUALITÀ, Sulla via della Bellezza. Paolo VI e gli artisti, quaderno n. 3, Brescia 2003, p. 71-76.

[28] Cf. D. PONNAU, in Forme et sens. Colloque de formation à la dimension religieuse du patrimoine culturel, École du Louvre, Paris, 1997, p. 20.

[29] Catechismo della Chiesa CattolicaCompendio.  Introduzione. Libreria Editrice Vaticana, 2005.

[30] GIOVANNI PAOLO II, Lettera agli artisti, op. cit., n. 12 e 8.

[31] Sant’Ireneo, Adversus haereses, IV, 20.7.

[32] Cf. n. 17: Arte e tempo libero e soprattutto il n. 36: L’arte e gli artisti.

[33] Cf. La Lettera circolare della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, su La formazione ai beni culturali nei seminari, 15 ottobre 1992; la Nota pastorale della Conferenza Episcopale Regionale di Toscana: La vita si è fatta visibile. La comunicazione della fede attraverso l’Arte, del 23 febbraio 1997, e quella dell’Ufficio nazionale per i Beni culturali ecclesiastici della Conferenza Episcopale Italiana dal titolo: Spirito Creatore, del 30 novembre 1997.

[34] Si moltiplicano i corsi di formazione nelle Università cattoliche, come alla Facoltà di Storia della Chiesa e dei Beni culturali della Pontificia Università Gregoriana o all’Istituto di Arte Sacra e di Musica liturgica dell’Istitut Catholique di Parigi; le riviste di ispirazione cristiana affrontano sempre più spesso questo argomento, come ad esempio Arte Cristiana di Milano, Humanitas di Santiago del Cile; aumenta il numero dei Musei diocesani, ideati come veri e propri Centri culturali cattolici. Pubblicazioni recenti trattano della via pulchritudinis e aiutano il lettore a familiarizzare col linguaggio dell’arte per una meditazione spirituale: cf. Maria Gloria Riva, Nell’arte lo stupore di una Presenza, San Paolo, Milano, 2004.

[35] E. BIANCHI fa eco a queste parole quando esorta a «saper annunciare la differenza cristiana» come una vera risposta all’indifferenza: «O il cristianesimo è filocaliaamore della bellezza, via pulchritudinis, via della bellezza, o non è! E se è via della bellezza, saprà attirare anche gli altri su quel cammino che conduce alla vita più forte della morte, saprà essere sequentia sancti Evangelii per gli uomini e le donne del nostro tempo». In Perché e come evangelizzare di fronte all’indifferentismo, in “Vita e pensiero” 2, 2005, p. 92-93.

[36] P. FLORENSKIJ, Le porte regali. Saggio sull’icona, Milano 1999, 50.

[37] Card. J. RATZINGER, Eucaristia come genesi della missione. Conferenza magistrale al XXIII Congresso Eucaristico di Bologna, 20-28 settembre 1997 in “Il Regno” 1 nov. 1997, n° 19, p. 588-589.

[38] Cit. in F. CASTELLI, Volti di Gesù nella letteratura moderna, II, Paoline 1990, p. 124.

[39] Cf. T. VERDON, Vedere il mistero. Il genio artistico della liturgia cattolica, Mondadori 2003.

[40] H. Urs VON BALTHASAR ha percepito profondamente «in un paradosso insolubile il mistero della bellezza. Sempre, infatti, ciò che si manifesta è, nella sua stessa manifestazione, ciò che non si manifesta… Nella superficie visibile della manifestazione si coglie la profondità che non si manifesta, e ciò soltanto dà al fenomeno del bello il suo carattere affascinante e soggiogante, e ciò soltanto assicura all’essente la sua verità e la sua bontà». Gloriaop. cit., p. 373.

[41] Cf. anche l’Esortazione Apostolica post-sinodale Ecclesia in Europa, del 28 giugno 2003, n. 66-73; l’Enciclica Ecclesia de Eucaristia, del 17 aprile 2003; la Lettera Apostolica Mane nobiscum Domine, del 17 ottobre 2004. G. VECERRICA, Diamo forma alla bellezza della vita cristiana. Lettera pastorale, Fabriano 2006.

[42] Cf., per esempio, C. M. MARTINI, Quale bellezza salverà il mondo? Lettera pastorale 1999-2000, Milano 1999; B. FORTE, Perché andare a messa la domenica. L’Eucaristia e la bellezza di Dio, Cinisello Balsamo 2004.

[43] Cf. PONTIFICIA  ACCADEMIA  MARIANA  INTERNAZIONALE, La madre del Signore. Memoria, presenza, speranza, Città del Vaticano, 2000, p. 40-42.

[44] SANT’AGOSTINO, La Città di Dio, XXII, 30, 5.

[45] CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, 22.

[46] BENEDETTO XVI, Omelia durante la S.. Messa per l’inizio del Pontificato, 24 aprile 2005.