Dopo l’eccidio di Nizza: la vera questione non è né la violenza, né l’Islam, ma la sharî‘a (e contemporaneamente la gioia dell’Europa di essere laica e cristiana), di Giovanni Amico

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /07 /2016 - 15:02 pm | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito un articolo di Giovanni Amico. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, vedi la sotto-sezione Islam nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni, in particolare la sotto-sezione Islam: la questione della libertà religios, dei diritti e della violenza e la sotto-sezione La crisi dell'Islam odierno.

Il Centro culturale Gli scritti (16/7/2016)

1/ Al di là delle apparenze, l’islamismo è debole perché non ha nulla da dire. È per questo che non gli resta che uccidere

L’eccidio di Nizza mostra innanzitutto che gli islamisti sono deboli. Guai a dimenticarlo. Chi usa la violenza, sta già ammettendo di essere sconfitto. Gli islamisti uccidono perché non hanno argomenti. Stanno perdendo non solo militarmente, come è evidente dalla ritirata cui sono costretti in Siria ed in Iraq. La loro vera sconfitta è religiosa e culturale. Stanno spegnendo il gusto di vivere in tanti.

La vita che essi conducono suscita disgusto: il loro Dio atterrisce e allontana da sé per la loro disgustosa testimonianza. Solo un Dio che doni la gioia e l’amore, invece, può attrarre. Allontana da sé al punto che se oggi si lasciassero liberi i musulmani (e le donne in particolare) il 20% di loro si farebbe cristiano ed il 5% dichiarerebbe il proprio ateismo.

Tanti musulmani non ne possono più dell’Islam violento degli islamisti e affermano: «Se questo è l’Islam, io mi convertirò, appena posso, al cristianesimo». Gli islamisti sono consapevoli di questo: combattono con la violenza perché solo imponendo il terrore pensano di poter arrestare questa emorragia.

Non possono ammettere di essere essi stessi la causa di tale desiderio di abbandonare l’Islam che avvertono fra la loro gente. Si accorgono bene che la laicità ed il cristianesimo toccano i cuori, convincono le menti.

E, non sapendo cosa dire per convincere in un sereno confronto, uccidono. Gli islamisti non hanno niente da dire a livello religioso e culturale. Sono deboli, non forti.

2/ La vera questione non è la violenza, ma la sharî‘a

Nizza, Museo biblico Marc Chagall, La creazione

La lunga serie di atti omicidi tutti noiosamente uguali  - la serie è ormai lunghissima con eccidi, decapitazioni, stupri, uomini arsi vivi, bambini e donne resi schiavi, attentati contro sciiti, sunniti moderati, curdi, yazidi, cristiani, ebrei, europei, omosessuali, atei, berberi, ecc. –, ma anche la fine della primavera araba, mostra che le cause della violenza non sono da ricercare essenzialmente in determinate condizioni economiche o storiche. Gli islamisti sono violenti e sarebbero violenti comunque con chiunque la pensasse diversamente da loro e non accettasse di sottomettersi. D’altro canto uomini poveri di altre culture e religioni non massacrano civili e non lo fanno urlando proclami religiosi, nonostante siano trattati ingiustamente.

Ma la questione non è nemmeno la violenza. La vera questione è  l’idea di sharî‘a (per una definizione di sharî‘a vedi in nota[1]). La sharî‘a prevede che determinati comportamenti religiosi e civili debbano essere imposti a tutti i musulmani e, talvolta, anche a chi musulmano non è.

Si noti bene ed è questo il punto: la vera questione non è l’Islam. La vera questione è se l’Islam possa fare a meno della sharî‘a, anzi se fare a meno della sharî‘a sia un modo di comprendere oggi ancora meglio la bellezza e la grandezza del Dio unico e misericordioso. Se l’abbandono della sharî‘a è possibile nell’Islam, anzi se gli imam se ne fanno promotori, l’Islam non è in questione, l’Islam non è un problema, anzi diverrebbe il grande motivo per rinnegare la violenza, poiché la libertà diverrebbe uno dei pilastri della fede nel Dio misericordioso.

La vera questione che dobbiamo porre per amore e con fiducia ai tanti musulmani che rifiutano la violenza è se essi rifiutano al contempo la sharî‘a. Se sono disposti a lottare nei propri paesi, a partire dall’Arabia Saudita dove si recano in pellegrinaggio, contro la sharî‘a. Se vogliono contrastare i processi di islamizzazione che sono evidenti in tanti paesi a maggioranza musulmana, non ultima la Turchia odierna.

Diverse nazioni musulmane hanno di fatto abolito la sharî‘a da decenni, si pensi ad esempio alle splendide realtà del Marocco e della Tunisia. In questi paesi non è obbligatorio celebrare il Ramadan, non è interdetto ad una donna parlare da sola con un uomo che non è suo marito, non è interdetto ad un uomo parlare da solo con una donna sposata che non è sua moglie.

Il problema è che in questi paesi tali innovazioni sono state decise dallo Stato, non dagli imam. Le autorità civili si sono fatte garanti di tali libertà. Ma gli imam non hanno istruito il popolo su come sia possibile di fatto “contravvenire” alla sharî‘a, non hanno spiegato alla popolazione con quale procedimento teologico e giuridico ciò che avveniva ai tempi del Profeta o nei primi secoli dell’Islam oggi non abbia più valore.

Avviene così  che alcuni, non avendo interiorizzato i motivi dei cambiamenti di comportamento e le motivazioni della nuova libertà musulmana, se incontrano un islamista che gli cita alla lettera alcuni versi del Corano o alcuni episodi della tradizione, rischiano di abbandonare gli atteggiamenti più liberali per seguire il “vero” Islam che ritengono di aver tradito.

Noi chiediamo oggi, dopo l’ennesimo attentato di Nizza, che i musulmani spieghino pubblicamente ai loro fedeli come debbano essere interpretati i passi coranici e della tradizione che sono contro la libertà e la modernità, i passi che sono apparentemente violenti e che invece vanno interpretati allegoricamente, di modo che i ragazzi e le ragazze musulmani abbiano gli strumenti culturali per non cadere nella trappola che gli islamisti tendono loro attraverso il web (cfr. su questo Lettera aperta al mondo musulmano, di Abdennour Bidar).

Di modo che le giovani generazioni musulmane possano dire: il vero Islam è libertà, il vero Islam vuole una maggiore libertà della donna, il vero Islam ama la ragione e per questo promuve la ricerca anche teologica senza paura, il vero Islam promuove uno studio critico delle fonti musulmane – rispettoso certo, ma anche critico -, il vero Islam promuove la libertà di coscienza, il vero Islam ripudia la sharî‘a come un male e riconosce che quando nel passato la sharî‘a è stata imposta ciò è avvenuto contro lo spirito del vero Islam. Noi occidentali non sappiamo dire se sia possibile che un musulmano faccia sue queste affermazioni, non sappiamo nemmeno come debbano essere interpretate le fonti musulmane perché si giunga a dire questo (noi conosciamo i filosofi laici e le fonti cristiane ed è di questi che ci occupiamo e sappiamo che laicità e cristianesimo non solo si possono conciliare ma sono legati strettamente l’uno all’all’altra). Noi però capiamo bene che se non si formano le nuove generazione musulmane nel comprendere come la sharî‘a possa essere rinnegata dall’Islam moderno, la violenza riemergerà sempre di nuovo.    

Siamo, insomma, stufi del superficiale “Not in my name” alla violenza: noi chiediamo che si dica piuttosto: “Not in my name” alla sharî‘a e che si espongano i motivi di tale rifiuto della sharî‘a oggi da parte musulmana. Noi crediamo che l’Islam non sia da condannare e domandiamo se si possa condannare invece condannare la sharî‘a, se gli imam possano condannarla e condannarla anche nell’Arabia Saudita, il paese dove tutti i musulmani si recano in pellegrinaggio alla ricerca del “vero” Islam.

Diversi pensatori musulmani e diversi imam affermano che ciò è possibile. Ma cosa ne pensano la maggioranza degli imam? Questa è la nostra domanda (cfr. su questo La dichiarazione di Hocine Drouiche, imam di Nîmes e vicepresidente degli imam di Francia, che si è dimesso dopo i fatti di Nizza: "Avevamo sempre pensato che il terrorismo fosse nato in Iraq e in Afghanistan a causa dell’orgoglio dell’Amministrazione Bush. La primavera araba ha mostrato con chiarezza che il problema dell’islamismo è legato alla crisi teologica e giuridica dell’islam").

3/ Il “doppio binario” e la schizofrenia

Nizza, Museo biblico Marc Chagall, Il Cantico dei cantici I-V

Il ritardo di questo ripudio della sharî‘a ha una conseguenza ben visibile agli occhi di tutti: ha fatto nascere, una volta creatasi la nuova situazione di globalizzazione, il “doppio binario” esistente in tante guide dell’Islam e conseguentemente in tanti musulmani. I musulmani giunti in occidente di fatto vivono con regole differenti da quelle della sharî‘a.

La questione del “doppio binario” non esisteva prima della globalizzazione, perché ognuno viveva nel suo mondo e quando faceva un viaggio accettava co e cosa normale le regole di un modo diverso di credere e comportarsi. Ora questo modo di vivere separati non è più possibile, perché ci sono moltissimi musulmani in Europa e ci sono moltissimi cristiani ed anche europei nella penisola arabica (gli studiosi affermano che non ci sono mai stati tanti cristiani nella penisola arabica quanto ai nostri giorni, si pensi solo agli immigrati dalle Filippine o dall’America Latina), come ci sono moltissimi ragazzi cresciuti laicamente in Turchia o nel Maghreb o tanti lavoratori europei nei paesi musulmani dell’Indonesia, del Bangladesh, ecc. Possono tutti costoro vivere liberamente, all’occidentale, nei paesi musulmani o di fatto esisterà un “doppio binario” – ciò che vale nei vostri paesi europei non è possibile qui nei nostri?

I musulmani giunti in Europa accettano che nel mese di Ramadan altri mangino dinanzi a loro, anzi spesso cucinano in quel mese anche per i non musulmani. Parlano da soli con donne sole. Mandano i loro figli in scuole in cui si studia nell’ora di storia che Abramo ha portato sul monte per il sacrificio Isacco – mentre secondo il Corano e la tradizione islamica Abramo avrebbe portato sul monte Ismaele e non Isacco.

Vivono in ambienti laici in cui la critica alla religione, sia essa cristiana o musulmana, è un fatto abituale. Sono amici di persone che utilizzano la ragione e non si accontentano del fatto che qualcosa sia prescritto, bensì vogliono capire. Sono amici di persone che con la ragione arrivano a dire che se Dio non lascia liberi, allora non può essere amato.

Ma quando tornano in patria accettano che lì sia vietato ad uno straniero mangiare in pubblico durante il Ramadan, lì accettano che sia vietato ad una ragazza parlare da sola con un uomo non sposato o ad una moglie sposata parlare da sola con un uomo che non è suo marito. Accettano che nel proprio paese sia vietato discutere liberamente e in maniera critica e pubblica della religione.

Accettano che sia negata alla Chiesa una personalità giuridica e che le si impedisca la libertà di organizzare riunioni o campeggi o cicli di catechesi rivolte anche a persone non cristiane. Non criticano che tanti soldi vengano spesi per costruire moschee e non per migliorare le scuole e l’educazione delle donne. Accettano che in Arabia Saudita sia vietato ad un cristiano pregare, che sia vietato addirittura ad una donna di guidare da sola la macchina.

Quando poi hanno dei figli o quando si viene a creare in occidente un quartiere in cui i musulmani vivono tutti insieme ecco che questo “duplice binario” si manifesta ulteriormente. Se una figlia vuole sposare un cristiano le viene vietato. Se una pubblica autorità è donna - un vigile, un magistrato, un medico – può avvenire che l’uomo si ribelli ad una tale autorità femminile. Me lo raccontava la settimana scorsa una vigilessa romana che si era sentita rispondere da un musulmano che non aveva il diritto di fare una molta perché donna. 

Si noti bene: a noi sembra assolutamente secondaria la questione del velo, sulla quale dovrebbe valere il principio della libertà religiosa. Ciò che è decisivo è l’accettazione dell’assoluta parità dell’uomo e della donna, coì come è dichiarata nella nostra Costituzione. Che una donna possa studiare da sola, facendo anche carriera universitaria, e che da sola possa lavorare anche in ambienti maschili e, soprattutto, che ciò sia normale. Il “doppio binario” cesserà di esistere quando chi è strettamente fedele all’Islam dichiarerà che ovunque, sia nei paesi musulmani che in quelli non musulmani, una donna può parlare con un uomo. Noi cristiani possiamo offrire la nostra testimonianza ed affermare che non è contro Dio che una cristiana viva in mezzo ad uomini, anche atei o anticlericali, perché la sua fede non glielo impedisce.

Un’altra questione che evidenzia l’esistenza del “doppio binario” è quella della libera interpretazione dei testi sacri. L’occidente ha maturato un atteggiamento critico verso i testi sacri, ad esempio verso la Bibbia, così come verso le autorità religiose, si pensi all’anticlericalismo. La questione è se si possa essere fedeli all’Islam ed insieme avere verso il Corano e la tradizione dei detti di Maometto un atteggiamento critico come lo ha un esegeta dell’Antico o del Nuovo Testamento o un giornalista che discute di questioni ecclesiastiche. È possibile questo? È ammesso questo? Se la risposta non è chiara si resta ancora in una situazione di “doppio binario” che proclama in apparenza il rifiuto della violenza ma la riafferma al contempo, perché quando qualcuno si provasse a fare una riflessione critica in pubblico di carattere religioso, gli sarà poi vietato.

Ancora più evidenti sono le questioni che riguardano la libertà delle moschee e delle chiese. Nei paesi occidentali un ateo o un cristiano può accedere ad una moschea per convertirsi all’Islam. Nei paesi musulmani può un musulmano accedere ad una chiesa per chiedere di conoscere il cristianesimo perché sente il desiderio del battesimo?

Se il “doppio binario” non viene eliminato culturalmente e religiosamente continueranno a verificarsi casi nei quali una figlia chiederà di frequentare un ragazzo cristiano perché innamorata e il padre glielo vieterà anche se maggiorenne. Si ripeteranno casi nei quali un musulmano vorrà studiare testi che mettono in discussione alcuni principi musulmani e dovrà farlo di nascosto.

Si giungerà in alcuni casi a quella schizofrenia che fa amare ad alcuni la libertà occidentale, negandola però alle persone della propria famiglia. Si conserverà la schizofrenia di tanti che appena scesi in un aeroporto occidentale cambiano vestito e comportamenti.

In questo “doppio binario” continueranno ad esserci giovani – come molte biografie degli attentatori suicidi testimoniano – che vivranno una parte della loro vita con costumi occidentali e poi, improvvisamente radicalizzatisi, sceglieranno la difesa della sharî‘a e l’azione violenta, avendo accantonato i comportamenti islamici tradizionali, ma mai avendoli veramente affrontati e discussi.

Superare il “doppio binario” vuol dire mostrare oggi come sia possibile essere insieme fedeli ad Allah ed essere pienamente liberi, critici e colti.

Non appena sarà chiara tale compossibilità nell’insegnamento pubblico delle moschee il problema della violenza sarà risolto.

4/ Integrare vuol dire avere una storia da proporre: essere fieri insieme della laicità e del cristianesimo

Nizza, Museo biblico Marc Chagall

Se gli islamisti sanno di essere perdenti, c’è un ulteriore aspetto che sta emergendo. L’Europa sta pian piano riacquisendo consapevolezza della bellezza della propria storia. Oggi si vergogna meno del suo passato e sta pian piano rinnegando quei “falsi maestri” che le avevano insegnato ad apprezzare tutto tranne se stessa. Tanti europei stanno ricominciando a sentire che sono non solo in diritto, ma anche in dovere di proporre la storia d’Europa, storia insieme laica e cristiana, come un modello, a proporla proprio per amore dei musulmani che potrebbero capire attraverso di essa come far evolvere la loro cultura.

Certo ci sono ancora intellettuali europei talmente legati ideologicamente alla loro formazione avvenuta nei decenni passati che non riescono ad abbandonare mantra come: “Le religioni sono tutte uguali e sono tutte generatrici di male”, “Il cristianesimo è la religione più violenta che esista”, “L’Europa è causa di ogni male per le sue mire colonialistiche ed economiche”, “L’unica via è un mondo ‘no religion too’ ”. Ma è il canto del cigno moribondo.

Tante persone semplici e povere, tanti intellettuali giovani, tanti studiosi, sono già anni luce avanti rispetto ad affermazioni come quelle appena indicate. Nelle scuole e nei teatri si torna a leggere Dante, si torna a parlare di Arnolfo di Cambio, e si scopre che san Francesco era un tipico uomo medioevale. Si scopre che la libertà è nata con i Comuni e che è morta con Enrico VIII d’Inghilterra e non viceversa. Si torna a capire come Caravaggio fosse una personalità della controriforma e come amasse la Roma del suo tempo. Si gioisce al capire come la scienza sia andata a braccetto con la fede cristiana. Come l’etica del lavoro e la gioia della festa siano cresciute insieme in Europa. Come la laicità e la fede cristiana siano due facce della stessa medaglia..

L’Europa sta riscoprendo che uno degli elementi di forza della sua cultura sta proprio nel saper riconoscere i propri errori ed i propri peccati, mentre molte altre culture non hanno ancora maturato alcuna autocritica.

L’Europa sta riscoprendo che denunciare i crimini di altri popoli, mentre si riconoscono i propri, non ha niente di offensivo, ma appartiene anzi alla ricerca della verità storica ed aiuta anche le altre culture a non sentirsi sempre vittime, bensì corresponsabili di ciò che è avvenuto. Sta ridivenendo normale parlare delle guerre di conquista degli arabi e successivamente dei turchi con le carneficine, le riduzioni in schiavitù, il colonialismo e la distruzione di edifici compiuti dai musulmani. Oggi tutti sanno, solo per fare qualche esempio, che in Andalusia gli arabi musulmani distrussero tutti gli edifici cristiani e che la Mezquita di Cordoba era precedentemente una cattedrale che gli invasori arabi rasero al suolo e con le cui colonne eressero la Mezquita, o che le bellissime sinagoghe di Toledo vennero erette dopo la reconquista, sotto re cristiani, poiché agli ebrei era proibito erigere nuovi edifici sotto regime musulmano. Non si tace più che i turchi musulmani condussero guerre orrende di conquista, basti ricordare la caduta di Costantinopoli con gli eccidi, il saccheggio e la distruzioni di tutte le chiese trasformate in moschee  che vennero compiuti.

Ed è bello che a scuola si torni a parlare di queste cose non in odio ai musulmani, ma per amore alla verità, certi di far loro un servizio poiché accanto alle crociate che fecero loro del male sapranno riconoscere anche quanto male hanno fatto i loro antenati musulmani ed incontrarsi così alla pari con i loro amici studenti.

Ma si pensi anche a quanto si stia riscoprendo quanto grandi siamo la poesia europea, la sua letteratura, la sua filosofia laica, la sua psicologia e psicoanalisi, la scienza. Sempre più si incontrano personaggi che in programmi televisivi o nelle scuole sanno mostrare la grandezza di Dante (si pensi solo a Nembrini e a Benigni), di Leopardi, di Manzoni, di Mendel e della sua genetica.

Questa riscoperta della grandezza della propria storia rende nuovamente l’Europa capace di proporre il bene che è stata capace di generare.

Questo rende forti e sicuri dopo l’ennesimo attentato di Nizza, nella Nizza nella quale esiste il Museo nazionale del Messaggio biblico Marc Chagall (che testimonia anche della grande amicizia esistente fra ebrei e cristiani), nella Nizza nella quale è sepolto Henri Matisse che a pochi chilometri, a Vence, dipinse a sue spese la famosissima Cappella delle domenicane di Vence, grazie all’amicizia personale con una suora, sr. Jacques-Marie che era stata precedentemente sua modella (cfr. su questo Henri Matisse dinanzi all'oggettività del cristianesimo: la Cappella delle domenicane di Vence di Andrea Lonardo).

L’Europa sta riscoprendo che integrare non vuol dire solo ascoltare le tradizioni diverse dalla propria, ma ancor più essere talmente convinti della bellezza della propria storia da offrirla a chi bussa alle nostre porte, chiedendogli di integrarsi veramente e porgendogli in dono ciò che nei secoli abbiamo costruito anche per chi avrebbe bussato alla nostra porta.

Nella novità positiva che si sta venendo a creare non si deve dimenticare anche il fatto enorme del riscoperto coraggio di parlare del crocifisso che invece l’Islam nega affermando che il profeta Gesù venne portato da Allah in cielo in corpo e anima senza mai essere crocifisso di modo che sulla croce venne crocifisso invece Giuda (cfr. su questo I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?, di M. Borrmans con il relativo rimando ai testi sulla crocifissione come falsa invenzione dei cristiani che vengono distribuiti nelle moschee d’Europa).
Il coraggio di presentare la vera storia di Gesù, includendo la sua crocifissione, permette ai musulmani che  non ne hanno mai sentito parlare nei loro paesi di origine di scoprire come la morte di Gesù per il perdono dei peccati sia una sola cosa con il perdono dell’adultera, con l’amore per Pietro che aveva rinnegato la fede, con il dialogo da solo a solo fra Gesù e la samaritana. Attestare che la croce è un evento storico sul quale non esiste dubbio  vuol dire mostrare anche come il crocifisso abbia spalancato le porte alla libertà, ad una civiltà dell’amore, al perdono dei peccatori, alle innumerevoli opere di carità sorte nei secoli, al sorgere dello studio e della ricerca critica, al maturare della poesia, alla testimonianza di papa Francesco, vero leader radicale che si batte da radicale per la pace e l’amore, nel nome di Dio e non si tira fuori semplicemente dicendo: “Not in my name”.

Questa riscoperta che la cultura d’Europa è veramente carica di frutti è la risposta serena e fiduciosa alla barbarie di Nizza. L’Europa sta tornando a capire che ha una responsabilità verso il mondo ed i fatti di Nizza la confermano in questo: siamo chiamati a riannunziare la laicità, con tutta la ricchezza della libertà e della ricerca razionale che ne conseguono, ed insieme a riannunziare la fede cristiana che sola ha reso possibile la laicità e che l’ha innervata con la carità e la sapienza cristiane che hanno dato ali all’Europa.

Sappiamo di avere qualcosa da proporre che altri non hanno e questo è la nostra ricchezza.

N.B.

È evidente che ci sono anche altre con-cause della violenza odierna dell’islamismo.
Ad esempio è evidente che l’eterna lotta fra sunniti e sciiti – nata già immediatamente dopo la morte di Maometto e carica di omicidi fin da allora - è virulenta più che mai e che gli islamisti hanno avuto il sostegno dell’Arabia Saudita sunnita che è in lotta con l’Iran sciita.
È evidente che Arabia Saudita, Turchia e gli USA di Obama vogliono impedire l’accrescersi dell’influenza russa.
È evidente l’errore commesso dalle sinistre di inneggiare alla caduta dello Scià di Persia e all’inizio del governo degli ayatollah, così come è evidente l’errore di Bush - condannato dal papa - di invadere l’Iraq, e l’errore di Obama di proseguire nella stessa politica di eliminazione dei leader mediorientali con lo schierarsi contro Assad, presidente della Siria e certamente migliore di Saddam Hussein, così come l’errore francese di eliminare Gheddafi.
Più volte Assad ha denunciato l’assurda posizione degli USA, della Turchia e dell’Arabia Saudita che dicono di voler combattere il terrorismo islamico mentre combattono al tempo stesso il legittimo governo siriano che lo tiene a bada. Si potrebbe dire che Obama sembra non aver imparato la lezione inferta dalla storia a Bush e proseguire sulla sua stessa linea del suo predecessore: il suo fine sembra essere l’eliminazione di Assad, cosa che lascerebbe la Siria nel caos, poiché non si vede all’orizzonte un governo diverso.
Si potrebbe proseguire con le gravi colpe della Turchia che commercia con l’ISIS/Daesh, facendo finta di combatterlo e che indebolisce i curdi che sono l’altra forza che realmente si oppone al terrorismo.
Ma tutti questi fatti, oltre ad essere delle con-cause,  sono purtroppo un’ulteriore prova della gravità della situazione e della verità della nostra analisi.
Oggi solo un leader che sia un dittatore riesce a dare unità ad un paese a maggioranza musulmana, a motivo della mancanza di chiarezza che esiste nella popolazione sulla giusta relazione fra sharî‘a e governo. Saddam Hussein, Gheddafi, Assad, lo Scià di Persia, al-Sisi (il presidente di Regeni), sono necessari, altrimenti la sharî‘a prende il sopravvento o il terrorismo esplode. Questo è talmente vero che gli esperti affermano che sarebbe stata migliore la permanenza al potere di un Saddam Hussein o di un Gheddafi. Conferire semplicemente il voto alle masse, istruite da imam che non si allontanano con chiarezza dalla sharî‘a, vorrebbe dire avere governi islamisti ancora più dittatoriali dei dittatori stessi che attualmente li governano. In Medio Oriente è, insomma, evidente che chi governa deve comandare sulle moschee e sugli imam, altrimenti sarà spazzato via.
Le con-cause politiche, allora, debbono essere prese in considerazione circa l’origine della violenza islamista, ma senza dimenticare la questione decisiva che è quella religiosa e culturale che determina poi quelle politiche ed economiche: come giungere ad un Islam che rinneghi apertamente la sharî‘a e lo faccia in maniera che i maestri stessi dell’Islam, gli imam e gli ulema, si facciano promotori di tale "rivoluzione culturale"?

N.B. del 17/7/2016

Ciò che lentamente emerge dalle indagini conferma, purtroppo, ciò che sostengo nell’articolo. Il problema non è la violenza, né il rapporto diretto con L’ISIS/Daesh, ma la mancata elaborazione di una nuova cultura islamica.

L’attentatore islamista di Nizza non era un personaggio direttamente legato all’ISIS/Daesh. Era un franco-tunisino, figlio di un padre islamico radicale: era abituato a picchiare la moglie e aveva evidenti problemi psicologici. Una volta “sconfitto” a livello affettivo, costretto a separarsi e a lasciare i figli alla ex-moglie sembrerebbe aver indirizzato le sue pulsioni vendicative di perdente, riavvicinandosi repentinamente all’Islam radicale, dove ha trovato, via web, le testimonianze inneggianti al suicidio/omicidio, riprendendo la tipologia di attentato con mezzi come i camion dei palestinesi integralisti, che usano abitualmente da tempo il metodo di investire con i propri automezzi i civili israeliani.

Non un legame diretto, quindi, con l’ISIS, ma un legame che pesca nell’irrisolto problema del rapporto sharî‘a-libertà che affligge l’Islam di oggi che lo deve affrontare in un contesto di globalizzazione, dove un separato dalla moglie islamico non ha più le coperture che la sharî‘a gli garantiva.

La stessa dinamica può essere rinvenuta agevolmente nel killer di Orlando, un omosessuale musulmano che per anni aveva vissuto la sua omosessualità con rapporti promiscui e chat sessuali e che ha poi improvvisamente rovesciato la sua coscienza schizofrenica facendo riemergere il rimosso che persisteva in lui, legato ad una visione della sharî‘a non risolta. Volendosi vendicare, forse timoroso di aver contratto una malattia in rapporti non protetti come sostengono alcuni testimoni ascoltati dalla polizia, ha così compiuto la strage.

Anche nel suo quadro psicologico di fondo non si possono eliminare né gli aspetti di un’omosessualità egodistonica, né l’evidente radicalizzazione islamistica. Il killer di Orlando ha agito sia come omosessuale egodistonico sia come islamista radicale, senza che l’una realtà possa essere separata a livello psicologico dall’altra.

In entrambi i casi il rapporto con l’islamismo appare sia dalle ultime telefonate indirizzate a persone di area islamistica, sia dalle frequentazioni dei siti inneggianti al jihad. Ovviamente i jihadisti non si fanno scrupolo di utilizzare persone come queste e di approfittare della loro debolezza psichica, ma non potrebbero agire così se la visione della sharî‘a e la visione complementare di una colpa oscura dell’occidente, fossero state definitivamente abbandonate in modo convincente e non avessero più presa.

È buffo come intellettuali ormai in disarmo, mentre si ostinano ad indicare nella fede cristiana la matrice di molte psicosi, dinanzi a casi come i due soprariportati hanno l’atteggiamento opposto e escludono a priori moventi religiosi, senza accertarsi delle indagini di polizia sui contatti islamistici anche solo via internet avuti dai soggetti di cui sopra, limitandosi a sottolineare le cause di disagio piscologico, e senza mai sollevare la questione della visione culturale religiosa che persiste anche se non è mai nominata.

Le due schizofrenie hanno, fra l'altro un rapporto importante. Una delle colpe più gravi della cultura occidentale ancora dominante anche se in ritirata è proprio quella di additare schizofrenicamente tutte le colpe nel rapporto con l'Islam a se stessa e alla perdurante arretratezza della cultura cattolica, rinforzando in questo modo l'atteggiamento islamista che vede tutte le colpe al di fuori di sé, mentre un atteggiamento adeguato ai tempi sarebbe quello di chiedere all'Islam di assumersi le proprie responsabilità riflettendo sui modelli di sessualità, di donna, di famiglia, di maschile e di femminile che propone, ed investendo energie in una nuova educazione affettiva e culturale delle nuove generazioni, nell'elaborazione di una rinnovata amoris laetitia matrimoniale islamica. 

H. Matisse, La Chapelle de Vence

 

Note al testo

[1] «Sharî‘a: “Legge stabilita da Dio”, cioè l’insieme delle regole rivelate da Dio a Muhammad, che si applicano alla vita religiosa e sociale dei musulmani all’interno della comunità. – Elaborate e precisate dall’attività umana dei giurisperti o faqîh, specialisti del diritto religioso o fiqh. – Taluni dei suoi elementi, in particolare quelli riguardanti il diritto penale, sono stati abbandonati dalla maggior parte degli Stati musulmani moderni, a partire dalla metà del XIX secolo. È tanto difficile stabilire la lista precisa di questi Stati quanto fare esattamente il bilancio delle prescrizioni divenute caduche piuttosto che abbandonate legalmente. In Arabia Saudita tuttavia si praticano ancora ufficialmente le pene legali o hadd e, in diversi paesi, il ritorno alla sharî‘a viene presentato come un ideale che viene difeso dai partiti radicali» (D. Sourdel – J. Sourdel-Thomine, Vocabolario dell'islam, Città aperta, Troina, 2005, p. 207).