“Imagine no religion too”? Il ruolo degli intellettuali occidentali dinanzi al terrorismo islamistico, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /08 /2016 - 08:05 am | Permalink
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Mettiamo a disposizione sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per approfondimenti, cfr. le sotto-sezioni Islam e Dialogo fra le religioni e libertà religiosa nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e dialogo fra le religioni.

Il Centro culturale Gli scritti (7/8/2016)

1/

Se si sostiene che la storia secolare dell’Islam sia stata una storia totalmente pacifica e che, quindi, non abbia assolutamente niente a che fare con le violenze attuali, nemmeno come richiamo remoto, allora bisognerebbe smettere di cantare Imagine, con il suo verso “no religion too”. Infatti, esisterebbe almeno una religione desiderabile per i laici, l'Islam, esente da forme di violenza. È utile evocare la canzone di Lennon per chiedere agli intellettuali d’occidente di chiarirsi un po’ le idee e di chiarirle a noi che pendiamo dalle loro labbra.

Siamo cresciuti con un sistema scolastico e poi universitario che ha avuto questo assioma: la religione non è un bene. Infinite volte ci è stata propalata una visione della storia per la quale la religione è sempre stata fonte di problemi, strumento di dominazione delle menti e della vita pubblica. Ci è stato insegnato che il vissuto quotidiano è plasmato dalle visioni religiose e che queste hanno condizionato, con sottile violenza, atteggiamenti e scelte, guerre e lotte di potere.

Ed ora, improvvisamente, la religione non c’entra più niente. Contrordine, sembra di udire. Le religioni sono buone - o almeno una di esse lo è -, ed è invece la laicità, con i suoi laici meccanismi economici e di potere, ad essere responsabile di tutto, la religione non c’entra niente.

Sia chiaro subito: l’intento di questo articolo è metodologico. Non si vuole affermare che la religione c’entri o non c’entri nella violenza odierna di alcuni stati a maggioranza islamica come l’Arabia Saudita sunnita o l’Iran sciita. Non si vuole affermare che la religione fornisca in qualche modo un appoggio ideologico a terroristi islamisti che uccidono facendosi esplodere mentre urlano “Allahu akbar” dinanzi ad una moschea sciita di Baghdad o nel corso di un corteo di hazari sciiti che manifestava per ottenere l’elettricità nei loro quartieri a Kabul.

Questo articolo è scritto, invece, per invitare alla riflessione gli intellettuali occidentali perché affrontino la confusione dei pensieri nostri e loro.

Perché dobbiamo chiarirci le idee. Quello che desidero sapere è se la religione c’entra o non c’entra. Ed anche come c’entra (se c’entra) con la plasmazione di determinati atteggiamenti di oppressione dell’uomo sulla donna, con determinate arretratezze culturali, con la mancanza di rispetto della laicità che poi può portare ad una violenza di un tipo o di un altro.

Non c’è dubbio che il terrorismo suicida sia un fatto nuovo nell’Islam – probabilmente la sua origine cronologica può essere datata al sorgere dell’Intifada palestinese, ma di questo si potrebbe discutere perché forse già gli attentati degli anni '70 a Monaco o a Fiumicino prefigurano gli odierni attentati suicidi.

Il problema che ci tiene sulle spine non è il terrorismo che, prima o poi, sarà sconfitto. Il problema non è se il nuovo terrorismo che aggredisce i civili in tutte la parti del mondo sia o meno islamico - questa questione è già risolta perché ormai tutti lo chiamano islamistico e non islamico, proprio per distinguerlo dall’Islam.

Il problema è se e in che modo la religione oggi (in questo caso quella islamica, ma la domanda vale anche per tutte le religioni) contribuisca ad atteggiamenti di accoglienza della modernità caratterizzata dalla diversità, di maturazione della laicità, della cultura, della libertà, della promozione della dignità dell’uomo qualsiasi cosa esso pensi e manifesti del suo pensiero.

La risposta degli intellettuali occidentali appare molto confusa. Nelle università si afferma senza mezzi termini che la religione è un fattore di oscurantismo, nelle pubbliche dichiarazioni si nega qualsiasi responsabilità della religione, dei suoi testi fondativi, delle sue tradizioni, della sua storia passata, dei gruppi di potere “sacerdotali” (anche senon è del tutto preciso chiamare “sacerdoti” gli imam) in merito alla violenza[1].

Lo si nega non solo ragionando teoricamente, ma anche trascurando di domandarsi perché in tutte le nazioni islamiche esista un organizzazione statale del culto (qualcosa come un “ministero della religione”) che ha il pubblico compito di guidare le moschee, le scuole coraniche e gli imam o gli ulema, sapendo di “doverli” controllare, perché guidino i fedeli in una modalità più stretta (vedi l’Arabia Saudita) o meno stretta (vedi altre nazioni), coscienti cioè che il modo in cui verrà spiegato il Corano avrà conseguenze sociali decisive. Non si vuole con questa notazione invitare a percorrere tale via nei sistemi legislativi occidentali, ma solo porre la questione del perché gli stati a maggioranza musulmana avvertano l’esigenza di controllare i loro imam.

La domanda non è retorica e la risposta non è semplice. Si vuole solo suggerire che l’interpretazione della tradizione musulmana su questioni decisive come il rapporto fra stato e religione, sessualità e famiglia, violenza e rispetto della libera ricerca, forse non è una cosa così scontata.

Sintetizzo la prima questione. La religione, i suoi preti, le sue istituzioni ed il suo influsso sulla comunità dei credenti e dei non credenti (il soggetto è volutamente aperto perché la questione non riguarda solamente i musulmani, ma certamente oggi anche loro e forse in primo luogo loro) sono qualcosa con cui misurarsi anche aspramente, fino a cantare “imagine no religion too”, oppure non sono un problema, anzi sono una risorsa evidente e assodata per la pace e la libertà? Si deve sostituire il verso "Imagine no religion too" con “Imagine more religion and more public religious presence for a better and more pacific world”? È cambiata la visione degli intellettuali sulla religione, per cui dobbiamo smettere di affermare che nelle religioni ci sono germi di violenza, attribuendo la responsabilità solo alla politica e all’economia? 

2/

La mancanza di chiarezza su quale influsso abbia una religione nel plasmare la coscienza dei suo fedeli emerge ancor più se ci si sofferma sul giudizio che si dà non sulla religione in generale, ma sulla fede cristiana – e in particolare cattolica.

Leggendo i commenti di chi valuta la fede cattolica non è infrequente imbattersi in aggettivi o espressioni come: la Chiesa è medioevale, conservatrice, oscurantista, reazionaria, sessuofoba, antifemminista, omofoba, familista, culturalmente chiusa, contraria alla ricerca scientifica, violenta per le sue crociate e i suoi tribunali dell’Inquisizione, incapace di fare una lettura critica della sua storia e di ammettere i suoi errori, ingannatrice sulle sue fonti che non corrispondono alla verità storica, attaccata ai Vangeli che nascondono la storia reale del Cristo e incapace di accettare versioni diverse e più vere della sua vera vicenda, attaccata al potere e al denaro, troppo presente sulla scena pubblica e incapace di rispettare la laicità della famiglia, della scuola, della politica.

Gli studi universitari insistono sulla sottile violenza che sarebbe stata imposta, ad esempio, tramite il sacramento della confessione nel medioevo o in età controriformista (non stiamo parlando di docenti da quattro soldi, ma di Adriano Prosperi, di Umberto Eco, di Dario Fo e di tanti altri intellettuali) che si sono soffermati ad analizzare il nesso che lega nel cristianesimo religione e violenza, religione e potere, religione e controllo della sessualità.

In questa sede non mi interessa tanto rilevare la verità o la falsità di tali approcci al cristianesimo. Sul sito Gli scritti (www.gliscritti.it, ad esempio nella sezione Storia e filosofia) potete trovare una lunga serie di approfondimenti in materia.

Quello che intendo sottolineare è che la lettura storica della presenza della Chiesa nel passato e nel presente - quella che i nostri ragazzi “respirano” nei manuali di liceo o nei banchi universitari - tende a sottolineare continuamente la “sinuosa” e sottilmente impositiva presenza della Chiesa, che viene vista sempre legata a meccanismi di violenza.

Il punto è che ora questo impianto metodologico è improvvisamente smentito dinanzi all’Islam: la storia musulmana in toto non ha responsabilità alcuna nell’elaborazione di atteggiamenti violenti o tendenti alla chiusura, nella costruzione di un’idea non liberale di donna, negli ostacoli creati alla libertà anche religiosa, ecc. Non vi è niente – sembrano sostenere gli intellettuali d’occidente - che l’Islam oggi possa e debba fare per demolire al suo interno basi culturali di possibili sviluppi violenti, perché mai ha avuto a che fare con la violenza.

Preciso ora la domanda che già ho rivolto in forma più ampia. Perché secondo loro c’è un processo che la Chiesa deve compiere per essere al passo dei tempi, altrimenti sarà portatrice di violenza, mentre tale richiesta non viene rivolta all’Islam? Anche l’Islam deve affrontare una profonda riflessione sulla violenza di alcuni suoi figli - come lo fa la chiesa per la pedofilia - oppure tale questione è superflua perché non esiste un problema religioso nell’Islam?

Perché gli intellettuali si rivolgono alla Chiesa chiedendole di seguire la “rivoluzione” del Vangelo ed, invece, dinanzi alla crisi dell’Islam affermano che non c’è un processo da avviare e da perseguire con determinazione fra i musulmani? La Chiesa cattolica ha bisogno di papa Francesco per “rivoluzionare” se stessa: l’Islam ha bisogno di essere rivoluzionato o è già vicino alla sua forma ottimale?[2]

Tali domande sono fondamentali proprio per chi vuole bene ai musulmani. Sarebbe islamofobo chi avesse una tale paura dell'Islam da non sollevare domande semplici e vere come queste: si responsabilizza l'altro proprio perché lo si stima, mentre solo ai pazzi si dà sempre ragione. Stimando i cristiani, gli intellettuali occidentali li hanno criticati per invitarli a migliorare. Ora secondo gli intellettuali occidentali gli imam e le moschee non avrebbero da dare un contributo dinanzi al dilagare della violenza, non avrebbero niente da correggere del loro modo di proporre la fede? E gli intellettuali stessi si ritengono ora incapaci di indicare qualche suggerimento come hanno fatto con i cristiani nei secoli?  

3/

La domanda che pongo agli intellettuali occidentali riguarda anche la storia passata, questione che ritengo decisiva per sbarazzarsi della violenza e per educare le nuove generazioni al rifiuto della violenza. Io credo che gli intellettuali occidentali ritengano che le critiche apportate dalla Riforma o dall’illuminismo o dalla ricerca storica moderna abbiano contribuito alla purificazione della Chiesa, allo stile del Concilio Vaticano II, ad una diversa umiltà dell'istituzione ecclesiale. Immagino che la purificazione della memoria, con l’ammissione di violenze nel corso della storia cristiana sia ritenuta agli stessi intellettuali una loro vittoria, poiché le loro ricerche e la loro acredine avrebbero come inchiodato la Chiesa alle sue responsabilità.

Anche qui non voglio entrare nel merito della questione in sé: mi interessa piuttosto la schizofrenia di giudizio che non aiuta ad orientare l’opinione pubblica, la scuola e la politica.

Alla Chiesa si ricorda che se essa non attua un mea culpa sarà sempre uno strumento di menzogna e di violenza. Martellante è da parte degli intellettuali occidentali l’analisi sulle malefatte di questo o di quel prelato, nella convinzione che svelare al mondo il male fatto dall’istituzione e lasciare in ombra il bene aiuti a relativizzare l’istituzione stessa.

Perché tale atteggiamento è assente dinanzi all’Islam? I musulmani non hanno bisogno di un’analisi critica della loro storia passata, perché già da tempo hanno fatto tale auto-critica? La comprensione scientifica che l’Islam ha della propria storia è adeguata ai tempi presenti? Gli intellettuali occidentali ritengono che esista nell’Islam un’autocritica simile a quella della Chiesa cattolica? La domanda anche qui non è retorica: io non leggo l’arabo e non so quanta auto-critica emerga nei libri di testo per ragazzi dei paesi a maggioranza musulmana. Probabilmente – ma non sono competente per affermarlo con certezza – non esiste un solo centimetro di terra oggi appartenente ad un paese musulmano, ad eccezione della penisola arabica, che non sia diventato musulmano se non per conquista militare: le conversioni all’Islam sembrerebbero essere avveute dopo le conquiste militari della Siria, della Palestina, dell’Egitto, della Mesopotamia, della Persia, della Cirenaica, degli altri territori del nord-Africa, ma anche delle regioni comprese negli stati odierni della Turchia, del Pakistan, dell’Afghanistan, del Bangladesh, dell’Indonesia, della Malesia, ecc.  

Ma forse non è così. Può darsi invece che molte regioni si siano fatte musulmane prima dell’arrivo dei guerrieri arabi o turchi. Può darsi che l’Islam debba fare per certi versi auto-critica per aver combattuto e conquistato e per altri versi no. Ma la domanda deve essere affrontata dagli intellettuali. L’islam ha avuto nella sua storia momenti violenti? E quali? E quanti?  

I nostri intellettuali insistono molto sulla violenza delle crociate cristiane. C’è stato qualcosa di analogo nel mondo islamico? Ci sono state occupazioni, violenze, colonialismi, schiavismi su vasta scala? E se ci sono stati, i libri di testo dei ragazzi come presentano tali violenze? Esiste o non esiste un legame fra la violenza passata e quella attuale? O non esiste perché in passato non c’è stata violenza e la diffusione dell’islam è avvenuta in via del tutto pacifica?

Ripeto ancora: le osservazioni proposte vogliono opporsi all’idea pre-concetta che l’Islam sia una religione violenta. Se vi fossero stati episodi di violenza occasionali o prolungati basterebbe un'ammissione di colpa da parte musulmana per mostrare che quella violenza è acqua passata. Nessuno rivorrebbe oggi indietro Costantinopoli/Istantbul o Damasco o Tripoli o Tunisi/Cartagine o Alessandria d'Egitto che un tempo erano cristiane. Ma tale ammissione di responsabilità renderebbe i giovani musulmani più umili, poché essi conoscerebbero di essere parte di una storia che ha avuto conquiste immorali. Si leverebbe così il terreno sotto i piedi agli islamisti che si richiamano al passato. Ma se anche tale ammissione di colpa non fosse già avvenuta, potrebbe essere un prezioso contributo degli imam che guidano l'islam oggi: se oggi nei sermoni delle moschee si ammettesse che alcune delle conquiste arabe e turche del passato sono state violente e immorali ecco che a nessuno verrebbe in mente di trovare sempre fuori dall'Islam un capro espiatorio. Ancora una volta, io non so se tale ammissione di colpa è già avvenuta o se avviene oggi nelle moschee. La domanda non è retorica. Agli intellettuali chiedo che ci aiutino a capire cosa insegna oggi l’Islam sulla sua storia passata.

Come ho già spiegato, io non credo che un intellettuale laico che mi parla delle crociate mi odi, anzi ritengo che possa amare me e la Chiesa. Perché dovrebbe essere un atto divisivo, invece, criticare chiaramente episodi importanti della storia araba e turca?

4/

Uno sguardo sul passato permette di affrontare liberamente il presente. Si deve porre, per amore e proprio per rifuggire dall'odio, quelle domande che fra persone che si stimano si deve avere il coraggio di porre. Davvero nessun episodio recente ha avuto influsso sugli islamisti e la loro violenza dipende solo dalle ingiustizie economiche e politiche subite? La loro violenza è solo una risposta?

Pensiamo ad un fatto che forse potrebbe aprire un dibattito sul ruolo decisivo che può avere una religione per insegnare atteggiamenti di pace anche dinanzi all'ingiustizia. Tutti i palestinesi soffrono, ma i palestinesi cristiani reagiscono in Israele in maniera diversa, senza che nessun cristiano palestinese uccida mai dei civili. Come mai? Qual è la risposta data dagli intellettuali occidentali a tale differenza di comportamento?

Tutti i pakistani e tutti gli abitanti del Bangladesh soffrono la povertà. Ebbene i pakistani e gli abitanti del Bangladesh cristiani elaborano la stessa strategia verso gli occidentali dei pakistani musulmani o la religione differenzia gli atteggiamenti? Oppure è l’economia a differenziare gli atteggiamenti?

Gli armeni hanno subito eccidi orribili, addirittura un olocausto da parte dei turchi. Gli armeni non hanno oggi che una piccolissima parte del territorio antico del loro popolo e non posseggono luoghi simbolici fondamentali come l'Ararat, eppure non uccidono: perché?  

Forse i palestinesi cristiani di Gaza o i pakistani cristiani di Islamabad appartengano alle classi benestanti, mentre i violenti sono di classi più disagiate? Forse i palestinesi e i pakistani o gli irakeni cristiani soffrono meno dei loro connazionali? Oppure soffrono ancora di più la persecuzione? Io chiedo agli intellettuali occidentali che ci aiutino, spiegando perché esistano atteggiamenti culturali diversi nella stessa situazione, se è vero che mai e poi mai verrà in mente ad un palestinese cristiano di farsi esplodere per strada. 

Non voglio dire che l'atteggiamento violento sia dei musulmani: voglio capire perché mai una cosa come farsi saltare in aria dinanzi ad una donna con una carrozzella con dentro un bambino non verrebbe mai in mente ad un palestinese cristiano. Voglio capire per quale ragionamento potrebbe venire invece in mente a qualche palestinese non cristiano e in che percentuale. Non è un accusa ai musulmani: è invece una domanda franca rivolta loro al fine di costruire un'alleanza perché cessino le violenze contro civili. Davvero è inutile parlare di come i cristiani reagiscono all'ingiustizia?

Qui gli intellettuali occidentali potrebbero essere ancora una volta confortati dall'atteggiamento critico che hanno avuto nei confronti del cristianesimo. Proprio la relazione ed il confronto vissuti e sperimentati da "laici" e "cristiani" mostrano che l'intellettuale può criticare la religione, apprezzandola però nella sostanza e non dimenticando come essa sia portatrice di progresso, di libertà, di cultura, di emancipazione, nonostante i suoi errori.

5/

La questione che pongo agli intellettuali riguarda anche il rapporto fra il religioso e lo psicologico. È importante che dicano una parola chiarificatrice o per smentire i maestri della psicologia del passato o per applicare i loro studi anche alla situazione presente.

Nelle riflessioni sull’evoluzione del costume sessuale non si manca mai di sottolineare come determinate nevrosi o psicosi, determinati atti di violenza (ad esempio dei maschi contro le donne, degli “eterosessuali” contro gli “omosessuali”) siano stati indotti da pre-comprensioni ingiustamente dettate dal potere ecclesiastico. Tutto – a dire degli intellettuali – proverebbe una “violenza” diffusa intrinseca alla storia cattolica. Ripeto anche qui: potrei passare ore e ore a contestare ognuna di queste affermazioni, ma non è questo il punto.

La cosa è emersa, ad esempio, in modo clamoroso nel caso del Pulse di Orlando, dove ci si è subito affrettati a dire che il presunto disturbo egodistonico del killer non aveva niente a che fare con la sua religione di appartenenza.

Anche da un punto di vista psicoanalitico gli intellettuali occidentali giudicano che nel caso degli islamisti non vi sia nesso alcuno fra religione, sesso e violenza. L’a priori è che gli assassini terroristi siano solo dei disturbati mentali e che i loro disturbi non abbiano niente a che fare con sensi di colpa o problemi psicologici legati anche lontanamente alla loro cultura di provenienza.

I terroristi islamisti – a dire di molti intellettuali  – sono tutti degli psicopatici, ma senza che la loro psicopatia abbia niente a che fare con la loro educazione familiare e/o religiosa, come avviene invece nel caso di ragazzi e ragazze cristiane. Dinanzi alla psicopatia dei terroristi islamisti la chiave di comprensione del fenomeno sarebbe sempre dettata dalle condizioni sociali, mentre nel caso di psicopatie di giovani provenienti da famiglie cattoliche, l’influsso della religione sarebbe più determinante rispetto alle condizioni  sociali

Se il maschio cattolico è violento ciò dipenderebbe evidentemente da una certa visione religiosa impostagli inconsciamente nella sua educazione familiare ed ecclesiale, mentre nessuna delle problematicità emergenti in tanti giovani terroristi avrebbe a che fare con visioni specifiche appartenenti ad una determinata cultura. Motivo per cui non ci sarebbe bisogno alcuno di indagare nel sistema educativo tradizionale musulmano e su possibili influenze che potrebbe aver avuto nell’inconscio di tali ragazzi.

Questioni come quella femminile sembra, a dire dei nostri intellettuali, non avere rilevanza alcuna nel disagio che i terroristi islamisti esprimo.

Non è chiaro se essi pensino che vi sia o che non vi sia nella comunità islamica una vera libertà femminile e se la presenza o l’assenza di tale libertà possa in qualche modo condizionare i giovani ad atteggiamenti più o meno violenti. Una ragazza musulmana potrebbe forse essere impedita dal contrarre nozze con chi preferisce, fosse anche ateo o cristiano, e potrebbe essere ostacolata in un libero studio e in una libera conversazione da pari a pari con un maschio, oppure no. La presenza o meno di tale libertà femminile potrebbe condizionare anche la mente dei futuri terroristi. Oppure no. Vi prego, per carità, dateci un po’ di luce. Il religioso condiziona o no la psicologia?

Non è chiaro nemmeno se, sempre agli occhi degli intellettuali occidentali, le donne musulmane esprimano liberamente in pubblico la loro opinione o piuttosto stiano in silenzio.

Ancora una volta non interessa qui il dato. Interessa piuttosto questionare se vi sia una schizofrenia dell’analisi occidentale: dinanzi alla condizione femminile la Chiesa ha chiaramente delle responsabilità nel suo insieme. Anche l’Islam ne ha responsabilità?

Insomma: esistono atteggiamenti e valori, processi consci o inconsci, che preparano il terreno alla violenza o essa sorge indipendentemente dal modo concreto di vivere una religione in una determinata epoca?

Esiste, secondo gli intellettuali occidentali, un qualche rapporto fra islamismo violento e shari’a?[3] O non ve ne è alcuno? Chi vuole bene ai musulmani deve invitarli a chiarificarsi le idee sulla shari'a o essa non esiste più o addirittura non è mai esistita? O nella shari'a così come è stata praticata nei secoli non vi è alcun germe di violenza? Quali libertà allora avrà la donna musulmana? Quale lettura critica deve essere fatta delle fonti dell’islam e della storia passata per discutere seriamente della shari'a?

6/

In chiusura di articolo vale la pena toccare un’ultima questione. Le azioni degli islamisti non si rivolgono principalmente contro l’occidente, bensì soprattutto contro gli sciiti - si pensi nuovamente al numero impressionante di morti civili negli attentati contro moschee sciite.

La lotta che i sunniti combattono contro gli sciiti è iniziata nell’anno 680, con la battaglia di Kerbela, solo 48 anni dopo la morte di Maometto. Dopo tredici secoli dura ancora.

Quando si utilizza per affermarlo o per negarlo il termine di “guerra di religioni” come precisare questo termine? La tensione drammatica è solo quella fra Islam e occidente - tensione che si potrebbe definire secondo taluni intellettuali "non religiosa" - o esiste una lotta ancora maggiore fra le due grandi correnti maggioritarie islamiche? Questa tensione è anche "religiosa" o è solo economica? Ad esempio dipende solo dall’emergere della potenza iraniana? Perché le guerre e gli assassini di sciiti da parte di sunniti esistevano anche quando l’occidente non era l’occidente? Come illuminano gli intellettuali occidentali la lotta fra sunniti e sciiti che dura da un periodo troppo lungo?

La domanda non è retorica: è possibile qualcosa di simile all'ecumenismo fra cattolici, ortodossi e protestanti nel rapporto fra sunniti e sciiti? E chi se ne fa carico nelle moschee? 

Forse un’educazione su come debba essere reinterpretato, rigettandone le interpretazioni antiche, il concetto di jihad nella tensione fra sunniti e sciiti, nelle moschee e soprattutto nelle famiglie, affidando alle donne tale insegnamento religioso, potrà essere questione decisiva per il futuro dell’Islam?

7/

Alla fine solo un invito: torniamo a pensare, non mandiamo all’ammasso il cervello. I nostri tempi hanno bisogno di lucidità e di pensiero e un aiuto critico è segno di amore. Quello che domando agli intellettuali è se ritengono che esista una via che rifugge dagli opposti rischi di chi ritiene che l'Islam sia un male e di chi crede che l'islam non abbia niente a che vedere con la violenza e, quindi, con ciò che succede oggi. 

Torno a sintetizzare. Gli intellettuali occidentali hanno criticato anche aspramente il cristianesimo eppure ritengono che il Cristo e la Chiesa siano realtà positive. Questo loro modo di fare ha qualcosa da insegnare nella situazione odierna?    

Note al testo

[1] Per non appesantire il discorso ricordo altri due sotto-punti di tale prima questione. La religione è sempre stata presentata dai sociologi della fine del novecento come un fattore in via di scomparsa. Oggi tutto dimostra il contrario. Perché i sociologi di rango della passata generazione non riescono a fare un mea culpa chiarificatore, ammettendo che i loro studi “scientifici” non hanno avuto corrispondenza nella realtà? Il sud del mondo afferma che la religione è necessaria alla vita. Che dire di questa novità? Un’ammissione di fallimento intellettuale, oltre ad essere onesta, aprirebbe la strada a nuove prospettive e a nuovi maestri.
Seconda sotto-questione. I professori in università, così come i giornalisti e talvolta anche qualche teologo hanno battuto senza posa un chiodo: vero credente è colui che dubita, vero credente è chi non vive la fede in maniera rituale, chi non pratica una religione secondo modalità popolari e tradizionali, facendosi portare dalle ritualità vigenti, bensì chi la approfondisce e la medita consapevolmente. Che dire ora di chi vive la fede senza alcun dubbio e quindi senza confrontarsi con i testi degli intellettuali, basandosi principalmente sui modi di fare degli antenati? Si noti bene ancora una volta: porre tale questione non è una critica all’Islam. È invece una domanda rivolta ai nostri intellettuali: che cosa è la fede e in che cosa si differenzia dalla religione? Forse essi intendono dirci oggi che la differenza fra fede e religione proposta, ad esempio, in campo teologico da K. Barth e D. Bonhoeffer non ha più significato alcuno? Che posto ha la ritualità nella fede e che posto ha il dubbio e la ricerca critica in essa? Si è credenti, allora, senza più il dubbio e si è tanto più credenti quanto meno si mettono in discussione le proprie fonti e la propria storia? Anche qui le domande non sono retoriche. Quale nuovo mix si deve trovare per orientarsi nel rapporto fra fede e religione, se si deve ormai valorizzare questo termine e valorizzarlo, allora, anche nel cristianesimo?

[2] Si potrebbe aggiungere con un po’ di ironia: se non hanno bisogno di auto-analisi i musulmani odierni,forse potrebbe almeno essere ammessa la necessità di una rivoluzione culturale e morale degli intellettuali insieme a quella più necessariamente evidente dei preti cattolici?

[3] Su questo cfr. l’articolo di Giovanni Amico: Dopo l’eccidio di Nizza: la vera questione non è né la violenza, né l’Islam, ma la sharî‘a (e contemporaneamente la gioia dell’Europa di essere laica e cristiana), di Giovanni Amico