Introduzione alla Pinacoteca di Brera di Milano. «La Pinacoteca di Brera si distingue dalle raccolte di Firenze, di Roma, di Napoli, di Torino, di Modena, di Parma, per le vicende della sua formazione che non ha radici nel collezionismo aristocratico, principesco o di corte, ma nel collezionismo politico, di Stato, che è invenzione napoleonica. Ai dipinti tolti da chiese e conventi della Lombardia, se ne aggiunsero altre centinaia confiscati dai vari dipartimenti, numerosissimi quelli dal Veneto», di Luisa Arrigoni

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /01 /2017 - 13:49 pm | Permalink
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Riprendiamo alcuni brani da L. Arrigoni, Introduzione, in L. Arrigoni - E. Daffra - P.C.Marani, Pinacoteca di Brera. Guida ufficiale, Milano, Touring Club Italiano, 1999, pp. 10-13. I neretti sono nostri ed hanno l’unica finalità di facilitare la lettura on-line. Cfr. anche:

Il Centro culturale Gli scritti (1/1/2017)

L'antica facciata della chiesa gotica di Santa Maria di Brera, 
prima degli Umiliati e poi dei Gesuiti, confiscata e sventrata
per accogliere le opere trafugate dai rivoluzionari francesi in Lombarda
e nelle altre regioni del Regno italico agli inizi dell'ottocento 

[…] p. 10

Appiani faceva affluire a Brera una enorme quantità di quadri provenienti da chiese e conventi soppressi, tanto che per ospitare la nuova Galleria dei Quadri nel 1808 la chiesa di Santa Maria di Brera fu suddivisa trasversalmente in altezza in due corpi sovrapposti, uno destinato al Museo delle Antichità Lombarde (sculture) e l'altro alla Pinacoteca, e per regolarizzare la pianta e creare ambienti di eguale forma e dimensioni, sotto la guida di Pietro Gilardoni, architetto del ministero dell'Interno, si demolì la facciata gotica della chiesa in modo da avanzare di qualche metro il corpo di fabbrica. La Pinacoteca, articolata in quattro grandi sale quadrate, da allora chiamate napoleoniche, con passaggi dall'una all'altra scanditi da colonne, prendeva luce da finestre e da lucernari al centro delle volte.

Nell'Ottocento, oltre a modifiche interne, l'iniziativa più vistosa e duratura fu, nel 1859, dopo l'entrata vittoriosa in Milano di Vittorio Emanuele II e Napoleone III, la collocazione su piedistallo disegnato da Luigi Bisi della colossale statua in bronzo di Napoleone I in veste di Marte pacificatore, commissionata da Eugenio Beauharnais nel 1807, fusa a Roma nel 1811/12 dal modello di Antonio Canova, che era stata sino ad allora tenuta in disparte.

[…] pp. 11-12

Grande museo per fama e per rango, la Pinacoteca di Brera si distingue dalle raccolte di Firenze, di Roma, di Napoli, di Torino, di Modena, di Parma, per le vicende della sua formazione che non ha radici nel collezionismo aristocratico, principesco o di corte, ma nel collezionismo politico, di Stato, che è invenzione napoleonica e insieme risultato delle concezioni democratiche della rivoluzione francese.

Nata, al pari delle Gallerie di Venezia e di Bologna, a latere dell’Accademia con finalità didattica, Brera ben presto si differenzia da queste, trasformandosi, per le esigenze politico-rappresentative della città capitale del Regno Italico, in un grande e moderno museo nazionale, in cui opere di tutte le scuole pittoriche dei territori conquistati trovavano riparo, conservazione, giusta illuminazione, occasione di studio e di confronto, destinazione pubblica, celebrativa e sociale. I primi dipinti giunti a Brera furono, nel 1799, alcune grandi tele di Pierre Subleyras, Giuseppe Bottani, Pompeo Baroni, Carlo Francesco Nuvolone, Stefano Maria Legnani, provenienti dalla chiesa dei Santi Cosma e Damiano alla Scala di Milano. A questi (quattro sono oggi esposti nella sala XXXIV) ben presto, per iniziativa di Giuseppe Bossi, dal 1801 segretario della Accademia, si aggiunsero nel giro di pochi anni altri quadri descritti in un volumetto curato da Bossi stesso, Notizia delle opere di Disegno pubblicamente esposte nella Reale Accademia di Milano nel maggio dell'anno 1806,traccia preziosa degli esordi della Pinacoteca. A quella data in quattro sale al primo piano, oltre a una trentina di ritratti e autoritratti di pittori per lo più lombardi, erano già presenti la Crocifissione del Bramantino, la Madonna col Bambino e i santi Giovanni Evangelista e Michele del Figino, il Cenacolo di Daniele Crespi, la Madonna del Rosario del Cerano, San Gerolamo e Santa Cecilia di G.C. Procaccini, i Santi Elena, Barbara, Andrea, Macario, un altro santo e un devoto in adorazione della Croce del Tintoretto, i Martiri Valeriano, Tiburzio e Cecilia di Orazio Gentileschi, oltre al trittico con Sant'Elena e Costantino di Palma il Vecchio, e poi lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la Madonna col bambino (1510) di Giovanni Bellini, il Ritratto di Lucio Foppa del Figino.

Raffaello, Sposalizio della Vergine, Pinacoteca di Brera, 
trafugata dal generale napoleonico Lechi nel 1798
dalla chiesa di San Francesco a Città di Castello

Già nel 1805, con l'incoronazione di Napoleone a re d'Italia, si era decretato che le opere requisite nei dipartimenti del Regno venissero radunate nell'Accademia di Milano e lì divise, con criteri pragmatici, in tre classi: quelle degli artisti più celebri sarebbero state esposte in Galleria, quelle di minore interesse tenute per scambi, quelle di poco pregio messe a disposizione delle chiese che ne avessero fatta richiesta. Quando nel 1807 Bossi si dimise per contrasti con il ministro dell’Interno, che aveva minato la costituzione democratica della Accademia con la nomina centralista di un presidente, Andrea Appiani, eletto conservatore del Museo, si impegnò in un enorme e vorticoso lavoro di scelta e di organizzazione delle consegne, con continui viaggi di ricognizione, seguiti dalla stesura di elenchi delle opere meritevoli.

A Brera, dopo i dipinti tolti da chiese e conventi della Lombardia, ne giunsero altre centinaia dai vari dipartimenti, numerosissimi quelli dal Veneto, selezionati con intelligenza da Pietro Edwards, e in breve tempo si formò una delle maggiori quadrerie d'Italia. Alle opere confiscate, quasi tutte pale d'altare di grandi dimensioni che da allora hanno connotato il Museo con la loro imponente solennità, si aggiunsero nel 1811 la Pietà di Giovanni Bellini e alcuni dipinti dei Carracci, Guido Reni, Francesco Albani e Guercino, acquistati dalla celebre Galleria Sampieri di Bologna. Nello stesso anno, per rimediare a vistose assenze d'ambito leonardesco e raffaellesco, ventitré dipinti e disegni furono prelevati d’imperio, ma sotto la veste formale di un cambio, dalla quadreria arcivescovile di Milano, scelti tra le opere del legato (1650) del cardinale Cesare Monti. Tra questi spiccavano Cristo e l'Adultera e Mosè salvato dalle acque di Bonifacio de’ Pitati (allora ritenuti rispettivamente di Palma il Vecchio e Giorgione), la Maddalena di C.C. Procaccini, il Battesimo di Cristo di Paris Bordon.

Nel 1813, per un accordo con il Louvre, venivano scambiati cinque dipinti con altrettante opere di Rubens, Jordaens, van Dyck, Rembrandt.

[…] p. 12

Sempre in quegli anni arrivavano da varie chiese gli affreschi staccati da Luini, Gaudenzio Ferrari, Vincenzo Foppa e ancora di Bergognone e Bramantino, e il Museo, che oggi possiede forse la maggiore raccolta di tal genere, incominciava a specializzarsi in quell’attività di recupero e conservazione che da allora si integrerà con la sua storia.

[…] p. 13

… ma anche una nuova selezione della collezione Monti dell’Arcivescovado, che portò a Brera opere eccezionali come l’Adorazione dei Magi del Correggio, il Martirio delle sante Rufina e Seconda di G.C. Procaccini, Morazzone e Cerano, la Sacra Famiglia del Bramantino. A quegli anni risale la ricognizione dei quadri concessi in deposito alle chiese condotta da Giulio Carotti, che farà rientrare a Brera capolavori come il Ritrovamento del corpo di san Marco del Tintoretto.