La Praga delle origini della nazione boema, la Praga di Cirillo e Metodio, di Ludmilla e Venceslao, di Adalberto di Praga e Agnese di Boemia di cui nessuno parla (un’antologia di testi introdotta da Andrea Lonardo)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /08 /2018 - 15:00 pm | Permalink
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1/ Le origini di Praga. Nota introduttiva, di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito un’introduzione di Andrea Lonardo ai testi che seguono. Per approfondimenti, cfr. le sessioni I luoghi della storia della Chiesa e Storia e filosofia.

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

Se si “studia” un tipico programma di visita proposto dalle agenzie di viaggio si ripetono le parole “esoterico”, “magico”, “ebraico”, “ghetto”, “Kafka” - a ragione per le utime tre parole e a torto per le prime due - e a fatica si individua la parola “medioevo” e non si parla affatto delle origini della città nell’alto medioevo[1] o di Cirillo e Metodio, di Adalberto di Praga o di Agnese di Boemia.

Quasi nessuna delle guide locali parla a Praga delle origini altomedioevali di Praga e di ciò che avvenne facendo sì che quei territori e quelle popolazioni venissero uniti al resto dell’Europa. Quasi nessuno parla della Praga medioevale e del suo splendore, anche se di fatto ciò che il turista vede di Praga si sviluppa, in gran parte, nel basso medioevo e di quell’epoca sono i suoi monumenti più belli.

Si accenna abitualmente a quel periodo, nelle visite cliché a Praga per turisti, solo in negativo, per parlare di Jan Hus, sul quale i papi hanno fatto pubblica ammenda[2], che non sarà ricordata da alcuno: mai si udrà parlare in positivo della Praga medioevale, anche solo per dire che, in fondo, la capitale ceca è una magnifica città medioevale sulla quale si è poi innestato il barocco e il moderno e che l’identità boema ha un’origine: quel sostrato medioevale è chiaramente visibile ovunque, non solo su Ponte Carlo, ponte medievale, o a Staré Město (appunto la Città vecchia), ma anche Hradčany (il Castello con la sua Cattedrale), Vyšehrad (l’altro castello con le sue chiese), Malá Strana (fondata nel 1257) e Nové Město (fondata da Carlo IV, quello del ponte). Il turista tornerà alla propria casa senza nemmeno aver capito di aver visitato una città di impianto medioevale al pari di Siena o di San Gimignano.

A fatica si sentiranno pronunciare nelle visite da turismo di massa e consumo capitalistiche i nomi di Ludmilla, di Venceslao (se non per la piazza, senza alcuna spiegazione di chi sia il personaggio in questione) e di Cirillo e Metodio, sebbene la famosa vetrata di Mucha tratti proprio di loro[3].

Con gli articoli che seguono vogliamo non solo dirvi che ove una guida non vi avesse parlato della Praga alto medievale o basso medioevale, di Adalberto di Praga o di Agnese di Boemia con amore vi avrebbe portato in una città immaginaria e non nella Praga che esiste realmente, ma anche darvi qualche coordinata per amare un po’ di più la Praga reale e viva, con la sua storia meravigliosa.

2/ La storia altomedioevale d’Europa, la nascita di Praga e i suoi santi fondatori Ludmilla, Venceslao, Cirillo e Metodio e Adalberto di Praga, di Massimiliano Testi

Riprendiamo sul nostro sito un testo di Massimiliano Testi.

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

L’alto medioevo è il periodo che va dal 500 al 1000, più o meno ed è il periodo in cui è nata l’Europa ed è nata Praga. In quei secolo la civiltà romana, rivitalizzata dal cristianesimo, ha fatto fronte alle invasioni barbariche e una nuova civiltà, attraverso la Chiesa, ha trasformato la cultura dei popoli invasori, innervandole di una diversa linfa, a partire dalla croce di Cristo, conservandone però talune specificità.

Un capitolo di un libro di storia di Daniel Rops, degli anni sessanta, si intitola Dopo sei secoli di sforzi, cioè sei secoli per riportare la civiltà dopo le invasioni barbariche: è un titolo adeguato per dire come è nata Praga e da quali radici trae la sua nascita.

Per mostrare come Praga sia legata a quei secoli, il primo nome che si deve fare è Benedetto (480-547). Se non si fa il suo nome, quando si parla di radici cristiane d’Europa non è possibile capire niente. Tutta la storia d’Europa risulta stravolta se si dimentica il monachesimo e si parte dall’anno Mille, saltando l’alto medioevo.

Lo si deve fare, anche se ovviamente Benedetto non è mai stato a Praga che ancora non esisteva come città al suo tempo, perché, come si vedrà, Adalberto di Praga è il secondo vescovo di Praga, ma è il primo di origine boema (il suo predecessore era di origine tedesca) ed era esattamente un benedettino, un figlio di Benedetto. Quando si deve scegliere il primo vescovo non “straniero” di quella città a chi si pensa? Ad un benedettino boemo.

Ma procediamo con ordine. San Benedetto nasce quattro anni dopo la fine dell’Impero Romano d’Occidente e vive praticamente durante un momento terribile che è quello delle guerre gotiche, un periodo peggiore delle invasioni barbariche del secolo precedente, guerre che vedono opposti i bizantini, che vorrebbero riconquistare la penisola, e gli Ostrogoti: le guerre gotiche decimano fisicamente la popolazione insieme alle epidemie. È un secolo di orrori e in quegli anni terribili la presenza più bella è quella di Benedetto che dà al mondo la sua regola[4].

Alla fine di quel secolo c’è un avvenimento di portata storica decisiva: un benedettino diventa papa ed è uno dei tre papi chiamati “Magno”: Gregorio Magno (540-604). Roma, prima di Gregorio Magno, è un cumulo di rovine, dopo di lui diventa un faro dell’Occidente, un luogo a cui tutto il mondo guarda.

Una delle più importanti azioni compiute da Gregorio - di questo nei libri di scuola si parla pochissimo - è il nuovo invio di cristiani, questa volta i benedettini, a rievangelizzare l’Inghilterra, caduta in mano ai barbari, agli Angli. Tale impresa riesce così bene ad Agostino di Canterbury (534-604), inviato appunto da Gregorio a Canterbury con altri quaranta monaci, che all’inizio del VII secolo Londra/Londinium lasciata disabitata dalla ritirata dei romani, si reinnesta nell’Europa[5].

Anzi, nel secolo successivo, l’opera di Gregorio Magno e di Agostino di Canterbury si dimostra così incisiva che chi evangelizzerà il centro dell’Europa, ossia l’odierna Germania sarà un monaco inglese, figlio spirituale di Gregorio Magno e Agostino di Canterbury, di nome Bonifacio (680-754), anche lui sparito dai libri di storia.

L’evangelizzazione di quelle terre da parte di Bonifacio è particolarmente importante perché sarà la nuova impiantazione della fede, proprio tramite il monachesimo benedettino, nel centro, almeno fisico - che poi diverrà anche economico -, dell’Europa, di quella che sarà la Germania.

Quella che sarà poi la Germania era allora solo per una piccola parte dentro l’Impero all’epoca dei Romani, fino al Reno e al Danubio. La parte restante non era mai stata cristiana, prima di Bonifacio.

È Bonifacio che evangelizza il centro dell’Europa ed unisce così le popolazioni germaniche all’Europa. Bonifacio viene poi nominato dal papa vescovo di Magonza, che era l’ultima città sul Reno, per poi andare ancora oltre ad evangelizzare.

Non solo con Bonifacio venne così ri-cristianizzato l’Impero, ma vennero addirittura evangelizzate quelle terre che erano fuori dai vecchi confini imperiali.

Al papa Gregorio II - e a san Bonifacio[6] da lui inviato - venne in mente di andare oltre il Reno e il Danubio ad evangelizzare quello che era il nulla, in quelle regioni che oggi sono la Turingia e l’Assia.

Bonifacio fondò il monastero di Fulda e non si fermò nell’evangelizzazione finché non lo fermarono, uccidendolo. Ecco il primo grande martire benedettino. Siamo nell’VIII secolo. La sua tomba si trova a Fulda. Ma lui riuscì, prima di morire, a creare un’unità culturale tra i Franchi (che si trovavano nell’odierna Francia) e i Germani (che si trovavano nell’odierna Germania).

Cinquanta anni dopo nacque l’Europa di Carlo Magno, quell’Impero Carolingio che è già Sacro Romano Impero.

Qualcuno dovrebbe ricordare che l’Europa di Carlo Magno è stata prima l’Europa di Bonifacio che per essa ha versato il sangue. Ma chi conosce san Bonifacio? Senza i monasteri fondati da Bonifacio e, prima di lui, dagli altri monaci benedettini, l’unità dell’Impero carolingio sarebbe stata impossibile. Certo, Carlo Magno potenzia il monachesimo benedettino, ma è vero, prima ancora, l’inverso: egli può agire dove i monasteri hanno già creato un legame culturale con il territori.

Si arriva finalmente al IX secolo in cui l’Impero di Carlo Magno è già una realtà con capitale ad Aquisgrana: esiste l’Impero Carolingio ed esiste la Grande Moravia. Il re della Grande Moravia affermava: «Io non voglio evangelizzatori dall’Impero perché altrimenti sarei da loro germanizzato con tutta la popolazione»[7].

Quando nell’863 il re chiese a Costantinopoli che la Grande Moravia fosse evangelizzata, come si vede nella vetrata di Alfons Mucha (1860-1939) nella cattedrale di Praga, l’imperatore d’Oriente mandò i due fratelli, Cirillo (826ca-869) e Metodio (815ca-885), che erano di Tessalonica che era una regione dove si conosceva la lingua slava.

I due giunsero presso quei popoli e, inventando i nuovi caratteri grafici del cirillico - anche se la storia ha del leggendario, certo è che è con loro che nasce la lingua scritta in queste regioni – evangelizzarono anche le zone della Moravia e della Boemia. Richiamati da Roma, ricevettero anche il mandato del papa. Cirillo morì a Roma, mentre Metodio tornò da vescovo (ecco perché nella vetrata di Mucha si vede sempre Cirillo vestito da monaco e Metodio rappresentato, invece, con le vesti da vescovo). Metodio riuscì ad evangelizzare la Moravia e a battezzare la duchessa di Boemia Ludmilla (860-921), fatto che sarà importantissima perché nel secolo successivo la Grande Moravia venne spazzata via dagli Ungari e rimarrà in piedi solo la Boemia.

Abbiamo detto sei secoli di sforzi. Siamo arrivati al IX secolo. Sei secoli in cui la Chiesa, nonostante sempre nuove ondate di barbari, di inciviltà possiamo dire, tenta di riportare la civiltà non solo nell’Impero Romano, ma anche oltre: ecco l’Est Europa che nasce.

Anche qui, come diceva il noto cristologo prof. Serretti, la storia dell’Est Europa è stata cancellata dai libri di storia, non esiste di fatto. In Italia non si studia la storia dell’Est Europa, come se non esistesse.

Il X secolo fu il più difficile, è il cosiddetto “Secolo di Ferro”. Ci sono gli Ungari da Est che spazzano via la grande Moravia (906/907) - rimase così indipendente solo il Ducato di Boemia; i Normanni e i Vichinghi attaccavano dal Nord; i Saraceni (cioè gli arabi musulmani) attaccavano dal Sud. Anche il Papato non offriva il meglio di sé ed anzi, in questo secolo, ne combinava a Roma come non mai, come in nessun altro secolo, anche per colpa di una donna di nome Marozia.

Allora qui spunta un’altra figura benedetta, possiamo dire anche se non era un santo, che era Ottone I (912-973).

Il Sacro Romano Impero di Carlo Magno crollò e si rifondò il Sacro Romano Impero Germanico perché la Francia, che si spanderà verso Est, non ne fece più parte. Ottone I con la battaglia di Lechfeld (955) fermò gli Ungari e anche lì fece una nuova diocesi, chiaramente molto più a Est di quella di Fulda, che è la diocesi di Brandeburgo dove mandò un santo vescovo che è Adalberto di Magdeburgo (910ca-981): Adalberto di Magdeburgo è un monaco benedettino e qui la storia dell’Est Europa si riallaccia a quella di san Benedetto, dopo essere stata evangelizzata dai santi Cirillo e Metodio.

Nel frattempo la Boemia divenne cristiana e il nipote di Ludmilla, Venceslao (907-935) che fece battezzare i cristiani, fece costruire la prima chiesa con le reliquie di san Vito. Venceslao venne ucciso dal fratello Boleslao il quale, pentito, ammise il cristianesimo per cui si sviluppò un ducato cristiano boemo.

Non solo, ma quel ducato cristiano si lega pienamente all’Europa proprio tramite sant’Adalberto di Praga (956-997) – sepolto nella cattedrale di San Vito a Praga -, che è un altro santo sconosciuto, decisivo per la storia ceca e per al storia europea. Venne inviato proprio da quell’Adalberto di Magdeburgo, monaco benedettino e poi vescovo, che si preoccupò dell’est dopo l’arresto dell’avanzata ungara.

Adalberto di Magdeburgo, grandissimo santo, anche lui sconosciuto, venne a risiedere nella sede di Magdeburgo che era allora al confine e decise di evangelizzare ben al di là delle terre già cristiane, in direzione di Praga che stava allora divenendo via via più importante.

A noi sembra ovvio che l’Est Europa sia cristiano, ma questo dipese proprio da questi santi dell’alto medioevo. Oggi pensiamo a Giovanni Paolo II, pensiamo alla Polonia cattolicissima, ma all’epoca non lo era ancora.

Da Adalberto di Magdeburgo si presentò un discepolo che si chiamava Vojtěch, boemo, che in onore di Adalberto di Magdeburgo, prese anche lui  il nome di Adalberto ed è passato alla storia come Adalberto di Praga e sarà il secondo vescovo di Praga.

Come si è già detto, Boleslao, pentito di avere ammazzato il fratello, volendo che Praga divenisse diocesi con un vescovo chiese una persona che non fosse di lingua tedesca.

Il primo venne ancora scelto fra i germanofoni e, finalmente, il secondo vescovo della nuova diocesi di Praga, appena nata nell’alto medioevo, fu lo slavo Vojtěch/Adalberto di Praga. Per questo venne sepolto ed è tuttora venerato con tutti gli onori in San Vito.

La sua vita è strana e, insieme normalissima. Adalberto di Praga non nasce santo - il santo non nasce santo, il santo arriva a diventare santo. Adalberto iniziò benissimo il suo ministero: entrò scalzo nella città, ma, essendo   originario di una città boema rivale della famiglia del duca Venceslao, appena sentì l’ostilità scappò da Praga per vigliaccheria.

Fuggì a Roma e si fece monaco nella basilica di Sant’Alessio all’Aventino, che all’epoca era un’abbazia benedettina[8] - ancora san Benedetto! -, ma il papa lo rimandò a Praga. Lui, già inviato da sant’Adalberto di Magdeburgo benedettino, ed ora lui stesso benedettino.

Adalberto non voleva rientrare in Praga, perché aveva paura. Ma, tornatovi, vi battezzò il re degli Ungari Géza e suo figlio Stefano I, il futuro santo Stefano d’Ungheria, motivo per il quale Adalberto, sconosciuto in Italia, è amatissimo in Germania, in Polonia, nella Repubblica Ceca e in Ungheria - nella Basilica di San Pietro a Roma, nella Cappella degli Ungheresi, si vede il Martirio di Sant’Adalberto, in quanto martire di questa prima epoca del cristianesimo ungherese. Tutta la storia di Ungheria da quel momento fu legata culturalmente al resto dell’Europa

Adalberto venne, comunque, contestato e fuggì nuovamente a Roma dove gli arrivarono due terribili notizie: in primo luogo  la notizia che la sua famiglia era stata trucidata in Boemia dal duca perché egli riteneva che Adalberto appoggiasse l’imperatore Ottone, mentre  il duca la avversava; la seconda terribile notizia fu quella del papa che gli chiedeva di tornare per la terza volta a Praga.

Adalberto non si tirò indietro e non solo ritornò a Praga, ma anzi da lì concepì l’evangelizzazione dei popoli baltici. Prima si recò in Polonia nel Ducato di Danzica governato da Boleslao il Coraggioso e poi anche da lì più oltre, verso il “nulla” di allora: ad est di Danzica verso le attuali Repubbliche Baltiche!

Adalberto con coraggio attraversò quelle zone una prima volta, ma al suo secondo viaggio venne martirizzato. Venne sepolto a Gniezno, in Polonia e poi il suo corpo venne traslato a Praga. Ottone III (980-1002) che era a Roma, e che nel frattempo era diventato amico di Adalberto, chiese le reliquie e fece costruire la chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina (nell’anno 1000) per lui - solo successivamente l’imperatore fece traslare le reliquie di san Bartolomeo da Benevento nella chiesa sull’isola Tiberina ed essa porta così il nome che tutti conoscono. La cappella di sinistra è la sua.

Queste sono figure debbono essere conosciute, altrimenti nessuno può capire l’Europa, come essa sia nata e quali siano le sue radici. Chi è che ha portato la civiltà europea in Polonia, in Repubblica Ceca, nella Moravia, nella Germania transrenana e transdanubiana? Tutto questo è stato semplicemente cancellato dai libri di storia. Per chi conosce un minimo di storia è evidente che questi santi hanno non solo evangelizzato queste regioni, ma, così facendo, le hanno legate a quel sentire comune che è la civiltà europea.

Adalberto di Praga, monaco benedettino, è stato la figura decisiva riguardo a Praga e alla Boemia, ma anche all’Ungheria e alle regioni ancora più a est.

3/ La Praga medioevale (da B. Chropovský)

Leggendo la storia dell’origine dei diversi insediamenti che dettero vita all’odierna città di Praga ci si rende conto che tutto nasce qui nell’alto medioevo in quei secoli IX e X che videro all’opera sant’Adalberto di Praga e, prima di lui, il santo re Venceslao. Il lungo brano è tratto dalla voce PRAGA, di B. Chropovský, in Enciclopedia dell'Arte Medievale (1998) - Treccani, disponibile on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

Dalla voce PRAGA, di B. Chropovský - Enciclopedia dell'Arte Medievale (1998) - Treccani

Le origini altomedioevali: Malá Strana (città minore) e Hradčany

Nei secc. 2°-7° il territorio praghese rappresentò un importante snodo del commercio sulle lunghe distanze e vi si concentrò un'industria del ferro, attiva anche nella produzione dei relativi manufatti. Nel sec. 5°, durante l'età delle Migrazioni, nelle aree d'insediamento di Bubeneč, Veleslavín, Hradčany e Libeň si stanziarono popolazioni slave, documentate soprattutto attraverso i copiosi ritrovamenti di ceramica paleoslava del tipo c.d. praghese. Nel sec. 7°-8° sorsero nella regione impianti fortificati di gruppi slavi (Burgwälle) della stirpe dei Češi, come parti integranti di un sistema difensivo dell'intero bacino praghese che proteggeva anche il guado della Moldava, di fondamentale importanza per i traffici a lungo raggio.

A partire dal sec. 8°, l'insediamento a carattere abitativo si concentrò nella zona detta Malá Strana (città minore) e del Hradčany. La formazione e lo sviluppo della città di P. si correlarono strettamente con la formazione e lo sviluppo del castello, eretto sullo sperone roccioso presso la sponda sinistra della Moldava, priva di precedenti forme insediative. Le origini del castello, fra il terzo e l'ultimo quarto del sec. 9°, sono associate alla figura del principe Bořivoj (m. nell'894), che vi trasferì da Levý Hradec la propria residenza e vi fece erigere una chiesa intitolata alla Vergine; le dimensioni acquisite dal castello alla fine del sec. 9° coincidono grosso modo con le attuali. Sull'altura è stato scoperto un sepolcreto con centocinquantaquattro tombe, databile al sec. 9° sulla base di un tipo di corredo proprio della Grande Moravia.

Il castello venne fortificato con un muro a secco di scisto micaceo, dotato anteriormente di un terrapieno di riporto, rinforzato da un sistema di assi ancorate. L'accesso principale era rappresentato dalla porta meridionale, da cui si dipartiva una strada, ben riconoscibile nel suo tracciato, in direzione della porta occidentale; un altro stretto accesso si apriva sul lato orientale. Al di sotto dell'ala occidentale del castello è venuta alla luce una piccola chiesa a breve navata unica e abside quadrangolare, che, ben presto abbandonata, fu rinnovata dal successore di Bořivoj, il principe Spytihnĕv (m. nel 915), con abside di forma semicircolare e pareti accuratamente rivestite di conci di scisto micaceo sbozzati e disposti a filari.

A partire dal sec. 10° fino all'epoca di Bretislao I (1035-1055), la residenza dei principi viene individuata a N della più tarda residenza romanica, nel luogo dove furono scoperti resti di costruzioni lignee per uso abitativo e commerciale. Nella parte orientale del castello il principe Vratislao I (915-921) fondò la chiesa di S. Giorgio, edificio riconducibile all'ambito dell'architettura carolingia. Nel terzo decennio del sec. 10° si concluse la costruzione della chiesa di S. Vito, fondata dal principe Venceslao, poi santificato. Questa prima fabbrica della cattedrale si configurava a pianta centrale con quattro absidi a ferro di cavallo. L'importanza di P. crebbe considerevolmente nel 973, con l'istituzione della diocesi e l'elevazione a sede vescovile della chiesa di S. Vito. All'incirca nello stesso periodo, presso la chiesa di S. Giorgio, venne eretta un'abbazia femminile benedettina, di cui divenne badessa la sorella di Boleslao II, Mlada. Per le nuove necessità del complesso monastico l'antica chiesa non poteva più essere sufficiente, pertanto si cominciò a costruirne una più grande. Questa, le cui parti sostanziali si sono conservate fino a oggi, si ricollegava a O alla piccola chiesa di Vratislao I. Si trattava di una corta basilica a tre navate, la cui cripta occidentale, di cui rimangono, presso il lato meridionale della navata, due archi a tutto sesto della volta a crociera, si congiungeva alla piccola chiesa di Vratislao I. Per la costruzione dell'edificio vennero utilizzati bassi conci sbozzati di scisto argilloso, di media grandezza; per le colonne, invece, pietra arenaria rossa.

A metà del sec. 10°, all'interno del castello sorse una zecca di denari d'argento. Dopo l'istituzione della diocesi, la fortezza si avviò a diventare il centro dell'organizzazione ecclesiastica della regione e con la fondazione del monastero benedettino divenne la più antica sede monastica dello stato boemo. Alla fine del sec. 10°, oltre alla residenza dei principi e alla sede vescovile, vi si trovava anche il Capitolo del duomo. Con Bretislao I si provvide alla ristrutturazione e fortificazione del sistema difensivo; venne pertanto eretto un muro di protezione in conci di pietra sbozzati. Sotto Spytihnĕv II (1055-1061), Vratislao II (1061-1092) e Bretislao II (1092-1100), fra il 1060 e il 1096 fu costruita una nuova chiesa di S. Vito nell'area centrale del castello, mentre la chiesa di S. Giorgio fu trasformata in una basilica a tre navate. Nel 1135 il principe Sobeslao I (1120-1140) diede avvio all'edificazione di una cinta fortificata in pietra intorno al castello e alle strutture in pietra del palazzo dei principi.

Vyšehrad

Un altro nucleo fortificato nella zona era rappresentato dal Vyšehrad, a monte della confluenza del corso del fiume Botič nella Moldava, posto su un inaccessibile sperone roccioso presso la via d'accesso da S al bacino praghese. Lo sperone del Vyšehrad, secondo quanto attestano i ritrovamenti ceramici, non fu abitato anteriormente alla prima metà del 10° secolo. Il più antico edificio a carattere religioso fu una chiesa cruciforme, databile fra il 980 e il Mille, le cui fondazioni vennero coperte da muri più tardi, pertinenti alla nuova costruzione romanica della chiesa di S. Lorenzo. Nella zona più alta del Vyšehrad si ergeva, già in quest'epoca, un palazzo dei principi, con una cappella intitolata a s. Giovanni Evangelista.

Durante il regno di Boleslao II (m. nel 999) vi cominciò a essere attiva una zecca, in cui furono coniati i denari di Boleslao II, Boleslao III e Iaromiro. A causa di dissidi familiari insorti fra Vratislao II e suo fratello, il vescovo Gebardo, il principe si trasferì sul Vyšehrad. Già intorno al 1070 il vescovo Giovanni vi fondò una nuova chiesa dedicata a s. Pietro, per la quale venne istituito un Capitolo posto direttamente sotto l'autorità di Roma: in questo luogo, nel 1085, il principe Vratislao II si fece solennemente incoronare primo re di Boemia con il nome di Vratislao I.

Sul Vyšehrad fu eretto l'edificio romanico di S. Lorenzo, a tre navate; intorno al Mille, Vratislao vi fece costruire come chiesa parrocchiale per il personale di stanza nel castello e per la popolazione del circondario la rotonda di S. Martino. Vi sorgevano anche una cappella dedicata a Maria Maddalena, alla santa Croce e a s. Pietro e la piccola chiesa della Decapitazione del Battista. Alle pendici di entrambi i nuclei residenziali dei principi di P. si svilupparono nuovi borghi.

Malá Strana

Gli scavi più recenti hanno dimostrato che quello ai piedi del castello di P. è più antico di quanto non si fosse finora ritenuto. Esso si sviluppò sull'area dell'od. Malá Strana. Con il nome di suburbium esso viene ricordato in fonti scritte relative all'anno 1257, in concomitanza proprio con la trasformazione della struttura insediativa e sociale originaria nella Malá Strana di P., che si verificò sotto Ottocaro Přemysl II (1253-1278). In quest'area - piazza dei Maltesi, Josefská e parco Vojan - sono stati scoperti oggetti d'uso risalenti al 10° secolo. Anche altri siti a S del borgo, sulla sponda della Moldava, documentano forme di stanziamento nel corso del 10°-11° secolo. Nel suburbio di Vyšehrad sono venuti alla luce, oltre ai sepolcreti, oggetti d'uso e utensili per la lavorazione del ferro e forni per la forgiatura risalenti all'11° e 12° secolo. Ritornato nel castello di P., Sobeslao I si preoccupò in primo luogo della ristrutturazione della cinta difensiva e del palazzo. La nuova fortificazione seguiva il tracciato di quella dell'epoca di Bretislao I. L'intera area del castello fu chiusa da poderose trincee in pietra, che raggiungevano una larghezza di m 2-2,5 e un'altezza di m 14. Sul lato nordorientale della cinta si erge ancora l'enorme torre Bianca e lungo il versante E si eleva la massiccia torre Nera, prismatica, il cui passaggio venne dotato in epoca preromanica di volta a botte. Il tratto meridionale del circuito murario è rafforzato da torri piene, in aggetto, in massima parte di forma semicircolare, tranne che in prossimità del palazzo, dove si presentano pentagonali; nella parte orientale dell'area del castello si trova una torre prismatica romanica. Contemporaneamente alla ristrutturazione delle difese venne accresciuto, all'interno, anche il palazzo reale, con una disposizione ad ala unica; l'esteso piano terreno, dotato di numerose strette finestre, mostra un unico ambiente coperto da una volta a botte a tutto sesto cinghiata. Nel settore orientale del lato nord del palazzo venne successivamente aggiunta una torre semicircolare. Nella parte orientale dell'impianto palaziale sono state individuate le murature di un ambiente rettangolare dotato di camino nell'angolo nordorientale della Kemenate principesca. Lungo l'angolo nordorientale di quest'ultima correva un passaggio. Nello stretto spazio posto fra la parete orientale della Kemenate e la più antica struttura a E si trovava la scala di passaggio alla tribuna della cappella palatina, intitolata a Ognissanti. Consacrata nel 1185, questa aveva un'abside semicircolare e una navata rettangolare di due campate con coperture a crociera, suddivise da un arcone trasversale mediano. Intorno alla metà del sec. 12° anche il vescovo di P. provvide alla costruzione di una nuova residenza. La struttura, a due piani, è in gran parte inclusa nell'area meridionale dell'antica prepositura, presso la torre sudoccidentale della cattedrale. All'inizio del sec. 12°, a metà del lato settentrionale della navata laterale di S. Vito, venne aggiunta la cappella di S. Tommaso, eretta sopra la tomba del principe Bretislao II. La badessa Berta, come seconda fondatrice, cominciò nel 1142 il rinnovamento della basilica di S. Giorgio, che ricevette sostanzialmente la veste attuale; vi si aggiunse il matroneo principale e al di sotto del santuario fu realizzata una cripta a tre navate; venne poi costruita una seconda torre. Al principio del sec. 13° alla torre meridionale fu aggiunta una cappella tardoromanica intitolata a s. Ludmilla.

I ponti e il Ponte Carlo

Negli anni 1166-1169 venne costruito il primo ponte in pietra, fondato da re Ladislao II e terminato dalla sua consorte e in onore di questa chiamato ponte di Giuditta; si trattava di una costruzione realizzata da maestranze d'origine italiana, della quale sono stati individuati nel letto del fiume dodici piloni; costruito in pietra arenaria rossa, il ponte era concluso sulla riva destra da una torre quadrangolare con un'ampia porta e sulla riva sinistra da una porta inquadrata da due torri.

Dopo che questo ponte fu distrutto da un crollo, il 9 luglio 1357, ne venne inaugurato uno nuovo in pietra, il ponte di Carlo, originariamente chiamato ponte di Praga. Intorno al 1373, dalla parte della Staré Mĕsto (città vecchia), Peter Parler portò a compimento una torre d'accesso al ponte, lungo m 520 e ampio m 10, con sedici possenti arcate a tutto sesto e una cortina in conci squadrati di pietra arenaria. La testa di ponte sulla Malá Strana era segnata da due torri. Nel corso del sec. 12° un complesso di insediamenti abitati e centri mercantili sorti fra le due cittadelle diede gradualmente origine a una metropoli protofeudale, abitata prevalentemente da artigiani e mercanti. Di maggiore rilievo era, sulla riva sinistra della Moldava, il sobborgo, sorto ai piedi della porta meridionale del castello di P., dotato di quattro chiese: oltre alla rotonda di S. Venceslao, le chiese di S. Martino e di S. Andrea e una piccola chiesa dedicata a s. Michele. Presso il guado, a partire dalla chiesa di S. Valentino si estendeva il quartiere dei pescatori con la chiesa dei Ss. Pietro e Paolo Na Ostrove. Ancora più a E si trovava S. Michele e origine romanica ebbe anche S. Procopio. Nell'insediamento abitato di Nebovidy sorgeva una chiesa dedicata a s. Lorenzo, ma sicuramente fondazione romanica ebbe anche la chiesetta intitolata a s. Maria Maddalena. L'accesso al ponte sulla Moldava diede impulso alla fondazione della chiesa della Vergine e dell'ospedale dei Giovanniti negli anni 1158-1169. A N, alla terminazione del ponte, venne addossato, alla fine del sec. 12°, il palazzo vescovile. A Újezd, a S di Nebovidy, si elevavano le chiese di S. Giovanni Battista e di S. Giovanni Evangelista e nella parte settentrionale quella dei Ss. Filippo e Giacomo. Lungo la via che, provenendo dalla valle della Moldava, attraversava l'altura del Petřín, sulla cui sommità si erge isolata la chiesa di S. Lorenzo, si trovava il nucleo abitato di Obora, con la chiesa del Battista.

Un antichissimo centro abitato, ma a carattere meno intensivo, era anche sul territorio del più tardo quartiere di Hradčany; qui si innalzavano la chiesa di S. Adalberto e la parrocchiale di S. Benedetto. Nel 1142, alla periferia occidentale del borgo, venne eretto il monastero premostratense di Strahov.

Staré Mĕsto

Sulla riva destra della Moldava un elemento di singolarità è rappresentato, dal punto vista urbanistico, da un'ampia fascia che collega la Malostranské námĕstí (piazza grande) e la Malé námĕstí (piazza piccola) della Staré Mĕsto. La forma triangolare della Malé námĕstí fu direttamente originata dall'antica biforcazione del tracciato viario; qui si ergeva la chiesa di S. Leonardo; presso la strada principale per Vyšehrad si elevava invece, in prossimità dell'attraversamento fluviale, la chiesa di S. Valentino; un'altra chiesetta intitolata a s. Martino Minore si trovava presso l'angolo nordorientale dell'od. Clementinum. Ancora in direzione S la via conduceva davanti all'importante chiesa di S. Maria Na Louži. Origini romaniche aveva anche S. Egidio; nelle immediate vicinanze della cappella di Betlemme era la chiesa dei Ss. Filippo e Giacomo. Davanti alla fronte orientale del complesso del Týn s'innalza la monumentale chiesa gotica di S. Giacomo, probabilmente sul sito di un edificio più antico: qui nel 1232 si stabilirono i Minoriti. Proprio ai bordi della Staré Mĕsto si trovava la chiesa romanica di S. Benedetto, presso la quale si stanziarono i Cavalieri Teutonici. Dell'importanza assunta, nell'epoca protofeudale, dal territorio su cui si estende oggi il Clementinum, è diretta testimonianza la chiesa di S. Clemente, ricordata dalle fonti documentarie a partire dalla prima metà del 13° secolo. In una fascia di terreno relativamente ampia lungo la Moldava, in direzione S, non sono stati finora riportati alla luce edifici a carattere abitativo dell'epoca romanica, ma a una densità di stanziamento rinvia, per il periodo, una serie di chiese: la costruzione a pianta centrale di S. Giovanni Na Zábradlí, la rotonda di S. Lorenzo, che venne riportata alla luce all'interno della chiesa domenicana femminile di S. Anna, la chiesa di S. Andrea, consacrata nel 1165, e la rotonda della Santa Croce. A queste vanno aggiunte la chiesa scomparsa di S. Stefano al Muro e quella di S. Martino al Muro, che invece conserva ancora l'originario nucleo romanico.

Con il Gotico mutò profondamente anche il volto di Praga. Nell'ambito dell'antico borgo mercantile la trasformazione portò alla creazione di una nuova entità urbana, sia dal punto di vista amministrativo sia da quello economico, che venne circondata da mura difensive. Negli anni 1232-1234 fu fondata la prima colonia dell'antica civitas Pragensis, la Havelské Mĕsto. Il re Venceslao I (1228-1253), poco dopo la sua ascesa al trono, fece fortificare la città; i lavori vennero realizzati negli anni 1230-1253. La cinta fortificata della Staré Mĕsto, ultimata prima del 1310, era alta m 10-12, merlata e lungo il suo perimetro si innalzavano, a una distanza di m 60 ca. l'una dall'altra, imponenti torri prismatiche che raggiungevano un'altezza di m 30. Nel 1257 Ottocaro Přemysl II fondò il nuovo centro sulla riva sinistra della Moldava, successivamente chiamato Malá Strana di P., subito dotato anche questo di proprie mura. Nelle immediate vicinanze della Staré Mĕsto, Carlo IV (1346-1378) fondò la Nové Mĕsto (città nuova) di Praga. Le nuove possenti mura di cui fu circondata, dotate di un coronamento a merli ed estese per una lunghezza di km 3 ca., vennero costruite, nel giro di due anni, entro il 1350. All'interno della cinta fu compresa tutta la zona edificata della riva destra del fiume; contemporaneamente venne inserito nel sistema fortificato urbano anche il Vyšehrad. La più antica chiesa gotica che si sia conservata fino a oggi è quella a due navate di S. Francesco, nel complesso conventuale di S. Anna. Monumento del primo Gotico era la piccola parrocchiale di S. Lazzaro nella Nové Mĕsto; gotiche erano anche la chiesa domenicana di S. Clemente, quella abbaziale della Santa Croce nella Staré Mĕsto e quella dei Crociferi della Stella Rossa. Fra le chiese cittadine figuravano ancora S. Gallo, S. Maria di Týn e S. Nicola nella Staré Mĕsto e S. Nicola nella Malá Strana. Ai più significativi monumenti architettonici di P. appartiene la sinagoga Staranová o Vecchia-Nuova, risalente al 1280 ca., il cui portale conserva un timpano scolpito. L'aula, a due navate divise in sei campate da due pilastri centrali, presenta una copertura a volta costolonata pentapartita. Dopo il 1300 sorsero chiese a tre navate di considerevole mole, fra le quali quella agostiniana di S. Tommaso nella Malá Strana e la chiesa minorita di S. Giacomo. Oltre a questi vennero peraltro costruiti anche edifici a navata unica, come la chiesa domenicana di S. Anna; con la costruzione di S. Gallo, nella Staré Mĕsto, a tre navate, venne in voga anche la tipologia con struttura centrale priva di matronei. Un edificio singolare è rappresentato dalla chiesa dell'Assunta e di Carlo Magno sulla corte Carlo, ma inusuale è l'impianto della chiesa dei Serviti, S. Maria Na Trávníčku, così come quello a tre navate di S. Ambrogio, della chiesa benedettina della Vergine e dei Ss. Cirillo e Metodio Na Slovanech.

Nové Mĕsto

Con la creazione della Nové Mĕsto si affermò una serie cospicua di dominanti gotiche, con edifici perlopiù eretti sulle alture o in luoghi preminenti e in vista, come nel caso, per es., della chiesa dell'Assunta e di Carlo Magno, o di quelle di S. Apollinare, S. Caterina e S. Stefano. Le parrocchiali o chiese civiche vennero ingrandite, di regola mediante l'aggiunta di una navata, come nei casi di S. Adalberto, S. Pietro Na Pořičí, S. Martino al muro, S. Castulo, e ancora in S. Venceslao Na Zderaze, S. Clemente Na Pořičí, S. Michele nella Nové Mĕsto. Una nuova costruzione fu quella della chiesa di S. Maria Na Louži. A testimonianza delle ambiziose aspirazioni del costruttore sorse la nuova chiesa carmelitana di S. Maria delle Nevi, le cui imponenti dimensioni dovevano superare quelle di ogni altro edificio; essa rimase però incompiuta. Analogo destino ebbe anche la nuova chiesa del convento giovannita, S. Maria sub Catena. Agli anni fra il 1382 e il 1393 risaliva l'imponente edificio a pianta ottagonale con annesse cappelle, chiamato cappella del Corpus Domini, sulla piazza Carlo. Nella Staré Mĕsto, nel quartiere dei poveri, venne eretta nel 1391 la cappella di Betlemme, in cui si doveva predicare in lingua ceca e che raggiunse la fase di massima fioritura all'epoca del padre riformatore Jan Hus (m. nel 1415). Si trattava di un semplice edificio privo di articolazioni, di forma leggermente trapezoidale, le cui spoglie pareti perimetrali, senza membrature di sostegno, erano interrotte dalle sole finestre; il soffitto a travatura era sostenuto da due pilastri.

Il Carolinum, la più antica sede universitaria dell'Europa centrale

Al centro di P. si erge il Carolinum, la più antica sede universitaria dell'Europa centrale, fondata nel 1348 ma giunta solo nel 1383 all'acquisizione, per lo studium, di una grande casa patrizia, quella del direttore della zecca Johann Rotlev, donata da Venceslao IV (1378-1419); la casa, con un edificio di servizio annesso, era sorta già intorno alla metà del sec. 13°; la ristrutturazione prese avvio non solo con il rifacimento della casa di Rotlev, ma anche con la costruzione di un fabbricato a due piani nell'angolo sud-est e di una casa borghese posta fra questi; essenziale fu la realizzazione di un'ampia sala per le solenni assemblee, ma anche quella di una cappella universitaria. L'intero complesso medievale del Carolinum venne completato al principio del 15° secolo.

I monasteri cittadini

Una posizione di primo piano nella vita della città ebbero anche i monasteri. Ai più antichi appartiene quello delle Benedettine, fondato nel 973 presso la chiesa di S. Giorgio nel castello di Praga. Il primo monastero maschile, dell'Ordine benedettino, venne istituito dal secondo vescovo di P., Adalberto, nel 993 nei pressi del sobborgo di Břevnov. Nel 1140, a Strahov venne fondato un monastero premostratense con relativa chiesa dedicata alla Vergine. Il complesso degli edifici monastici si addossava a S alla chiesa, con l'ala orientale collegata all'abside meridionale. In quest'ala sono stati individuati, oltre alla sagrestia, i resti di una sala capitolare con copertura a volte su quattro colonne e del soprastante dormitorio. I vari edifici erano posti in comunicazione da un chiostro, le cui dimensioni (lunghezza di un braccio m 40 ca.) danno indicazione della grandezza del complesso monastico. Nel 1169 il cancelliere Gervasius fondò presso l'estremità del ponte di Giuditta il monastero giovannita di S. Maria sub Catena. Già nel 1226 presso la chiesa di S. Clemente risultano insediati i Domenicani, i quali nel 1232 si trasferirono più al centro. Nel 1238 anche i Cavalieri Teutonici si spostarono dalla chiesa di S. Pietro. Gli Ordini che giunsero a P. dopo il 1230 si insediarono già all'interno della Nové Mĕsto: le Clarisse, presso le progettate mura di cinta della città, in prossimità della Moldava, fondarono un convento con l'aiuto della přemyslide Agnese, poi ampliato intorno alla metà del secolo per accogliere una comunità monastica maschile; i Francescani, giunti a P. nel 1232, posero la propria sede presso la chiesa di S. Giacomo, non lontano dalle mura; lungo il tratto settentrionale di queste s'insediarono a partire dal 1256 i Cistercensi, con la chiesa della Santa Croce; presso il ponte di Giuditta risiedettero dal 1252 i Crociferi della Stella Rossa; ai Templari appartenne la chiesa di S. Anna, all'epoca intitolata ancora a s. Lorenzo. Nella Malá Strana si trovava il convento agostiniano di S. Tommaso e davanti alle mura si ergevano due complessi conventuali di suore agostiniane, uno con la chiesa di S. Maria Maddalena di Nebovidy, l'altro con la chiesa di S. Anna di Újezd. La più antica architettura protogotica è testimoniata dal convento delle Clarisse, governato dalla badessa Agnese, personaggio in stretto contatto epistolare con s. Chiara d'Assisi; si tratta di un complesso di edifici di notevole valore architettonico e storico, la cui costruzione dal 1233 si protrasse fino agli anni ottanta del 13° secolo. Il nucleo del convento era costituito da una lunga ala orientale con annessa una chiesa a due navate, portata a compimento nel 1240, quando il complesso venne ampliato per accogliere la comunità maschile. La fondazione di un convento minorita comportò l'edificazione di una nuova chiesa per le monache, che fu dedicata al Salvatore. A confronto con le massicce architetture delle parti conventuali più antiche, questo edificio presenta un carattere assai più sfarzoso, con un interno illuminato da ampie finestre; nella disposizione planimetrica e spaziale esso rispecchia la fase classica del Gotico dell'Ile-de-France. Dopo la metà del sec. 13° vennero costruiti il chiostro e un'ampia cucina voltata e il convento fu protetto da un alto muro di recinzione. Negli anni ottanta la costruzione del complesso conventuale venne completata con l'erezione di un mausoleo della dinastia přemyslide e il sepolcro della fondatrice Agnese.

Presso l'antica chiesa parrocchiale dei Ss. Cosma e Damiano, Carlo IV fece erigere nel 1347 un nuovo convento dedicato alla Vergine. L'edificio, chiamato Na Slovanech (degli Slavi), fu terminato nel 1372. La chiesa, a tre navate, venne utilizzata dai predicatori come ambiente adatto per le assemblee religiose. Sul lato meridionale, per tutta la lunghezza della chiesa, si sviluppa il convento, con un chiostro di ventidue campate coperte a crociera. Sotto il patronato della badessa Agnese sorse a P. anche una confraternita ospedaliera; posta dapprima sotto la guida dell'Ordine francescano, dal 1237 passò all'Ordine agostiniano. Situato nei pressi del convento di Agnese, l'ospedale venne trasferito dalla chiesa di S. Castulo presso la chiesa di S. Pietro Na Pořičí. L'ospedale dei Cavalieri di s. Giovanni sorse negli anni sessanta del sec. 12° nell'area antistante il castello di Praga.

4/ Alcune notizie sul tesoro della Cattedrale di San Vito

Riprendiamo sul nostro sito una nostra traduzione della presentazione del tesoro di San Vito disponibile sul sito ufficiale della Cattedrale stessa (https://www.katedralasvatehovita.cz/fr/le-tresor-de-saint-guy)

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

Gli inizi del Tesoro di St Guy sono probabilmente da porre in diretta connessione con il Santuario di San Vito, che il Duca Venceslao costruì nel Castello di Praga (922ca.-935). La reliquia per la quale fu costruito questo santuario - la spalla di San Vito, dono del re germanico Enrico a San Venceslao - fu esposta qui all'adorazione in un prezioso gioiello.

Fonti storiche provano che le ossa della mano di San Venceslao furono poste in un reliquiario a forma di mano, dorata e decorata con cammei. Alla reliquia di San Vito furono così presto aggiunte le reliquie di San Venceslao, che - nel 939 - fu sepolto nella  chiesa di San Vito durante una solenne cerimonia. Nel tesoro vennero depositate anche le sue armi: spada, lancia, elmo e armatura.

L'inventario più vecchio menziona uno stendardo fatto da Santa Ludmila stessa.

Fu poi Mlada, sorella del duca Boleslav II, che portò alla chiesa di Praga alcune reliquie da Roma nel 971. Gli furono date da papa Giovanni XIII.

Nel 973 Praga divenne un vescovado e questo certamente influenzò il flusso di donazioni, calici e altri vasi della chiesa, ma esistono pochi documenti su questo periodo. Il tesoro di San Vito fu notevolmente arricchito da Břetislav dopo la sua campagna militare in Polonia nel 1039. Si trattava per lo più di reliquie di Sant’Adalberto. Quando nella seconda metà del XII secolo una superba basilica - fondata da Spytihněv e Vratislav - fu costruita al posto dell'umile chiesa precedente, tutti i gioielli saranno trasferiti nel nuovo santuario.

5/ Sant’Agnese di Boemia, di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito un breve testo con la vita di sant’Agnese di Boemia dal sito della Santa Sede (http://www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_19891112_agnese_di_boemia_it.html).

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

N.B. de Gli scritti
Agnese di Boemia, principessa della dinastia dei Přemyslidi, è un’altra figura decisiva nella storia di Praga e della nazione boema eppure è spesso ignorata dalle guide turistiche. Contemporanea di san Francesco e di santa Chiara d’Assisi contribuì enormemente allo sviluppo del francescanesimo presso i boemi . Appartenente alla famiglia reale e destinata prima al figlio di Federico II e poi all’imperatore stesso, preferì la vita francescana secondo la regola delle clarisse. Da parte di madre era cugina di santa Elisabetta di Ungheria, sovrana.  Il monastero da lei fondato divenne il luogo di sepoltura dei sovrani cechi.

Il Convento di Sant’Agnese di Boemia (Klášter sv. Anežky České) è uno degli edifici gotici più importanti di Praga. Fu da lei fondato negli anni trenta del XIII secolo insieme a suo fratello, il re Venceslao I (da non confondere con il duca Venceslao di cui si è già parlato). Il convento medievale si è conservata in modo eccezionale, con i suoi spazi principali, compresi l'oratorio di Sant’Agnese, il Santuario del Redentore e la Chiesa di San Francesco, dove vengono conservati i resti del re Venceslao I, in modo da essere uno dei monumenti storici della Boemia più preziosi e più antichi del gotico.

Purtroppo, sotto Giuseppe II, nel 1782, il monastero fu vittima delle soppressioni - l’imperatore decise di chiudere qualsiasi monastero o convento che non fosse dedito direttamente alla pastorale-, diventando un magazzino, con l’espulsione forzata di tutte le francescane.

Negli ultimi decenni il monastero fondato da sant’Agnese è diventato sede della Galleria Nazionale dell'Arte medievale nella Boemia ed Europa centrale (1200 - 1550).

Agnese di Boemia (1211-1282), monaca, dell'Ordine di Santa Chiara (dal sito www.vatican.va)

Agnese, figlia di Premysl Otakar I re di Boemia e della regina Costanza sorella di Andrea II re d'Ungheria, nacque a Praga nel 1211. Sin dall'infanzia fu coinvolta in progetti di fidanzamento, trattati indipendentemente dalla sua volontà, per speculazioni politiche e convenienze dinastiche.
All'età di tre anni, fu affidata alle cure della duchessa di Slesia S. Edvige che l'accolse nel monastero delle monache cistercensi di Trzebnica e le insegnò i primi elementi della fede cristiana.

All'età di sei anni fu ricondotta a Praga, e poi affidata alle monache premonstratensi di Doksany per la sua conveniente istruzione.

Nel 1220, promessa sposa di Enrico VII figlio dell'imperatore Federico II, fu condotta a Vienna presso la corte del duca d'Austria, dove visse fino al 1225 mantenendosi sempre fedele ai principi e ai doveri della vita cristiana.

Rescisso il patto di fidanzamento ritornò a Praga dove si dedicò ad una più intensa vita di preghiere e di opere caritative; e dopo matura riflessione decise di consacrare a Dio la sua verginità.

Pervennero alla corte di Praga altre proposte nuziali per Agnese, quella del re d'Inghilterra Enrico III che svanì, e quella di Federico II presentata prima al re Otakar nel 1228 e la seconda volta al re Venceslao nel 1231. Il Pontefice Gregorio IX, al quale Agnese aveva chiesto protezione, intervenne riconoscendone il proposito di verginità ed Agnese allora acquistò per sempre la libertà e la felicità di consacrarsi a Dio.

Dai Frati Minori che giungevano, predicatori itineranti, a Praga, venne a conoscere la vita spirituale che conduceva in Assisi la vergine Chiara secondo lo spirito di S. Francesco. Ne rimase affascinata e decise di seguirne l'esempio.

Con i propri beni dinastici fondò a Praga nel 1232-33 l'ospedale di S. Francesco e l'Ordine dei Crocigeri della Stella Rossa che lo doveva dirigere. Nello stesso tempo fondò il monastero di S. Francesco per le "Sorelle Povere o Damianite", dove lei stessa fece il suo ingresso il giorno di Pentecoste l'11 giugno 1234.

Professò i voti solenni di castità, povertà e obbedienza pienamente consapevole dei valori eterni di questi consigli evangelici e si dedicò a praticarli con fervorosa fedeltà, per tutta la vita. la verginità per il regno dei cieli continuò ad essere sempre l'elemento fondamentale della sua spiritualità coinvolgendo tutta la profondità affettiva della sua persona nella consacrazione all'amore indiviso e sponsale a Cristo. Lo spirito di povertà, che già l'aveva indotta a distribuire i suoi beni ai poveri, la condusse a rinunciare totalmente alla proprietà dei beni della terra per seguire Cristo povero, nell'Ordine delle "Sorelle Povere". Ottenne inoltre che nel suo monastero si praticasse anche l'esproprio collettivo. Lo spirito di obbedienza la condusse a conformare sempre la sua volontà alla volontà di Dio che scopriva nel Vangelo del Signore e nella Regola di vita a lei data dalla Chiesa. Si adoperò insieme a S. Chiara per ottenere l'approvazione di una Regola nuova e propria che, dopo fiduciosa attesa, ricevette e professò con assoluta fedeltà.

Costituita, poco dopo la professione, abbadessa del monastero, dovette conservare l'ufficio per tutta la vita e lo esercitò, considerandosi sempre come "sorella maggiore", con umiltà e carità, con saggezza e zelo.

L'ammirazione, suscitata da Agnese quando si diffuse in Europa la notizia del suo ingresso in monastero, crebbe con gli anni presso chiunque diventava testimone delle sue virtù, come attestano concordemente le memorie biografiche.

Era specialmente ammirato l'ardore della sua carità verso Dio e verso il prossimo. "La fiamma viva dell'amore divino che ardeva continuamente nell'altare del cuore di Agnese, la spingeva tanto in alto, per mezzo dell'inesauribile fede, da farle ininterrottamente cercare il suo Diletto"; e si esprimeva specialmente nel fervore con cui adorava il Mistero Eucaristico e quello della Croce del Signore, nonché nella devozione filiale alla B. V. Maria contemplata nel mistero dell'Annunciazione. L'amore del prossimo, anche dopo la fondazione dell'ospedale, continuò a tenere aperto il suo cuore generoso ad ogni forma di aiuto cristiano. "Mantenne l'animo caritatevole verso tutti coloro che ricorrevano a lei chiedendo aiuto a Dio e agli uomini". Amò la Chiesa implorando per i suoi figli dalla bontà di Dio i doni della perseveranza nella fede e della solidarietà cristiana. Si rese collaboratrice dei Romani Pontefici che per il bene della Chiesa sollecitavano le sue preghiere e le sue mediazioni presso i re di Boemia suoi familiari. Amò la patria di cui si rese benemerita con le opere caritative individuali e sociali, e con la saggezza dei suoi consigli rivolti sempre ad evitare conflitti, e a promuovere la fedeltà alla religione cristiana dei padri.

Negli ultimi anni di vita Agnese sopportò con pazienza inalterabile i dolori che afflissero lei con la famiglia reale, il monastero e la patria, a causa di un infausto conflitto e della conseguente anarchia, nonché per le calamità naturali che si abbatterono sulla regione e la successiva carestia.

Morì santamente nel suo monastero il 2 marzo 1282. Per sua intercessione avvennero numerosi miracoli. Il culto tributato fin dalla morte e lungo i secoli alla Venerabile Agnese di Boemia ebbe il riconoscimento apostolico con il Decreto approvato dal Venerabile Pontefice Pio IX il 28 novembre 1874.

Oggi 12 novembre 1989 la Beata Agnese di Boemia viene proclamata Santa dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II.

6/ Le lettere di santa Chiara d’Assisi ad Agnese di Boemia

Riprendiamo sul nostro sito il testo delle quattro lettere scritte da Santa Chiara d’Assisi a sant’Agnese di Boemia.

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2018)

N.B. de Gli scritti
È estremamente interessante come santa Chiara, che era coltissima, sappia scrivere alla sorella nella fede Agnese, trattandola da regina e da donna. Mentre le parla della povertà santissima e della carità del Cristo gli esempi che le porta sono tutti adeguati alla stirpe regale di cui la sa partecipe.
Nella quarta lettera, in particolare, l’immagine dello specchio, così cara all’universo femminile, viene utilizzata da Chiara per indicare ad Agnese che nello specchio della vita vedrà il Cristo e desidererà assomigliargli per amore.

LETTERA PRIMA

1Alla venerabile e santissima vergine, Donna Agnese, figlia dell’esimio e illustrissimo re di Boemia, 2Chiara, indegna serva di Gesù Cristo ed ancella inutile delle Donne recluse del monastero di San Damiano, sua suddita in tutto e serva, si raccomanda in ogni modo con particolare rispetto, mentre augura di conseguire la gloria della eterna felicità.

3 All’udire la stupenda fama della vostra santa vita religiosa, che non a me soltanto è giunta, ma si è sparsa magnificamente su tutta quasi la faccia della terra, sono ripiena di gaudio nel Signore e gioisco; 4e di questo possono rallegrarsi non soltanto io, ma tutti coloro che servono o desiderano servire Gesù Cristo.

5 Il motivo è questo: mentre potevate più di ogni altra godere delle fastosità, degli onori e delle dignità mondane, ed anche accedere con una gloria meravigliosa a legittimi sponsali con l’illustre Imperatore, – unione che, del resto, sarebbe stata conveniente alla vostra e sua eccelsa condizione –, 6tutte queste cose voi avete invece respinte, e avete preferito con tutta l’anima e con tutto il trasporto del cuore abbracciare la santissima povertà e le privazioni del corpo, 7per donarvi ad uno Sposo di ancor più nobile origine, al Signore Gesù Cristo, il quale custodirà sempre immacolata e intatta la vostra verginità.

8 Il suo amore vi farà casta, le sue carezze più pura, il possesso di Lui vi confermerà vergine. 9Poiché la sua potenza è più forte d’ogni altra, più larga è la sua generosità; la sua bellezza è più seducente, il suo amore più dolce ed ogni suo favore più fine. 10Ormai stretta nell’amplesso di Lui, Egli ha ornato il vostro petto di pietre preziose; alle vostre orecchie ha fissato inestimabili perle; 11e tutta vi ha rivestita di nuove e scintillanti gemme, come a primavera, e vi ha incoronata di un diadema d’oro, inciso col simbolo della santità.

12 Perciò, sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella del Signor mio Gesù Cristo, 13insignita dello smagliante stendardo della inviolabile verginità e della santissima povertà, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero. 14Lui per tutti noi sostenne il supplizio della croce, strappandoci dal potere del Principe delle tenebre, che ci tratteneva avvinti con catene in conseguenza del peccato del primo uomo, e riconciliandoci con Dio Padre.

15 O povertà beata! A chi t’ama e t’abbraccia procuri ricchezze eterne.

16 O povertà santa! A quanti ti possiedono e desiderano, Dio promette il regno dei cieli, ed offre in modo infallibile eterna gloria e vita beata.

17 O povertà pia! Te il Signore Gesù Cristo, in cui potere erano e sono il cielo e la terra, giacché bastò un cenno della sua parola e tutte le cose furono create, si degnò abbracciare a preferenza di ogni altra cosa. 18Disse egli, infatti: Le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i nidi, ma il Figlio dell’uomo, cioè Cristo, non ha dove posare il capo; e quando lo reclinò sul suo petto, fu per rendere l’ultimo respiro.

19 Se, dunque, tale e così grande Signore, scendendo nel seno della Vergine, volle apparire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero, 20affinché gli uomini – che erano poverissimi e indigenti, affamati per l’eccessiva penuria del nutrimento celeste –, divenissero in Lui ricchi col possesso dei reami celesti; 21esultate e godete molto, ripiena di enorme gaudio e di spirituale letizia. 22Invero voi, che avete preferito il disprezzo del mondo agli onori, la povertà alle ricchezze temporali, e avete affidato i vostri tesori, piuttosto che alla terra, al cielo, 23ove non li corrode ruggine, non li consuma il tarlo, non li scoprono né rubano i ladri, voi riceverete abbondantissima ricompensa nei cieli, 24e avete meritato degnamente di essere chiamata sorella, sposa e madre del Figlio dell’Altissimo Padre e della gloriosa Vergine.

25 Certamente voi sapete, – ne sono sicurissima – che il regno dei cieli il Signore lo promette e dona solo ai poveri, perché quando si amano le cose temporali, si perde il frutto della carità; 26e che non è possibile servire a Dio e a Mammona, perché o si ama l’uno e si ha in odio l’altro, o si serve il secondo e si disprezza il primo. 27E l’uomo coperto di vestiti non può pretendere di lottare con uno ignudo, perché è più presto gettato a terra chi offre una presa all’avversario; 28e neppure è possibile ambire la gloria in questo mondo e regnare poi lassù con Cristo; ed è più facile che un cammello passi per una cruna di un ago, che un ricco salga ai reami celesti. 29Perciò voi avete gettato le vesti superflue, cioè le ricchezze terrene, a fine di non soccombere neppure in un punto nella lotta e di poter entrare nel regno dei cieli per la via stretta e la porta angusta.

30 È magnifico davvero e degno di ogni lode questo scambio: rifiutare i beni della terra per avere quelli del cielo, meritarsi i celesti invece dei terreni, ricevere il cento per uno e possedere la vita beata per l’eternità.

31 Per questo ho ritenuto opportuno supplicare con umili preghiere, nell’amore di Cristo, la vostra maestà e la vostra santità, per quanto io posso, a voler perseverare con coraggio nel suo santo servizio, 32progredendo di bene in meglio, di virtù in virtù, affinché Colui, al quale servite con tutto l’amore, si degni concedervi il desiderato premio.

33 Vi scongiuro ancora nel Signore, come posso, di tener presenti nelle santissime vostre preghiere me, vostra serva, sebbene inutile, e con me tutte le altre sorelle di questo monastero, che tanto vi venerano, 34affinché, col soccorso di esse, possiamo meritarci la misericordia di Gesù Cristo e insieme con voi gioire dell’eterna visione.

35 State bene nel Signore, e pregate per me.

LETTERA SECONDA

1 Alla figlia del Re dei re, alla serva del Signore dei dominanti, alla sposa degnissima di Gesù Cristo e perciò regina nobilissima Donna Agnese, 2Chiara, ancella inutile e indegna delle Donne Povere, invia il suo saluto e l’augurio di vivere sempre in perfetta povertà.

3 Rendo grazie all’Autore della grazia, dal quale, come crediamo, viene ogni bene sommo ed ogni dono perfetto, perché ti ha adornata di tanti riconoscimenti di virtù e ti ha illustrata con segni di così alte perfezioni, 4che, fatta diligente imitatrice del Padre, in cui è ogni perfezione, meriti di divenire a tua volta perfetta, talmente che i suoi occhi non trovino in te nessun segno di imperfezione.

5 E questa è la perfezione, per la quale il Re stesso ti unirà a sé nell’etereo talamo, dove siede glorioso su un trono di stelle, 6che tu, stimando cosa vile la grandezza di un regno terreno e sdegnando l’offerta di un connubio imperiale, 7per amore della santissima povertà, in spirito di profonda umiltà e di ardentissima carità, ricalchi con assoluta fedeltà le orme di Colui del quale hai meritato d’essere sposa.

8 Ma ti so ricca d’ogni virtù, e perciò rinuncio ad un lungo discorso e non voglio aggravarti di troppe parole, 9anche se tu non troveresti nulla di superfluo in quelle parole che potrebbero arrecarti qualche consolazione. 10E giacché una sola è la cosa necessaria, di essa soltanto ti scongiuro e ti avviso per amore di Colui, al quale ti sei offerta come vittima santa e gradita. 11Memore del tuo proposito, come un’altra Rachele, tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza. I risultati raggiunti, conservali; ciò che fai, fallo bene; non arrestarti; 12ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, 13avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata. 14E non credere, e non lasciarti sedurre da nessuno che tentasse sviarti da questo proposito o metterti degli ostacoli su questa via, per impedirti di riportare all’Altissimo le tue promesse con quella perfezione alla quale ti invitò lo Spirito del Signore.

15 Riguardo a questo, perché tu possa percorrere più sicura la strada dei divini mandati, attieniti ai consigli del venerabile padre nostro frate Elia, ministro generale, 16ed anteponili ai consigli di qualsiasi altro e ritienili più preziosi per te di qualsiasi dono. 17E se qualcuno ti dice o ti suggerisce altre iniziative, che impediscano la via di perfezione che hai abbracciata o che ti sembrino contrarie alla divina vocazione, pur portandoti con tutto il rispetto, non seguire però il consiglio di lui, 18ma attaccati, vergine poverella, a Cristo povero.

19 Vedi che Egli per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. 20Mira, o nobilissima regina, lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini, divenuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo.

21 Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se con Lui piangerai, con Lui godrai; se in compagnia di Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, 22e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita e diverrà famoso tra gli uomini. 23Perciò possederai per tutta l’eternità e per tutti i secoli la gloria del regno celeste, in luogo degli onori terreni così caduchi; parteciperai dei beni eterni, invece che dei beni perituri, e vivrai per tutti i secoli.

24 Addio sorella e, a causa del Signore tuo Sposo, signora carissima. 25Abbi a cuore di raccomandare al Signore nelle tue devote orazioni me, assieme alle mie sorelle, che tutte godiamo per i beni che il Signore opera in te con la sua grazia. E raccomandaci con insistenza anche alle preghiere delle tue sorelle.

LETTERA TERZA

1 Alla signora in Cristo veneratissima e sorella degna d’amore più di tutte le creature mortali, Agnese, germana dell’illustre Re di Boemia, ma ora soprattutto sorella e sposa del sommo Re dei cieli, 2Chiara, umilissima e indegna ancella di Cristo e serva delle Donne Povere, augura salutare gaudio nell’Autore della salvezza e quanto di meglio essa possa desiderare.

3 Le liete notizie del tuo benessere, del tuo stato felice e dei tuoi prosperi progressi nella corsa che hai intrapresa per la conquista del celeste palio, mi riempiono di tanta gioia; 4e tanto più respiro di esultanza nel Signore, perché so e ritengo che tu supplisci magnificamente alle imperfezioni che sono in me e nelle altre sorelle nella nostra imitazione degli esempi di Gesù Cristo povero ed umile.

5 Davvero posso rallegrarmi, e nessuno potrebbe strapparmi da questa gioia, 6poiché ho raggiunto quello che ho desiderato sotto il cielo, dal momento che vedo te trionfare in una maniera, direi, terribile e incredibile, sostenuta da una prerogativa meravigliosa della sapienza che procede da Dio medesimo, sulle astuzie dello scaltro serpente, sulla superbia, che è rovina dell’umana natura, e sulla vanità, che rende fatui i cuori degli uomini. 7E ti ammiro ancora stringere a te, mediante l’umiltà, con la forza della fede e le braccia della povertà, il tesoro incomparabile, nascosto nel campo del mondo e dei cuori umani, col quale si compra Colui che dal nulla trasse tutte le cose; e, per avvalermi delle parole medesime dell’Apostolo, ti stimo collaboratrice di Dio stesso e sostegno delle membra deboli e vacillanti del suo ineffabile Corpo.

9 Chi potrebbe, dunque, impedirmi di rallegrarmi per sì mirabili motivi di gaudio?

10 Gioisci, perciò, anche tu nel Signore sempre, o carissima. 11Non permettere che nessun’ombra di mestizia avvolga il tuo cuore, o signora in Cristo dilettissima, gioia degli Angeli e corona delle tue sorelle.

12 Colloca i tuoi occhi davanti allo specchio dell’eternità, colloca la tua anima nello splendore della gloria, 13colloca il tuo cuore in Colui che è figura della divina sostanza, e trasformati interamente, per mezzo della contemplazione, nella immagine della divinità di Lui. 14Allora anche tu proverai ciò che è riservato ai soli suoi amici, e gusterai la segreta dolcezza che Dio medesimo ha riservato fin dall’inizio per coloro che lo amano. 15Senza concedere neppure uno sguardo alle seduzioni, che in questo mondo fallace ed irrequieto tendono lacci ai ciechi che vi attaccano il loro cuore, con tutta te stessa ama Colui che per amor tuo tutto si è donato.

16 a sua bellezza ammirano il sole e la luna; i suoi premi sono di pregio e grandezza infiniti. 17Voglio dire quel Figlio dell’Altissimo, che la Vergine ha partorito, senza cessare di essere vergine. 18Stringiti alla sua dolcissima Madre, la quale generò un Figlio tale che i cieli non potevano contenere, 19eppure ella lo raccolse nel piccolo chiostro del suo santo seno e lo portò nel suo grembo verginale.

20 Chi non sdegnerebbe con orrore le insidie del nemico dell’umano genere, che facendo brillare innanzi agli occhi il luccicore delle cose transitorie e delle glorie fallaci, tenta annientare ciò che è più grande del cielo?

21 Sì, perché è ormai chiaro che l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. 22Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno, e ciò soltanto a motivo della carità, di cui gli empi sono privi. 23È la stessa Verità che lo afferma: Colui che mi ama, sarà amato dal Padre mio, e io pure lo amerò; e noi verremo a lui e porremo in lui la nostra dimora.

24 A qual modo, dunque, che la gloriosa Vergine delle vergini portò Cristo materialmente nel suo grembo, 25tu pure, seguendo le sue vestigia, specialmente dell’umiltà e povertà di lui, puoi sempre, senza alcun dubbio, portarlo spiritualmente nel tuo corpo casto e verginale. 26E conterrai in te Colui dal quale tu e tutte le creature sono contenute, e possederai ciò che è bene più duraturo e definitivo anche a paragone di tutti gli altri possessi transeunti di questo mondo.

27 Come si ingannano, molte volte, al riguardo, re e regine di questo mondo! 28Quand’anche elevassero la loro superbia fino al cielo e toccassero quasi col capo le nubi, alla fine saranno dissolti nel nulla, come spazzatura.

29 Passando ora al quesito che mi hai sottoposto, credo di poterti rispondere così. 30Tu mi domandi quali feste il gloriosissimo padre nostro san Francesco ci raccomandò di celebrare con particolare solennità, pensando, se ben ho capito, che si possa in esse usare una certa maggior larghezza nella varietà dei cibi. 31Nella tua prudenza certamente saprai che, salvo le deboli e le inferme, – verso le quali ci insegnò e ci comandò di usare ogni discrezione con qualsiasi genere di cibi –, 32nessuna di noi, che sia sana e robusta, dovrebbe prendere se non cibi quaresimali, tanto nei giorni feriali che nei festivi, digiunando ogni giorno 33ad eccezione delle domeniche e del Natale del Signore, nei quali giorni possiamo prendere il cibo due volte. 34Ed anche nei giovedì, dei periodi non di digiuno, ciascuna può fare come le piace, cioè chi non volesse digiunare non vi è tenuta.

35 Ma noi, che siamo in buona salute, digiuniamo tutti i giorni, eccetto le domeniche e il Natale. 36Non siamo però tenute al digiuno – così ci ha insegnato il beato Francesco in un suo scritto –, durante tutto il tempo pasquale e nelle feste della Madonna e dei santi Apostoli, a meno che cadessero il venerdì. 37Ma, come ho detto sopra, noi che siamo sane e robuste, consumiamo sempre cibi quaresimali.

38 Siccome però, non abbiamo un corpo di bronzo, né la nostra è la robustezza del granito, 39anzi siamo piuttosto fragili e inclini ad ogni debolezza corporale, 40ti prego e ti supplico nel Signore, o carissima, di moderarti con saggia discrezione nell’austerità, quasi esagerata e impossibile, nella quale ho saputo che ti sei avviata, 41affinché, vivendo, la tua vita sia lode del Signore, e tu renda al Signore, un culto spirituale ed il tuo sacrificio sia sempre condito col sale della prudenza.

42 Ti auguro di stare sempre bene nel Signore, con la premura con la quale lo potrei augurare a me stessa. Raccomanda me e le mie sorelle nelle tue sante orazioni.

LETTERA QUARTA

1 A colei che è la metà dell’anima sua e santuario di un singolare e cordialissimo amore, all’illustre regina, sposa dell’Agnello e Re eterno, a Donna Agnese, madre sua carissima e figlia tra le altre la più amata, 2Chiara, serva indegna di Cristo ed ancella inutile delle serve del Signore dimoranti nel monastero di San Damiano in Assisi, invia il suo saluto 3e l’augurio di poter sciogliere un cantico nuovo, in compagnia delle altre santissime vergini, davanti al trono di Dio e dell’Agnello e di accompagnare l’Agnello ovunque vada.

4 O madre e figlia, sposa del Re di tutti i secoli, non stupirti se non ti ho scritto di frequente come l’anima tua e la mia parimenti desiderano e bramano, 5e non credere assolutamente che l’incendio dell’amore verso di te sia divenuto meno ardente e dolce nel cuore della tua madre. 6Il solo ostacolo alla nostra corrispondenza è stato la scarsità dei messaggeri e l’insicurezza delle strade.

7 Ma oggi, che si presenta l’occasione di scrivere alla tua carità, ecco mi rallegro con te e con te gioisco nel gaudio dello Spirito, o sposa di Cristo, 8poiché, come quell’altra santissima vergine Agnese, tu, slacciandoti da tutte le ricchezze e vanità del mondo, ti sei meravigliosamente unita in sposa all’Agnello immacolato, che toglie i peccati del mondo.

9 Te veramente felice! Ti è concesso di godere di questo sacro convito, per poter aderire con tutte le fibre del tuo cuore a Colui, 10la cui bellezza è l’ammirazione instancabile delle beate schiere del cielo. 11L’amore di lui rende felici, la contemplazione ristora, la benignità ricolma. 12La soavità di lui pervade tutta l’anima, il ricordo brilla dolce nella memoria. 13Al suo profumo i morti risorgono e la gloriosa visione di lui formerà la felicità dei cittadini della Gerusalemme celeste.

14 E poiché questa visione di lui è splendore dell’eterna gloria, chiarore della luce perenne e specchio senza macchia, 15ogni giorno porta l’anima tua, o regina, sposa di Gesù Cristo, in questo specchio e scruta in esso continuamente il tuo volto, 16perché tu possa così adornarti tutta all’interno e all’esterno, vestita e circondata di varietà, 17e sii adorna dei variopinti fiori di tutte le virtù e ancora di vesti splendenti, quali convengono alla figlia e sposa del sommo Re.

18 In questo specchio poi rifulgono la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità; e questo tu potrai contemplare, con la grazia di Dio, diffuso su tutta la superficie dello specchio.

19Mira, in alto, la povertà di Colui che fu deposto nel presepe avvolto in poveri pannicelli. 20O mirabile umiltà e povertà che dà stupore! 21Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, è adagiato in una mangiatoia!

22 Vedi poi, al centro dello specchio, la santa umiltà, e insieme ancora la beata povertà, le fatiche e pene senza numero ch’Egli sostenne per la redenzione del genere umano.

23 E, in basso, contempla l’ineffabile carità per la quale volle patire sul legno della croce e su di essa morire della morte più infamante. 24Perciò è lo stesso specchio che, dall’alto del legno della croce, rivolge ai passanti la sua voce perché si fermino a meditare: 25O voi tutti, che sulla strada passate, fermatevi a vedere se esiste un dolore simile al mio; 26e rispondiamo, dico a Lui che chiama e geme, ad una voce e con un solo cuore: Non mi abbandonerà mai il ricordo di te e si struggerà in me l’anima mia.

27 Lasciati, dunque, o regina sposa del celeste Re, bruciare sempre più fortemente da questo ardore di carità!

28 Contempla ancora le indicibili sue delizie, le ricchezze e gli onori eterni, 29e grida con tutto l’ardore del tuo desiderio e del tuo amore: 30Attirami a te, o celeste Sposo! Dietro a te correremo attratti dalla dolcezza del tuo profumo.

31 Correrò, senza stancarmi mai, finché tu mi introduca nella tua cella inebriante. 32Allora la tua sinistra passi sotto il mio capo e la tua destra mi abbracci deliziosamente e tu mi bacerai col felicissimo bacio della tua bocca.

33 Stando in questa contemplazione, abbi memoria della tua madre poverella, 34ben sapendo ch’io porto il tuo caro ricordo inseparabilmente impresso nel profondo del mio cuore, perché tu sei per me la più cara tra tutte.

35 Che cosa potrei ancora dirti? E meglio che la parola umana rinunci qui ad esprimerti il mio affetto per te; solo l’anima, nel suo linguaggio silenzioso, riuscirebbe a fartelo sentire. 36E poiché, o figlia benedetta, la mia lingua è del tutto impotente ad esprimerti meglio l’amore che ti porto; queste poche cose che ti ho scritto in modo così imperfetto, quasi dimezzando il pensiero, sono tutto quanto ho potuto dirti.

37 Ti prego però, che tu voglia ugualmente accogliere queste mie parole con benevolenza e devozione, ascoltando in esse soprattutto l’affetto materno di cui sono ripiena, in ardore di carità verso di te e delle tue figlie ogni giorno; e ad esse raccomanda assai in Cristo me e le mie figlie. 38Queste stesse mie figlie poi, in particolare la vergine prudentissima Agnese, sorella nostra, si raccomandano vivamente nel Signore a te e alle tue figlie.

39 Addio, figlia mia carissima, a te e alle tue figlie, fino al trono di gloria del gran Re, e pregate per noi.

40 Con tutta la premura e l’amore che posso raccomando finalmente alla tua carità i latori della presente lettera, i nostri carissimi frate Amato, caro a Dio e agli uomini, e frate Bonagura. Amen.

7/ San Giovanni Nepomuceno

Giovanni di Nepomuk (1349-1393) è un sacerdote boemo, che fu canonico nella cattedrale di Praga e predicatore alla corte di re Venceslao IV di Boemia, il quale lo fece uccidere per annegamento, gettandolo da Ponte Carlo nel fiume.

Gli storici hanno a lungo discusso sulla sua figura, poiché agli eventi originariamente narrati su di lui, riguardanti la sua uccisione da parte del re a motivo dell’aver difeso la libertà dei monasteri dal potere politico, si aggiunse cinquant’anni dopo la narrazione di un episodio riguardante il segreto confessionale, con una diversa datazione della fine dello stesso Giovanni Nepomuceno.

Gli storici oggi ritengono che si tratti di un unico personaggio e che anche il secondo episodio sia indicativo della volontà del sovrano di cancellare la libertà della Chiesa e del popolo tutto, anche venendo meno alle più elementari disposizioni ecclesiali come quella del segreto confessionale, pretendendo che il confessore della moglie del re gli rivelasse i peccati della donna uditi in sede di confessione.

Questi i fatti narrati dalle fonti. Venceslao IV, re di Boemia e imperatore del Sacro Romano Impero, desiderando fondare una nuova diocesi nuova per insediarvi come vescovo uno dei suoi favoriti, ordinò che nel monastero di Kladruby, alla morte dell'abate Racek, non si procedesse all’elezione di nessun nuovo abate, bensì che il territorio dell’abbazia fosse trasformato in una sede vescovile e che fosse assegnato alla persona indicata dal potere temporale.

Il vicario generale dell'arcivescovo, Giovanni di Nepomuk, si oppose energicamente a quest'ordine, che violava la libertà della Chiesa e il diritto canonico.

Quando l'abate Racek morì nel 1393, i monaci di Kladruby contro il parere di Venceslao IV procedettero immediatamente all’elezione, scegliendo il monaco Olenus. Giovanni Nepomuceno, come vicario generale, confermò l’elezione, senza tenere conto dei desideri del monarca.

Per questo motivo Vencesalo IV fece gettare il sacerdote da Ponte Carlo perché morisse per annegamento. Si potrebbe definire tale evento come la “proto defenestrazione” - siamo solo 20 anni prima dell’uccisione di Jan Hus e delle due defenestrazioni che seguirono ad essa.  

Alcuni annali storici scritti 60-80 anni dopo la morte di Giovanni di Nepomuk attribuiscono, come si è detto, il martirio a cause diverse. Secondo questa tradizione Giovanni Nepomuceno sarebbe anche stato confessore della regina Giovanna di Baviera ed il re, avendo dei dubbi sulla fedeltà della stessa, gli aveva chiesto di rivelare quanto detto in confessione dalla regina. Giovanni non accettò di violare il segreto confessionale, che per la tradizione della Chiesa è giustamente inviolabile, e venne per questo gettato nella Moldava.

Note al testo

[1] Come è noto è il periodo che giunge fino all’anno 1000, mentre si designa per “basso medioevo” il periodo che fa dal 1000 più o meno al XV secolo e vale la pena ricordarlo perché chi visita Praga dovrebbe avere invece chiara questa distinzione per capire la storia della Boemia.

[2] «Oggi, alla vigilia del Grande Giubileo, sento il dovere di esprimere profondo rammarico per la crudele morte inflitta a Jan Hus e per la conseguente ferita, fonte di conflitti e divisioni, che fu in tal modo aperta nelle menti e nei cuori del popolo boemo» (dal Discorso di Giovanni Paolo II ai partecipanti al convegno internazionale su Giovanni Hus, del 17/12/1999) e «Sono passati sei secoli dal giorno in cui tragicamente morì il rinomato predicatore e rettore dell’Università di Praga, Jan Hus. Già nel 1999, san Giovanni Paolo II, intervenendo in un Simposio internazionale dedicato a questa memorabile figura, ha espresso il suo «profondo rammarico per la crudele morte [a lui] inflitta», e lo ha annoverato tra i riformatori della Chiesa. Alla luce di tale approccio, occorre continuare lo studio sulla persona e l’attività di Jan Hus, il quale per lungo tempo è stato oggetto di contesa tra cristiani, mentre oggi è diventato motivo di dialogo. Questa ricerca, condotta senza condizionamenti di tipo ideologico, sarà un importante servizio alla verità storica, e a tutti i cristiani e all’intera società, anche al di là dei confini della vostra Nazione» (dal discorso del Santo Padre Francesco alla delegazione dalla Repubblica Ceca, in occasione del 600° anniversario della morte di Jan Hus, del 15/6/2015).

[3] Così come ne parla la famosa serie di dipinti dello stesso artista che compongono l’Epopea slava.

[4] Cosa ci fa capire Benedetto? Che il santo, il cristiano è la risposta ai problemi del tempo. Esattamente come avverrà, ad esempio, con don Bosco, nell’Ottocento, che è la risposta al problema della Rivoluzione Industriale, cioè a degli orrori di un mondo che progredisce con le industrie, ma al contempo crea i bambini sfruttati, e così via. Dio manda un santo - un profeta, possiamo chiamarlo - ad essere in qualche modo il segno della direzione che sarebbe da prendere - si pensi anche a Massimiliano Kolbe ad Auschwitz.

[5] Decisiva, in proposito, sarà la costruzione delle due abbazie di San Pietro (l’odierna Westminster, il monastero occidentale, prima chiesa del 616, certamente abbazia dal 970) e di San Paolo (l’odierna St Paul’s Cathedral – ricostruita nel 604, poi ingrandita nel 685), dopo che a Canterbury la regina e poi il re del Kent Etelberto (552-618) si convertirono al cristianesimo e con loro tutta la popolazione. Canterbury e le due abbazie divennero allora il punto di riferimento dell’intera regione.

[6] Formato dal monaco Willibrordo.

[7] Il regno della Grande Moravia si forma intorno all’anno 833 ed è Ratislav, nell’863 ad accogliere Cirillo e Metodio.

[8] Gli storici ritengono che Sant’Alessio fosse allora un’abbazia “doppia” con monaci che vivevano secondo la regola benedettina e monaci che vivevano secondo una regola orientale legata a san Basilio.