1/ I triangoli P ad Auschwitz e l’apertura dei documenti relativi a Pio XII nell’Archivio segreto Vaticano, di Andrea Lonardo 2/ Auschwitz e la Polonia: una memoria complessa e contesa

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /03 /2020 - 16:08 pm | Permalink
- Tag usati: , , , , , , , , , ,
- Segnala questo articolo:
These icons link to social bookmarking sites where readers can share and discover new web pages.
  • email
  • Facebook
  • Google
  • Twitter

1/ I triangoli P ad Auschwitz e l’apertura dei documenti relativi a Pio XII nell’Archivio segreto Vaticano, di Andrea Lonardo

Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la nostra mostra Voci dalla Shoah.

Il Centro culturale Gli scritti (22/3/2020)

1/ I triangoli P e il destino dei polacchi durante il nazismo

Una delle cose meno note dei campi di concentramento nazisti è l’esistenza dei triangoli rossi con la lettera P, cioè i polacchi. Raramente si trova tale triangolo nei pannelli che mostrano i distintivi dei perseguitati. Si dimentica così che Hitler perseguitava anche i polacchi. Infatti, intendeva eliminarne 2/3 per lasciare vivi solo i contadini come forza lavoro del Reich. Rilevante è, al contempo, il fatto che voler sterminare 2/3 dei polacchi, voleva dire perseguitare i cattolici, perché tali erano i polacchi.

Poiché la persecuzione dei polacchi è ignorata dalla storiografia, nelle classificazioni dei triangoli si identificano a torto quelli rossi tout court con i politici in senso stretto e si trascura che quel simbolo fu portato da tantissimi polacchi che erano considerati “politici” dai nazisti in quanto semplicemente polacchi e, quindi, bollati già solo per questo, da perseguire perché semplicemente polacchi.

Il sistema concentrazionario era rigidamente razzista. Il più infimo dei popoli, nella visione hitleriana, era il popolo ebraico. Per gli ebrei non c’era che una soluzione, lo sterminio totale. La prima selezione, con l’avvio alle camere a gas dei più deboli, ad Auschwitz, era riservata solo agli ebrei. Gli altri perseguitati andavano nelle camere a gas a partire dalle selezioni successive.

I cosiddetti “campi della morte”, come Treblinka, dove l’intero convoglio finiva immediatamente nelle camere a gas, erano similmente destinati ai soli ebrei.

Quindi la sterminio degli ebrei non può essere confuso con la persecuzione di qualsivoglia altro gruppo. Nessun convoglio polacco o rom o nessun treno di prigioneri politici o nessun testimoni di Geova o omosessuali andava direttamente alle camere a gas: i prigionieri non ebrei vi andavano in un secondo momento e vi morivano davvero anche loro nelle camere a gas, ma in un secondo momento.

Ma questo non toglie che fra tutte le categorie suddette, nella visione razziale e razzista hitleriana, appena al di sopra degli ebrei venivano gli slavi – e cioè i polacchi, i russi, gli ucraini e così via - ritenuti razza inferiore e destinati alla progressiva eliminazione. Destinati cioè non direttamente alle camere a gas, ma ad una morte con il tempo[1].

Gli slavi, come si diceva, dovevano essere ridotti di 2/3, con l’eliminazione di tutta la borghesia e la classe colta: l’eliminazione fisica della “guida” della nazione doveva servire a fiaccare il resto del popolo. Solo un terzo dei polacchi doveva rimanere in vita per essere utilizzato come schiavitù per lavorare i campi a servizio dei nazisti (su tutto questo, cfr. il nostro studio La riduzione dei polacchi al rango di servi della “razza ariana”, con lo sterminio del clero e della borghesia, nella Polonia occupata dai nazisti. L’«Azione straordinaria di pacificazione» (Ausserordentliche Befriedigungsaktion - AB), di Andrea Lonardo).

Il territorio della Polonia era stato suddiviso in due parti dai programmi nazisti: una parte doveva essere semplicemente germanizzata, con l’espulsione di tutti i polacchi, l’altra doveva vedere la razza ariana al comando e i polacchi come servi (la prima divenne direttamente Terzo Reich, la seconda venne denominata allora Generalgouvernement für die besetzten polnischen Gebiete, comprendente Varsavia, Cracovia e Lublino).

Si capisce bene la questione, se la si confronta con ciò che i tedeschi pensavano del futuro della Francia, del Belgio, dei Paesi Bassi o dell’Inghilterra: nella visione nazista quelle popolazioni non erano da annientare, perché non erano inferiori dal punto di vista razziale: si trattava di farle divenire discepole del Reich e, una volta accettato questo, avrebbero continuato a sussistere.

Non così dei polacchi e degli slavi: il loro destino non era quello di accettare il nuovo governo nazista, bensì, ben più radicalmente, di sparire come popolo, di divenire merce e forza lavoro inanimata a servizio degli ariani.

I polacchi così, pur non essendo al livello degli ebrei, erano inquadrati nella stessa visione razzista di inferiorità come gli ebrei: non c’erano polacchi buoni e cattivi, come invece c’erano francesi buoni e cattivi. No, tutti i polacchi erano razza da schiacciare e, per schiacciarli, era necessario annientarne due terzi.

Nelle città polacche si poteva essere uccisi per un nonnulla, era interdetto il dialogo fra polacchi e soldati tedeschi, qualsiasi tedesco poteva fare ciò che voleva di un polacco e dei beni di un polacco. Ai polacchi erano interdetti, per ragioni razziali, i luoghi frequentati dai tedeschi.

Incredibile è quanto sia raro trovare considerazioni del genere, che sono assolutamente ovvie e incontestabili, in moltissimi dei testi che narrano del regime nazista e della sua persecuzione. Non solo si tace dei triangoli rossi con la P, ma si tace totalmente della condizione polacca più in generale sotto il Terzo Reich.

Dello sterminio dei polacchi e degli slavi in genere non è facile fornire una cifra esatta, esattamente come per gli ebrei, poiché il dato doveva passare “sotto silenzio” nella visione nazista. La storia avrebbe provveduto a cancellare il genocidio della nazione polacca: pertanto si possono avere solo approssimazioni. Si ritiene che siano stati sterminati dai nazisti 6 milioni di ebrei delle diverse nazioni, moltissimi provenienti anch’essi dalla Polonia e cittadini polacchi, ma che siano stati sterminati anche circa due milioni di polacchi cattolici[2]. Il numero di civili cattolici polacchi sarebbe così inferiore solo al numero degli ebrei, se non fosse per l’immenso numero di civili russi ortodossi uccisi dai nazisti o lasciati morire di fame, numero ancora più difficile da definire, ma che si ritiene possa ammontare a 7 milioni di civili russi uccisi.

Per quel che riguarda il caso dei polacchi, lo sterminio procedette in maniera molteplice. Molti vennero internati nei Lager, come Auschwitz che venne originariamente pensato come un campo espressamente riservato agli slavi per divenire poi il campo più grande della deportazione e dello sterminio degli ebrei. In particolare Auschwitz 1, con le sue strutture in muratura, fu la prima sezione del futuro grande campo ad essere utilizzata e fu per un certo periodo esclusivamente utilizzato in funzione anti-polacca.  

Per molti altri polacchi la fine era programmata attraverso la deportazione e lo sfruttamento fino all’estremo della forza-lavoro con lo spostamento coatto in Germania, come schiavi per servire la razza ariana nei campi o nelle fabbriche, per morirvi lì, con traiettoria geografica opposta a quello che era il destino degli ebrei che venivano spinti invece a est in Polonia. Moltissimi polacchi morirono in Germania, lavorando nei campi o nelle fabbriche.

Se si vuole comprendere cosa dovettero subire i polacchi che vennero deportati come forza lavoro in Germania è stata studiata nel dettaglio e raccontata una storia che le riassume tutte ed è quella di Walerjan Wrobel, polacco di 16 anni, deportato e ucciso nel 1941 in Germania (da Christoph U. Schminck-Gustavus, Mal di casa. Un ragazzo davanti ai giudici, Torino, Bollati Boringhieri, 1994; cfr. la nostra analisi del lavoro di C.U. Schminck-Gustavus al numero 2).

Si ritiene che siano 2 milioni e mezzo i polacchi che vennero deportati in Germania come forza lavoro (per il dato, cfr. W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1443ss.).

Moltissimi polacchi vennero, invece, semplicemente fucilati nelle città o nei paesi. Qualsiasi pretesto era adatto per puntare la pistola alla tempia di un polacco, adulto o bambino, e lasciare lì, per strada, il suo cadavere.

Moltissimi finirono, invece, nei lager, solamente perché polacchi, all’interno della logica sterminatrice razzista, senza aver compiuto nessun reato e nessun atto anti-nazista.

Per la sola Auschwitz, Szurek dà questi dati: vi vennero sterminati circa 1.500.000 ebrei di diverse nazionalità, circa 100.000 polacchi, 21.665 zingari, 11.780 prigionieri russi, oltre a numerosi prigionieri “politici”[3].

Fra i deportati nei Lager erano gran parte del clero polacco, proprio in quanto clero polacco e in quanto clero cattolico: l’avversione era al connubio indissolubile di polacco e di cattolico.

Preziosissima da questo punto di vista è la testimonianza di don Pirro Scavizzi (cfr. su questo la sezione specifica, al numero 3, in La riduzione dei polacchi al rango di servi della “razza ariana”, con lo sterminio del clero e della borghesia, nella Polonia occupata dai nazisti. L’«Azione straordinaria di pacificazione» (Ausserordentliche Befriedigungsaktion - AB), di Andrea Lonardo) che relazionò più volte a Pio XII sia sullo sterminio degli ebrei, pressoché completato, sia sulla persecuzione della Chiesa polacca (le sue relazioni sono state tutte pubblicate prima dell’apertura dei documenti dell’Archivio segreto Vaticano relativamente a Pio XII)[4].

Ovviamente ben superiore fu il numero degli internati cattolici polacchi ad Auschwitz – e nelle sue diramazioni secondarie - rispetto ai 100.000 che vi morirono: tutti costoro avrebbero dovuto seguire la sorte di quei 100.000 che li avevano preceduti, se gli alleati non avessero liberato il campo.

Se se ne vuole conoscere qualche storia si può almeno fare riferimento, fra le infinite possibilità, a Czesława Kwoka, ragazza polacca che morì ad Auschwitz il 12 marzo 1943 a 14 anni.

    Czesława Kwoka, ragazza polacca che 
morì ad Auschwitz il 12 marzo 1943 a 14 anni

O ancora a Witold Pilecki, che sopravvisse ad Auschwitz, ma venne poi ucciso dai comunisti polacchi nel 1948.

    Witold Pilecki, che sopravvisse ad Auschwitz, ma 
venne poi ucciso dai comunisti polacchi nel 1948

Fra i religiosi ci si può riferire al prete polacco Franciszek Staszałek, ucciso in Auschwitz il 18 maggio 1942, o ancora al prete polacco Antoni Kwarta, prigioniero di Auschwitz che sopravvisse alla Shoah.

Il prete polacco Franciszek Staszałek, 
ucciso in Auschwitz il 18 maggio 1942
    Il prete polacco Antoni Kwarta, prigioniero 
di Auschwitz che sopravvisse alla Shoah

Questi ultimi due sono solo esemplificativi dei moltissimi preti presenti ad Auschwitz e ciò permette di situare anche la vicenda di p. Massimilano Kolbe, presente anche lui in quanto “triangolo rosso” con la lettera P.

Si può ben comprendere quanto sia grave che i triangoli P nemmeno figurino in tante apposite tabelle preparate per i libri e per il web, mentre dovrebbe essere il distintivo più evidente subito dopo il triangolo giallo o la stella degli ebrei detenuti.

Non c’è ombra di dubbio che i polacchi furono il popolo più perseguitato dopo il popolo ebraico nei Lager.

Erano i triangoli rossi con la lettera P, semplicemente i polacchi cattolici.

2/ La memoria contesa di Auschwitz

L’importanza della questione appare evidente se si studia la questione della memoria di Auschwitz ed, in particolare, la complessa questione, ignota ai più, di come si sia evoluto il Memoriale e Museo di Auschwitz-Birkenau (questa la definizione odierna)[5].

Il Museo venne concepito, subito dopo la guerra, dal regime comunista, come un memoriale della lotta anti-fascista. La questione ebraica era allora posta in secondo piano e gli ebrei venivano classificati, negli elenchi dei milioni di morti, semplicemente come cittadini dello stato da cui provenivano. Il numero dei polacchi uccisi era ottenuto, per esempio, sommando gli ebrei polacchi sterminati ai morti polacchi cattolici.

Il comunismo non aveva alcun interesse ad elaborare una specifica memoria dello sterminio ebraico, perché doveva invece fondare la propria esistenza sull’opposizione al nazismo in quanto dittatura,

Ciò comportò che le attenzioni si concentrassero inizialmente sul campo di Auschwitz I, con la conseguente distruzione di gran parte delle strutture di Auschwitz II Birkenau che, nei primi anni del dopoguerra, non era meta della maggior parte dei visitatori.

Il Museo era così impostato a evidenziare soprattutto la resistenza anti-fascista polacca e, più in generale, delle diverse nazioni, a detrimento della centralità dello sterminio ebraico.

Negli anni successivi – ed in modo ancor più accentuato, ovviamente, a partire dal 1989 - il Museo-Memoriale ha assunto il compito di evidenziare la specifica memoria dello sterminio ebraico, cui si è aggiunta la memoria degli zingari, con l’erezione di un primo monumento commemorativo dei rom sterminati solo nel 1973[6].

Nel tempo sono emersi anche ulteriori gruppi specifici di perseguitati, come i testimoni di Geova e gli omosessuali che, giustamente, hanno diritto ad una specifica memoria – le immagini dei diversi triangoli contribuiscono a tale memoria.

Quello che è rimasto totalmente in ombra è, invece, il secondo gruppo maggiormente perseguitato ad Auschwitz – e più in generale nei Lager – e cioè il popolo polacco cattolico.

Secondo non solo per il numero dei morti ad Auschwitz – si è già detto, probabilmente centomila, meno del milione e mezzo di ebrei uccisi, ma certamente ben superiore ai circa 20.000 zingari –, così come negli altri Campi di concentramento, nelle deportazioni e nelle fucilazioni sommarie avvenute ovunque nel paese.

Ma ancor più immediatamente vicino allo sterminio ebraico perché la persecuzione dei polacchi e il progressivo indurimento della loro condizione, con la riduzione alla fame della popolazione, la pratica della deportazione per ragioni di lavoro, l’imprigionamento di tutta la classe dirigente e intellettuale e la progressiva uccisione per ridurre di 2/3 il numero, oltre ad essere uno degli abomini più gravi realizzati dai nazisti dopo lo sterminio degli ebrei, è all’interno della logica razziale che presiedeva allo sterminio: i polacchi e gli slavi erano razze inferiori come gli ebrei, leggermente migliori degli ebrei, ma pur sempre razze inferiori. È questo quello che non emerge negli studi e nella pubblicistica divulgativa, anzi è questo che è totalmente misconosciuto.

Questo non toglie il fatto che ci fossero sentimenti antisemiti in parte della popolazione polacca, come appare evidente dal massacro di Kielce[7]: nel 1946 furono uccisi dai polacchi ben 50 ebrei, sopravvissuti alla Shoah, subito dopo la guerra.

Nelle memorie dei sopravvissuti alla Shoah si annoverano, all’opposto, casi in cui gli ebrei vennero aiutati dalla popolazione polacca cattolica nel fuggire dai nazisti, come racconta, ad esempio, Janina Bauman, moglie del più famoso Zygmunt nell’autobiografico Inverno nel mattino (Bologna, Il mulino, 1994, Per una breve scheda, cfr.  http://www.gliscritti.it/approf/shoa/sh_doc/vocap03.htm#c36).

Ciò che la storiografia moderna, però, non riesce ancora a situare correttamente è il fatto che il popolo polacco, anti-semita o pronto ad aiutare gli ebrei che fosse, è stato il gruppo etnico più perseguitato dai nazisti dopo gli ebrei. E che quindi si trovò in una situazione di estrema ristrettezza e scoraggiamento, se non proprio di morte, che lo paralizzò in ogni sua libera iniziativa, ben più di quanto avvenne negli altri paesi occupati dai nazisti e ben di più di quanto avvenne in Roma e in Italia nel 1944: gli italiani non erano una razza inferiore come i polacchi, agli occhi dei nazisti, sebbene avessero “tradito” il Terzo Reich.

La mancata comprensione di questo dato porta lo storico ignorante a immaginare una collaborazione fra nazisti e polacchi e non una situazione di estrema indigenza e persecuzione dei polacchi stessi.

Mentre si analizzano eventuali atteggiamenti antisemiti di parte della popolazione polacca, una più puntuale considerazione della situazione polacca permetterebbe di studiare con ben maggiore attenzione e diffusione di notizie la persecuzione specifica che i cattolici ebbero durante il nazismo. Nella memoria che si ha di Auschwitz al di fuori della Polonia la persecuzione dei polacchi, cioè dei cattolici, nemmeno è citata e pare essere inesistente.

Con ciò si è anche detto della difficile questione della memoria contesa di Auschwitz. Si è passati da una memoria totalmente indirizzata a ricordare l’anti-fascismo dei detenuti per giungere infine ad una più corretta comprensione che ne vedesse la dimensione specificamente ebraica, con aperture alla questione degli zingari, dei testimoni di Geova e degli omosessuali.

Manca ancora, e totalmente, una presa di coscienza storiografica della contestuale persecuzione anti-polacca, che è evidentemente anche anti-cattolica, tesa com’era alla dissoluzione di qualsiasi struttura ecclesiale della Polonia, per poterla più agevolmente assoggettare a schiavitù.

In Italia in quasi nessuno storico del periodo è dato trovare anche solo una minima percezione del fatto che esistesse uno specifico e maggioritario gruppo – sempre dopo la maggioranza ebrea – di perseguitati, e perseguitati a morte, data dai triangoli P.

Una corretta lettura dovrebbe, invece, porre in ordine di grandezza in primo luogo la persecuzione degli ebrei, poi dei cattolici polacchi, poi degli zingari, infine degli altri gruppi di deportati presenti nei Lager.

3/ Cosa cercare negli Archivi di Pio XII appena aperti?

Se volessimo esprimere un auspicio rivolto ai ricercatori che da ora hanno accesso anche agli Archivi vaticani del tempo della guerra, ciò che veramente sarebbe da indagare è perché il papa, pur sapendo benissimo della duplice persecuzione mortale, rivolta innanzitutto contro gli ebrei, ma poi anche contro i cattolici polacchi, preferì una denuncia sottile e non giunse ad una scomunica esplicita. Inviò cioè costanti segnali contro la politica razzista del Terzo Reich, ma senza mai alzare i toni e giungere ad una dichiarazione di esclusione dalla comunità.

La sensazione che abbiamo, a partire dal nostro punto di vista, senza poter però verificarlo in concreto, è che Pio XII si rese conto che una denuncia più forte della politica nazista avrebbe portato ad una persecuzione ancora più grave del popolo cattolico polacco, con la deportazione dello stesso episcopato nei Lager che non era ancora avvenuta, cosa che avrebbe reso ancora più difficile porgere qualsiasi aiuto ai cristiani, agli ebrei e alle popolazioni tutte schiacciate dal gioco nazista in Polonia.

La questione insomma, andrebbe esplorata non semplicemente a partire dalla domanda legittima del perché il papa non scomunicò i nazisti a motivo dello sterminio ebraico, ma a partire dalla contestuale domanda del perché non li scomunicò a motivo della persecuzione dei cattolici polacchi che erano sterminati senza pietà, anche se in misura minore degli ebrei.

La risposta a questa seconda domanda sarebbe - a nostro umile avviso - la chiave di volta per comprendere, perché il papa aiutò in ogni modo gli ebrei, ma ritenne troppo pericoloso giungere alla scomunica dei tedeschi, non tanto perché temeva per la propria incolumità, quanto per i danni che ne avrebbero patito i polacchi, anch’essi perseguitati.

2/ Auschwitz e la Polonia: una memoria complessa e contesa

Riprendiamo sul nostro sito un testo dal sito “Regione Emilia Romagna” (https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/per-approfondire/formazione-pdc/viaggio-visivo/i-campi-di-auschwitz/i-crematori-di-birkenau/auschwitz-e-la-polonia-una-memoria-complessa-e-contesa). Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la nostra mostra Voci dalla Shoah.

Il Centro culturale Gli scritti (22/3/2020)

L'immediato dopoguerra

Negli anni immediatamente seguenti la fine della guerra, il nuovo governo comunista polacco non manifestò particolare interesse per Auschwitz. Pertanto, gran parte delle baracche in legno di Birkenau venne distrutta, per svariati motivi: offrire un riparo di fortuna ai profughi polacchi senza tetto, utilizzare materiale combustibile per riscaldarsi, scavare alla ricerca dei gioielli e dell’oro che gli ebrei (così si diceva) avevano con sé persino nel campo di concentramento. Sempre a Birkenau, la casa colonica denominata Bunker I e adibita a prima camera a gas provvisoria fu occupata dai vecchi proprietari, che sul medesimo luogo eressero una piccola abitazione, senza minimamente tener conto del fatto che, in pratica, la nuova casa sorgeva in mezzo ad una fossa comune. Intanto, l’edificio del Comando tedesco fu trasformato in chiesa cattolica, trascurando il fatto che, a poca distanza, si era consumata la più grande tragedia della millenaria storia di Israele.

Il campo di Primo Levi (Auschwitz III-Monowitz) fu addirittura cancellato, spazzato via e trasformato in un quartiere popolare, destinato ai nuovi operai, polacchi, della gigantesca fabbrica chimica costruita dai tedeschi, nazionalizzata dal nuovo regime e rimasta in funzione fino agli anni Novanta.

La scelta degli spazi per il museo

Quando venne istituito il Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, vennero compiute alcune scelte importanti quanto discutibili. La decisione più significativa fu quella di utilizzare le strutture di Auschwitz I come luogo di memoria di tutta la storia del campo. Pertanto, nelle caserme del campo-base, vennero predisposti numerosi importanti punti di esposizione, in cui il visitatore poteva vedere materiale fotografico e, soprattutto, alcuni plastici di buon livello relativi al processo di sterminio: particolarmente impressionante la grande rappresentazione tridimensionale del funzionamento del Crematorio II (imitata poi da altri musei, come Yad Vashem e l’Holocaust Museum di Washington).

Inoltre, fu portata ad Auschwitz I gran parte del materiale proveniente dal Kanada, il vasto quartiere di baracche-magazzino in cui venivano ammassati, divisi per genere (scarpe, occhiali, valigie…), tutti i beni rapinati agli ebrei sulla banchina ferroviaria e negli spogliatoi delle camere a gas.

Il risultato fu problematico per varie ragioni: l’interesse del visitatore sprovveduto, infatti, a lungo fu indirizzato e fatto convergere solo su Auschwitz I, mentre i luoghi della memoria specificamente ebraica sono stati a lungo ignorati e di fatto dimenticati. Il caso più clamoroso riguardò la Judenrampe, rimasta nell’abbandono più completo fino al 2005, malgrado la sua importanza storica eccezionale: con la sola eccezione degli ebrei ungheresi, infatti, la grande maggioranza dei deportati scese su quella rampa, e non sulla nuova banchina interna ad Auschwitz II.

Quanto alle rovine dei crematori di Birkenau, situati in posizione relativamente lontana dall’ingresso del campo, fino a pochi anni fa non erano raggiunte dalla maggior parte dei visitatori, a causa di una grave carenza nelle indicazioni e nelle informazioni. Anche se, negli ultimi anni, sono stati introdotti vari e importanti cambiamenti, il lavoro di gestione delle diverse memorie, ad Auschwitz, è ancora in larga misura da costruire.

Note al testo

[1] Cfr. su questo Jerzy W. Borejsza, L’antislavismo di Adolf Hitler: contro polacchi, ucraini, russi.

[2] Così scrive l’Enciclopedia dell’Olocausto on-line a cura dell’United States Holocaust Memorial: «Si stima che i Tedeschi, durante la Seconda Guerra Mondiale, abbiano ucciso quasi due milioni di civili polacchi non ebrei» (https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/article/mosaic-of-victims-abridged-article). La stessa fonte afferma che i morti fra gli zingari, solo per fare un ulteriore raffronto furono fra i 200.000 e i 500.000 (https://encyclopedia.ushmm.org/content/it/map/persecution-of-roma-gypsies-1939-1945?parent=it%2F11431).  

[3] Jean-Claude Szurek, Polonia: il campo di concentramento-museo di Auschwitz, in AA.VV, A est. La memoria ritrovata, Torino, Einaudi, 1991, p. 219.

[4] Qui il testo integrale delle relazioni di don Pirro Scavizzi sul fronte orientale: Il testo integrale delle relazioni di don Pirro Scavizzi, cappellano militare sul fronte russo, che informarono Pio XII non solo dello sterminio degli ebrei, ma anche dello sterminio dei polacchi cattolici che si andava preparando. Vietate erano le comunicazioni fra il Vaticano ed i vescovi e sacerdoti polacchi.

[5] Su questo, cfr. Jean-Claude Szurek, Polonia: il campo di concentramento-museo di Auschwitz, in AA.VV, A est. La memoria ritrovata, Torino, Einaudi, 1991, pp. 195-224 e il testo che segue: Auschwitz e la Polonia: una memoria complessa e contesa, on-line, oltre che sul nostro sito, al link https://www.assemblea.emr.it/cittadinanza/per-approfondire/formazione-pdc/viaggio-visivo/i-campi-di-auschwitz/i-crematori-di-birkenau/auschwitz-e-la-polonia-una-memoria-complessa-e-contesa da cui lo abbiamo tratto.

[6] Cfr. Jean-Claude Szurek, Polonia: il campo di concentramento-museo di Auschwitz, in AA.VV, A est. La memoria ritrovata, Torino, Einaudi, 1991, p. 217.

[7] Cfr. su questo Jean-Claude Szurek, Polonia: il campo di concentramento-museo di Auschwitz, in AA.VV, A est. La memoria ritrovata, Torino, Einaudi, 1991, 207.