La riduzione dei polacchi al rango di servi della “razza ariana”, con lo sterminio del clero e della borghesia, nella Polonia occupata dai nazisti. L’«Azione straordinaria di pacificazione» (Ausserordentliche Befriedigungsaktion - AB), di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /04 /2018 - 23:46 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Per ulteriori approfondimenti, cfr. la sezione Il novecento: fascismo e nazismo e la mostra Voci dalla Shoah.

Il Centro culturale Gli scritti (15/4/2018)

In Polonia[1] si è discusso - e si discute - sull’opportunità di una legge che punisca come reato l’utilizzo dell’espressione “lager polacchi” ad indicare i campi di concentramento nazisti sul territorio occupato dal Terzo Reich.

Riteniamo che non servano leggi in questo campo, perché tali dispositivi danno forza alle tesi opposte e le conferiscono dignità, mentre sono il pubblico dibattito e la storiografia seria che hanno il compito di svelare la falsità del cosiddetto “revisionismo” storico[2].

Ciò che è decisivo, piuttosto, è conoscere e amare la storia della Polonia raccontando ciò che avvenne durante l’occupazione nazista: tutti debbono sapere che i nazisti ridussero in schiavitù i polacchi, iniziando lo sterminio della classe dirigente, degli intellettuali e della borghesia. La consapevolezza del dramma vissuto della nazione polacca, ignoto ai più, è il vero antidoto contro chi pretenderebbe di attribuire una qualche responsabilità dei lager ad un presunto “collaborazionismo” polacco.

1/ L’«Azione straordinaria di pacificazione» (Ausserordentliche Befriedigungsaktion - AB) e il Nuovo Ordine 

Il popolo polacco non solo non fu persecutore, ma ben più profondamente fu perseguitato dal nazismo. Il pensiero razzista elaborato da Hitler, infatti, non solo poneva gli ebrei al grado infimo delle “razze”, ma classificava ogni etnia in una scala gerarchica - utilizzando poi tale pseudo-filosofia a fini di potere.

Se nel grado più infimo della suddivisione in razze stavano gli ebrei, il penultimo posto era occupato dai popoli slavi e, fra di essi, in particolare, da polacchi, cèchi, ucraini e russi: per i nazisti andavano anch’essi annientati, anche se con modalità diverse da quelle scelte per gli ebrei.

L’invasione della Polonia non si configurava, nell’universo mentale nazista, come una conquista, al pari dell’occupazione della Francia o della tentata invasione dell’Inghilterra, bensì, ben più profondamente, rientrava in un piano di germanizzazione dell’Europa dell’est, secondo il quale la razza ariana avrebbe dovuto asservire i popoli slavi, colonizzare le loro terre e ridurre polacchi, cèchi, ucraini e russi al ruolo di servi della razza ariana.

A questo fine, Hitler procedette con una prassi e con leggi successive via via più oppressive giungendo infine alla completa sottomissione della nazione polacca, in vista dell’eliminazione del ceto intellettuale e borghese della nazione: solo i contadini e gli operai sarebbero rimasti in vita per lavorare a sevizio del Reich, ma avendo sottratto loro, per via di sterminio, ogni figura di riferimento culturale che potesse ricordare loro l’antica identità nazionale.

Governatorato di Polonia, Esecuzione di donne polacche
– Sconosciuto 1939-1945. Cierpienie i walka
narodu polskiego, Zarząd Główny Związku Bojowników
o Wolność i Demokrację, Warszawa 1958 (da Wikipedia).
Appello nel lager per bambini e giovani polacchi
(Jugendverwahrlager) di Litzmannstadt (Archiwum
Fotograficzne Stefana Bałuka - Narodowe Archiwum
Cyfrowe Sygnatura: 37-301-6, Roman Harbar, Zofia
Tokarz, Jacek Wilczur, "Czas niewoli, czas śmierci",
Interpress, Warszawa 1979). Il lager vicino per le
bambine polacche era chiamato KZ Dzierżązna (da Wikipedia)
Uccisione di civili polacchi – Sconosciuto 1939-1945.
Cierpienie i walka narodu polskiego, Zarząd Główny
Związku Bojowników o Wolność i Demokrację (da Wikipedia).

Shirer[3], nella sua Storia del Terzo Reich, ricostruisce le dichiarazioni progettuali e poi la realizzazione del piano in vista dell’annientamento della nazione polacca, che procedette di pari passo con lo sterminio degli ebrei.

Egli mostra come l’intenzione di fare piazza pulita della nazione polacca è chiara prima ancora dell’invasione della Polonia. Nel capitolo relativo, intitolato “Il terrore nazista in Polonia: la prima fase” Shirer scrive:

«Il 18 ottobre Halder segnò nel suo diario i principali punti di un colloquio avuto col generale Eduard Wagner, generale d’amministrazione, che aveva conferito in quel giorno con Hitler intorno al futuro della Polonia, un futuro sinistro.
Non abbiamo intenzione alcuna di ricostruire la Polonia... Non deve essere un vero Stato secondo il modello tedesco. All'intelligentsia polacca si deve impedire di costituirsi in classe dirigente. Deve essere mantenuto un basso tenore di vita. Schiavi a buon mercato...
Si deve creare un'assoluta disorganizzazione. Il Reich darà al governatore generale i mezzi per attuare questo piano diabolico.

E il Reich glieli diede.
Oggi si può avere un breve ragguaglio sugli inizi del terrore nazista in Polonia, rivelati da documenti tedeschi sequestrati e dalle testimonianze rese nei vari processi di Norimberga. Ma si trattò solo dell’anticipazione di tutto ciò che di sinistro e di terribile ogni popolo vinto dovette subire dai tedeschi. Tuttavia dal principio alla fine in Polonia fu peggio che altrove. Qui la barbarie nazista raggiunse limiti incredibili.
Proprio quando stava per iniziarsi l’attacco contro la Polonia, nella conferenza all’Obersalzberg del 22 agosto Hitler aveva detto ai suoi generali che sarebbero accadute cose «di scarso gradimento per loro», ma li aveva anche avvertiti «di non interferire in simili cose e di limitarsi a fare il loro dovere di militari». Egli sapeva bene quel che diceva. L’autore del presente libro ben presto fu subissato a Berlino e in Polonia di informazioni inviategli su massacri nazisti. E anche i generali ne ricevettero. Il 10 settembre, mentre la campagna polacca era in pieno sviluppo, Halder annotò nel suo diario un caso che poco dopo fu largamente conosciuto a Berlino. Alcuni «duri» appartenenti a un reggimento di artiglieria delle SS dopo aver fatto lavorare per un intero giorno cinquanta ebrei alla riparazione di un ponte, li avevano portati come un branco di bestiame in una sinagoga e là - cosi si espresse Halder - «li avevano massacrati». Lo stesso generale von Küchler, comandante della Terza Armata, che in seguito doveva avere ben pochi scrupoli, si rifiutò di confermare le condanne inflitte dal tribunale di guerra agli assassini - un anno di reclusione - dicendo che erano troppo miti. Ma il comandante in capo, Brauchitsch, annullò del tutto le sentenze (seppure non prima di un intervento di Himmler) con la scusa che i reati rientravano in un’«amnistia generale».
Considerandosi dei leali cristiani, i generali tedeschi trovarono imbarazzante la situazione. Sul treno del Führer, il 12 settembre vi fu un incontro fra Keitel e l'ammiraglio Canaris, in cui questi protestò contro le atrocità commesse in Polonia. Il servile capo dell'OKW rispose seccamente che «su tali questioni, il Führer aveva già deciso». Se l’esercito «non voleva aver una parte in simili contingenze, esso avrebbe dovuto accettare, come suoi rivali, le SS e la Gestapo», avrebbe cioè dovuto accogliere in ogni unità militare dei commissari delle SS, «per effettuare gli stermini». Nel suo diario, riesumato a Norimberga, Canaris scriveva:
Feci rilevare al generale Keitel che io sapevo delle esecuzioni su grande scala progettate per la Polonia, in cui si dovevano sterminare soprattutto la nobiltà e il clero. In futuro, il mondo avrebbe ritenuto responsabile di tali gesta nefande la Wehrmacht.
Himmler era troppo astuto per permettere ai generali di scaricarsi di una parte delle responsabilità. Il 19 settembre Heydrich, principale collaboratore di Himmler, fece una visita all’alto comando dell’esercito e parlò al generale Wagner sui piani delle SS circa la necessità di «far piazza pulita degli ebrei, dell’intelligentsia, del clero e della nobiltà [della Polonia]». La reazione di Halder a tali piani fu annotata nel suo diario, dopo che Wagner l’ebbe messo al corrente.
L’esercito insiste perché la «piazza pulita» sia rimandata al momento in cui l’esercito si ritirerà e il paese sarà rimesso all'amministrazione civile. Primi di dicembre.
Questa breve annotazione del capo di Stato maggiore dell’esercito ci fornisce la chiave per la comprensione della morale dei generali tedeschi. Essi non intendevano opporsi seriamente alla «piazza pulita», cioè all’eliminazione degli ebrei, dell’intelligentsia, del clero e della nobiltà della Polonia. Volevano soltanto che essa venisse «rimandata» al momento in cui essi sarebbero usciti dalla Polonia, tanto da poter sfuggire alle responsabilità. Poi, come era naturale, si doveva considerare l’opinione pubblica all'estero. L’indomani, dopo un lungo colloquio sulla «piazza pulita» avuto con Brauchitsch, Halder scrisse nel suo diario:
Nulla deve accadere che possa offrire ai paesi stranieri il motivo di lanciare un qualsiasi genere di propaganda contro le atrocità basandosi su tali incidenti. [Distruggere] il clero cattolico! In questo momento, non è cosa pratica [darsi a simili imprese]
.
Il giorno dopo, 21 settembre, Heydrich trasmise all'alto comando dell'esercito una copia dei suoi piani iniziali di «piazza pulita». Come primo passo, gli ebrei dovevano essere avviati nelle città (dove sarebbe stato più facile radunarli per liquidarli). «La soluzione finale», egli dichiarò, richiederà un certo tempo e deve essere tenuta «assolutamente segreta»; nessun generale che lesse il memorandum riservato poté però dubitare che la «soluzione finale» non fosse lo sterminio. Due anni dopo, quando venne il momento di attuarla, la «soluzione finale» doveva divenire uno dei termini convenzionali più sinistri usati da alti funzionari tedeschi per coprire uno dei più orribili crimini di guerra nazisti.
Con un decreto del Führer del 12 ottobre ciò che restava della Polonia, dopo che la Russia si era presa la sua parte a est e che la Germania si era annessa ufficialmente quelle che erano state sue precedenti province e in più qualche area a ovest del paese, prese il nome di Protettorato Generale della Polonia; Hans Frank fu nominato governatore generale, con Seyss-Inquart, il Quisling viennese, come suo sostituto»[4].

Himmler e Heydrich furono incaricati da Hitler non solo dello sterminio degli ebrei, ma anche della soluzione della questione polacca. Decisivo fu, a questo proposito, il ruolo di Hans Frank che doveva presiedere anche alla riduzione in stato di schiavitù dei polacchi e all’eliminazione della sua classe dirigente. Scrive Shirer:

«I quarantadue fascicoli del diario della sua vita e delle sue azioni da lui [Hans Frank] tenuto, e prodotto a Norimberga[5], sono uno dei documenti più terrificanti rimastici del tenebroso mondo nazista; essi dipingono il suo autore come un uomo gelido, efficiente, spietato, sanguinario. Sembra che non vi sia omessa alcuna delle sue barbare frasi.
«I polacchi debbono essere gli schiavi del Reich tedesco», egli disse il giorno dopo l'assunzione della sua nuova carica. Una volta, avendo udito che Neurath, il «protettore» della Boemia, aveva fatto affiggere manifesti annuncianti l'esecuzione di sette universitari cèchi, Frank disse a un giornalista nazista: «Se dovessi ordinare di affiggere manifesti per ogni sette polacchi fucilati, non vi sarebbero, in Polonia, abbastanza foreste per far la carta di quei manifesti».
Himmler e Heydrich erano stati incaricati da Hitler di liquidare gli ebrei. Oltre a spremere viveri, provviste e lavoro coatto dalla Polonia, Frank aveva il compito di liquidare l'intelligentsia. Per tale operazione, i nazisti avevano un bel termine convenuto: «Azione straordinaria di pacificazione» (Ausserordentliche Befriedigungsaktion). In seguito divenne nota semplicemente come «Azione AB». A Frank occorse un certo tempo prima di poterla far funzionare. Solo alla fine della primavera dell’anno dopo, quando la grande offensiva tedesca a ovest distrasse dalla Polonia l'attenzione del mondo, essa cominciò a dare risultati. Come indica il suo diario, Frank il 30 maggio, in un vigoroso discorso tenuto ai suoi collaboratori della polizia, poté vantarsi di aver riportato un bel successo: «qualche migliaio» di intellettuali polacchi erano eliminati o in via di eliminazione.
«Vi prego, signori, di prendere le misure più rigorose per aiutarci in questo compito», egli disse
. Privatamente, aggiunse che tali erano «gli ordini del Führer». Disse che Hitler si era espresso in questi termini:
In Polonia occorre liquidare le persone atte a costituire una classe dirigente. Quelli che le seguono ... debbono essere eliminati, a loro volta. Per questo non c'è bisogno di gravare il Reich ... non c'è bisogno di mandare questi elementi nei campi di concentramento del Reich.
Dovranno esser fatti fuori proprio qui, in Polonia, egli disse.
Come Frank annotò nel suo diario, nella riunione il capo dei servizi di sicurezza (SD) fece una relazione sui progressi conseguiti. Circa duemila uomini e diverse centinaia di donne, disse, erano stati arrestati «all'inizio dell'Azione straordinaria di pacificazione». La maggior parte di loro era stata «giudicata sommariamente»: eufemismo nazista per dire che erano stati liquidati. Una seconda infornata di intellettuali stava per essere raccolta per «un giudizio sommario». Complessivamente, si sarebbe così provveduto nei riguardi di «circa 3500 persone», le più pericolose dell'intelligentsia polacca.
Frank non trascurò gli ebrei, benché la Gestapo l'avesse esonerato dal compito dello sterminio diretto
. Il suo diario è pieno delle sue idee su tale argomento e di accenni alle relative conseguenze. Il 7 ottobre 1940 egli annotò un discorso da lui tenuto quel giorno durante una riunione nazista in Polonia, nel quale fece il bilancio del suo primo anno di sforzi.
Cari camerati! ... In un solo anno non ho potuto eliminare tutti i pidocchi e tutti gli ebrei [«ilarità nel pubblico», egli annota, a questo punto]. Ma se mi aiuterete, con l'andar del tempo raggiungeremo questa meta.
L'anno successivo, due settimane prima di Natale, Frank chiuse una riunione di gabinetto a Cracovia, suo quartier generale, con queste parole:
Per quel che riguarda gli ebrei, desidero dirvi con tutta franchezza che essi debbono esser fatti fuori, in un modo o nell'altro ... Signori, debbo chiedervi di sbarazzarvi da ogni sentimento di compassione. Dobbiamo annientare gli ebrei.
Egli ammise che era cosa difficile «fucilare o avvelenare i tre milioni e mezzo di ebrei che si trovavano nel Governatorato Generale; però possiamo prendere misure tali, in un certo modo, che porteranno al loro sterminio». Era una previsione esatta»[6].

Dal progetto si passò immediatamente all’esecuzione. Mentre gli ebrei vennero avviati prima nei ghetti e poi nei campi di sterminio, iniziò in parallelo la deportazione dei polacchi in Germania, per lavorare nelle fabbriche del Reich:

«Appena terminati i combattimenti, in Polonia si cominciò a cacciare gli ebrei e i polacchi dalle case in cui essi e le loro famiglie abitavano da generazioni. Il 7 ottobre, all'indomani del «discorso della pace» da lui tenuto al Reichstag, Hitler mise Himmler a capo di una nuova organizzazione, il Commissariato del Reich per il rafforzamento della nazionalità tedesca, più noto sotto la sigla RKFDV. Tale organizzazione era incaricata di procedere anzitutto alla deportazione degli ebrei e dei polacchi fuori dalle province polacche direttamente annesse e di insediare al loro posto tedeschi e Volksdeutsche, cioè tedeschi di nazionalità straniera che stavano affluendo dai paesi baltici minacciati e da varie regioni periferiche della Polonia. Halder aveva sentito parlare di questo piano due settimane prima e aveva annotato nel suo diario che «per ogni tedesco che si trasferirà in questi territori, saranno espulse dalla Polonia due persone».
Il 9 ottobre, due giorni dopo l'assunzione dell’incarico, Himmler decretò che 550 000 dei 650 000 ebrei viventi nelle province polacche annesse, insieme a tutti i polacchi «inassimilabili», dovevano essere trasferiti nel territorio del Governatorato Generale ad est della Vistola. In un anno, 1 200 000 polacchi e 300 000 ebrei furono cacciati dalle terre dove avevano le loro radici e sospinti verso est. Ma al loro posto vennero sistemati solamente 497 000 Volksdeutsche. Era un po' di più del rapporto pensato da Halder: tre polacchi ed ebrei espulsi, per ogni tedesco che ad essi si sostituiva.
L’autore di questo libro ricorda che l’inverno 1939-′40 fu eccezionalmente rigido, con grandi nevicate; cosi il «trapianto», effettuato a temperature al di sotto dello zero e spesso durante delle tormente, costò di fatto agli ebrei e ai polacchi più vite che quelle stroncate dai plotoni di esecuzione e dai patiboli nazisti. Lo stesso Himmler può essere citato a testimonio. In un discorso rivolto all’SS-Leibstandarte l’estate successiva, dopo la caduta della Francia, egli fece un confronto fra le deportazioni che i suoi uomini cominciavano ad effettuare in Occidente e quelle portate a termine nell'Est.
[Le deportazioni] in Polonia ebbero luogo a una temperatura di quaranta gradi sotto zero; là con un tale tempo dovemmo trascinar via migliaia, decine di migliaia, centinaia di migliaia di persone, dovemmo avere la durezza d'animo necessaria per uccidere migliaia di polacchi delle classi dirigenti (ciò, dovete udirlo, ma subito dimenticarvelo) ... Signori, in molti casi è assai più facile andar al fuoco con una compagnia che non sopprimere una popolazione ingombrante di basso livello di civiltà, o procedere a delle esecuzioni, o trascinar via la gente, o cacciare donne isteriche e piangenti.
Già il 21 febbraio 1940 l’SS Oberführer Richard Glücks, capo dell'ispettorato dei campi di concentramento, dopo aver fatto dei sopralluoghi nei pressi di Cracovia informò Himmler di aver trovato il «posto adatto» per un nuovo «campo di quarantena» ad Auschwitz, cittadina piuttosto misera di dodicimila abitanti, situata in un terreno paludoso, dove, oltre a qualche fabbrica, si trovavano le vecchie caserme della cavalleria austriaca. I lavori cominciarono subito, e il 14 giugno Auschwitz fu inaugurato ufficialmente come campo di concentramento per quei detenuti politici polacchi che i tedeschi intendevano trattare con particolare durezza. Esso doveva presto divenire un luogo ancor più sinistro»[7].

Fu necessario imporsi all’esercito regolare che non era abituato a tali violenze e non era preparato che a combattere. Scrive ancora Shirer:

«Nella conquista della Russia si doveva mettere da parte ogni scrupolo. Hitler volle che i generali lo capissero chiaramente. Ai primi di marzo del 1941 egli convocò i capi delle tre armi e i principali comandanti delle truppe di prima linea e dettò loro la sua volontà. Halder annotò le parole dette da Hitler.
La guerra contro la Russia sarà tale da non poter venir condotta in modo cavalleresco. È una lotta fra ideologie e razze diverse e dovrà essere combattuta con una durezza, una spietatezza e una inesorabilità senza precedenti. Tutti gli ufficiali dovranno sbarazzarsi delle loro idee invecchiate. So che la necessità di una tale condotta di guerra esorbita dalla comprensione di voi generali, ma io insisto assolutamente perché i miei ordini siano eseguiti senza discutere. I commissari sono gli esponenti di ideologie del tutto opposte al nazionalsocialismo. Per cui i commissari dovranno venire eliminati. Saranno scusati… quei soldati che violeranno le leggi internazionali. La Russia non ha partecipato alla convenzione dell’Aja, quindi non ha nessun diritto d’appellarsi a tali leggi»[8].

L’esercito non solo non intralciò così lo sterminio degli ebrei e l’asservimento della nazione polacca, ma anzi fu tenuto a collaborare con essi:

«Per gli ufficiali d’antico stampo, fedeli alle tradizioni prussiane, furono una nuova occasione per conflitti di coscienza le direttive successive, diramate il 13 marzo dal generale Keitel in nome del Führer, di cui la principale limitava le funzioni dei tribunali di guerra tedeschi. Ad essi dovevano subentrare forme più primitive di giustizia.
Le azioni perseguibili penalmente commesse [in Russia] da civili nemici non sono più, fino a nuovo ordine, di giurisdizione dei tribunali di guerra...
Le persone sospettate di atti delittuosi saranno condotte subito al cospetto di un ufficiale. Questo ufficiale deciderà se debbono essere o no fucilate.
Non è obbligatoria l'azione penale per reati commessi da appartenenti alla Wehrmacht ai danni di civili nemici, anche nei casi in cui l'atto avesse, nel contempo, figura di reato o di infrazione ai sensi del codice militare.

All’esercito fu detto di essere indulgenti verso questi colpevoli, ricordando in ogni caso tutto il male fatto alla Germania, a partire dal 1918, dai «bolscevichi». I soldati tedeschi dovevano essere portati davanti a un tribunale di guerra «solo se lo esigevano il mantenimento della disciplina e la sicurezza delle forze armate». Le direttive concludevano dicendo che le sentenze di tali tribunali «sarebbero state confermate solo se in accordo con le intenzioni politiche dell'alto comando». Queste direttive erano «da considerarsi "segretissime"»[9].
In altre direttive con la stessa data, firmate da Keitel in nome di Hitler, venivano affidati a Himmler compiti speciali per la preparazione dell'amministrazione politica della Russia - «compiti, - era detto, - derivanti dalla lotta fra due opposti sistemi politici». Il sadico capo della polizia segreta nazista era autorizzato ad agire «indipendentemente» dall’esercito, «sotto la propria responsabilità». I generali ben sapevano che cosa significasse la designazione di Himmler ad assolvere “compiti speciali”»[10].

La conquista nazista dei territori ad est doveva andare di pari passo, oltre che con lo sterminio degli ebrei, anche con l’asservimento degli slavi, con la loro decimazione per mancanza di cibo e di medicinali e con il loro utilizzo come forza lavoro di cui disporre brutalmente. Shirer mostra quanto fosse diverso il futuro prospettato dal nazismo per polacchi e russi, rispetto alle altre nazioni europee. La differenza di trattamento fra i paesi europei ad ovest e l’est dell’Europa era legata a quella visione di subordinazione razziale che per Hitler era totalizzante. Di tale visione gli storici ricordano abitualmente e giustamente il razzismo anti-ebraico, mentre ignorano a torto quello anti-salvo:

«Per cominciare, la Russia europea doveva essere divisa in cosiddetti Commissariati del Reich. La Polonia russa sarebbe divenuta un protettorato tedesco col nome di Ostland, l’Ucraina «uno Stato indipendente alleato della Germania», il Caucaso coi suoi ricchi giacimenti petroliferi, sarebbe stato governato da un «plenipotenziario» tedesco e i tre Stati baltici insieme alla Russia Bianca avrebbero formato un protettorato tedesco, come stadio preparatorio, per esser poi senz'altro annessi al Grande Reich tedesco. In uno dei suoi interminabili memoriali di cui gratificava Hitler e i suoi generali per chiarire - come diceva - le «ragioni storiche e razziali» delle sue decisioni, Rosenberg spiegò che l'ultimo progetto sarebbe stato realizzato mediante la germanizzazione dei baltici, in quanto elementi razzialmente assimilabili, e «la messa al bando degli elementi indesiderabili». Fece presente che per la Lettonia e l'Estonia «si sarebbero dovute considerare espulsioni su grande scala». Gli espulsi sarebbero stati sostituiti da tedeschi, preferibilmente da ex combattenti. Disse: «Il Baltico deve divenire un mare interno tedesco».
Due giorni prima che le truppe iniziassero l’attacco, Rosenberg parlò ai suoi più stretti collaboratori destinati ad assumere il governo della Russia. Disse:
Il compito di alimentare il popolo tedesco è il primo nella serie delle rivendicazioni tedesche in Oriente. I territori meridionali [della Russia] dovranno servire... a nutrire il popolo tedesco. Non vediamo ragione alcuna per essere tenuti, da parte nostra, a nutrire anche il popolo russo coi prodotti di questo territorio che produce più del suo fabbisogno. Sappiamo che questa è una dura necessità, che non ammette sentimentalismi... Il futuro riserva ai russi anni assai duri.
Duri davvero, dato che i tedeschi stavano progettando deliberatamente di farne morire di fame dei milioni!
Göring, che era stato incaricato dello sfruttamento economico dell'Unione Sovietica, lo spiegò ancor più chiaramente di Rosenberg. In lunghe direttive emanate il 23 maggio 1941 il suo «ufficio economico per l'Est» stabilì che i viveri in eccedenza prodotti nelle zone più fertili della Russia non dovevano essere utilizzati per nutrire la popolazione delle aree industriali, dove, in ogni caso, le industrie sarebbero state distrutte. Gli operai e le loro famiglie in queste regioni sarebbero stati lasciati semplicemente morire di fame, a meno che avessero la possibilità di emigrare in Siberia. La grande produzione di viveri della Russia doveva andare ai tedeschi. Nelle direttive era detto:
In questi territori l'amministrazione tedesca potrà anche cercare di ridurre le conseguenze della carestia che indubbiamente scoppierà e di accelerare il ritorno alle condizioni primitive dell'agricoltura. Tali misure non elimineranno però la carestia. Ogni tentativo di salvare la popolazione dalla morte per inedia importando i viveri in eccedenza dalla zona della terra nera andrebbe a spese del rifornimento dell'Europa. Ridurrebbe la capacità della Germania di far fronte ai propri bisogni durante la guerra e pregiudicherebbe la possibilità della Germania e dell'Europa di resistere al blocco. Ciò deve esser inteso in modo chiaro e inequivocabile.
Quanti civili russi sarebbero morti in seguito a questa politica tedesca? Il 2 maggio in una riunione dei segretari di Stato si era già data una risposta generica. In un memorandum segreto sulla conferenza è detto: «Non v’è dubbio che molti milioni di persone moriranno di fame se porteremo via dal paese le cose che ci sono necessarie». Ma Göring e Rosenberg avevano dichiarato che esse sarebbero state portate via e che ciò doveva essere capito “in modo chiaro e inequivocabile!”»[11].

La determinazione a subordinare i popoli slavi ritenuti razzisticamente inferiori non restò un puro pensiero nei gerarchi nazisti, ma venne condivisa dagli esecutori degli ordini del Reich. Scrive ancora Shirer:

«Questi piani non furono soltanto selvagge e malvage fantasie di menti e anime distorte di criminali quali Hitler, Göring, Himmler e Rosenberg. Risulta dai documenti che per settimane e per mesi centinaia di funzionari tedeschi lavorarono intensamente a tavolino nella gioconda luce della calda primavera per sommare cifre e comporre memorandum in vista del progetto di massacrare a freddo milioni di esseri. In questo caso, sarebbe stata la fame che avrebbe ucciso. Però in tale periodo anche Heinrich Himmler, l’ex allevatore di pollame dal volto mite, sedeva al suo tavolo nel quartier generale di Berlino delle SS, esaminando attraverso i suoi occhiali a pince-nez i piani per il massacro di altri milioni di esseri in modi più rapidi e violenti»[12].

Polonia sotto il nazismo prima dell'invasione dell'URSS

Shirer riprende dai documenti tedeschi l’espressione “Nuovo Ordine” - e così intitola il cap. XXVII del suo II volume - ad indicare la “nuova sistemazione” dell’est Europa, con l’annientamento delle identità nazionali slave, che doveva essere instaurato ad oriente:

«Per il Nuovo Ordine, non fu mai tracciato un programma complessivo d’azione: dai documenti sequestrati e da ciò che accadde, risulta però chiaramente che Hitler sapeva benissimo che cosa voleva che esso fosse: una Europa governata dai nazisti, le cui risorse dovevano essere sfruttate a beneficio della Germania, i cui popoli dovevano essere servi della razza germanica dei dominatori e i cui «elementi indesiderabili» - anzitutto gli ebrei, ma anche molti slavi dell'Est, in specie la loro intelligentsija - dovevano essere sterminati.
Gli ebrei e i popoli slavi sono Untermenschen, cioè sub-uomini. Per Hitler, essi non avevano il diritto di vivere; al più si poteva utilizzare una parte di essi
, da scegliersi fra gli slavi, perché lavorassero duramente nelle campagne e nelle miniere quali schiavi dei tedeschi padroni. Non solo si dovevano radere al suolo per sempre le grandi città dell'Est, Mosca, Leningrado e Varsavia[13], ma persino la stessa cultura dei russi, dei polacchi e di altri slavi doveva essere sradicata e ad essi doveva essere negata ogni istruzione regolare. Le loro fiorenti industrie dovevano essere smantellate, le installazioni smontate e trasportate in Germania; le popolazioni dovevano dedicarsi unicamente ai lavori agricoli per nutrire i tedeschi, conservando per sé solamente il necessario per vivere. L’Europa doveva divenire judenfrei, come dicevano i capi nazisti, cioè senza più ebrei.
«Quel che potrà accadere a un russo o a un cèco, a me non interessa affatto», dichiarò Heinrich Himmler il 4 ottobre 1943 in un discorso riservato tenuto agli ufficiali delle SS di Poznań. A quel tempo, come capo delle SS e di tutto l’apparato della polizia del Terzo Reich, Himmler era per importanza secondo soltanto a Hitler, aveva potere di vita e di morte non solo su ottanta milioni di tedeschi ma anche su di un numero più che doppio di uomini dei paesi conquistati. In quel discorso, egli aggiunse:
Ciò che le nazioni ci possono dare, per quanto riguarda un sangue dello stesso tipo del nostro, noi lo prenderemo, se necessario, portando via i loro bambini e educandoli qui, insieme ai nostri. Che le nazioni vivano in prosperità o muoiano di fame come bestie, a me importa solo nella misura in cui avremo bisogno degli appartenenti ad esse come schiavi per la nostra Kultur; altrimenti, per me sono prive di ogni interesse.
Se diecimila donne russe che lavorano a scavare una trincea anticarro cadono a terra sfinite, ciò mi importa solo in quanto quella trincea deve essere portata a termine per la Germania.

Assai prima del discorso di Himmler a Poznań nel 1943 (discorso su cui torneremo, perché illustra altri aspetti del Nuovo Ordine), i capi nazisti avevano fissato le loro idee e i loro piani per l’asservimento dei popoli dell'Est.
Il 15 ottobre 1940 Hitler aveva deciso quale doveva essere il futuro dei cèchi, primo dei popoli slavi da lui vinto. La metà di essi doveva essere «assimilata», in gran parte inviandola in Germania come operai schiavi. L’altra metà, «specialmente» gli intellettuali (secondo le parole di un rapporto segreto in proposito) doveva essere semplicemente «eliminata».
Due settimane prima - il 2 ottobre - il Führer aveva espresso le sue idee circa la sorte dei polacchi, il secondo dei popoli slavi da soggiogare. Il suo fedele segretario, Martin Bormann, ha lasciato un lungo memorandum sui piani nazisti che Hitler spiegò a Hans Frank, governatore generale di quel che era rimasto della Polonia, e ad altri funzionari. Hitler «fece loro notare» che:
I polacchi sono soprattutto adatti ai lavori umili... Per loro un miglioramento è inconcepibile. In Polonia bisogna tener basso il tenore di vita, non si deve permettere che esso si innalzi… I polacchi sono pigri e per farli lavorare bisogna usare mezzi coercitivi... II Governatorato generale [della Polonia] deve servire solo come una riserva di operai non qualificati ... Di là, ogni anno, potremo procurarci gli operai di cui il Reich abbisogna.
Quanto ai sacerdoti polacchi,
essi dovranno predicare quel che noi vorremo che predichino. Se qualche prete si comporterà diversamente, ce ne sbarazzeremo alla svelta. Il compito del prete è far in modo che i polacchi restino tranquilli, stupidi e ottusi.
Vi erano altre due classi di polacchi da considerare, e il dittatore nazista non mancò di menzionarle.
È indispensabile tener presente che l'alta borghesia e la piccola nobiltà polacca debbono cessare di esistere; ciò potrà sembrare crudele, ma esse vanno sterminate, dovunque risiedano...
I polacchi debbono avere un unico signore, il tedesco. Due signori, l'uno a fianco all'altro, non possono e non debbono esistere. Pertanto tutti i rappresentanti della
intelligentsija polacca vanno sterminati. Ciò potrà sembrare una crudeltà, ma è la legge della vita.
Questa ossessione dei tedeschi di essere la razza superiore e l'idea che gli slavi dovevano diventare i loro schiavi, si esplicarono in modo particolarmente virulento nei riguardi della Russia. Erich Koch, lo spietato commissario del Reich per l'Ucraina, espresse questa idea a Kiev il 5 marzo I943.
Noi siamo la razza dei signori e dobbiamo governare in modo giusto ma duro... Io spremerò sino all'ultimo questo paese. Non sono venuto qui per spargere la felicità... La popolazione deve lavorare, lavorare e ancora lavorare... Insomma, non siamo venuti qui per distribuire la manna del cielo. Siamo venuti qui per creare le basi per la vittoria.
Noi siamo una razza superiore, e dobbiamo ricordarci che il lavoratore tedesco del livello più basso è, razzialmente e biologicamente, mille volte superiore a questa popolazione
.
Circa un anno prima, il 23 luglio 1942, quando gli eserciti tedeschi in Russia si avvicinavano alla Volga e ai giacimenti petroliferi del Caucaso, Martin Bormann, nominato da Hitler segretario del partito e divenuto ormai il suo braccio destro, scrisse una lunga lettera a Rosenberg per ribadire le opinioni del Führer a tale proposito. La lettera fu riassunta da un funzionario dell'ufficio di Rosenberg:
Gli slavi sono tenuti a lavorare per noi. Coloro di cui non abbiamo bisogno, possono anche morire. Pertanto la vaccinazione obbligatoria e i servizi sanitari tedeschi sono superflui. La fecondità degli slavi non è desiderabile. Essi possono usare antifecondativi e praticare l'aborto - e quanto più tanto meglio. L'istruzione è pericolosa. Sarà sufficiente che sappiano contare fino a cento... Ogni persona istruita è un nostro futuro nemico. Lasceremo loro la religione come diversivo. Quanto ai viveri, non ne avranno più dello stretto necessario. Noi siamo i padroni. Veniamo prima noi.
Quando le prime truppe tedesche entrarono in Russia, in molti luoghi esse furono salutate come dei liberatori da una popolazione oppressa e terrorizzata dalla dittatura staliniana. Al principio, vi furono diserzioni in massa fra i soldati russi. Specie nelle regioni baltiche, che solo da poco erano state occupate dai sovietici, e in Ucraina, dove un embrionale movimento indipendentistico non era mai stato represso del tutto, molti furono felici di essere liberati dal giogo sovietico, sia pure a opera dei tedeschi»[14].

Pulizia etnica nella Polonia occidentale, con i polacchi 
condotti ai treni sotto scorta tedesca, 1939 (Bundesarchiv,
R 49 Bild-0131 / Wilhelm Holtfreter / CC-BY-SA 3.0; da Wikipedia)

Shirer ricorda come inizialmente le popolazioni russe furono contente di essere liberate dal gioco comunista di Stalin, ma immediatamente compresero di essere passate di male in peggio. Per i russi valeva per i nazisti esattamente lo stesso discorso di inferiorità razziale che per i polacchi:

«Bräutigam [nel rapporto trasmesso il 25 ottobre 1942 in qualità di vicecapo dell’ufficio politico del ministero peri i territori occupati dell’est, guidato da Rosenberg, scrisse]:
Con l'istinto proprio dei popoli orientali, anche quegli uomini primitivi si resero conto che per la Germania la parola d'ordine «Liberazione dal bolscevismo» era un mero pretesto per asservire i popoli dell'Est ai suoi metodi … Il lavoratore e il contadino non tardarono ad accorgersi che la Germania non vedeva in loro dei compagni con pari diritti, ma li considerava solo degli strumenti per realizzare i suoi fini politici ed economici ... Con inconcepibile presunzione noi mettemmo da parte ogni saggezza politica e ... trattammo i popoli dei territori occupati dell'Est come dei «bianchi di seconda classe», cui la Provvidenza aveva assegnato il solo compito di servire da schiavi alla Germania...
Altri due fattori, affermava Bräutigam, volsero i russi contro i tedeschi: il barbaro trattamento dei prigionieri di guerra sovietici e il sistema di prelevare con la violenza uomini e donne russi per i lavori coatti.
Non è più un segreto né per gli amici né per i nemici che nei nostri campi di concentramento centinaia di migliaia di prigionieri di guerra russi sono morti di fame o di freddo... Noi ora ci troviamo nella grottesca situazione di dover reclutare milioni di lavoratori dai territori occupati dell'Est dopo che tanti prigionieri di guerra sono morti di fame come mosche...
Negli abusi senza limiti che si sono perpetrati, in genere, sulle popolazioni slave, si sono usati metodi di «reclutamento» che verosimilmente si ritrovano solo nei periodi più oscuri della tratta degli schiavi. È stata organizzata una vera caccia all'uomo. Senza badare né alle condizioni di salute né all'età, la gente è stata spedita in Germania...
[15]
Questo funzionario concludeva dicendo che la politica e la prassi tedesca in Russia avevano «fatto nascere una vivissima resistenza di massa delle popolazioni orientali».
La nostra politica ha fatto confluire i bolscevichi e i nazionalisti russi in un fronte comune contro di noi. Oggi i russi combattono con un eroismo e uno spirito di sacrificio senza pari, ed essi combattono contro di noi solo per difendere la loro dignità umana.
Chiudendo il suo memorandum di tredici pagine con una nota positiva, il dottor Bräutigam invocava un radicale cambiamento di politica: «Dobbiamo indicare al popolo russo qualcosa di concreto circa il suo futuro».
Ma la sua fu una voce isolata nel deserto nazista. Come si è visto, Hitler ancor prima che l'attacco cominciasse aveva fissato le direttive circa quello che si doveva fare della Russia e dei Russi, e il Führer era un uomo che nessun tedesco al mondo sarebbe riuscito a smuovere dalle sue idee.
Il 16 luglio 1941, a meno di un mese dall'inizio della campagna di Russia, ma quando già era chiaro, dopo i primi successi tedeschi, che presto sarebbe stato possibile impossessarsi di una grande porzione dell'Unione Sovietica, Hitler convocò Göring, Keitel, Rosenberg, Bormann e Lammers (quest'ultimo era il capo della Cancelleria del Reich) al suo quartier generale nella Prussia orientale, per ricordar loro quali erano le sue mire nei riguardi delle terre recentemente conquistate. Finalmente la meta così chiaramente indicata in Mein Kampf - assicurare in Russia un vasto Lebensraum alla nazione tedesca - era ora vicina e da un memorandum riservato sull'incontro, compilato da Bormann (il documento fu prodotto a Norimberga) risulta chiaramente che Hitler intendeva che i suoi principali luogotenenti capissero bene lo scopo cui mirava. Però - egli avverti - le sue intenzioni non dovevano «essere rese pubbliche».
Hitler disse:
Non v'è alcun bisogno di propagarle; l'essenziale è sapere che cosa vogliamo
... Nessuno deve accorgersi che ciò è l’inizio di una sistemazione definitiva. Questo non deve impedirci di prendere tutte le misure necessarie - fucilare, ricolonizzare, ecc. - misure che noi senz'altro applicheremo.
Hitler continuò:
In via di principio, dobbiamo ora affrontare il compito di tagliare la torta in conformità ai nostri bisogni, ai seguenti effetti:
primo: per dominarla;
secondo: per amministrarla;
terzo: per sfruttarla
.

Hitler disse che non aveva importanza se i russi avevano organizzato la guerra dei partigiani dietro le linee tedesche: «ciò ci permetterà di eliminare chiunque ci combatte»[16].

Per il Reich, Polonia, Russia e paesi baltici non erano come i paesi europei, ma andavano “arianizzati”:

«Hitler enumerò dettagliatamente che cosa intendeva fare delle varie fette della torta russa.
Tutta la regione baltica dovrà essere incorporata nella Germania ... Dalla Crimea saranno evacuati tutti gli stranieri; in essa si stabiliranno soltanto dei tedeschi, [tanto da farla divenire] un territorio del Reich ... La Germania si prenderà la penisola di Kola per via delle importanti miniere di nichel che vi si trovano. Con prudenza, si dovrà preparare l'annessione della Finlandia a titolo di Stato confederato... Il Führer farà radere al suolo Leningrado e quindi la consegnerà ai finlandesi»[17].

Questa visione razzista che poneva gli slavi al penultimo posto delle razze infime, appena sopra gli ebrei, aveva come conseguenza l’idea che essi andassero sfruttati per il lavoro coatto, senza minimamente preoccuparsi se essi avrebbero resistito fisicamente alle condizioni lavorative imposte. Il Nuovo Orine implicava tale utilizzo schiavistico dei polacchi, dei russi e degli slavi in genere:

«Nella deportazione massiccia di mano d’opera per il lavoro coatto nel Reich, le mogli vennero divise dai mariti, i bambini dai genitori, e inviati in regioni della Germania molto distanti l'una dall'altra. Nemmeno i giovanetti furono risparmiati, se erano in grado di lavorare. Perfino alti ufficiali dell'esercito collaborarono al prelevamento dei bambini che vennero spediti nella madrepatria per essere assegnati al lavoro coatto. Un memorandum in data 12 giugno 1944 ritrovato negli archivi di Rosenberg attesta che questa prassi fu seguita nella Russia occupata.
Il gruppo delle armate di centro intende catturare da quaranta a cinquantamila giovani di età fra i dieci e i quattordici anni... per trasportarli nel Reich. In origine, questa misura era stata proposta dalla nona armata... Lo scopo è di assegnare questi giovani, come apprendisti, a imprese tedesche... Questa iniziativa sarà assai bene accolta dagli industriali tedeschi, poiché rappresenta una misura decisiva per ovviare alla scarsità degli apprendisti.
Tale iniziativa non mira soltanto a prevenire un diretto rinvigorimento delle forze del nemico, ma anche a ridurne le potenzialità biologiche.

L'operazione di razzia aveva un suo nome in codice: «operazione Fieno». Il memorandum aggiunge che essa doveva essere effettuata dal gruppo di armate dell'Ucraina settentrionale del feldmaresciallo Model.
Per radunare le vittime furono usati sistemi intimidatori sempre più rigidi. Dapprima i metodi erano relativamente miti. Venivano prelevate persone che uscivano di chiesa o dal cinema. Soprattutto in Occidente unità delle SS usavano bloccare un rione di una città e prelevare tutti gli uomini e le donne abili al lavoro. Allo stesso scopo, i villaggi venivano circondati e perquisiti. Nell'Est, quando si opponeva resistenza all'ordine di lavoro coatto, i villaggi venivano senz'altro bruciati e gli abitanti deportati. Gli archivi sequestrati di Rosenberg sono pieni di rapporti tedeschi su tali imprese. In Polonia un funzionario tedesco giudicò che le cose stavano oltrepassando il segno. Egli scrisse al governatore Frank:
La feroce e spietata caccia all'uomo praticata dappertutto, nelle città e nelle campagne, nelle vie, nelle piazze, nelle stazioni e perfino nelle chiese, e di notte nelle abitazioni, ha molto scosso il senso di sicurezza delle popolazioni. Tutti si sentono esposti al pericolo di venir catturati all'improvviso e inaspettatamente, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento dalla polizia; e di esser mandati in un campo di raccolta. Nessuno dei parenti viene a sapere che cosa accade dell'arrestato.
Ma la razzia di lavoratori coatti era solo un primo passo[18]. I sistemi per il loro trasporto in Germania lasciavano alquanto a desiderare. In un suo rapporto in data 30 settembre 1942 trasmesso al ministero di Rosenberg, un certo dottor Gutkelch riferiva un caso specifico. Un treno di lavoratori russi «recentemente reclutati», diretto verso la Germania, incrociò su un binario di manovra vicino a Brest-Litovsk un treno di operai dell'Est che, stremati dal lavoro, venivano rimpatriati. Il dottor Gutkelch scriveva:
A causa dei cadaveri, nel treno degli operai che facevano ritorno avrebbe potuto verificarsi una catastrofe... In quel treno, alcune donne avevano dato alla luce dei bambini che erano stati gettati dai finestrini durante il viaggio. Negli stessi vagoni viaggiavano persone sane e altre affette da tubercolosi e da malattie veneree. Gente moribonda era stesa in vagoni merci senza nemmeno uno strato di paglia, e un morto fu gettato nella scarpata della linea ferroviaria. Casi analoghi devono essersi verificati in altri trasporti di operai che rimpatriavano.
Tutto ciò non costituiva, per gli Ostarbeiter, un troppo allettante ingresso nel Terzo Reich; però, se non altro, li preparava in un certo modo alle prove che li aspettavano. Li aspettavano la fame, le percosse, le malattie e il freddo, vestiti di stracci leggeri in ambienti non riscaldati. Li aspettava un lungo orario di lavoro, stabilito solo dalla loro capacità di resistenza.
I grandi complessi Krupp, che producevano i cannoni, i carri armati e le munizioni della Germania, furono il luogo tipico dove venivano impiegati. Krupp si valse di un gran numero di operai-schiavi, compresi i prigionieri di guerra russi»[19].

Esistono resoconti dettagliati dello stato di alcuni campi di concentramento adibiti nel Reich all’alloggiamento della forza-lavoro slava da utilizzare nelle fabbriche tedesche. Shirer scrive ancora:

«[Il dott. Jaeger, «dottore-capo» degli schiavi di Krupp nella sua dichiarazione giurata presentata a Norimberga] ha citato alcuni di tali rapporti sullo stato di otto campi di operai russi e polacchi: superaffollamento che provocava malattie, vitto non sufficiente per tenere in vita, mancanza di acqua, mancanza di latrine.
Anche gli indumenti degli operai dell'Est erano del tutto insufficienti. Lavoravano e dormivano con gli stessi abiti con cui erano arrivati dall'Est. Praticamente, quasi tutti non avevano pastrani e quando faceva freddo o pioveva erano costretti ad usare le loro coperte. Data la scarsità di scarpe, molti operai andavano a lavorare a piedi nudi perfino d'inverno...
Le condizioni igieniche erano atroci. A Kramerplatz, per 1200 alloggiati vi erano solo dieci gabinetti per bambini... Gli escrementi ne coprivano tutto il pavimento... I più a soffrire erano i tartari e i kirghisi: morivano come mosche per via dei cattivi alloggiamenti, per la scarsità e la qualità scadente del vitto, per l'eccesso di lavoro e il riposo insufficiente.
Quei lavoratori erano anche affetti da febbre petecchiale. I pidocchi, portatori di tale malattia, insieme a una quantità di pulci, di cimici e di altri parassiti tormentavano gli abitanti dei campi... Talvolta l'erogazione dell'acqua veniva sospesa per periodi da otto a quattordici giorni...
»[20].

Il numero di tali nuovi “servi” è discusso. Shirer ritiene che, oltre ai lavoratori trattati in maniera disumana nel lavoro delle fabbriche, ne siano stati prelevati altri due milioni e mezzo, inserendovi in tale conteggio anche “lavoratori” di altre nazioni, per i lavori agricoli:

«Circa due milioni e mezzo di lavoratori-schiavi - in gran parte slavi e italiani - furono assegnati a lavori agricoli in Germania, e benché la loro vita, per le circostanze stesse, fosse migliore di quella degli operai delle fabbriche cittadine, pure era lungi dall'essere ideale, anzi umana. Una ordinanza sequestrata sul «Trattamento degli agricoltori stranieri di nazionalità polacca» può dare un'idea del loro trattamento. Benché si riferisse ai polacchi - è datata 6 marzo 1941, prima che i tedeschi potessero disporre di russi - in seguito servì come guida anche per i lavoratori di altre nazionalità.
I lavoratori agricoli di nazionalità polacca non hanno il diritto di reclamare, per cui gli uffici non accetteranno proteste di nessun genere... È severamente proibito recarsi in chiesa... È severamente proibito andare a teatro, al cinema e ad altri trattenimenti di carattere culturale ...
Sono severamente proibite le relazioni sessuali con donne e ragazze
.

Se si trattava di donne tedesche, secondo un decreto diramato da Himmler nel 1942, erano puniti con la morte[21].
Ai lavoratori coatti delle fattorie era proibito far uso «delle ferrovie, degli autobus e degli altri mezzi di trasporto pubblici». Sembra che tale ordine fosse stato dato per impedire che essi fuggissero dalle campagne a cui erano addetti. Inoltre le direttive stabilivano:
È severamente proibito cambiare arbitrariamente impiego. I lavoratori agricoli debbono lavorare dove si trovano finché il datore di lavoro lo esige. Per le ore lavorative non vi sono limitazioni.
Ogni datore di lavoro ha il diritto di infliggere pene corporali ai propri lavoratori agricoli... Se possibile, essi debbono essere tenuti lontano dalle abitazioni comuni e alloggiati in stalle e simili. Non si debbono avere scrupoli nell'applicare tale trattamento.

Perfino le donne slave prese e inviate in Germania per servizi domestici venivano trattate da schiave. Fin dal 1942 Hitler aveva ordinato a Sauckel di procurarne mezzo milione «per aiutare le massaie tedesche». Il commissario per il lavoro coatto fissò le condizioni per il lavoro nelle case tedesche.
Le donne di servizio provenienti dall’Est non hanno alcun diritto a ore di libertà e possono uscire di casa solo per incombenze domestiche... È loro vietato di recarsi nei ristoranti, nei cinema, nei teatri e in locali analoghi. È anche proibito assistere alle funzioni religiose nelle chiese...
Nel programma nazista di lavoro coatto le donne, come è ovvio, erano necessarie quasi quanto gli uomini. Dei tre milioni circa di civili russi costretti a servire i tedeschi, più della metà erano donne. La maggior parte di esse fu assegnata a lavori agricoli pesanti o al lavoro nelle fabbriche.
L'asservimento di milioni di uomini e di donne dei paesi conquistati, perché nel Terzo Reich eseguissero i lavori più duri e più bassi, non era una misura solo per il tempo di guerra. Dalle dichiarazioni di Hitler, di Göring, di Himmler e degli altri capi già citati - e questa è solo una piccola scelta - risulta chiaramente che se la Germania nazista avesse continuato ad esistere, il Nuovo Ordine avrebbe significato il dominio della razza germanica superiore su di un vasto impero di schiavi estendentesi dall’Atlantico agli Urali. Naturalmente, nell’Est gli slavi avrebbero avuto la peggio.
Come Hitler sottolineò nel luglio del 1941, appena un mese dopo aver attaccato l’Unione Sovietica, i suoi piani per l’occupazione del paese avevano il valore di una «sistemazione definitiva». Un anno dopo, al culmine delle sue conquiste in Russia, egli ammoniva i suoi aiutanti:
Quanto a quei ridicoli cento milioni di slavi, noi plasmeremo i migliori di essi secondo la forma che a noi più conviene, isolando il resto nei loro stessi porcili; e chiunque parlerà di trattare con affetto e di civilizzare gli abitanti del luogo, se ne andrà dritto in un campo di concentramento!»[22].

Dagli studi di Shirer appare evidente che il nazismo non guardava in faccia a nessuno, ma certo il trattamento dei polacchi era peggiore di quello degli altri popoli, con la sola eccezione degli ebrei che erano all’infimo grado, e fungeva come un modello da esportare progressivamente sui diversi popoli dell’est che sarebbero stati via via conquistati, a partire dai russi.

Scrive correttamente Mosse, ad indicare la differenza di trattamento voluta dal Reich per ebrei e polacchi: «Persino il trattamento dei polacchi sotto il regime nazista non mirava al loro sterminio, anzi essi dovevano diventare un popolo di schiavi; i massacri avvenuti durante la conquista nazista della Polonia nel 1939 furono per lo più perpetrati ai danni dell’intellighentzia polacca perché in tal modo i polacchi, privati dei loro intellettuali, preti ed educatori, si sarebbero più docilmente prestati a diventare degli schiavi della razza superiore. È stato ritenuto che il razzismo abbia portato alla rinascita della schiavitù, non solo negli impero d’oltremare, ma nella stessa Europa. Infatti, la schiavitù fu messa in pratica nei confronti di alcuni polacchi, e anche di molti ebrei […] La rinascita della schiavitù non deve però essere messa sullo stesso piano dello sterminio di un intero popolo: la schiavitù è stata un alleato tradizionale e un obiettivo del razzismo, la soluzione finale della questione ebraica è stata qualcosa di nuovo e assolutamente senza precedenti. Il massacro che sembrò maggiormente assomigliare alla soluzione finale fu il tentativo turco, nel 1915 e 1916, di deportare gli armeni nel deserto siriano e di ucciderne il maggior numero possibile»[23].

2/ Due storie emblematica: Walerjan Wrόbel e Janina Bauman

Giovane ragazza polacca con la lettera P, 
distintivo di lavoratrice-serva polacca
(Sconosciuto - Włodzimierz Jastrzębski, Jan
Szyling, Okupacja hitlerowska na Pomorzu
Gdańskim w latach 1939-1945”, Wydawnictwo
Morskie, Gdańsk 1979; da Wikipedia)

Esiste un primo libro che riassume in una figura vivente tutto questo ed è il volume Mal di casa. Un ragazzo davanti ai giudici[24]: tramite la storia di una giovanissima vittima polacca è possibile comprendere il dramma di tutti i suoi connazionali in quegli anni terribili.

Lo storico Schminck-Gustavus racconta in questo studio dell’uccisione di Walerjan Wrόbel, elevando la sua storia a simbolo della distruzione della nazione polacca ad opera dei nazisti. Walerjan era un ragazzo di 16 anni, polacco di un piccolo paese di nome Fałkόw, deportato insieme ad oltre due milioni di polacchi in Germania - questa la cifra fornita dallo storico, ma, come per la Shoah, la determinazione esatta del numero certamente altissimo è difficile - per essere utilizzato come un “animale” a servizio del Reich.

Dopo un primo tentativo di fuga non riuscito, il ragazzo dette fuoco ad un fienile, pensando di essere così rispedito a casa per punizione. Venne invece considerato un sabotatore della volontà di resistenza del popolo tedesco. Wrόbel compì tale “reato” il 29 aprile 1941. Il 30 dicembre seguente venne promulgata una legge speciale di guerra che prevedeva la pena di morte per qualsiasi delitto compiuto da ex-polacchi (la cosiddetta Polenstrafrechtsverordnung). La legge venne applicata retroattivamente, assurdo giuridico nell'assurdo totale[25] della deportazione, e Wrόbel venne impiccato dai nazisti.

In tali condizioni si vennero a trovare tutti i polacchi, sia quelli deportati in schiavitù nel Reich, sia quelli rimasti nella Polonia che doveva essere germanizzata.

Se si legge, invece, l’autobiografia della moglie del famoso sociologo Zygmunt Bauman, Janina Bauman, si penetra nell’inferno della Shoah degli ebrei polacchi, ma, al contempo si intravede in filigrana la condizione degli altri polacchi del tempo. La Bauman, volendo mostrare il rigore della persecuzione anti-ebraica, mostra come, a differenza di altri paesi europei, l’ospitalità di un ebreo implicasse la morte per gli ospitanti. Così recita un Proclama nazista allora diramato[26]:

«PROCLAMA

Pena di morte per chi presta assistenza agli ebrei che hanno abbandonato le aree residenziali ebraiche senza permesso.

Numerosi ebrei hanno recentemente abbandonato senza permesso le aree residenziali a cui erano stati assegnati. Essi si trovano ancora al presente nel distretto di Varsavia.
Con ciò dichiaro che in virtù del terzo decreto del Governatore Generale concernente le restrizioni residenziali nel Governatorato Generale del 15 ottobre, 1941 (UBL GS p. 595) non soltanto gli ebrei che hanno abbandonato le aree residenziali loro assegnate saranno puniti con la pena di morte ma che la stessa punizione verrà applicata a qualsiasi persona che consapevolmente assiste tali ebrei. Ciò non include soltanto l'offerta di rifugio e cibo ma anche altri tipi di assistenza, vale a dire il trasporto di ebrei in veicoli di qualsiasi genere, l'acquisto di loro proprietà, ecc.
Con ciò ordino alla popolazione di Varsavia di informare immediatamente la più vicina stazione o comando di polizia della presenza di qualsiasi ebreo privo di qualsiasi autorizzazione al di fuori di un'area residenziale ebraica...

Varsavia, 6 settembre 1942

L’Alto Comandante delle SS e della Polizia
Distretto di Varsavia»

La Bauman racconta di alcuni atteggiamenti antisemiti della Polonia di allora precedentemente all’occupazione nazista, ma si guarda bene dall’attribuire ad essi la persecuzione nazista, anzi ricorda come, sfidando le disposizioni naziste che prevedevano la morte, fu Maria Bulat, polacca cristiana e tata della famiglia materna dell’autrice, a trovare un rifugio nella parte ariana di Varsavia a lei, a Sophie, sua sorella minore ed alla loro madre. La fuga dal ghetto di Varsavia avvenne il 25 gennaio 1943, quando Janina ha 16 anni.
La prima Aktion di deportazione degli ebrei da Varsavia al campo di sterminio di Treblinka (22 luglio-13 settembre 1942) aveva già portato alla morte 2/3 degli abitanti del ghetto. La seconda Aktion venne invece interrotta dalla prima rivolta ebraica (18-22 gennaio 1943). Tre giorni dopo la sua fine le tre donne scapparono nella parte “ariana” della città per essere accolte e salvate dalla Bulat.
Dal giorno della fuga al 1° di agosto (giorno in cui iniziò l’insurrezione di Varsavia), le tre donne dovettero cambiare 11 diversi nascondigli. Per 3 volte vennero scoperte da ricattatori a cui dovettero cedere via via i loro beni, per non essere da loro denunciate ai tedeschi.
Vennero, infine, salvate da uno sconosciuto quando i nazisti le selezionarono[27] scambiandole per polacche non ebree per l’ultima volta, dopo aver soffocato nel sangue l’insurrezione di Varsavia e aver raso al suolo la città.

Qui appare nuovamente in filigrana la persecuzione nazista anti-polacca, quando, a guerra ormai compromessa, il Reich continuava a selezionare i polacchi per inviarne un gran numero nelle fabbriche tedesche: la futura moglie del sociologo Bauman utilizza la stessa sinistra espressione “selezione” per i polacchi, anche se ovviamente in un senso non indirizzato ad una destinazione direttamente mortale come avveniva per gli ebrei.

La Bauman racconta come vennero salvate ancora una volta da un polacco di cui non seppero mai il nome e come si incontrarono poi con un giovanissimo prete polacco che predicava sull’«uguaglianza di tutto il genere umano agli occhi di Dio Onnipotente e del sacro dovere di ogni cristiano di aiutare quanti sono in pericolo, indipendentemente dalla loro razza e dalla fede professata»[28].

Le tre donne vennero deportate infine a Cracovia, come polacche, non essendo stata riconosciuta la loro identità di ebree: lì furono liberate il 19/1/45.

La spartizione della Polonia fra Hitler e Stalin

Fra l’altro, l’atteggiamento dei russi nel corso dell’intero conflitto complicò ulteriormente la condizione dei polacchi. L’invasione della Polonia, che dette inizio alla II guerra mondiale, iniziò dopo che nazisti e comunisti strinsero un accordo, passato alla storia come “patto Molotov-Ribbentrop”, per spartirsi la Polonia: Hitler e Stalin furono alleati, prima che il Reich attaccasse l’URSS. Il Reich invase la nazione polacca da ovest il 1° di settembre del 1939, mentre l’URSS occupò i territori ad est a partire dal 17 dello stesso mese[29]. Anche i russi decisero l’eliminazione della classe dirigente polacca nella zona da loro invasa, per agire in maniera preventiva contro possibili contestazioni future.

Nell’eccidio delle fosse di Katyn della primavera del 1940 Stalin fece uccidere, fucilandoli uno ad uno, circa 22.000 ufficiali polacchi che erano stati catturati durante l’avanzata[30] e, fra di essi, anche il padre di Janina Bauman[31].

La rivolta polacca di Varsavia contro i nazisti, poi, iniziò nell’agosto 1944, nella convinzione che i sovietici, che avevano raggiunto l’altra sponda del fiume Vistola solo alcuni giorni prima, nel luglio ‘44, avrebbero passato il fiume per soccorrere i polacchi. Invece i russi non si mossero in aiuto e stettero a guardare a pochi metri di distanza dagli eventi - dai palazzi delle due parti del fiume si vedevano le loro bandiere, ma la situazione surreale fu quella dell’esercito russo ormai vittorioso sulla sponda destra del fiume che lasciò massacrare gli insorti che erano sulla sponda sinistra, per non doversi poi confrontare con i partigiani polacchi alla fine della guerra. Solo una volta che i nazisti ebbero sedato ogni focolaio di resistenza dei partigiani polacchi i sovietici passarono il fiume per conquistare la città.

3/ La situazione del clero polacco e, in genere, della chiesa cattolica sotto il Reich

"Zutritt für Polen verboten!" Vietato ai 
polacchi, Polonia 1939. Sconosciuto - 
The New York Public Library 
id 58045 (da Wikipedia)
Nur für Deutsche ("Solo per tedeschi"), s
ulla linea 8 di Cracovia; da Wikipedia

Le relazioni sulla situazione polacca dell’epoca di don Pirro Scavizzi[32], un prete romano che consegnò i suoi memoriali al pontefice di allora, Pio XII, permettono di comprendere bene come il progetto di annientamento della nazione polacca implicasse la progressiva eliminazione di tutto il clero cattolico, così come dei frati e delle suore, unitamente alla soppressione di tutti gli insegnanti e la la borghesia del paese.

Universalmente nota è la figura di padre Massimiliano Kolbe, poiché egli si consegnò ad Auschwitz per salvare un padre di famiglia polacco che era stato selezionato per rappresaglia, ma pochi riflettono sul fatto che la presenza di un frate francescano nei lager non era l’eccezione, bensì la regola, proprio a motivo del “Nuovo Ordine” che Hitler intendeva creare nell’est da germanizzare.

Scavizzi venne inviato come cappellano militare per assistere i militari italiani sul fronte russo e, per raggiungere i luoghi di combattimento, dovette attraversare la Polonia occupata venendo così a conoscenza della terribile situazione che si andava profilando.

Il suo primo viaggio si svolse tra il 17 ottobre ed il 15 novembre del 1941, fino a Dnepropetrovsk, in Ucraina, ove si trovano le truppe italiane. Al ritorno si recò in udienza dal papa Pio XII per informarlo di ciò che aveva visto ed udito. Il pontefice, allora, lo inviò nuovamente, per ulteriori cinque missioni, in maniera da impiegare i suoi viaggi come occasione per raccogliere testimonianze sull’evolversi della situazione per poter recare aiuto[33].

Leggendo le sue memorie consegnate al papa[34] è evidente il fatto che lo sguardo di Scavizzi evolve da una concezione inizialmente favorevole alle forze dell’Asse, dovuta a ciò che la propaganda rendeva noto in Italia, fino ad un totale sconcerto. Prima dei suoi viaggi attraverso la Polonia e la conseguente presa di contatto con la realtà della situazione, il sacerdote manifesta una visione ancora idealistica della guerra, dove a combattere sono i “nostri prodi” che “danno il proprio sangue”.

Ma già al termine del primo viaggio informò Pio XII del fatto che non era possibile alcuna comunicazione ufficiale fra la Santa Sede ed i paesi occupati dai nazisti. Scrive Scavizzi: «L’arcivescovo Sapieha, di Cracovia [...], asserisce che gli è impossibile comunicare liberamente con Roma ché tutto è minutamente controllato e non gli è possibile comunicare liberamente nemmeno col Nunzio di Berlino»[35].

Don Pirro scrisse al papa informandolo che il regime nazista era ferocemente anti-polacco ed impediva a qualsiasi tedesco o italiano ogni rapporto con il clero polacco: «Ai soldati del Reich è severamente proibito andare con Sacerdoti per le vie, o accedere a sacerdoti polacchi per le confessioni»[36].

Scavizzi racconta di essere venuto a conoscenza della ferocia delle SS che hanno un’avversione programmatica alla Chiesa Cattolica e non nutrono il minimo rispetto per la vita umana: «I membri delle formazioni “SS”, secondo quanto mi è stato riferito da ufficiali tedeschi, debbono fare dichiarazione di non praticare nessun culto per essere fedeli esclusivamente alla religione dello Stato. A costoro sono riservate le esecuzioni individuali o in massa contro gli ebrei, contro i polacchi o contro chiunque essi giudichino pericoloso all'integrità del Reich [...] I loro atti (anche le “eliminazioni”) sono incontrollati e incontrollabili e incensurabili da chiunque»[37].

Già dal primo viaggio è evidente a don Pirro la decisione nazista di concludere in breve tempo lo sterminio della popolazione ebraica. In particolare viene a conoscenza delle fucilazioni di massa operate dagli “EinsatzKommando”: «Oltre i confini dell'Italia, nei Paesi del Reich o alleati del Reich od occupati, la questione ebraica è di una gravità eccezionale [...] A Cracovia, a Leopoli e nelle principali città della Polonia sono stati relegato in un ghetto dove evidentemente regna il sudiciume e lo squallore [...] La mancanza del bracciale o della tessera di riconoscimento, o il trovarli in giro fuori orario, può determinare l’immediata uccisione [...] È evidente, nell’intenzione del Governo occupante, di eliminare il più che sia possibile gli ebrei uccidendoli secondo i vari sistemi di cui il più frequente e il più conosciuto è quello del mitragliamento di massa. Per queste esecuzioni gruppi di famiglie ebraiche (uomini, donne e bambini anche lattanti) sono deportati a qualche chilometro dalla città, vicino a trinceroni della guerra oppure in luoghi dove precedentemente sono state fatte scavare delle enormi fosse costringendo a questo lavoro gli uomini stessi ebraici [...] Il numero delle uccisioni di ebrei si fa ascendere fino ad ora a circa un milione»[38].

Ma, contemporaneamente, Scavizzi informa il papa del modo in cui i polacchi sono perseguitati: «Impressionante e lacrimevole è lo stato e la condizione della Polonia da quando l’occupazione germanica è divenuta totalitaria. La fame affligge tutto il popolo indistintamente. I bambini ne soffrono e li ho visti passare intere giornate coi piedi scalzi nell’acqua gelida in gruppi di fanciulli e fanciulle, accompagnati da qualche donna vecchia, supplicando con voce lamentevole: “dare poco pane, morire di fame”! […] Si ha l’impressione che alla popolazione placca siano stati tolti gran parte dei diritti civili e che sia mantenuta in una specie di servitù, dipendente unicamente dall’arbitrio degli occupatori. Mi è stato narrato da un ufficiale tedesco e da persone della Polonia che si fanno deportazioni in massa della popolazione dello Stato Polacco e si ignora dove questa gente sia concentrata. Le deportazioni includono non soltanto gli uomini, ma anche le donne e i bambini, e si eseguono in modo che noi italiani giudicheremmo barbaro, perché si immettono i deportati in vagoni ferroviari non soltanto addetti a trasporto di truppe o bestiame, ma anche senza curarsi di ciò che occorre per il vitto e per il vestito, tanto che all’arrivo di quei terni si trovano sovente persone assiderate o languenti o anche morte di fame. Si asserisce che queste popolazioni deportate sono costrette a lavori secondo le necessità giudicate dagli incaricati del governo tedesco, senza tenere conto delle condizioni sociali dei deportati»[39].   

Si noti bene che tale descrizione non riguarda gli ebrei, ma la popolazione cattolica polacca. La discriminazione razzista contro la popolazione slava e cristiana del paese è evidente e assolutamente misconosciuta dalla storiografia. Leggendo anche una sola di queste righe si comprende quanto sia falsa una visione che vorrebbe i polacchi collaborazionisti del Reich: essi ne sono vittime, ridotti in servitù.

Al ritorno don Pirro viene segretamente ricevuto dal Santo Padre.

«Scavizzi [...] viene ricevuto riservatamente da Pio XII. Non esiste alcun riscontro ufficiale dell'incontro... Lo stesso don Pirro dichiara, in un articolo scritto nel maggio 1964: [...] “Mi recai dal Santo Padre Pio XII senza alcun preliminare di udienza, ma segretamente per riferirgli tutto. Lo vidi piangere come un fanciullo, e pregare come un santo”»[40].

Quel prete che ha attraversato la Polonia testimonia a Pio XII di non avere alcun dubbio sullo stato delle cose: «Il volto di questa guerra è immensamente più spaventoso che quello della cosiddetta guerra mondiale 1915-1918 alla quale anch'io presi parte come Cappellano Militare»[41].  

Nella memoria a conclusione del secondo viaggio è sempre più chiara agli occhi di Scavizzi la “soluzione finale” portata avanti dai nazisti per i polacchi ebrei e per gli ebrei in generale:

«Le condizioni degli ebrei nella Germania, nella Polonia e nell'Ucraina, è sempre più tragica. La parola d'ordine è: “Sterminarli senza pietà”. Gli eccidi in massa si moltiplicano ovunque. I diritti all'esistenza sono ormai ridotti ai minimi termini per loro [...]. In Ucraina lo sterminio degli ebrei è ormai quasi terminato. Ho potuto notare che questi disgraziati ebrei, anche di condizione civile, anche ragazzi e fanciulli, hanno un aspetto quasi di alterezza quando sono costretti ai lavori più gravi o sospinti verso la morte»[42].

Ma al contempo egli descrive a Pio XII la gravità della situazione in cui versano i polacchi cristiani, poiché descrivendo lo stato miserevole dell’intera nazione e del clero polacco in particolare, si accentua in lui la consapevolezza che è decisione dei nazisti di distruggere la presenza cattolica in Polonia, perché fonte di ostacolo alla germanizzazione del paese.

«Le condizioni intellettuali della Polonia sono quali cerca a ogni modo di volerle il Governatore tedesco attuale, e si possono definire una specie di sterilizzazione intellettuale, perché alla chiusura della famosa università e di tutte le altre università di Stato, è seguita anche la chiusura di tutte le scuole secondarie […] L’invasione del popolo tedesco nello stato polacco è sistematica, potremmo dire a gruppi serrati, per il conato evidente di germanizzare tutta la regione. Ormai circa la metà della città di Cracovia è abitata esclusivamente dai tedeschi i quali hanno fatto la requisizione […] Fanno pena particolarmente i bambini che appariscono denutriti fino all’estremo […] Tutte le campane della Polonia sono state tolte dai campanili per utilizzarne il metallo»[43].

Scavizzi descrive sempre in maniera specifica la condizione del clero ed anche tale sguardo permette di intuire la persecuzione che i polacchi ricevono perché “razza inferiore” e perché cristiani: «Mi disse l’Arcivescovo di Cracovia che il numero dei sacerdoti e Religiosi finora imprigionati o uccisi in Polonia, ascende circa a 3000, sempre con pretesti di carattere politico e antinazista»[44].

Al ritorno a Roma ha un secondo colloquio col Papa. Lo descrive molti anni dopo.

«Scavizzi [...] a distanza di poco più di vent’anni [...] descrive uno dei due colloqui avuti con Pio XII, probabilmente il secondo, avvenuto durante il mese di marzo del 1942, nella sosta tra il secondo e il terzo viaggio. Al racconto delle atrocità commesse dai nazisti il papa confessa di aver più volte pensato ad un atto ufficiale di scomunica ma di essersi dovuto ricredere di fronte all'argomentazione che “una mia protesta, non solo non avrebbe giovato a nessuno, ma avrebbe suscitato le ire più feroci contro gli Ebrei e moltiplicato gli atti di crudeltà”»[45].

La descrizione del terzo viaggio si precisa di particolari che mostrano come il nazismo proceda nell'opera di distruzione delle forze di resistenza della Chiesa Cattolica in Austria.

«Il clero è sospettato e molti sono deportati e imprigionati per pretesti politici. Le relazioni col Nunzio sono praticamente impossibili. A proposito dell'attuale Nunzio, il cardinale (di Vienna) ne deplorava il silenzio ed esprimeva il giudizio che Egli fosse troppo timoroso e non si interessava di tanto gravi cose»[46].

Ma è soprattutto in Polonia che è evidente la decisione di annientare qualsiasi punto di riferimento, anche attraverso la distruzione della gerarchia cattolica. Scavizzi elenca la situazione di alcune congregazioni religiose:

«Gesuiti - A Dachau ne sono imprigionato sessantaquattro dei quali sono morti certamente nove. Il 27 marzo a Wilna ne furono incarcerati altri ventinove, cioè tutto il collegio.
Salesiani - Oltre cinquanta ne sono in prigione ad Auschwitz. Di Cracovia sono quindici e sembra che siano morti e cremati eccetto due»[47].

Addirittura tutti i monasteri di clausura vennero pian piano evacuati e le suore portate nei campi di concentramento.

«Suore - A Wilna nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1942 sono state arrestate tutte le Visitandine, le Carmelitane, le Orsoline del P. Ladochovski, le Figlie della Carità, le quaranta di Nazareth»[48].

Scavizzi racconta come la presenza dei sacerdoti è già quasi completamente distrutta in alcuni luoghi e negli altri lo sarà tra breve.

«Altri Sacerdoti - In Posnania, dove erano una quarantina di preti ne è rimasto soltanto uno. Nel campo di Dachau vi sono circa un migliaio di preti di cui oltre settecento polacchi. Nella Slesia Pomerania quasi tutti i sacerdoti sono stati arrestati»[49].

La maggioranza dei preti polacchi è stata deportata. Sono stati concentrati insieme senza poter essere vicini nemmeno ai connazionali deportati.

«Fatti edificanti - Nel campo di Dachau ove sono circa mille sacerdoti e religiosi, è concesso ad uno solo di celebrare la Messa. Tutti gli altri tengono in mano una particola ed il celebrante intende di consacrarle tutte; così ciascuno si comunica da sé»[50].

Nelle città in cui manca una presenza episcopale la situazione è ancora più deplorevole.

Scavizzi scrive che il padre domenicano Bornieski, già Rettore Magnifico della Università di Lublino [...] «dice che fu errore che durante la Nunziatura Cortese si lasciassero quattro diocesi senza vescovo, finché è scoppiata la guerra e le diocesi sono orfane ancora»[51].

La memoria del quarto viaggio venne redatta in ritardo. Attraverso di essa si viene a conoscenza del fatto che le notizie arrivavano in Vaticano attraverso i pochi cappellani militari, compagni di don Pirro.

«Dichiaro che non avevo osato presentare alla santità Vostra questa nuova relazione, perché credevo che lo avessero fatto meglio di me gli altri cappellani Militari, specialmente quelli dei cavalieri di Malta»[52].

Scavizzi racconta del fatto che le case del ghetto ebraico, creato dai nazisti, che si svuotano vengono consegnate ai polacchi nelle case dei ghetti ed indica così che il numero degli ebrei è ormai ridotto al lumicino e il loro sterminio è quasi completo:

«Si consente ai polacchi di rifugiarsi nelle case del Ghetto, che giornalmente si vanno spopolando per gli eccidi sistematici degli ebrei […] La eliminazione degli ebrei, con le uccisioni di massa, è quasi totalitaria, senza riguardo ai bambini nemmeno se lattanti […] I pochi ebrei rimasti appaiono sereni, quasi ostentando orgoglio. Si dice che altre due milioni di ebrei siano stati uccisi»[53].

Ma, se si legge attentamente, si comprende che quei ghetti erano stati creati confiscando appunto le case dei polacchi e che essi, a loro volta, anche se in maniera ovviamente diversa e in grado minore degli ebrei, erano vessati e in condizioni pietose e non rientravano in quelle case come persone libere:

«Politicamente lo Stato Polacco è finito. Le repressioni contro qualunque atteggiamento sospetto sono di una severità spaventosa. Presso la stazione di Praga e vicino ad altre stazioni pendevano degli impiccati, alla vista di tutti. […] Molti negozi sono riservati ai tedeschi e i polacchi non possono entrarvi. L’espansione germanica va escludendo i polacchi dai quartieri migliori della città, che vengono requisiti anche in un’ora, per abitazioni dei tedeschi, senza consentire agli sfrattati di portar via i mobili e gli oggetti di loro proprietà. […] Le scuole (eccetto le elementari e di mestiere) sono proibite per i polacchi ed aperte soltanto per gli alunni tedeschi […] La fame e le malattie esauriscono la popolazione polacca e la esasperano […] Si vanno sistematicamente occupando da militari e dai civili i locali delle Comunità religiose, scacciando i religiosi ed anche i collegiali e i bambini ricoverati, o vecchi o minorati. Per questi ultimi vi è un processo medico di “eliminazione” per purificare la razza. Nella Polonia del Nord è proibita la lingua polacca, sotto gravissime pene […] Molti nobili e molti altri [polacchi] delle categorie più abbienti sono stati deportati o uccisi per sospetti politici. Per la stessa ragione è vessato il Clero secolare e regolare, e sono tormentate le suore di vita attiva e di vita claustrale»[54].

Scavizzi attesta che non solo gli ebrei venivano sterminati, non solo la classe dirigente polacca era annientata, ma anche i soldati russi prigionieri venivano sistematicamente uccisi. La teoria razzista nazista non conosceva sosta e i russi, come i polacchi, dovevano essere ridotti in schiavitù o addirittura eliminati.

Scrive Scavizzi, lasciando intuire che i prigionieri di guerra di nazionalità russa venivano sistematicamente uccisi come razza inferiore: «Mi ha sorpreso il fatto che fra i feriti tedeschi e italiani non ho quasi mai trovato dei russi feriti; né mi consta che per loro vi siano ospedaletti speciali!»[55].

4/ Collaborazionisti polacchi e “zona grigia” dei lager

Uno sguardo che sia storico e scientifico permette di cogliere la condizione di servitù imposta ai polacchi sotto il nazismo, a motivo della presunta inferiorità razziale degli slavi teorizzata dal Reich. Questo fatto permette di comprendere immediatamente quanto sia anti-storica un’accusa di collaborazionismo rivolta alla nazione polacca.

Ci furono polacchi che accettarono di lavorare per i nazisti, come ci furono ebrei che collaborarono allo sterminio nei lager, come ha asserito Primo Levi coniando il termine divenuto famoso di “zona grigia”. Ma sarebbe pazzesco accusare gli ebrei di collaborazionismo con i nazisti, poiché alcuni, nel disperato tentativo di sopravvivere, si piegarono agli aguzzini fino al punto di adattarsi a lavorare nei Sonderkommando dei crematori[56].

Levi ha scritto con precisione: «Aver concepito ed organizzato le Squadre [dei Sonderkommando con “lavoratori” ebrei] è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all’aspetto pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti più atroci) se ne scorgono altri più sottili. Attraverso questa istituzione, si tentava di spostare sugli altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli. Si prova la tentazione di torcere il viso e distogliere la mente: è una tentazione a cui ci si deve opporre. Infatti, l’esistenza delle Squadre aveva un significato, conteneva un messaggio: “Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori, ma voi non siete migliori di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime, così come abbiamo distrutto le nostre”»[57]

Il riferimento alle parole di Levi vuole qui essere un monito: non si deve negare che taluni polacchi siano stati collaborazionisti e che tale abisso va indagato, ma attribuire ai polacchi una corresponsabilità nella Shoah vuol dire confondere gli eventi storici e non capire la forza demoniaca del nazismo. Il Reich intendeva cancellare la nazione polacca e creò una situazione nella quale qualcuna delle vittime divenne “complice” dei misfatti, per provare a sopravvivere e a salvare se stessa e la propria famiglia[58]: a questo abisso di male il nazismo condusse i paesi dell’est Europa.

5/ La disputa sulla memoria di Auschwitz

Ordinanza di condanna a morte per i polacchi che 
rifiutano di lavorare al servizio dei nazisti (da Wikipedia)
Esecuzione capitale di insegnanti polacchi 
a Bromberg, 1939 (sconosciuto, Włodzimierz
Jastrzębski: Terror i zbrodnia, Interpress :
Warszawa 1974; da Wikipedia)
Ostaggi polacchi (compresi preti cattolici) 
presso la piazza del Vecchio Mercato in
Bydgoszcz, settembre 1939 (da Wikipedia)

In Italia si ignora anche che nel dopoguerra si è svolta una battaglia culturale sulla memoria di Auschwitz, come ha giustamente notato Szurek[59]. Sotto il regime comunista seguito alla II guerra mondiale ad Auschwitz non venne mai riconosciuto il titolo di luogo dello sterminio ebraico.

Il Museo-Memoriale di Auschwitz era in quegli anni piuttosto il memoriale della resistenza anti-nazista dei polacchi: gli ebrei polacchi lì sterminati erano presentati dal governo comunista oltrecortina come polacchi tout court. Lo stalinismo non aveva alcun interesse a porre in evidenza lo specifico sterminio degli ebrei e tale fatto era semplicemente taciuto. Si sottolineava piuttosto che Hitler voleva liquidare i polacchi, così come i russi, così come gli altri cittadini liberi che gli opponevano resistenza.

Al crollo del Muro di Berlino e alla fine del regime comunista il Museo-Memoriale di Auschwitz venne totalmente ristrutturato, facendone emergere la sua natura peculiare e prioritaria: quella dell’annientamento degli ebrei.

Si è poi, negli anni, sempre più accentuato il fatto che, accanto alla finalità dello sterminio ebraico, Auschwitz - insieme agli altri campi di concentramento e della morte - sia servito ad annientare oppositori politici, zingari, testimoni di Geova, omosessuali.

Ma, nella mente dei più, è scomparsa la consapevolezza che i lager servissero anche alla riduzione in servitù della popolazione polacca cattolica. Esiste nella memoria popolare al di fuori della Polonia la consapevolezza di taluni polacchi uccisi ad Auschwitz, come nel caso di padre Kolbe, ma, per una mancata conoscenza scientifica del periodo, quasi nessuno comprende più che la presenza nei lager dei cristiani polacchi non era un’eccezione.

Invece, è giusto affermare che i campi di concentramento intendevano sterminare innanzitutto gli ebrei. Ma che, al contempo, ben prima di essere poi riservati ai detenuti politici, agli zingari, ai testimoni di Geova e agli omosessuali, erano pensati per rinchiudervi le popolazioni slave e, fra di esse, i polacchi in primis.

D’altro canto l’evolversi della memoria della Shoah, tragicamente non inizialmente interessata nel mondo comunista alla questione ebraica, ma solo alla lotta anti-nazista per la libertà ha conosciuto dei fatti paralleli alla cancellazione della specificità ebraica nella memoria di Auschwitz in area oltre-cortina, negli anni immediatamente successivi al conflitto mondiale.

Infatti, anche in Italia, nei primi anni del dopo-guerra, è difficile trovare una specifica memoria dello sterminio nazista degli ebrei, mentre si insisteva piuttosto sull’eliminazione di ogni opposizione politica da parte del Reich.

La storia della pubblicazione di Se questo è un uomo di Levi ne è l’esempio più significativo[60]. Il manoscritto del volume venne rifiutato nel 1947 da Einaudi, casa editrice legata allora a filo doppio con il PCI, con una motivazione generica. Anche altre case editrici si dichiararono non interessate alla pubblicazione. Solo una piccola casa editrice torinese, la De Silva, diretta da Franco Antonicelli, accettò di stamparlo.

Evidentemente la memoria della Shoah non era allora, tragicamente, una delle preoccupazioni principali dell’intellighenzia uscita dalla II guerra mondiale.

Fu invece Italo Calvino ad apprezzare Se questo è un uomo ed ha impegnare la propria firma per farlo conoscere, con una recensione molto positiva.

Solo nel 1955, 10 anni dopo la pubblicazione, Einaudi si decise infine ad acquistare i diritti del volume di Levi per realizzarne una ristampa che uscirà solo nel 1958.

Il caso è imbarazzante al punto che nel breve testo a firma di G. Einaudi, Primo Levi e la Casa Editrice Einaudi (in Primo Levi: un’antologia della critica, a cura di E. Ferrero, Torino, Einaudi, 1997, pp. 393-399) non si fa nemmeno cenno al rifiuto originario, come invece sarebbe da aspettarsi.  

6/ A mo’ di conclusione

Solo una corretta comprensione della visione razzista del pensiero del Reich, così come Hitler riuscì a proporlo ed imporlo, permette di comprendere quale fu la situazione politica e sociale che si venne a creare nell’est Europa occupata.

Obiettivo assolutamente primario fu quello dello sterminio degli ebrei e tutta la macchina organizzativa del nazismo si strutturò a questo assurdo fine.

Ma il secondo fine del progetto razzista hitleriano fu quello dell’annientamento identitario dei popoli slavi e della nazione polacca in genere, da realizzare tramite lo sterminio di tutti i laureati e i professionisti, inclusi il clero e le suore, e la deportazione in schiavitù della popolazione non istruita.

I due progetti vennero portati avanti dal Reich contestualmente. Solo questa corretta visione storica, e non una legge ad hoc che censuri posizioni contrarie, permette di capire quanto sia banalizzante e fuorviante l’espressione “lager polacchi”.

Ricostruzione della condizione di Varsavia dopo 
la rivolta della città, domata dai nazisti, mentre
i russi restarono a guadare dall'altra parte del fiume

Note al testo

[1] Il presidente polacco Duda ha firmato una legge che punirà chiunque utilizzerà il termine “lager polacchi” per indicare i campi di concentramento nazisti. Il dispositivo è stato poi posto al vaglio della Corte Costituzionale del paese.

[2] Riteniamo problematica, per gli stessi motivi, una legge che dichiari il negazionismo come reato, così come una disposizione eventuale che censuri le fake news: vorrebbe dire tornare al periodo dell’intolleranza verso i libri e le idee.

[3] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II.

[4] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1006-1009.

[5] Fu trovato nel maggio del 1945 dal tenente Walter Stein della settima armata americana nell'appartamento di Frank, all'albergo Berghof, presso Neuhaus, in Baviera.

[6] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1009-1011.

[7] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp.1011-1013.

[8] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp.1265-1266.

[9] Quattro giorni prima, il 23 luglio, Keitel aveva emanato un altro ordine, contrassegnato «segretissimo»:
«Il 22 luglio il Fuhrer, dopo aver ricevuto il comandante dell'esercito [von Brauchitsch], ha impartito il seguente ordine:
«Data la vastità delle zone occupate all'Est, le forze disponibili per garantire la sicurezza saranno sufficienti solo se ogni resistenza verrà punita non in base a un processo regolare contro il colpevole, ma con l'instaurazione, ad opera delle forze d'occupazione, di un regime di terrore tale da sradicare, nella popolazione, ogni velleità di resistenza».

[10] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1266-1268.

[11] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1268-1270.

[12] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1270-1271.

[13] Fin dal 18 settembre I941 Hitler aveva espressamente ordinato che Leningrado «venisse cancellata dalla faccia della terra». Dopo essere stata circondata, essa doveva venir «rasa al suolo» con bombardamenti da terra e dall'aria, e la popolazione (di tre milioni) doveva esser distrutta insieme alla città.

[14] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1427-1430.

[15] Né lo sterminio in massa dei prigionieri di guerra sovietici né lo sfruttamento dei lavoratori coatti russi erano un segreto per il Cremlino. Fin dal novembre del 1941 Molotov aveva avanzato una formale protesta diplomatica per lo «sterminio» di prigionieri di guerra russi, e nell'aprile dell'anno successivo fece un'altra protesta per i programmi tedeschi di impiegare lavoratori coatti.

[16] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1431-1433.

[17] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, p. 1433.

[18] L'attuazione di tutto il programma di lavoro coatto fu affidata a Fritz Sauckel, cui venne dato il titolo di plenipotenziario generale per l'assegnazione della mano d'opera. Sauckel era un nazista di secondo piano che aveva già coperto la carica di Gauleiter e governatore della Turingia. Era un omicino dagli occhi porcini, rude e grossolano e, come Goebbels disse nel suo diario, «uno dei più stupidi fra gli stupidi». All'autore del presente libro, che lo vide sul banco degli imputati a Norimberga, egli fece l’impressione di una completa nullità, il tipo di tedesco che in altri tempi avrebbe potuto essere un macellaio al mercato di qualche cittadina di provincia. Secondo una delle prime direttive da lui diramate, gli operai stranieri dovevano «esser trattati in modo da sfruttarli al massimo col minimo possibile di spese». A Norimberga egli ammise che di tutti i milioni di operai stranieri «nemmeno duecentomila erano venuti volontariamente». Però al processo negò ogni sua responsabilità per il loro cattivo trattamento. Fu riconosciuto colpevole, condannato a morte e impiccato nel carcere di Norimberga la notte del 15-16 ottobre 1946.

[19] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1440-1443.

[20] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1443-1444.

[21] Le direttive di Himmler del 20 febbraio 1942 erano rivolte specialmente contro i lavoratori-schiavi russi. Esse ordinavano uno «speciale trattamento» per «gravi violazioni della disciplina, incluso il rifiuto di lavorare o il perder tempo nel lavoro». Era detto: «In tali casi è necessario uno speciale trattamento. Lo speciale trattamento è l'impiccagione, che non deve aver luogo nelle immediate vicinanze del campo. [Però] un certo numero di persone deve assistere allo speciale trattamento». II termine «speciale trattamento» è corrente negli archivi di Himmler e nel linguaggio nazista del periodo della guerra. Esso significava esattamente ciò che Himmler spiegò in quelle direttive.

[22] W.L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino, Einaudi, 1990, vol. II, pp. 1445-1446.

[23] G.L. Mosse, Il razzismo in Europa. Dalle origini all’olocausto, Roma-Bari, Laterza, 1985, pp. 236-237.

[24] Ch.U. Schminck-Gustavus, Mal di casa. Un ragazzo davanti ai giudici, Torino, Bollati Boringhieri, 1994.

[25] I magistrati del processo hanno continuato la loro carriera giuridica nella Germania del dopoguerra e si sono rifiutati di incontrare Schminck-Gustavus, autore del libro su Wrόbel.

[26] J. Bauman, Inverno nel mattino, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 137.

[27] Cfr. J. Bauman, Inverno nel mattino, Bologna, Il Mulino, 1994, pp. 229-232.

[28] Cfr. J. Bauman, Inverno nel mattino, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 250.

[29] Cfr. su questo: 1 settembre 1939-1 settembre 2014: 75 anni dopo. La II guerra mondiale inizia con l’alleanza tra Hitler e Stalin che si spartiscono la Polonia.

[30] Cfr. su questo: Katyń, il film di Andrzej Wajda sull'uccisione da parte dei sovietici di 22.000 ufficiali polacchi prigionieri agli inizi della II guerra mondiale. Appunti estivi su film invernali 1, di Andrea Lonardo.

[31] La Bauman accenna al fatto in J. Bauman, Inverno nel mattino, Bologna, Il Mulino, 1994, p. 15.

[32] Su di lui, cfr. M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997.

[33] Il secondo viaggio, diretto a Jassiowataja, avvenne dal 12 gennaio al 20 febbraio del 1942. Il terzo viaggio fino a Cracovia, si svolse dall’8 aprile al 3 maggio del ‘42. Il quarto, ancora per Dnepropetrowsk, venne compiuto dal 29 giugno al 23 luglio, mentre il quinto, per Nipropetrowsk, avvenne dal 16 settembre all’11 ottobre. Il sesto ed ultimo, per Debalzewo, fu dal 4 al 28 novembre del 1942. Con l’inizio della disfatta italo-tedesca sul fronte russo terminarono anche i viaggi di don Pirro.

[34] Cfr. per il testo delle relazioni cfr. Il testo integrale delle relazioni di don Pirro Scavizzi, cappellano militare sul fronte russo, che informarono Pio XII non solo dello sterminio degli ebrei, ma anche dello sterminio dei polacchi cattolici che si andava preparando tratto da M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 205-247.

[35] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 210.

[36] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 210.

[37] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 216.

[38] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 215-216.

[39] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 207-208.

[40] M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 130.

[41] P. Scavizzi, I Relazione a Pio XII, 13.1.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 218.

[42] P. Scavizzi, II Relazione a Pio XII, 11.4.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 229-230.

[43] P. Scavizzi, II Relazione a Pio XII, 11.4.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 223-225.

[44] P. Scavizzi, II Relazione a Pio XII, 11.4.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 225.

[45] M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 137.

[46] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 234.

[47] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 235.

[48] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 236.

[49] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 237.

[50] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 237-238.

[51] P. Scavizzi, III Relazione a Pio XII, 12.5.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 239.

[52] P. Scavizzi, IV Relazione a Pio XII, 7.10.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 241.

[53] P. Scavizzi, IV Relazione a Pio XII, 7.10.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 243-245.

[54] P. Scavizzi, IV Relazione a Pio XII, 7.10.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, pp. 242-244.

[55] P. Scavizzi, IV Relazione a Pio XII, 7.10.1942, in M. Manzo, Don Pirro Scavizzi. Prete romano, Casale Monferrato, Piemme, 1997, p. 246.

[56] Cfr. su questo la Postfazione L’inevitabilità del Male, scritta da F.M. Cataluccio a commento di C. Perechodnik, Sono un assassino? Autodifesa di un poliziotto ebreo, Torino, Feltrinelli, 1993, pp. 245-262. 

[57] P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, p. 39.

[58] L’omogeneizzazione delle vittime ai carnefici può essere simbolizzata da un episodio che ci viene riferito da M. Nyiszli, Auschwitz. A Doctor’s Eyewitness account, New York, Arcade Publishing, 2011, che fu testimone di un incontro di calcio che si svolse fra le SS da un lato e gli uomini del Sonderkommando dall’altro (cfr. P. Levi, I sommersi e i salvati, Torino, Einaudi, 1986, p. 40). Il problema dei collaborazionismi non può, ovviamente, essere semplicemente eliminato come inesistente: per indicarne la complessità segnaliamo all’opposto la scelta di 400 ebrei di Corfù che, nel luglio 1944, inseriti in massa nel Sonderkommando di Auschwitz rifiutarono di prendervi parte e furono mandati subito in gas (cfr. F.M. Cataluccio, L’inevitabilità del male. Postfazione a C. Perechodnik, Sono un assassino?, Torino, Feltrinelli, p. 259. Ma certo tale coinvolgimento nello sterminio che i nazisti progettarono ed ottennero in determinati casi dalle loro vittime non può essere generalizzato a descrivere la situazione dei perseguitati, siano essi ebrei che polacchi. 

[59] J.-C. Szurek, Il campo di concentramento museo di Auschwitz, in A est, la memoria ritrovata, Torino, Einaudi, 1991, pp. 195-224.

[60] Cfr. su questo Cronologia della vita e delle opere di Primo Levi, in appendice a P. Levi, Se questo è un uomo. La tregua, Torino, Einaudi, 1989, pp. 354-355.