Carlo Emilio Gadda, «il maggiore scrittore italiano di pieno Novecento», di Giovanni Fighera

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 26 /06 /2013 - 08:38 am | Permalink | Homepage
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Riprendiamo dal sito della rivista Tempi un testo di Giovanni Fighera pubblicato il 17/6/2013. L’articolo appartiene alla serie Maturità 2013 proposto agli studenti in vista dell’Esame di Stato. Dal testo sono stati omessi i riferimenti diretti alla preparazione dell’Esame stesso. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per ulteriori approfondimenti, vedi la sezione Letteratura.

Il Centro culturale Gli scritti (26/6/2013)

La vita

Carlo Emilio Gadda (1893—1973) è considerato da E. Gioanola «il maggiore scrittore italiano di pieno Novecento, quello in cui la lacerata condizione esistenziale dell’uomo contemporaneo ha trovato la più originale forma di espressione stilistica» e, a detta di G. Contini, è il più importante letterato che Milano ci abbia dato insieme a Manzoni e Porta.

In maniera analoga a molti letterati del Novecento il suo percorso di studi non è, però, di tipo umanistico. Dopo aver partecipato alla Grande guerra, di cui redige un diario e in cui perde il fratello, Gadda si laurea in Ingegneria e pratica la professione per una decina d’anni, finché non decide di dedicarsi alla scrittura, la sua vera passione.

Per tutta la vita si sentirà fallito come ingegnere e come scrittore e, forse, percepirà «la sua vita già finita, e fallita, con la grande guerra, dove era andato con lo stato d’animo del colpevole e dell’inetto che cerca un riscatto attraverso un atto eroico, e magari attraverso la sua morte, mentre chi era morto davvero era il fratello» (Gioanola). Racconta Gadda nel Castello di Udine: «In guerra ho passato alcune ore delle migliori della mia vita, di quelle che mi hanno dato oblio e completa immedesimazione del mio essere con la mia idea: questa […] si chiama felicità». Ricorda il Contini che un giorno Gadda lo accompagnò a visitare l’altopiano di Asiago che era stato «testimone di quella sua felicità».

Il Contini che conobbe bene Gadda lo considera molto simile al Manzoni per la nevrosi anche se «della sua nevrosi Gadda non fa che discorrere. […] Della sua, Manzoni parlava il minimo indispensabile». Del resto Gadda ama l’illustre predecessore milanese, conosce molto bene I promessi sposi che si farà leggere dagli amici fino agli ultimi giorni di vita. Egli contesta l’assai diffusa visione dei Promessi sposi come libro buono «per uso di giovani un po’ tardi» e ne percepisce tutta la «tragica sinfonia».

I romanzi

Certo, non è facile apprezzare la complessa mescidanza linguistica che è il mezzo espressivo utilizzato da Gadda, un pastiche formato da lingue moderne e morte, da varietà dialettali o da termini iperspecialistici. Naturalmente, l’uso del linguaggio non è fine a se stesso, ma ottempera talvolta al compito di demistificare le falsità della società borghese, altre a quello di deformare in modo espressionistico la realtà.

L’effetto prodotto è senz’altro comico e Gadda sa assaporare le differenti gradazioni della comicità, dalla parodia al grottesco, dall’ironia al sarcasmo, dal comico puro all’umorismo. Si legga, ad esempio, il passo in cui il romanziere descrive il ragioniere Carlo Biandronni, che è morto lasciando vedova l’Adalgisa (Adalgisa, 1944): «Il povero Carlo era anche entomologo, ragione per cui diverse signore di mia conoscenza, tra le più colte della nostra società, lo dicevano professore d’etimologia. La sua «passione», la sua «specialità» furono i coleotteri. Dapprima aveva tentennato, aveva svolazzato qua e là, come ad orizzontarsi, nel campo infinito: «la natüra l’è talment granda, talment infinida!…». Poi però, poco a poco, aveva preso a ragionare, a restringersi. Trovò che bisognava «specializzarsi» […]. «Siamo nel secolo della specializzazione» enunciava autorevolmente: ipnotizzando gli interlocutori coi grossi occhi e baffi […]. Abbandonò al loro destino lepidotteri, imenòtterie dìtteri: non volle più saper di rincòti. […] Si liberò d’ogni scoria enciclopedica […]. Puntò sugli scarabei». Nel racconto veniamo a conoscere in questo flashback condotto dal punto di vista della vedova che l’Adalgisa non apprezzava troppo le nuove passioni del marito, «ma poi vi aveva tacitamente aderito, pensando tra sé e sé: «meglio questo che i vizzi [sic], …. O un quai cornett….». Nell’Adalgisa, oltre alla storia della vedova, sono raccolti anche altri racconti sulla società milanese.

L’opera più nota di Gadda è, però, indubbiamente La cognizione del dolore che risente fortemente delle nevrosi dello scrittore, delle sofferenze e dei traumi vissuti nell’infanzia e in gioventù, dei rapporti dolorosi con la madre e della sua scomparsa, delle paure che affollano la mente dell’ingegnere. Nella forma del giallo, ambientato in una Brianza ricoperta dei panni argentini, il romanzo narra il sofferto rapporto di Gonzalo Pirobutirro con la madre. Il ritrovamento della donna quasi moribonda getta il sospetto sul figlio. Nessuna soluzione viene offerta, perché l’opera termina destando l’impressione dell’incompiutezza. Un gomitolo da dipanare, un magma caotico, un labirinto da cui uscire: questa è la realtà per Gadda che sembra non saper trovare soluzioni. Sa solo restituire con la parola l’impressione di una realtà inconoscibile, non amica, ma ostile. La resa linguistica, forse, non è solo correlato espressivo di questo giudizio sul reale, ma anche difesa e protezione dalla realtà stessa, che viene deformata sotto la lente di ingrandimento di Gadda. Unica forma di controllo e conoscenza del reale diviene la lingua ovvero la letteratura.

Così l’espressionismo gaddiano assume le forme della deformazione della realtà attraverso la quale lo scrittore sembra quasi vendicarsi della realtà stessa, ma talvolta, e ancor di più, sembra farsi gioco del lettore, che viene irretito in una gabbia linguistica, è costretto a seguire le peripezie verbali e i contorcimenti del linguaggio fino al rischio di rompere il patto narrativo, cioè di stancarsi prima e abbandonare la lettura. Questo accade a molti che si cimentano con le opere gaddiane. Del resto, se la realtà non è amica, se l’altro non è guardato con fiducia, ma è un nemico da cui guardarsi e proteggersi, come i Peones descritti ne La cognizione del dolore, allora instaurare un giusto rapporto di fiducia con l’altro, con il tu è pressoché impossibile e la conoscenza stessa non approda ad alcun risultato.

Anche in altre opere gaddiane domina il disordine: «Il disordine c’è: quello c’è, sempre, dovunque, presso tutti: oh! Se c’è, e quale orrendo, logorante, disordine!» (Giornale di guerra e di prigionia). Questo è evidente anche in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, un vero romanzo poliziesco, incentrato su un furto prima e un omicidio poi, che rimane irrisolto, nonostante gli incessanti sforzi del commissario Ciccio Ingravallo, che fino alla fine cercherà di mettere ordine nel caos della realtà e degli accadimenti. In questa figura si può riconoscere l’autore stesso, che non si arrende al dominio del disordine. Ancora una volta, però, l’assassinio di Liliana Balducci, ritrovata nello stesso stabile dove è stato compiuto il furto, e la irresoluzione del caso rappresentano quella vittoria del disordine nella realtà, di cui la morte è la più chiara ed emblematica affermazione.

Capiamo, quindi, perché la lingua di Gadda è, ad un tempo, testimonianza della conoscibilità e della inconoscibilità della realtà: conoscibilità quanto ad analisi, catalogazione, sforzo umano di vedere sempre meglio l’ambito specialistico, inconoscibilità quanto ad assenza di un’ipotesi positiva di interpretazione della realtà e del suo significato. E Gadda è, a sua volta, interprete e figlio di un’epoca che ha accresciuto a dismisura le conoscenze rispetto al passato, ma ha smarrito la possibilità di un senso del tutto.

[Brano proposto alla lettura]

Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore

[Gonzalo] discendeva in linea maschile diretta da Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, stato già governatore spagnolo della Néa Keltiké e resosi anche troppo noto, alle istorie, per la sua sete di giustizia […]. Onta, per lui, e rammarico immedicabile in tutto il siderale corso degli anni, non essere arrivato a tempo a far impiccare sulla forca pubblica certo Filarenzo Calzamaglia o, come dicevan tutti, Enzo, sfuggito di mano della sua giusta giustizia; che gli avevan messo i manichini attorno i polsi durante certi tumulti di San Juan, del novembre ’88. Costui, da un incendio all’altro, e dopo aver ascoltato a cicalare alcuni cretini, aveva fatto il fesso a sua volta, al di là di ogni pensabile provvidenza d’indulto del Governatore, o benignazione della Soprana Clemenza […]. Tutto, dalla terrazza della villa, appariva fuggire ai destini come i rotolanti treni che già col primo trepestare del giorno si smarrivano zufolando nella brughiera – e dall’animo tenuemente rattristato sarebbero potuti venire alle labbra quei detti, dell’immortale preludio de’ Promessi sposi: “Talché non è chi, al primo vederlo (il Serruchón) purché sia di fronte, come per esempio, di su le mura di Pastrufazio che guardano a settentrione, non lo riconosca tosto a un tal contrassegno (cioè l’andamento a sega) dalle altre Sierre di nome più oscuro e di forma più comune…”.

[...]