Colonizzazione spagnola dell’America del sud ed inglese dell’America del nord: inclusione ed esclusione (da J. H. Elliott)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 07 /02 /2011 - 17:09 pm | Permalink
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da J. H. Elliott, Imperi dell’Atlantico. America britannica e America spagnola, 1492-1830, Einaudi, Torino, 2010, pp. 598-599

A questa civiltà [l’impero spagnolo nel sud America], che col passare delle generazioni diventava sempre più complessa dal punto di vista etnico, davano coesione la chiesa e lo stato, una religione e una lingua comuni, la presenza di un’élite di ascendenza spagnola e un insieme di presupposti imprescindibili riguardo al funzionamento dell’ordine politico e sociale, come riformulato e articolato dai neoscolastici spagnoli del XVI secolo.

La loro concezione organica di una società regolata da Dio, che aveva come scopo il raggiungimento del bene comune, era inclusiva, piuttosto che escludente. Di conseguenza, alle popolazioni indigene dell’America spagnola venne concesso almeno un piccolo spazio nel nuovo ordine politico e sociale. Aggrappandosi, come fu loro permesso, alle opportunità religiose, giuridiche e istituzionali, individui e comunità riuscirono a stabilire diritti, ad affermare identità e a modellare un nuovo universo culturale nato sulle rovine di quello che si era irreparabilmente frantumato con gli sconvolgimenti della conquista e dell’occupazione europea.

Dopo un non facile periodo di coabitazione, i coloni inglesi, che dovevano fronteggiare una popolazione indigena dispersa e maldisposta a offrirsi come manodopera, scelsero di adottare un metodo escludente piuttosto che inclusivo, usando i sistemi già sperimentati in Irlanda. I loro indiani, diversamente da quelli degli spagnoli, vennero messi ai margini delle nuove società coloniali, o ne furono espulsi. Quando i coloni seguirono l’esempio iberico e si rivolsero agli africani per soddisfare le loro esigenze di manodopera, lo spazio concesso agli schiavi dalla legge e dalla religione fu ancora più limitato che nell’America spagnola.

Sebbene il rifiuto di includere gli indiani e gli africani all’interno della società da loro immaginata avrebbe poi lasciato una terribile eredità alle generazioni future, ciò diede ai coloni inglesi maggiore libertà di manovra nel conformare le realtà a ciò che avevano immaginato. Senza lo stimolo di integrare la popolazione indigena nelle nuove società coloniali, avevano minore bisogno di scendere a compromessi simili a quelli che le società dell’America spagnola erano state costrette ad accettare. Nello stesso tempo, c’era meno bisogno che il governo imperiale mettesse in atto meccanismi esterni di controllo come quelli adottati dagli spagnoli per dare stabilità e coesione sociale a società che, da un punto di vista razziale, erano eterogenee.


Per approfondimenti, vedi su questo stesso sito la recensione  di Marco Unia a John H. Elliott, Imperi dell’Atlantico e la sezione Storia e filosofia ed, in particolare, L’America Latina, luogo dell’incontro tra le civiltà inca e maya ed il cristianesimo dei colonizzatori spagnoli, di Franco Cardini.