Che cosa si deve propriamente intendere per catechesi dei bambini e dei ragazzi di “ispirazione catecumenale”? (IV parte: Ulteriori riflessioni sulle questioni lasciate aperte dal “modello” catecumenale), di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /09 /2011 - 23:24 pm | Permalink
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Presentiamo sul nostro sito la IV parte di uno studio di Andrea Lonardo sull’Iniziazione cristiana. Clicca qui per leggere la I parte, la II parte, la III parte, la IV parte, la V parte, la VI parte, la VII parte, l'VIII parte e la IX parte. Per approfondimenti sull’iniziazione cristiana, vedi su questo stesso sito la sezione Catechesi e pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (11/9/2011)

Indice

1/ Iniziazione cristiana, nel caso dei bambini e dei ragazzi, è un termine tecnico riservato agli anni strettamente legati ai sacramenti?

Le nuove sperimentazioni – il riferimento è sempre a quelle che hanno prodotto dei sussidi in qualche modo sostitutivi ai Catechismi della CEI – si compongono generalmente di 5 tappe, corrispondenti a 5 anni ed a 5 volumi che vengono prodotti per accompagnare i catechisti[1].

La differenza con il Progetto catechistico CEI è subito evidente. In quest’ultimo, infatti, le tappe con i loro corrispettivi catechismi non riguardano gli anni strettamente legati all’incontro con i sacramenti bensì iniziano alla nascita e giungono fino ai 14 anni (gli anni previsti dal catechismo Vi ho chiamato amici).

Nel Progetto CEI è all’opera un’idea di educazione alla fede che è coestensiva con lo sviluppo del bambino e del ragazzo, fino almeno alla cosiddetta III media - e che si prolunga poi con gli itinerari successivi.

Nelle sperimentazioni si circoscrive invece di fatto l’iniziazione cristiana – talvolta contro le enunciazioni di principio delle stesse premesse dei diversi volumi – agli anni che vanno approssimativamente dalla III elementare alla II media[2].

Ovviamente, nelle diverse sperimentazioni, si presuppone che eventuali bambini non battezzati siano in qualche modo “trainati” da quelli che, essendo stati battezzati da bambini, vivono più “naturalmente” l’inserimento nel cammino della catechesi ed iniziano le tappe più direttamente rivolte ai sacramenti della confermazione e dell’eucarestia intorno appunto alla III elementare.

Non riceve così attenzione [3]– almeno stando all’itinerario strettamente proposto –il periodo che va dalla nascita e dal battesimo, ma soprattutto, il periodo successivo, quello della pre-adolescenza e dell’adolescenza, che invece il Progetto catechistico CEI almeno idealmente presentava come una componente essenziale[4].

Le nuove sperimentazioni generalmente dedicano un anno, l’ultimo, alla mistagogia – qualcuna restringe il periodo al tempo pasquale dopo la celebrazione dei sacramenti – di modo che la questione dell’iniziazione viene ritenuta conclusa intorno alla II media.

Se una tale concezione della mistagogia appare in linea con la mistagogia della chiesa antica per i catecumeni, nondimeno lascia assolutamente aperta la questione da cui si era partiti denunciando la necessità di rinnovare l’iniziazione cristiana ritenuta fallimentare per la fuga dei ragazzi al termine di essa. Tendenzialmente le sperimentazioni affidano la continuità dopo i sacramenti ad altri agenti pastorali, in qualche modo chiudendo prima la questione dell’iniziazione cristiana e, quindi, non affrontando nemmeno il nodo della continuità del cammino.

Ed, in effetti, dove gli itinerari di sperimentazioni vengono effettivamente utilizzati non sembra aumentare la permanenza dei ragazzi in età adolescenziale o, se essa si accresce, non sembra dipendere dall’itinerario proposto, bensì da una maturazione della comunità, delle famiglie, della pastorale giovanile e, soprattutto, dalla passione e dalla generosità intelligente dei presbiteri che si dedicano corpo ed anima all’educazione delle nuove generazioni.

A nostro avviso, è nella riscoperta di una vera passione educativa – e di una passione che con intelligenza si rivolga non solo ai genitori, ma anche agli adolescenti ed ai giovani – che deve essere individuato uno degli elementi decisivi per un rinnovamento della catechesi che permetta una continuità del cammino nel momento in cui i ragazzi raggiungono l’adolescenza.

La questione che le sperimentazioni lasciano comunque aperta è se esse debbano inserirsi in un itinerario educativo più ampio che continua ad abbracciare la crescita dal battesimo fino ai 14 anni, specificando eventualmente come questo rapporto si può strutturare, o altrimenti se esse semplicemente abbandonano la prospettiva che era maturata nel Progetto catechistico italiano per ritenere più realistico un lavoro limitato agli anni di immediata preparazione ai sacramenti.     

2/ L’iniziazione cristiana non può essere separata dalla più ampia questione dell’educazione cristiana: educatore per eccellenza è chi genera ed ama la vita

La delimitazione dell’introduzione alla fede dei bambini e dei ragazzi all’iniziazione cristiana porta con sé, in qualche modo, il rischio di perdere l’aggancio con la realtà stessa della vita. I genitori, infatti, trasmettono i loro valori e disvalori per il fatto stesso di esistere. L’educazione cristiana non è una cosa che si aggiunge ad un certo momento, ma è coestensiva con l’atto stesso del generare e del far crescere.

Un genitore – ma anche un maestro d’asilo, ma anche un commerciante che vende giochi – trasmette i suoi valori, i suoi punti di riferimento, la sua speranza o la sua disperazione con le parole e gli sguardi quotidiani su di sé, sui figli, sulla vita.

Lo ha sottolineato un testo recente estremamente provocatorio di Giuseppe Angelini - Come un figlio diventa cristiano. Momento antropologico e momento sacramentale, di Giuseppe Angelini (Iniziazione cristiana e/o educazione cristiana dei figli?), on-line su questo stesso sito.

Sottolineiamo solo alcuni passaggi di quel testo, invitando ad un approfondimento di esso. Angelini sottolinea come i bambini non “apprendano” innanzitutto in momenti determinati, ma in ogni istante e soprattutto attraverso i riti ordinari, non costruiti appositamente per loro:

«Non apprende forse il bambino il senso dell’eucaristia, non entra praticamente nella sua verità attraverso la frequentazione effettiva della Messa piuttosto che attraverso istruzioni catechistiche?».

Per questo i genitori sono educatori della fede non semplicemente perché propongono determinate riflessioni catechistiche, bensì primariamente con tutto il loro essere.

«Un figlio, che nasca da genitori cristiani, diventa cristiano prima di tutto e soprattutto a seguito della fede dei genitori; più precisamente, grazie alla connotazione cristiana che assume la loro cura per i figli; quella cura assume agli occhi dei figli stessi un inevitabile profilo religioso; a misura in cui i genitori cristiani percepiscono tale necessaria connotazione non possono determinarla altro che attingendo alla loro formazione cristiana; in tal modo essi diventano testimoni del vangelo. Quel precedente “vangelo” da essi inesorabilmente annunciato ai figli in forza della loro statura di genitori diventa in tal modo precisamente il vangelo di Gesù».

La nostra cultura tende invece a fare dell’educazione un processo affidato agli specialisti, ai competenti, a persone dotate di metodologie particolari, dimenticando che la competenza primaria e l’atteggiamento più genuino dell’educatore è quello del padre e della madre, di coloro ciò che sono gli auctores, gli autori in senso etimologico, della vita e perciò vogliono bene ai piccoli e ne coltivano la promessa di bene che è inscritta nella loro vita:

«Alla famiglia, e quindi anzi tutto alla relazione parentale, oggi vengono di solito riconosciuti soltanto compiti di accudimento logistico e di rassicurazione affettiva; appunto attraverso tali compiti i genitori assolvono al compito della socializzazione primaria dei figli, e cioè al compito di rendere i figli idonei al rapporto sociale. Vengono invece tendenzialmente negati ai genitori compiti di tradizione culturale; questi sono riservati appunto alla scuola, e sono di conseguenza organizzati secondo il criterio della distinzione disciplinare».

3/ È primario riconoscere il valore sociale dell’educazione cristiana dei figli, non solo ad extra, ma ancor più nella coscienza dei catechisti stessi

Una parabola del Signore racconta che il seme non portò frutto nel terreno sassoso, in quello dove crebbero le spine ed in quello che non aveva terra sufficiente per mettere radici, ma ricorda anche che sul terreno buono diede frutto dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento per uno.

La parabola non pone solo la questione enorme della libertà per cui la parola può essere seminata ottimamente ma non essere accolta – e per diversi motivi – ma anche la questione di frutti abbondanti o meno.

L’annunzio della fede e l’iniziazione cristiana possono produrre conversioni e santità,  ma anche un frutto meno abbondante, meno pieno e appariscente, ma lo stesso buono e utile per nutrire il mondo.

Ritengo che la catechesi abbia perso coscienza – e la deve ritrovare – che essa non produce solo grandi conversioni, ma anche rende migliori, ma anche giova al bene delle persone e della società tutta – anche se questo non è il frutto che rende il cento del seme.

La catechesi rende certamente migliori i nostri bambini e ragazzi facendo maturare in loro la speranza, l’accettazione della vita, la capacità di perdonare, la coscienza che esiste il peccato, ecc. Rende certamente migliori i loro genitori, anche quelli che non decidono alla fine dell’itinerario di divenire praticanti.

Un’esagerata attenzione ai frutti di conversione completa – che renda il cento del seme seminato – può portare a trascurare quanto bene faccia ai singoli ed alla società intera la catechesi anche in coloro che “rendono” meno.

Alcuni fatti avvenuti nell’estate 2011 debbono interrogare. I media hanno dato pochissimo risalto al fatto che il giovane norvegese che ha sterminato un centinaio di ragazzi non vedeva suo padre da più di 15 anni: la dissoluzione o la maturazione delle relazioni familiari ha un peso determinante nello sviluppo futuro della nostra Europa! (sulla questione, cfr. su questo stesso sito Parla il padre di Breivik: "Mio figlio avrebbe dovuto suicidarsi". I due non si vedono da 15 anni. Breve nota di A.L.)

Analogamente gli eventi di Londra con i suoi tumulti giovanili non hanno evidenziato solo le questioni economiche, ma anche cosa cambi se regge o meno un tessuto sociale e valoriale condiviso: un amico politologo mi diceva che se non ci fosse la chiesa con la sua linea educativa anche in Italia le tensioni sociali fra generazioni e fra nord e sud del paese sarebbero molto più acute e violente.

Ebbene anche il tessuto sociale e familiare italiano è un frutto dell’iniziazione cristiana, della fatica di preti, catechisti e parrocchie. Non è il cento per uno, forse nemmeno il sessanta, ma almeno del trenta per uno fa parte!

Se l’iniziazione cristiana privilegiasse le situazioni di conversione totale cesserebbe di fare del bene ad altri che porteranno un frutto forse minore, ma riceveranno lo stesso qualcosa dal Signore e dal suo vangelo. E la chiesa si ridurrebbe a piccolo gruppo, preoccupata di sé e non più del bene del paese e di tutti i suoi figli.

(continua)

Note al testo

[1] Abbiamo già proposto alcune riflessioni sul I di essi, quello che generalmente viene dedicato alla “prima evangelizzazione”, ad un annunzio del vangelo previo collocato intorno ai 7 anni del bambino.

[2] La terminologia utilizzata nella scuola oggi è differente, ma l’antico modo di designare i diversi anni è di uso più comune.

[3] Almeno come elemento che riceve un’attenzione esplicita e sussidiata.

[4] Non entriamo nel merito della realizzazione pratica e della costruzione effettiva di una mentalità, poiché è evidente che è proprio qui che la catechesi italiana è debole, nella proposta cioè di un itinerario che abbracci effettivamente l’età della fine delle medie e delle superiori.