4 giugno 1944, Roma è salva: il senso della neutralità di Pio XII (di A.L.)

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 05 /01 /2008 - 23:30 pm | Permalink
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Chi capirebbe a prima vista che questa (N.d.R. scorri il testo fino in fondo per visualizzarla) è la prima pagina de L’Osservatore Romano all’indomani della liberazione di Roma?
Pio XII sapeva che ad altri spettava il compito di schierarsi; alla Santa Sede competeva, invece, lavorare nel segreto, convincere tutti della malvagità della guerra ed operare senza escludere alcuno perché il maggior numero possibile di vite fossero risparmiato.

Una pagina come questa illumina l’atteggiamento che scientemente il papa volle assumere -e forse solo un giorno sapremo fino in fondo quanti benefici ne vennero in quegli anni tremendi.

In alto, nella prima pagina del giornale, l’Osservatore titola a sei colonne con la notizia dei due decreti di canonizzazione e sulle virtù eroiche del beato Nicola da Flüe e di Placido Riccardi.
Eppure è il numero del 5/6 giugno 1944 e, come dirà lo stesso quotidiano più in basso, per due volte piazza San Pietro si era appena riempita di romani (raramente queste foto vengono mostrate in riferimento al 4 giugno 1944) come a tributare un ringraziamento al Signore, ma anche all’opera della Santa Sede.

Chi gettasse uno sguardo distratto a questa pagina potrebbe pensare ad una ‘prima’ così composta per l’assenza di notizie più interessanti, una di quelle pagine estive maledettamente difficili da riempire anche per i giornalisti più navigati.

Ma un piccolo particolare tradisce l’emozione di quelle ore; è solo un piccolo errore tipografico, ma mostra quanto poco fosse importante -in quel benedetto giorno che seguiva il 4 giugno 1944!- la pur bella notizia di nuovi santi sugli altari: “Ieri 4 maggio, festa della SS. Trinità...”. Ma ieri non era il 4 maggio, era il 4 giugno!!!

Più in basso, a metà pagina, e solo a quattro colonne, poche parole con il titolo: “La incolumità di Roma attuata secondo i voti del Santo Padre”. E, di seguito, l’articolo, con quelle parole pesate una ad una:

Il primo nostro pensiero sia un atto di pieno e devoto ringraziamento al Signore. Roma è salva. L’appello supremo del Santo Padre che coronava tutta l’opera sua per l’incolumità della Città eterna, tutte le sollecitudini sue di padre e di pastore per ogni conforto spirituale e materiale del Popolo romano, fu dunque ascoltato, così che l’Urbe, lungi dal trasformarsi in un campo di lotta di irreparabile distruzione, visse ore sì pur gravi di minaccia, non solo tra la violenza della guerra, ma per l’agitato stato degli animi, in una calma ed in una tranquillità miracolosa.
Malgrado che l’urgere dei vicini combattimenti intensificatisi fra la sera di sabato e il mattino di domenica e nella giornata stessa avesse indotto per le strade più centrali della città un ininterrotto passaggio di truppe e di macchine, l’abitato fu risparmiato da qualsiasi parte da ogni offesa.
Per quest’atto di omaggio reso alla Sede del Santo Padre e alla Culla della comune civiltà, la cittadinanza come aveva ieri dimostrato alle truppe tedesche di quali sentimenti cristiani e civili fosse animata, soprattutto di fronte ai soldati feriti e più affranti, così accolse i reparti anglo-americani manifestando come sentisse ed apprezzasse il fatto che Roma, madre delle genti civili, centro della Religione dell’amore e della fraternità, non sia stata intrisa di sangue, sangue comunque e sempre fraterno dinanzi a Cristo e al suo vicario quaggiù.

Solo chi non amasse la vita, potrebbe subito chiedere: “Dov’è la parola ‘liberazione’?” –questione che nessuno quel giorno si sarebbe sognato minimamente neanche di immaginare, perché sapeva bene cosa era accaduto e quali giorni ancora attendevano l’Italia, fino alla fine della guerra.

Solo chi non sappia cosa sia stato il nazismo potrebbe chiedersi come mai l’Osservatore non uscì quel giorno con un titolo a 6 colonne esultante per l’avvenuta liberazione di Roma.
Solo Dio sa quanto Pio XII, aiutato dai suoi collaboratori, abbia tessuto relazioni, lui, unica autorità rimasta in Roma, perché in Roma non si combattesse, perché Roma non fosse bombardata, perché i nazisti si ritirassero e gli alleati attendessero alcune ore prima dell’ingresso in città, senza iniziare un bombardamento intensivo delle truppe nemiche in ritirata. Come dice l’articolo di spalla, che cita il discorso del papa del 12 marzo:

Onde non possiamo non rivolgerCi ancora una volta alla chiaroveggenza e alla saggezza degli uomini responsabili di ambedue le Parti belligeranti, sicuri che non vorranno legare il loro nome ad un fatto che nessun motivo potrebbe mai giustificare dinanzi alla storia, ma piuttosto rivolgeranno i loro pensieri, i loro intenti, le loro brame, le loro fatiche verso l’avvento di una pace liberatrice da ogni violenza interna ed esterna, affinché la loro memoria rimanga in benedizione e non in maledizione, per i secoli sulla faccia della terra.

Il piano di rapire il pontefice, il disegno di combattere casa per casa non si era realizzato anche perché il papa non aveva commesso passi falsi. E le affermazioni sulla città e la sua popolazione erano pesate a mantenere l’equidistanza dei romani e, con loro, degli italiani tutti.

[La popolazione] come aveva ieri dimostrato alle truppe tedesche di quali sentimenti cristiani e civili fosse animata, soprattutto di fronte ai soldati feriti e più affranti, così accolse i reparti anglo-americani manifestando come sentisse ed apprezzasse il fatto che Roma, madre delle genti civili, centro della Religione dell’amore e della fraternità, non sia stata intrisa di sangue, sangue comunque e sempre fraterno dinanzi a Cristo e al suo vicario quaggiù.

Non erano espressioni di uno sciocco neutralismo inopportuno: erano il tentativo di preparare la strada perché anche le successiva città, forse Firenze o Bologna o Milano, potessero avere lo stesso trattamento, la stessa incolumità.

Il pontefice, coscientemente, faceva scrivere che la popolazione romana aveva aiutato anche “i nazisti feriti e più affranti”, ad evitare di fornire ogni appiglio per una possibilità di rappresaglia o vendetta nelle successive città dell’Italia del Nord nelle quali si sarebbe ancora combattuto. Uscire dalla neutralità avrebbe voluto dire condannare altri a subirne le conseguenze; ed, allora, nella neutralità si doveva restare. La via difficilissima di denunciare il male e la violenza in sé, mantenendo la chiesa in una neutralità che le permettesse di poter soccorrere, questa fu la scelta di Pio XII.

Ogni tanto, passeggiando per Roma, può capitare ad un romano di pensare come sarebbe ora la sua città, se si fosse combattuto casa per casa, come avvenne in altre città europee, come avvenne nella stessa Berlino, o se si fosse deciso dall’una o dall’altra parte di bombardare la città.

In Roma non si combatté anche e, forse, soprattutto per la neutralità di Pio XII. Lo Stato del Vaticano, stato neutrale, e la presenza di coloro che rappresentavano in esso la fede cristiana ha consegnato così ancora alle nuove generazioni questa città. Insieme ad essa, dove è stato possibile, ha conservato ciò che è più importante dei monumenti stessi e della loro stratificazione millenaria: le persone viventi.

Tutti i principali membri del CNL in occasioni diverse almeno per un periodo furono ospiti nella zona extra-territoriale del Pontificio Seminario Romano Maggiore al Laterano, oltre che nello stesso Vaticano ed in ogni edificio extra-territoriale o comunque appartenente alla chiesa di Roma.

L’allora rettore del Seminario, mons. Roberto Ronca, al termine della guerra, ricevette come omaggio un album di coloro che vi avevano trovato rifugio in quei difficili mesi: era firmato in calce da «coloro che ebbero in Laterano ospitalità cordiale e fraterna nell’ora della persecuzione» come si legge in un manoscritto ivi incluso, nel quale sono leggibili le firme di Giuseppe Saragat, di Meuccio Ruini, di Marcello Soleri, di Ivanoe Bonomi, di Alberto Bergamini, di Alessandro Casati. È certa inoltre la presenza e la lunga permanenza fra i rifugiati di Alcide De Gasperi, di Pietro Nenni, del generale Bencivenga, così come di almeno 48 ebrei.

Avevano preso ognuno il nome di un seminarista, perché alloggiavano nelle stanze abitualmente utilizzate dagli alunni che erano invece stati trasferiti in un’altra ala; anche Nenni, che non era molto abituato, per qualche tempo fu costretto a sentirsi chiamare don Porta.

Probabilmente l’ultimo a poter esser salvato da Pio XII , il 3 giugno 1944, fu il socialista Giuliano Vassalli che ricoprirà poi il ruolo di ministro di Grazia e Giustizia e sarà anche giudice della Corte Costituzionale.

Di questo episodio non si sapeva nulla fino a quando non fu lui stesso a raccontare la storia. In una lettera autografa pubblicata da Giorgio Angelozzi Gariboldi nel libro Pio XII, Hitler, Mussolini. Il Vaticano fra le dittature (Mursia 1988) Vassalli ha scritto: «Il tre di giugno mi fu detto di prendere le mie cose. Mi ritrovai faccia a faccia con il capo della polizia nazista in persona, Herbert Kappler».

Il testo è riportato in un articolo di Antonio Gaspari, apparso su Avvenire del 10 maggio 2005, che così continua:

Con lui c’era un prete con i capelli grigi che Vassalli non conosceva. Pensò che la sua famiglia gli avesse mandato un sacerdote per prepararlo a morire. Invece era padre Pancrazio Pfeiffer, tedesco, inviato da Pio XII per portarlo via. Vassalli non dimenticò mai le parole urlategli da Kappler mentre veniva portato via da Pfeiffer: «Ha da ringraziare esclusivamente il Santo Padre se lei nei prossimi giorni non viene messo al muro, come ha meritato. Non è forse vero che lo ha meritato, signor Vassalli?». Al termine del colloquio Kappler ingiunse Vassalli ad allontanarsi «in modo da non dovermi mai più rivedere». Con una macchina che aveva i contrassegni della Santa Sede, Vassalli venne portato direttamente al Generalato dei Salvatoriani in via della Conciliazione da dove poté ritrovare la libertà (N.d.R.: padre Pfeiffer che fu il silenzioso collaboratore del pontefice nei rapporti con i nazisti era, infatti, salvatoriano).

Non era importante prepararsi a titolare a 6 colonne; era piuttosto decisivo quel 3 giugno, mandare qualcuno, ancora nell’ultima ora, da Kappler per la vita benedetta di un socialista.

L’atteggiamento dei giorni del giugno 1944 –sembra di poter affermare- è lo stesso che guidò l’intera azione pontificia durante la II guerra mondiale.

La straordinaria testimonianza di don Pirro Scavizzi (vedi su questo la nostra recensione al volume di Michele Manzo, Pirro Scavizzi. Prete romano
all’interno della rassegna libraria Voci dalla Shoah ) che, al seguito delle truppe italiane, per quattro volte si recò al fronte russo, attraversando la Polonia e gli altri paesi dell’Est ed informando ogni volta Pio XII, può far intravedere quale ampiezza di problemi si sia presentata agli occhi del pontefice che veniva a conoscere l’immensa tragedia degli ebrei, ma anche quella dei cattolici polacchi e degli ortodossi dei vari paesi.

Le azioni distruttive naziste miravano in primo luogo allo sterminio degli ebrei, ma lasciavano intravedere che Hitler già si preparava anche all’eliminazione dei due/terzi degli slavi, russi e polacchi in primis, che era nei piani del Reich per la successiva ripopolazione tedesca delle zone dell’Europa orientale, secondo la classificazione razziale nazista che subordinava le une alle altre le diverse etnie.

Il progetto di decapitazione della chiesa nell’est era evidente, nei reportage del sacerdote romano, quanto quella dell’annientamento delle comunità ebraiche.

Pochi sono coscienti del fatto che la teoria razziale fatta propria da Hitler avesse di mira certo in primo luogo gli ebrei, ma poi anche polacchi e russi (più noto nella storiografia è il caso degli zingari, in un primo tempo protetti dal nazismo perché ariani e poi sterminati successivamente come "a-sociali"). Pochi considerano come l’azione hitleriana non fosse semplicemente anti-giudaica, ma anche anti-cristiana, sebbene probabilmente egli attendesse un passo falso della chiesa per renderla più cruenta ed esplicita.

Il pontefice dovette scegliere anche qui la via non della denuncia esplicita, ma dell’azione diretta. Pesò certamente in questa decisione, come è stato giustamente affermato, il ricordo di ciò che era avvenuto in Olanda dove la condanna della deportazione da parte dell’episcopato fiammingo portò ad un inasprimento delle misure anti-ebraiche con l’uccisione, ad esempio, anche degli ebrei divenuti cristiani, come la carmelitana di clausura suor Edith Stein, solo per citare l’esempio più conosciuto. Ma –è l’ipotesi che si può fare, in attesa di documenti più certi- il ruolo determinate potrebbe essere stato giocato dalla consapevolezza che uno schierarsi apertamente contro il regime avrebbe voluto dire esporre ad immani immediati pericoli i cristiani non solo della Germania, ma ancor più di tutti i paesi occupati, aumentando a dismisura lo sterminio dei civili e perdendo ogni possibilità concreta di intervento personale sul territorio.

E' possibile anche visualizzare la pagina leggibile nei particolari cliccando successivamente, una volta aperto il link, su "espandi alle dimensioni normali".