Il dramma delle culle vuote spiegato con un tabù culturale e un concerto di Vasco Rossi, di Claudio Cerasa

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 11 /09 /2016 - 13:54 pm | Permalink
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Riprendiamo da Il Foglio del 5/9/2016 un articolo di Claudio Cerasa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti, cfr. la sotto-sezione Vita nella sezione Carità, giustizia e annunzio. Sulla crisi degli intellettuali occidentali dinanzi alla passione per la vita e dinanzi ad altri temi, cfr. anche:

Il Centro culturale Gli scritti (11/9/2016)

N.B. de Gli scritti

Claudio Cerasa scrive molte cose interessantissime. Neanche lui però risponde al problema. Avere bambini è una meraviglia che fa vincere la fatica dell’essere genitori o è una fatica che non genera meraviglia? La cultura del nostro paese sa godere la vita o, cercando una felicità senza figli e fratelli, sta invece generando depressione interiore? La vita ha bisogno della fede nel Battesimo come garanzia della bontà della vita o ne può fare a meno, conservando anche senza la fede passione per la vita? Nel tempo dell’annunzio della carità e della misericordia, è misericordiosa e ricca di carità una generazione che vuole servire i poveri ma non vuole bambini?

Se l’è cavata con un tweet, Matteo Renzi, con una battuta veloce, un gioco di parole, una mezza guasconata. Il fertility day, la giornata proposta dal ministero della Salute per sensibilizzare donne e uomini sulla prevenzione dell’infertilità, secondo il presidente del Consiglio non ha senso, è un’operazione bizzarra, perché, ha detto il premier, “io non conosco nessuno dei miei amici che fa un figlio perché vede un cartellone pubblicitario” e “se vuoi creare una società che scommetta sul futuro e torni a fare figli devi intervenire sulle cose strutturali”, perché “la questione demografica esiste, ma la vera questione è un ragionamento complessivo”.

In attesa di ricevere indicazioni sul “ragionamento complessivo”, è facile leggere nelle reazioni goffe e disordinate che hanno accompagnato, con molti ghigni, la presentazione della giornata di prevenzione dell’infertilità la presenza di una spia significativa che segnala un problema importante con cui l’Italia sembra non riuscire a fare i conti fino in fondo: il dramma delle culle vuote.

Il tema lo si può affrontare da molti punti di vista – e certamente la questione della fertilità non è secondaria in un paese come il nostro in cui nel 2015 le nascite hanno registrato un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia a oggi, toccando quota 488 mila, 15 mila in meno rispetto al 2014 – ma non si può negare che nel nostro paese ci siano alcuni dati che contano più dei decimali del prodotto interno lordo e che vengono regolarmente spostati nella cartellina dell’oblio.

Non si può parlare delle culle vuote, e la politica spesso non lo fa, perché altrimenti bisognerebbe affrontare temi rischiosi, scorretti, complicati, e bisognerebbe aggredire questioni cruciali. Andrebbe fatta una grande campagna sulla vita, pro life, parola tabù, per incoraggiare le nascite, e spiegare che con le culle vuote non crollano solo i governi ma crollano i paesi, crollano i continenti, crollano gli imperi, crollano le civiltà.

Andrebbero citati studi complicati da accettare, come quello dell’Institute of Family Policies in America, che ha calcolato che il numero di aborti nei ventisette paesi europei in un anno (1.207.646) equivale al deficit nel tasso di natalità in Europa.

Andrebbe spiegato che le ragioni delle non nascite, non solo in Italia, sono legate più a una questione culturale che a una questione di welfare familiare (in Danimarca è previsto per le famiglie un congedo parentale retribuito e un altro per la cura dei bambini, i padri ricevono incentivi per prendere congedi parentali, ma nonostante questo lo scorso anno il governo danese è stato costretto a promuovere una serie di campagne a macchia di leopardo per combattere la denatalità).

Andrebbe spiegato, come ha fatto poche settimane fa l’Economist, che l’economia non c’entra molto con la nascita dei bambini, o almeno non sempre, perché “i tassi di fecondità sono caduti in paesi con economie doloranti, come Grecia e Italia, ma sono caduti anche in paesi che hanno navigato attraverso la crisi finanziaria, come Australia e Norvegia”. Andrebbe aggiunto che il crollo demografico, non solo in Italia, non è iniziato con la crisi, ma è iniziato negli anni Settanta, dopo il baby boom, e non ha riguardato solo le fasce di popolazione più in difficoltà ma ha riguardato anche le fasce più alte della popolazione (l’Istat lo ricorda periodicamente attraverso lo studio dei decili).

Andrebbe fatto tutto questo. Andrebbe poi spiegato perché è legittimo spendersi in tutti i modi per promuovere soluzioni contro l’infertilità ed è invece un tabù parlare di prevenzione dell’infertilità.

Andrebbe fatto tutto questo, ancora, e andrebbe fatto molto altro. Servirebbe un ragionamento profondo sul perché, improvvisamente, i figli, oggi, vengono fatti solo quando il mondo attorno a noi ci sembra stabile, solo “al momento giusto”, ovvero mai, e non vengono più fatti, come era un tempo, con l’idea opposta, ovvero con quella di provare a migliorare il nostro mondo.

Andrebbe detto tutto questo e andrebbero poi messi insieme i numeri che abbiamo a disposizione e che ci dicono che in effetti il fertility day è un errore non solo perché la campagna è un po’ approssimativa ma perché mette in rilievo solo uno dei problemi che si trova alla base del dramma del nostro tempo: le culle vuote, appunto. E così andrebbe fatto uno sforzo, vero, duro, profondo e andrebbe fatto un discorso di verità.

Andrebbe detto che il trend della natalità nel nostro paese è drammatico a tal punto che le non nascite tra dieci anni rischiano di essere pari al pubblico presente a un concerto di Vasco Rossi (50 mila anime). Andrebbe detto, come ha ricordato ancora recentemente l’Istat, che la bassa natalità italiana è legata non solo a questioni culturali o economiche ma anche a questioni strutturali come la diminuzione dei matrimoni celebrati.

Andrebbe ricordato che nel 2008 l’intera area dell’Unione europea registrò la nascita di 5.469.000 bambini e cinque anni dopo quel numero è calato del 7 per cento arrivando a 5.075.000.

Andrebbe ricordato che la situazione è così drammatica che Kimberly-Clark, l’azienda produttrice dei pannolini Huggies, ha rinunciato a gran parte del mercato europeo mentre la Procter & Gamble, che produce i pannolini Pampers, si è gettata sul business del futuro: i pannoloni per vecchi (il mercato di prodotti per l’incontinenza degli anziani, fonte Bloomberg, ha superato quello dei neonati e dal 2015 al 2020 le vendite di pannoloni saliranno del 48 per cento).

Andrebbe fatto tutto questo, e molto altro, e una volta messo a fuoco il fatto che tra dieci anni l’Italia rischia di avere 50 mila bambini in meno andrebbe iniziata una campagna non solo per la prevenzione della infertilità (e non solo, punto fondamentale ovviamente, per offrire alle potenziali mamme condizioni minime per conciliare la maternità e il lavoro) ma anche per promuovere l’unica vera rivoluzione economica che potrebbe salvare il crollo del nostro paese. Bastano due parole, pochi caratteri, neanche lo spazio di un tweet: fate figli.