Dalle attività alle esperienze e ai contenuti, da una catechesi infantilistica alla famiglia. Le novità decisive emerse in catechesi, fondamenta imprescindibili per un rinnovamento vero e non effimero. Appunti su alcune esperienze romane, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 04 /06 /2017 - 23:26 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito un articolo di Andrea Lonardo. Per approfondimenti, cfr. la sezione Catechesi, scuola e famiglia.

Il centro culturale Gli scritti (4/6/2017)

N.B. L'articolo che segue non è una sintesi del lavoro svolto dall'Ufficio catechistico in questi anni (su questo verrà pubblicato a breve un testo riassuntivo), bensì è un tentativo di lettura di ciò che si muove e si sperimenta nelle diverse parrocchie e comunità, così come dei punti critici che vengono percepiti. Ovviamente tale lettura non fotografa - e nemmeno lo potrebbe - l'assoluta varietà delle situazioni e dei progetti che sono stati elaborati in tanti modi diversissimi, bensì cerca di cogliere alcune esigenze che appaiono in forme diverse in maniera più ricorrente e propositiva. 

1/ La catechesi non può essere disgiunta dall’annunzio: essa è innanzitutto annunzio

La prima grande e straordinaria novità tornata a brillare nella catechesi è che essa non è mai solo presentazione della fede, ma è sempre e innanzitutto annunzio. Annunzio che la fede è grande, è bella, è appassionante, è assolutamente nuova, è capace di toccare il cuore e la mente, è capace di trasformare il mondo, è capace di condurre a Dio e alla vita eterna, è vera e credibile, è buona.

Papa Francesco sintetizza in EG 165 questa novità quando afferma che «alcune caratteristiche dell’annuncio […] oggi sono necessarie in ogni luogo: che esprima l’amore salvifico di Dio previo all’obbligazione morale e religiosa, che non imponga la verità e che faccia appello alla libertà, che possieda qualche nota di gioia, stimolo, vitalità, ed un’armoniosa completezza che non riduca la predicazione a poche dottrine a volte più filosofiche che evangeliche. Questo esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale che non condanna».

Tale sottolineatura del carattere kerygmatico di ogni vera catechesi è maturata progressivamente, anche se con terminologie diverse, dall’Evangelii nuntiandi di Paolo VI alle prime udienze del breve pontificato di Giovanni Paolo I[1], dalla grande riflessione di Giovanni Paolo II sulla “nuova evangelizzazione” alla ripetuta affermazione di Benedetto XVI che la fede deve essere proposta e non presupposta, fino all’Evangelii gaudium di papa Francesco, testo programmatico del suo pontificato.

In questo modo è saltata quella sequenza che caratterizzava l’analisi catechetica dei decenni passati: prima l’annunzio, poi la catechesi, poi la predicazione. Invece, nella realtà della vita delle persone, sempre più interessante delle idee astratte, tutto questo si presenta insieme. Chi partecipa alla catechesi ha in realtà desiderio e bisogno di scoprire perché valga la pena credere: spesso non partecipa alla catechesi perché già crede. Questa riscoperta è in grado già da sola di rinnovare profondamente la catechesi[2].

In effetti – è questo che è decisivo - l’annunzio è costitutivo della fede cristiana, perché essa non nasce dalla speculazione umana, bensì è un dono che ci raggiunge tramite la rivelazione[3]. A Dio è piaciuto farsi conoscere (cfr. Dei Verbum 2) e la catechesi desidera porsi a servizio del godimento di Dio. Dio desidera che il suo amore sia noto agli uomini e che essi possano vivere in comunione con Lui: egli ci ha creati per questo e senza questa comunione con Lui non c’è felicità vera e sincera possibile.

La riscoperta della centralità dell’annunzio e della gioia da cui esso nasce e che esso provoca – beatitudine prima divina e poi umana - è evidente nella prospettiva assunta dal Concilio Vaticano II. La prospettiva dei Padri conciliari non fu semplicemente quella di riaffermare ciò che era giusto, bensì molto più profondamente di comprendere come la fede di sempre fosse in grado di toccare il cuore dell’uomo contemporaneo.

È la prospettiva della Dei Verbum che intende mostrare come nella storia sia avvenuto l’inimmaginabile e cioè che Dio abbia voluto rivelare se stesso. Ponendo la rivelazione di Dio prima della Bibbia e prima della tradizione della Chiesa, il Concilio ha indicato la via di una catechesi come annunzio che parta dal cuore della fede. La Chiesa annunzia – questo deve essere sempre più l’annunzio limpido della catechesi – che la Parola di Dio non è innanzitutto un libro inviato da Dio agli uomini: la Parola di Dio è Gesù Cristo fattosi carne, venuto in mezzo a noi, morto per i nostri peccati e risorto. «La Parola di Dio precede ed eccede la Bibbia»[4].

Qui è detta già tutta la novità cristiana che l’uomo contemporaneo ha bisogno di tornare ad udire nell’annunzio della catechesi. In tutte le religioni si esprime il desiderio di Dio: tutti gli uomini di ogni tempo luogo andranno sempre in cerca di Lui come a tentoni. Ma, con il Natale del Signore, è avvenuto l’evento sconvolgentemente nuovo: Dio si è fatto vicino. Non ha solo inviato comandamenti agli uomini, non ha solo mandato profeti o libri da lui ispirati, non ha solo chiesto offerte e sacrifici: è venuto in persona in mezzo a noi.

E invece la catechesi spesso continua ad affermare, contro il Concilio Vaticano II, che la Parola di Dio è la Sacra Scrittura. Se si domanda ad un gruppo dell’Iniziazione cristiana cosa sia per loro la Parola di Dio, la risposta è scontata: «La Bibbia!». Ma la Bibbia non è morta per amore come il Cristo crocifisso!

Analogamente quando all’inizio della catechesi dei bambini si presenta il segno della croce i catechisti spesso non si rendono conto che essi non hanno la minima idea di quanto sia rivoluzionario quel segno. I catechisti si preoccupano allora di cose molto più superficiali, ad esempio di come si debba fare il segno della croce o di cosa significhino la fronte o le spalle su cui passa quel segno, ma non del fatto che esso sintetizza tutto il cristianesimo e che presenta la rivelazione inattesa e totale del volto di Dio. Invece potrebbero annunziare – ecco una catechesi che ricorda di essere “annunzio” – che prima della morte di Cristo mai nessun uomo aveva nemmeno immaginato che Dio fosse “amore” al punto da essere disposto a morire per i nostri peccati.

Negli incontri di formazione dei catechisti proposti a Roma si insiste molto sul fatto che ogni catechesi, come quella sul segno della croce, può e deve annunziare la novità cristiana. I catechisti, nel silenzio della società e dei genitori stessi dei bambini, sono i primi nella loro vita a poter mostrare loro la grandezza della “rivelazione”: sono i primi a poter annunziare che la rivelazione piena del volto di Dio è avvenuta nel mistero della croce. Che nel crocifisso si è manifestato il vero Dio, così diverso dagli idoli: Gesù è l’unico che si fa carico del peccato degli uomini, prendendolo sulle sue spalle come un agnello[5]. Ebbene è questo che permette ai catecumeni e a chi partecipa alla catechesi[6] di scoprire subito che Dio è amore, che Dio è misericordia.

L’annuncio della “rivelazione” deve risplendere nella catechesi. Si deve abbandonare una catechesi che talvolta nemmeno utilizza la parola “rivelazione” o comunque le assegna un ruolo marginale. Solo per rivelazione abbiamo conosciuto ciò che era impossibile all’uomo anche solo immaginare[7].

2/ Il kerygma non è solo l’annunzio di Dio che ha svelato il suo “mistero”, ma anche dello svelamento del “mistero” dell’uomo

Una catechesi che si riannodi all’annunzio della fede non può – è la seconda novità decisiva riaffermata negli ultimi decenni dalla riflessione sulla catechesi in Roma - prescindere dalla presentazione appassionata e appassionante di chi sia l’uomo e di come la rivelazione sia l’unica in grado di illuminare il suo “mistero”.

Si tratta, cioè, di ricostruire un’antropologia che mostri come l’uomo da sempre abbia il desiderio di Dio e come tale desiderio sia vivo anche oggi. Tale presentazione della grandezza dell’animo umano, di un uomo non riducibile ad un animale qualsiasi, è oggi ancor più necessari a per una catechesi che sia vero annunzio, in un contesto che a volte disprezza addirittura la ricerca di Dio, quasi fosse un affare per ignoranti.

La catechesi a Roma sta riscoprendo quanto sia preziosa l’affermazione più volte ripetuta da papa Francesco che la fede non è una “subcultura”[8], bensì nasca da una visione profonda del cuore dell’uomo. L’uomo si differenzia dagli animali proprio perché è l’unico ad avere il bisogno e, più ancora, il desiderio di Dio.

La domanda su Dio è al vertice della cultura umana. Allo stesso tempo è l’origine della cultura. La differenza fra l’uomo e l’animale emerge nell’evoluzione delle specie esattamente perché solo l’uomo prega per i nuovi nati e seppellisce i suoi morti, interrogandosi sul senso della vita: proprio questa differenza dice la grandezza del suo cuore e della sua mente. Egli è stato fatto da Dio per poter vedere il Suo volto ed entrare in comunione con Lui[9].

Se si giunge fino alle periferie e si guarda il mondo con gli occhi dei poveri, ci si accorge limpidamente che essi cercano Dio più che il denaro: essi sanno che senza Dio non si può vivere e che l’uomo non vive di solo pane. Papa Francesco ha scritto: «Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (EG 200).

Solo questa visione vera e grande dell’uomo permette di capire perché la catechesi e l’annunzio del Vangelo possano nascere solo dalla carità. È questa visione che permette di penetrare nei “segreti” della Chiesa che insegna da sempre non solo 7 opere di misericordia corporale, ma anche 7 opere di misericordia spirituale, perché sa che l’uomo ha bisogno oltre del pane quotidiano anche della grazia di Dio. Questo illumina poi la vita dei genitori a scoprire che un ragazzo, anche se pieno di beni, ma vuoto di Dio, di carità e di speranza, non potrebbe essere felice. Spesso la pedagogia tace su tale dimensione e tanti genitori si domandano cosa manchi ai loro figli che “hanno tutto”! Invece tutta l’esperienza umana “urla” che all’uomo manca tutto se non ha Dio. Leopardi arrivò a dire che la “noia” è il sentimento più sublime dell’uomo[10] perché mostra che niente di ciò che esiste al mondo potrà mai soddisfarlo, perché ha un cuore fatto per l’infinito. Un’educazione fatta solo di passatempi, di divertimenti, di esperienze effimere, non potrà mai bastare ad un giovane per amare veramente la vita.

Si può divenire catechisti solo riscoprendo che l’uomo è assetato di Dio, che è affamato di amore e che solo la fede nutre veramente.

Essere catechisti è una vocazione di amore. Può nascere solo in chi abbia una visione realistica dell’uomo: una visione puramente materialistica dell’uomo che lo riducesse a puro animale, disinteressato al senso della vita e all’amore, priverebbe di senso a priori quella grande opera di carità che è la catechesi.

Tale sete di un senso riguarda non solo l’esistenza individuale, ma anche la vita della società e il domani verso cui è diretta. Evangelii gaudium ricorda con grande profondità come annunziare il Vangelo voglia dire anche scoprire come la rivelazione di Dio illumini l’uomo e le sue relazioni, al punto che la dimensione sociale del Vangelo appartiene costitutivamente all’annunzio cristiano e alla catechesi che ne consegue: «“Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla” (Evangelii nuntiandi 17). Ora vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice» (EG 176).

La catechesi appare credibile quando l’annunzio della fede illumina non solo il singolo uomo, ma l’insieme della società in cui vive. Parlare di Dio senza illuminare al contempo l’uomo e la società che è chiamato ad abitare e a costruire vorrebbe dire impoverire la catechesi e sfigurare la persona di Cristo.

3/ Il cuore della catechesi non sono le attività. Lo sono invece le esperienze e i contenuti

L’inflazione della dimensione metodologica è stato uno dei grandi limiti della catechesi degli ultimi decenni. A molti è sembrato che il vero problema fosse quello di un adeguamento dei metodi, con la conseguenza di trascurare sia le esperienze che i contenuti della catechesi stessa.

Nelle parrocchie dove si è conservato il materiale utilizzato dalle diverse generazioni dei catechisti è facile rendersi conto di come siano stati utilizzati strumenti via via mutevoli, dalle “filmine”, alle diapositive”, ai DVD, ai “video”, al linguaggio multimediale. Similmente dove sono state conservate le “fotocopie” che hanno contraddistinto il cammino della catechesi, si vede come si sia passati per “attività” e “metodi” diversi, dal collage al cartellone, dal gioco al puzzle, dal cruciverba alle parole da completare, dai disegni da colorare a quelli con punti da unire e così via, da dinamiche di gruppo a bans e canti con gesti annessi. Tutte queste attività - che sembrano caratterizzare anche i recenti sussidi delle diverse case editrici - rendono evidente che questi metodi sono mutevoli e ciò che sembra, in principio, assolutamente nuovo, invecchia nel giro di un brevissimo volgere di anni.

È apparso così evidente che non si può ridurre il cammino formativo ad “attività” di vario tipo. Non che le diverse “attività” siano da scartare, ma lo scorrere del tempo insegna che si può accogliere ogni nuova metodologia e strumento, purché non si ritenga che essi, nella loro transitorietà, siano in grado di garantire la qualità dei percorsi. Anzi, emerge che determinati giochi o forme di pellegrinaggio o canzoni della tradizione reggono meglio la sfida del tempo rispetto a forme di intrattenimento troppo improntate alla moda passeggera del tempo: ad esempio, è evidente per chi lavora a Roma con i ragazzi che una vera passeggiata in alta montagna o una partita di pallone, non caricate di chissà quale valenza simbolica ma vissute per ciò che sono in realtà, sono molto più formative di attività troppo complesse e cerebralmente rivestite di chissà quale significato.

Emerge sempre più con forza che non sono determinati strumenti o metodi ad essere le chiavi per un vero rinnovamento della catechesi. Anzi, i metodi divengono divisivi se si pretende che, in una Chiesa locale, tutti siano tenuti ad uniformare le diverse attività. Le modalità della catechesi non possono che restare diverse, mentre è a un diverso livello che si deve invece coltivare l’unità della proposta catechetica delle Chiese diocesane.

Forse il più grande problema generato dalla focalizzazione sui metodi - e conseguentemente sui sussidi - è stato quello di concentrare l’attenzione degli itinerari di catechesi su di una miriade di attività con l’idea che per attirare i ragazzi e mantenere desta l’attenzione la questione primaria fosse quella di “far fare qualcosa”.

Invece la catechesi ha bisogno di esperienze vive e vere, non costruite ad arte.

Gli anni trascorsi hanno insegnato ai catechisti che è necessario proporre una catechesi che renda possibile una viva esperienza di Dio e non si riduca ad un attivismo superficiale ed effimero.

Solo in un’esperienza viva di Chiesa, infatti, è possibile sperimentare la presenza di Dio. Non basta qualche dinamica di gruppo vissuta con un ristretto numero di persone: solo l’incontro con la Chiesa nella sua pienezza, con la Chiesa guidata dallo Spirito vivo di Dio, permette di comprendere come la provvidenza divina operi nella storia.

È evidente a tutti, ad esempio, il modo con il quale il Signore ha guidato la Chiesa prima con il Concilio Vaticano II, poi con tutti i papi che, con carismi diversissimi, sono stati via via eletti. Essere accompagnati dai pontefici, da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo I a Giovanni Paolo II, da Benedetto a Francesco, non è stato qualcosa di elaborato in “laboratorio”, bensì un’esperienza viva, vissuta nella storia. «Nessuno diventa cristiano da sé. Non si fanno cristiani in laboratorio. Il cristiano è parte di un popolo che viene da lontano. Il cristiano appartiene a un popolo che si chiama Chiesa e questa Chiesa lo fa cristiano, nel giorno del Battesimo, e poi nel percorso della catechesi»[11].

Diversa da un “laboratorio”, perché non elaborata ad hoc, ma viva ogni domenica, è poi la celebrazione eucaristica festiva: solo essa permette una vera “esperienza” di Dio, poiché nella liturgia, come insegna la Sacrosanctum Concilium, Cristo che la presiede parla al suo popolo, lo raduna o lo nutre con il suo corpo.

Non si tratta tanto di organizzare qualche celebrazione ad hoc una tantum per i ragazzi della “confermazione” in un’occasione “laboratoriale”, quanto piuttosto che essi “vedano” che tanti giovani delle superiori e dell’università animano la messa domenicale, ma anche che la messa - spostata in estate alla domenica sera – è animata con gioia e fedeltà dagli stessi animatori che li accompagnano nei giochi dell’oratorio estivo e l’omelia non solo non è noiosa, ma anzi è la parola che illumina la vita di un quartiere, ed ecco che la messa domenicale diviene il cuore dell’“esperienza” catechetica, coinvolgendo chiunque entri in chiesa. Se invece la messa è debole e povera, ecco che non c’è laboratorio o attività che possa colmare questa carenza esperienziale.

Allo stesso modo i ragazzi ed i loro genitori, come anche i catecumeni adulti, debbono fare un’esperienza viva di fraternità sperimentata nella Chiesa, in una comunità dove i catechisti sono parte di un “corpo” che non solo vive con serenità le sue relazioni, ma nella carità accoglie ogni nuova persona che si avvicina ed anzi si cura dei più piccoli e dei più poveri, invitandoli a dare a loro volta una mano per il servizio di chi ha bisogno. Si potrebbe proseguire riflettendo su quale cambiamento generi nella persona l’esperienza che la comunità cristiana vive in un’attenzione alla cultura, sa leggere i problemi della scuola e quelli sociali con un’acutezza non reperibile altrove, e così via.

Nessuna dinamica di gruppo potrà mai sostituire questa esperienza viva dell’assemblea domenicale, della fraternità con tutti i cristiani, del servizio verso i più poveri, della carità intellettuale che illumina le scelte educative e sociali.

Non è il laboratorio ad essere la “forma” prima dell’esperienza cristiana: esperienze primarie sono invece l’assemblea eucaristica domenicale, l’incontro con i sacerdoti, la scoperta di tutta una comunità parrocchiale che genera i suoi figli.

Si potrebbe dire, in sintesi, che il cammino degli ultimi decenni ha portato la catechesi a riscoprire che un’ecclesiologia basata sull’eucarestia che raduna l’intera comunità è più vera di una ecclesiologia basata su piccoli gruppi o su piccole équipes che si sostituirebbero al popolo di Dio nella sua totalità.

La catechesi “funziona” dove c’è una parrocchia viva e dei preti pieni di passione: a Roma parrocchie diverse utilizzano metodi diversissimi e tutti sembrano funzionare a condizione che ci siano persone che credano veramente nel Signore e con il cuore e l’intelligenza si dedichino con generosità alla trasmissione del Vangelo. A tutti è evidente che sono le persone a fare la differenza. Un’attenzione esagerata ai metodi, per di più se accompagnata dalla pretesa di pretendere da tutti di attenersi ad essi in una città così pluriforme e diversificata, sarebbe mortale e devastante.

4/ I contenuti della catechesi le appartengono intrinsecamente se si desidera la maturazione di una fede adulta

La trasformazione della catechesi in attività ha arrecato grande danno anche alla trasmissione dei contenuti della fede cristiana. Quando la catechesi non aiuta a maturare una visione armonica della fede, la persona resta spiritualmente infantile e incapace di amare profondamente ciò che crede. Diviene anche incapace di rendere ragione della speranza che è in lui: una fede adulta ha invece bisogna di chiarezza su ciò che è essenziale per poter dialogare con chi è lontano da Dio.

Come l’inconsistenza delle esperienze, così anche la debolezza e la fumosità dei contenuti rende la catechesi infruttuosa. Invece la scoperta dei grandi temi della fede sostiene l’adulto nella capacità di rispondere alle obiezioni di tanti e ancor più gli mostra come solo la fede possegga la luce adeguata per illuminare ogni vita.

La catechesi sta riscoprendo che l’abbandono dei temi decisivi della fede impoverisce enormemente la trasmissione della fede. Tanti si allontanano dalla fede proprio perché sentono che la catechesi non risponde alle domande vere che hanno nel cuore e non riesce a mostrare come i principali dogmi della fede siano vivi e straordinariamente profondi.

All’opposto proprio una catechesi che affronti i grandi temi e le grandi questioni si rivela invece straordinariamente viva: tanti si rivolgono ai cristiani con le loro domande in cerca di una risposta.

In particolare, senza un annuncio credibile di Dio e della creazione anche la proposta di Cristo diviene insignificante: infatti, ciò che Gesù annunzia ha senso solo se egli è l’inviato del Padre creatore. L’infantilismo con cui si presentano oggi a bambini e adulti la creazione e i primi capitoli della Genesi è devastante. Di nessun aiuto sono, per converso, analisi troppo esegetiche degli stessi testi, analisi che non rispondono alle domande vere che ognuno porta nel cuore su Dio, sull’origine della materia e dell’uomo, sul male, sulla differenza fra l’uomo e l’animale, sul matrimonio e così via[12].

Tale infantilizzazione - non solo dinanzi al tema della creazione – è largamente presente in tanti sussidi rivolti a bambini, ragazzi e genitori ed è certamente un’altra faccia della tendenza a trasformare la catechesi in attività. In questo senso è anch’essa oggi uno dei limiti più grandi della catechesi, perché non tratta le persone da adulti, ma da bambini. È da considerarsi un paradosso il fatto che più si parli di catechesi degli adulti, di catecumenato, di primo annunzio, di secondo annunzio, di rinnovamento dell’Iniziazione cristiana a partire da un’ispirazione catecumenale, più i sussidi si infantilizzano, quasi che i bambini, e ancor più i ragazzi e massimamente i loro genitori non avessero domande altre sull’opportunità e la credibilità della fede. Sembra, a leggere alcuni di questi testi, che tutta la crisi dell’annunzio della fede potrebbe essere risolta tramite una migliore accoglienza dei genitori che accompagnano i figli, quasi che questi non avessero obiezione alcuna alla fede stessa.

Ma, d’altro canto, è solo in Gesù che Dio si rivela pienamente e nel suo amore salva l’uomo. La centralità del Dio creatore, come della sua rivelazione nell’amore del Figlio, appare oggi decisiva in catechesi, poiché è questo che l’uomo oggi vuole comprendere, mentre non è interessato ad una catechesi moralistica.

Appare fondamentale allora ricucire in catechesi - e prima ancora nel discorso teologico - quello strappo che si è prodotto fra il messaggio biblico e l’annunzio della Chiesa, quasi che essi fossero diversi. Se, infatti, la fede professata nel Credo dalla Chiesa non corrispondesse al messaggio biblico, la catechesi non potrebbe che ridursi a mero commentario biblico, ignorando tutta la ricchezza del Credo della Chiesa. Se invece il Credo è la sintesi della rivelazione biblica, ecco che non si può non commentare Genesi o i Vangeli se non annunciando al contempo che Dio è veramente il creatore del mondo e che il Figlio è stato mandato dal Padre per la salvezza del cosmo uscito dalle sue mani.

La necessità di mostrare l’unità profonda del testo biblico e dell’annunzio della Chiesa rende urgente oggi una ripresa dei grandi temi della fede perché sono quelli che più interessano ad adulti e bambini.

5/ Una nuova esigenza di armonicità e sintesi

Emerge così anche la necessità di saper presentare in catechesi il cuore della fede non al termine di un lungo itinerario, ma fin da subito, proprio perché l’uomo contemporaneo non ha difficoltà solo nei confronti di qualche punto determinato della fede stessa, ma desidera comprendere perché valga la pena credere.

A fianco dell’esigenza di tornare a trasmettere in maniera chiara il cuore limpido e caldo della fede è emersa l’esigenza di un’armonicità nella presentazione della fede in catechesi[13], proprio perché la catechesi è sempre chiamata a passare dall’annunzio ad una organicità che aiuti la persona a strutturare il pensiero e la vita al cospetto di Dio. Negli ultimi decenni la catechesi è stata, invece, estremamente frammentaria, parallelamente a quanto è avvenuto nella scuola e nelle università, dove il sapere si è come “scomposto” in minuscoli micro-frammenti e specializzazioni indipendenti l’uno dall’altro.

Il recupero di una visione sintetica[14] può e deve avvenire poiché la sintesi cristiana non lo è al modo di un sistema astratto – come ad esempio la filosofia di Hegel, dove tutto è razionalisticamente previsto – bensì nel modo dell’incontro con una persona viva che è, proprio per questo, unitaria e armonica. Un sistema non potrebbe che essere antitetico al cristianesimo, ma lo sarebbe al contempo una visione disarmonica di Dio e del mondo.

La struttura trinitaria del Credo, la relazione fra le tre virtù teologali o i settenari[15], così come tutte le espressioni sintetiche della fede maturate nel cammino della Chiesa, sono preziosissime e nessuna catechesi potrà essere profonda e al contempo semplice senza recuperare queste sintesi enormi che la tradizione ci ha consegnato.

La catechesi ha una sua esperienza storica che la Chiesa si è creata nel corso dei secoli e pensare di farne a meno equivarrebbe ad un suicidio intellettuale e spirituale.

6/ L’esigenza di una catechesi che esalti insieme l’esperienza e i contenuti

Se le esperienze e i contenuti sono decisivi per una fede cristiana matura e non infantile, ecco che la catechesi ha bisogno di riunioni che chiariscano i motivi della fede, ma al contempo di esperienze ecclesiali come i campi estivi, i pellegrinaggi, i ritiri, le esperienze di servizio, di penitenza, di condivisione di beni, di direzione spirituale e di preghiera, così come di testimonianze concrete che orientino le scelte nella vita laicale,.

Una catechesi che opponesse contenuti e esperienze si rivelerebbe fallimentare. Senza contenuti, infatti, impedirebbe la maturazione di una fede adulta e il credente resterebbe sempre in balia delle mode passeggere, incapace di reggere all’impatto con le critiche. Senza esperienze, invece, rischierebbe di far permanere le persone in un mondo, forse, intellettualmente abitabile, ma privo di un vero incontro con Dio e con i fratelli.

La debolezza dell’esperienza e dei contenuti, soprattutto, non corrisponderebbe all’originalità cristiana. La fede cristiana, infatti, è vero incontro con il Signore e non speculazione astratta, ma è al contempo intelligenza della fede e non fideismo.

Papa Benedetto XVI e papa Francesco hanno posto l’attenzione su due aspetti complementari della credibilità della fede, invitando a cogliere i tratti del vero Dio, così diverso dagli idoli. Un Dio che rifiutasse la ragione umana, che si sottrasse al logos, che negasse la ricerca umana e la sua esigenza di cercare ragioni e di indagare non potrebbe essere il Dio sapiente e il Logos che si fa carne.

Allo stesso modo un Dio che non fosse misericordia, che incitasse alla guerra santa nel suo nome, che non desiderasse in ogni tempo il perdono e la salvezza del peccatore, che non fosse agape e misericordia, non potrebbe essere il Dio della tenerezza che si fa carne nel Bambino Gesù e muore sulla croce per i peccatori.

La catechesi non può che imparare dall’annunzio cristiano a parlare sia alla mente che al cuore degli uomini.

7/ La catechesi è per tutti, dagli adulti ai bambini: la riscoperta della famiglia come protagonista della catechesi

Proprio perché la fede è necessaria alla vita, la catechesi si rivolge a tutti, senza escludere nessuno. La catechesi ha lo stesso respiro della Chiesa, è cattolica, è universale e per tutti. La catechesi conferisce dignità all’intero popolo di Dio, ai suoi anziani, alle sue famiglie adulte e giovani, ai giovani e agli adolescenti, ai bambini. La catechesi si offre a tutti, tanto più oggi, quando avviene frequentemente che molti battezzati non siano mai stati aiutati a comprendere nemmeno l’abc della fede e si trovano a chiedere un sacramento, senza conoscere nemmeno troppo bene cosa sia la fede.

Se alcuni decenni fa si era ipotizzata una catechesi che si rivolgesse soprattutto a persone più preparate e convinte, quasi escludendo le persone semplici che si basavano su di una fede popolare e tradizionale, grazie alle parole dei pontefici è stata via via riscoperta una catechesi “popolare”, una catechesi cioè “di popolo” che, senza escludere forme di partecipazione molto impegnative e una ricerca intellettuale, non disprezzi, però, la via semplice di chi desidera con semplicità crescere nella fede.

Nella terminologia dei documenti di molte conferenze episcopali si manifesta in proposito un’evoluzione linguistica molto significativa. Se un tempo si utilizzava di preferenza la parola “adulti”, oggi tale termine è sempre più sostituito dal riferimento alla “famiglia”. Perché l’essere adulto non implica semplicemente avere un determinato numero di anni, ma ancor più l’aver rinunciato ad atteggiamenti adolescenziali e giovanilistici, per assumersi la responsabilità di costruire una famiglia e di generare dei figli. Si potrebbe dire che è “adulta” solo una persona che è padre o madre (anche se non solo fisicamente, ma nello spirito).

Per questo i “genitori” sono “adulti”, perché si sono assunti delle responsabilità e, fra queste, quella di trasmettere ai figli la vita ed una visione bella di essa. Contemporaneamente sono “in lotta” per costruire per loro un mondo più giusto e bello.

L’emergere in ambito catechetico del termine “famiglia”- a differenza del termine “adulto” – individua uno spazio relazionale, più che non le azioni di un singolo, di modo che la persona matura si manifesta come qualcuno che ha rinunciato a vivere per se stesso[16], divenendo pronto a dare la vita in situazioni di vita stabili e durature che lo segnano, come il matrimonio e la generazione.

Questa riscoperta decisiva ha portato, nell’ambito specifico della catechesi dell’Iniziazione cristiana, ad una nuova valorizzazione della pastorale battesimale (con il conseguente accompagnamento delle famiglie nei primi anni di vita dei figli), così come ad una crescente valorizzazione delle famiglie nelle tappe della “prima Comunione” e della Confermazione dei ragazzi: tutti i catechisti sanno oggi di essere chiamati a lavorare verso un pieno coinvolgimento delle famiglie nel cammino, perché sia superata ogni forma di “delega”, quasi che i genitori non avessero un compito educativo nativo. La catechesi degli adulti passa così attraverso il coinvolgimento delle giovani famiglie, rivolgendosi ormai all’uomo e alla donna e non più genericamente a presunti singles.

Fra l’altro la pedagogia e la psicologia stanno riscoprendo che l’educazione, anche in altri campi, non deve essere affidata ad esperti, bensì a coloro che sono i genitori dei bambini: i figli hanno una fiducia nei genitori, al di là della loro competenze e amorevolezza, esattamente perché sanno che la loro vita è stata generata esattamente da quella madre e da quel padre – anche l’ombelico è la cicatrice evidente di quel rapporto indimenticabile e originario[17]. La corporeità segna così un elemento decisivo nel rapporto educativo: chi è genitore “fisico” per ciò stesso scopre la responsabilità di trasmettere il motivo per il quale ha generato alla vita, mentre il bambino naturalmente si rivolge agli adulti, padre e madre, chiedendo loro se esista la felicità e se la vita sia una promessa buona o un inganno.

In questa maniera si sta assistendo ad un recupero della bellezza dei Sacramenti, proprio perché chi genera chiede spesso senza piena consapevolezza, ma pure sempre con un’intuizione profonda data dall’amore per i suoi figli e dalla contemplazione del “mistero” della vita, il Battesimo. Lo chiede perché intuisce che Dio non può essere estraneo alla nascita, alla meraviglia della vita di un bambino che si presenta come essere unico e irripetibile nel grembo di una donna. La catechesi degli adulti sta riscoprendo, allora, che l’accompagnamento al Battesimo - e successivamente una compagnia fedele che non abbandoni i genitori nei primi anni di vita del bambino - è una via di vera evangelizzazione e di servizio alla vita.

8/ Il rapporto esistente fra catecumenato e battesimo dei bambini: una falsa opposizione

Questa nuova comprensione permette, a sua volta, di riconsiderare da un nuovo punto di vista la falsa opposizione fra catechesi degli adulti e catechesi dei ragazzi, tra Catecumenato degli adulti e Iniziazione cristiana dei bambini, che ha caratterizzato tanta parte dei decenni trascorsi.

Ogni vero catecumenato degli adulti implica, infatti, una formazione al matrimonio e all’educazione cristiana dei figli. D’altro canto, ogni vera Iniziazione cristiana dei bambini implica una riscoperta delle responsabilità dei genitori.

Negli studi recenti sull’età apostolica e sul periodo patristico appare sempre più evidente come le due forme del Battesimo, quello degli adulti quello dei bambini, siano entrambe originarie. Ogni volta che, nei primi secoli, un adulto si battezzava, battezzava contemporaneamente i suoi figli e si poneva così per la Chiesa la questione della loro educazione alla fede fin da piccoli. Le due forme si davano quindi sempre insieme: chi si battezzava scopriva di non poter privare della grazia i suoi bambini, anche se neonati[18].

La stessa esperienza ritorna nella catechesi anche oggi: quando un adulto si converte alla fede questo implica il suo desiderio che anche i figli divengano figli di Dio nel battesimo. Ma, allo stesso tempo, ci si accorge che molti adulti giungono a chiedere il Battesimo o si riavvicinano alla fede in occasione dei sacramenti dei figli, perché scoprono la grandezza della fede vedendo quanto essa è prezioso per i figli che amano.

Viene così ad essere spontaneamente superata la sterile discussione se si debba dare il primato all’una o all’altra delle due forme del Battesimo: ci si accorge invece che l’una implica l’altra.

Dal canto suo, tutta la pedagogia moderna sta riscoprendo che il bambino è capace di Dio e le sue domande sul senso della vita nascono anche dove i genitori fossero atei. L’esperienza mostra che alcuni bambini sono stati canonizzati come santi, mentre i loro genitori non lo erano affatto. Straordinaria è poi la riflessione che sta maturando nella Chiesa che torna ad accorgersi della grandezza delle domande dei bambini[19]: essi sono annoiati da una catechesi che si riduca a trattare di questioni minime e nozionistiche, mentre il loro interesse si desta sulle grandi domande relative alla creazione, alla possibilità di conoscere il vero volto di Dio, al perché esitano il bene e sul male, alla vita eterna e alla possibilità di vincere la morte.

D’altro canto, è sempre più evidente che il ruolo dei genitori è decisivo e che essi sono i primi catechisti dei ragazzi. Essi non educano in qualche momento determinato della vita, ma in ogni istante: i bambini li osservano sempre e imparano dai loro gesti, dai loro silenzi, dai loro atteggiamenti, oltre che dalle esplicite parole sulla fede che possono dire.

Anzi è la fede stessa che permette a tanti genitori di divenire generosi nel donare la vita. Proprio il numero dei figli è talvolta il segno di un abbandono alla provvidenza che si concretizza in un’accoglienza della vita al di là dei propri calcoli.

Questo sta portando anche ad abbandonare l’espressione “modello catecumenale”, preferendogli quello di “catechesi di ispirazione catecumenale”[20]. Infatti, il catecumenato degli adulti non può essere applicato direttamente alla catechesi dei bambini e dei ragazzi. Se, ad esempio, nel cammino del catecumenato degli adulti la Consegna del Credo precede la Consegna del Padre nostro, perché l’adulto prima scopre la fede e solo dopo giunge a pregare, nella vita del bambino battezzato avviene l’inverso: il rapporto con Dio inizia con le preghiere e solo pian piano si passa ad una catechesi più discorsiva sulla fede.

Applicare al bambino un “modello” che ripetesse le tappe del catecumenato degli adulti si rivelerebbe inadeguato e contrario all’esistenza reale e, conseguentemente, alla pedagogia moderna.

9/ Il catecumenato ricorda alla catechesi la centralità dell’eucarestia

La riflessione sul catecumenato come capace di ispirare anche la catechesi del nostro tempo sta portando, invece, a riscoprire altri punti decisivi per una corretta impostazione del rinnovamento catechistico: tali punti sembrano più decisivi della scansione cronologica in tappe con la quale si identifica a volte a torto l’esperienza del catecumenato.

Innanzitutto il catecumenato ricorda il rapporto vitale che è sempre esistito fra catechesi ed annunzio del vangelo, rapporto di cui si è già parlato. Proprio per un pagano che si accosti alla fede è decisiva non solo una maturazione progressiva, ma prima ancora una scoperta del motivo stesso della fede: si giunge a credere solo perché si scopre che vale la pena credere e che la fede è vera, che è bella, che è buona.

Ma c’è un secondo elemento estremamente importante con il quale il catecumenato provoca la catechesi: il posto dell’eucarestia domenicale nel cammino di fede verso il Battesimo.

Nel catecumenato antico e moderno la partecipazione alla celebrazione domenicale (e, quindi, il vivere al “ritmo” dell’anno liturgico) è il pilastro stesso dell’itinerario. Ovviamente non nel senso che i catecumeni accedano al banchetto eucaristico, cosa che ha inizio solo con la Veglia pasquale: nel senso, invece, che essi partecipano ogni domenica insieme ai fratelli battezzati alla prima parte della messa, alla Liturgia della Parola. Ascoltano così ogni domenica la proclamazione delle Sacre Scritture, l’omelia della celebrazione, imparano i canti, così come vivono i tempi della penitenza e della festa.

La catechesi dei catecumeni avveniva e dovrebbe avvenire anche oggi di domenica, mentre i fedeli celebrano la Liturgia eucaristica, al termine della Liturgia della Parola dopo il concedo di coloro che si preparano al Battesimo. Gli antichi quadriportici delle chiese paleocristiane servivano anche per le riunioni dei catecumeni, mentre all’interno della chiesa proseguiva la celebrazione domenicale. In questo modo i catecumeni facevano già esperienza non solo della comunità cristiana tutta intera, ma anche della stessa presenza di Cristo: egli si manifesta in modo particolare quando il popolo cristiano si raduna per la liturgia, quando viene proclamata la Parola di Dio in essa, così come nel sacerdote che presiede.

La riscoperta che solo la partecipazione all’Eucarestia rende la catechesi una vera “esperienza” di fede ha il potere di liberare la catechesi dall’intellettualismo e dall’attivismo: non qualsiasi attività avvicina il catecumeno a Dio, bensì primariamente l’incontro con la comunità che celebra le feste del suo Signore e da lì attinge forza per vivere le responsabilità familiari e sociali.

Solo se le riunioni formative tipiche della catechesi sono accompagnate dalla partecipazione domenicale alla liturgia il cammino può incidere realmente nella vita delle persone e non mantenersi su di un piano puramente intellettuale.

Evangelii Gaudium sottolinea questa attenzione peculiare necessaria ad un rinnovamento dell’Iniziazione cristiana, interpretando la parola “mistagogia” non in relazione ad un periodo successivo all’Iniziazione cristiana stessa, bensì come dimensione permanente dello stesso cammino: «Un’altra caratteristica della catechesi, che si è sviluppata negli ultimi decenni, è quella dell’iniziazione mistagogica, che significa essenzialmente due cose: la necessaria progressività dell’esperienza formativa in cui interviene tutta la comunità ed una rinnovata valorizzazione dei segni liturgici dell’iniziazione cristiana» (EG 166). 

10/ Il catecumenato ricorda alla catechesi le quattro dimensioni dell’esistenza cristiana e, quindi, della catechesi

Ma c’è un terzo, importantissimo, aspetto del catecumenato che sta tornando ad ispirare la catechesi: è la riscoperta delle quattro dimensioni della fede cristiana: la fede creduta, la fede celebrata, la fede vissuta e la fede pregata.

Recentemente esse sono state riprese da papa Francesco nell’enciclica Lumen fidei: «Ho toccato così i quattro elementi che riassumono il tesoro di memoria che la Chiesa trasmette: la Confessione di fede, la celebrazione dei Sacramenti, il cammino del Decalogo, la preghiera. La catechesi della Chiesa si è strutturata tradizionalmente attorno ad essi» (n. 46)[21].

L’elaborazione del Catechismo della Chiesa cattolica è stata decisiva nel riscoprire che questa struttura quadripartita era maturata proprio nell’esperienza antica del catecumenato. Per accompagnare un pagano al Battesimo le comunità cristiane di tutto il mondo antico si erano accorte, per un sensus fidei comune segno del soffio dello Spirito, che era necessario aiutarlo a scoprire la novità della fede cristiana (la fede creduta), ma al contempo era fondamentale che ricevesse la grazia (con i sacramenti e avvicinandosi domenica dopo domenica alla liturgia della Chiesa), che si convertisse (nella scoperta della nuova vita morale dei cristiani, nella fede vissuta) e che imparasse a pregare, a dialogare nel segreto del cuore con Dio Padre (la fede pregata). Al catecumenato antico apparve evidente che ogni cammino di catechesi che avesse trascurato una di queste quattro dimensioni sarebbe stato parziale e avrebbe condotto ad una fede immatura.

L’allora cardinal Ratzinger sottolineò l’origine catecumenale delle quattro dimensioni della catechesi universalmente riconosciute dalla Chiesa antica, indicando che proprio quella ispirazione aveva portato alla quadripartizione del CCC. Tale quadripartizione non indica pertanto solamente i diversi contenuti della fede, ma prima ancora le dimensioni stesse della vita cristiana e conseguentemente di una catechesi di ispirazione catecumenale: «Dovevamo fare qualcosa di più semplice: predisporre gli elementi essenziali che possono essere considerati come le condizioni per l’ammissione al battesimo, alla vita comunionale dei cristiani. [...] Che cosa fa di un uomo un cristiano? Il catecumenato della Chiesa primitiva ha raccolto gli elementi fondamentali a partire dalla Scrittura: sono la fede, i sacramenti, i comandamenti, il Padre Nostro. In modo corrispondente esisteva la redditio symboli – la consegna della professione di fede e la sua “redditio”, la memorizzazione da parte del battezzando -; l’apprendimento del Padre Nostro, l’insegnamento morale e la catechesi mistagogica, vale a dire l’introduzione alla vita sacramentale. Tutto ciò appare forse un po’ superficiale, ma invece conduce alla profondità dell’essenziale: per essere cristiani, si deve credere; si deve apprendere il modo di vivere cristiano, per così dire lo stile di vita cristiano; si deve essere in grado di pregare da cristiani e si deve infine accedere ai misteri e alla liturgia della Chiesa. Tutti e quattro questi elementi appartengono intimamente l’uno all’altro: l’introduzione alla fede non è la trasmissione di una teoria, quasi che la fede fosse una specie di filosofia […] come è stato affermato in modo sprezzante: la professione di fede è nient’altro che il dispiegarsi della formula battesimale. L’introduzione alla fede è essa stessa mistagogia: introduzione al battesimo, al processo di conversione, in cui non agiamo solo da noi stessi, ma lasciamo che Dio agisca in noi»[22].

Ogni itinerario di catechesi di ispirazione catecumenale si strutturerà così
-intorno a momenti di riunioni, per sostenere le persone nell’amare la fede della Chiesa
-intorno alla celebrazione dei Sacramenti e dell’Eucarestia domenicale, perché l’uomo incontri il Signore Gesù e riceva da lui la grazia
-intorno ad esperienze di vita laicale, di matrimonio, di servizio ai poveri, perché ognuno comprenda che la vita cristiana genera una conversione di vita
-incoraggiando e sostenendo la preghiera personale, perché ognuno maturi una vera apertura del cuore alla voce dello Spirito.

Anche da questo punto di vista si vede come la catechesi, mostrando che la fede è un incontro vivo con Cristo, non possa giustapporre esperienze e contenuti, bensì proceda lavorando su entrambi.

11/ La catechesi insegna come leggere la Sacra Scrittura

Un’altra delle grandi questioni catechetiche che è stata illuminata dal Concilio e dalle esperienze sorte a partire da esso è stata quella del peculiare modo cristiano di leggere la Scrittura, attingendo sia agli studi scientifici, sia alla grande tradizione cristiana.

La Dei Verbum ricorda che sono molti i generi letterari della Bibbia e, conseguentemente, è importante che la catechesi renda familiari con ciascuno di essi. Nelle Scritture troviamo numerosissimi linguaggi, da quello narrativo alla confessione di fede, da quello innico a quello poetico, da quello simbolico a quello dogmatico, da quello morale a quello filosofico-teologico. D’altro canto moltissimi sono anche i metodi di lettura del testo a livello scientifico e teologico: da quello storico-critico a quello narrativo, da quello spirituale a quello canonico, da quello retorico a quello simbolico.

In questa pluralità arricchente delle interpretazioni, la catechesi orienta alla lettura della Bibbia suggerendo l’equilibrio della Dei Verbum che chiede sia di essere fedeli alla lettera del testo, ricostruendone l’ambiente e il genere letterario, e contemporaneamente di essere fedeli al principio dell’unità delle Scritture, perché ogni episodio dell’Antico Testamento non ha solo un messaggio valevole per il tempo in cui il testo venne redatto, ma lo ha in quanto prefigurazione della venuta di Cristo.

La liturgia è modello di tale lettura, per il modo con il quale, attraverso i secoli, ha compreso la relazione esistente nel disegno di Dio fra i vari momenti della storia della salvezza. La Veglia pasquale, ad esempio, ricorda l’intimo legame esistente fra il Dio padre e creatore di Genesi, il sacrificio di Isacco che prefigura Cristo vero agnello immolato, la salvezza attraverso l’acqua del mare compiuta da Mosè, tipo di Cristo[23], fino all’annunzio profetico di una nuova alleanza e della definitiva sconfitta del male. L’annunzio veterotestamentario si compie poi non solo nella resurrezione di Cristo, ma anche nella liturgia battesimale e poi eucaristica della Veglia Pasquale stessa, poiché Cristo, presente nei segni sacramentali, opera la salvezza di coloro che ricevono il Battesimo e dell’assemblea che celebra l’Eucarestia.

Allo stesso modo, ogni volta che si legge l’Antico Testamento nella liturgia, esso è illuminato dal Vangelo, in una maniera profondissima: la liturgia manifesta così l’unità del disegno salvifico di Dio, proclamato da Cristo stesso che pretende di compiere le Scritture.

L’esigenza di leggere la storia della salvezza in modo unitario e di annunziare, quindi, che la storia intera del mondo è abbracciata dalla provvidenza divina[24], permette all’uomo di vincere la tentazione del post-moderno che pretenderebbe il rifiuto dell’ipotesi che abbia senso una “grande narrazione”, quasi che fossero ormai possibili solo narrazioni di minuscoli frammenti effimeri di vita.

Il post-moderno ha giustamente dichiarato fallite le “grandi narrazioni” del progresso illuministicamente inteso e del marxismo[25]. La storia delle lotte economiche non conduce all’ottimo, né vi conduce il progresso, perché il male resta sempre presente nella storia – la memoria della sua esplosione in forme gigantesche nel XX secolo come agli inizi del XXI secolo ha infranto le “grandi narrazioni” laiche. Ma non così è della storia della salvezza che dalla creazione, attraverso l’incarnazione, guarda al ritorno di Cristo.

In realtà, se la storia intera non fosse una “grande narrazione” dotata di senso, se la storia non avesse alcun significato, non potrebbe averlo a maggior ragione la singola esistenza umana: d’altro canto non potrebbe avere alcun senso la storia universale se non venisse valorizzata e salvata anche la singola persona umana.

Solo una lettura della Bibbia come unità, nella quale abbiano valore sia i singoli episodi nei quali Dio si rivela progressivamente ai suoi amici, sia l’intero corso del tempo guidato dal Signore, permette all’uomo grazie alla lettura biblica nella catechesi, di respirare in grande, percependo che la storia non avanza verso il nulla, bensì verso il compimento che Dio ha progettato nel suo disegno di salvezza. Allora ogni passaggio della storia sacra si rivela paradigmatico nel cammino dell’uomo.

Particolarmente adatto ad una comprensione del modo peculiare di leggere la Bibbia in catechesi si rivelano, con gli opportuni adattamenti, le parole di Evangelii Gaudium sull’omelia che invitano a comprenderla come il linguaggio di una madre che parla con passione ai suoi figli, sapendo porgere le parole di cui hanno bisogno, evitando gli astrattismo di un discorso puramente accademico, fosse pure esso esegeticamente o teologicamente ineccepibile:

«La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato. […] La predica cristiana, pertanto, trova nel cuore della cultura del popolo una fonte d’acqua viva, sia per saper che cosa deve dire, sia per trovare il modo appropriato di dirlo. Come a tutti noi piace che ci si parli nella nostra lingua materna, così anche nella fede, ci piace che ci si parli in chiave di “cultura materna”, in chiave di dialetto materno (cfr 2 Mac 7,21.27), e il cuore si dispone ad ascoltare meglio. Questa lingua è una tonalità che trasmette coraggio, respiro, forza, impulso. […] Un dialogo è molto di più che la comunicazione di una verità. Si realizza per il piacere di parlare e per il bene concreto che si comunica tra coloro che si vogliono bene per mezzo delle parole. È un bene che non consiste in cose, ma nelle stesse persone che scambievolmente si donano nel dialogo. La predicazione puramente moralista o indottrinante, ed anche quella che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i cuori che si dà nell’omelia e che deve avere un carattere quasi sacramentale. […] Nell’omelia, la verità si accompagna alla bellezza e al bene. Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica anche la bellezza delle immagini che il Signore utilizzava per stimolare la pratica del bene. La memoria del popolo fedele, come quella di Maria, deve rimanere traboccante delle meraviglie di Dio. Il suo cuore, aperto alla speranza di una pratica gioiosa e possibile dell’amore che gli è stato annunciato, sente che ogni parola nella Scrittura è anzitutto dono, prima che esigenza» (EG 139.142).

12/ Una catechesi per tutte le età

Infine è importante sottolineare come la catechesi abbia riscoperto negli ultimi decenni, anche in Roma, che ogni età ha bisogno del Vangelo e ha il diritto di essere nutrita del pane che solo sfama. Illumina questo aspetto la fortissima insistenza di papa Francesco su di una catechesi che sia "popolare" e che si rivolga al popolo, a tutto il popolo (cfr. su questo Un cristianesimo "popolare". La chiara proposta di papa Francesco alla Chiesa italiana, di Andrea Lonardo, come pure Papa Francesco e l'Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi: primi appunti, di Andrea Lonardo).

A/ Gli adulti e la laicità

Nella catechesi degli adulti diviene sempre più evidente che la catechesi deve orientarsi su due direzioni. Da un lato sostenere il cammino di fede, mostrando come solo il Vangelo renda la vita umana comprensibile e accettabile fino in fondo. D’altro lato è sempre più evidente che la catechesi deve sostenere le scelte di vita che i laici compiono a motivo della loro peculiare missione nel mondo.

Evangelii Gaudium, con il suo annunzio che la dimensione sociale appartiene intrinsecamente al Vangelo che senza di esso non è pienamente annunziato (cfr. EG 176-177), provoca la catechesi che spesso ha invece dimenticato di annunciare quale nuova visione sociale - dal matrimonio al lavoro, dalla giustizia alla politica, dal servizio ai poveri all’educazione delle nuove generazioni, dall’ecologia alla libertà religiosa, dalla ricerca intellettuale al dialogo fra le religioni – derivi dalla fede cristiana. La catechesi non può non essere una luce che desidera aiutare l’uomo ad orientarsi nel suo impegno nella società e nel suo cammino verso la vita eterna. Una catechesi disincarnata non gioverebbe a formare un laicato cristiano che possa impegnarsi per una società più umana e giusta.

B/ L’esigenza che i bambini hanno di Dio

D’altro canto, come si è detto, essere adulti vuol dire anche essere impegnati a trasmettere la fede non solo ad altri adulti, ma anche alle nuove generazioni che sono state chiamate alla vita. La catechesi ha bisogno di riscoprire l’annunzio che far nascere bambini è un bene: i paesi benestanti debbono guardare al coraggio dei paesi più poveri che sono, però, più felici, perché più ricchi nell’accoglienza della vita che nasce.

L’educazione dei bambini implica a sua volta il coraggio di accompagnare i genitori che hanno battezzato i figli fin dai primi anni dopo il Battesimo. Un bambino battezzato non può attendere la catechesi cosiddetta “della prima Comunione” per conoscere il Signore: l’Iniziazione cristiana, infatti, inizia con il Battesimo stesso e i bambini sono da allora veri figli della Chiesa ed hanno bisogno che la Chiesa li ami e li accompagni, fin da subito, fin da quando iniziano a balbettare le prime preghiere e a partecipare alla liturgia. Qualsiasi azione catechetica che iniziasse all’età di 7 o 8 anni sarebbe gravemente in ritardo perché avrebbe abbandonato senza aiutarli i bambini che invece portano nel cuore di Dio.

La catechesi deve riscoprire che ciò che disse il Signore sui piccoli -«Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli» (Mt 19,14) - vale anche per il tempo presente. Per i genitori cristiani è gravissimo non battezzare i propri figli e non presentare loro la fede fin da piccoli: essi hanno il senso di Dio.

C/ Solo una pastorale giovanile permetterà una prosecuzione del cammino al termine dell’Iniziazione cristiana

Ma tutto questo non deve far dimenticare che solo un’attenzione rivolta direttamente ai giovani permetterà una prosecuzione del cammino di catechesi in età adolescenziale e giovanile. Se nei primi anni di vita la testimonianza dei genitori è quella decisiva, con la preadolescenza e l’adolescenza i ragazzi tendono a distaccarsi dai modelli familiari e cercano in giovani più grandi una conferma della verità del cammino fin lì compiuto.

Il distacco che si compie spesso nella frequentazione della Chiesa in età adolescenziale non dipende tanto dalla qualità di ciò che è stato proposto negli anni della fanciullezza – per quanto tutto questo sia ovviamente importantissimo -, quanto piuttosto dall’esistenza o meno di una specifica proposta per l’età giovanile. I giovani chiedono un distacco dalle modalità vissute da bambini: i ragazzi desiderano dal profondo del cuore di separarsi simbolicamente dall’età precedente. Desiderano invece ancorarsi alle età immediatamente successive, a giovani più grandi di loro. D’altro canto mettono a dura prova l’autenticità delle figure adulte ed hanno bisogno di sacerdoti e di giovani famiglie nei quali vedere una fede pienamente vissuta.

Non si deve poi dimenticare che, nel passaggio alle superiori, i ragazzi sono sempre più stimolati dall’ambiente scolastico e se avvertono che la catechesi non scioglie i nodi posti dalle provocazioni culturali a scuola, si ritroveranno ad avere una fede debolissima, perché incapace di rispondere alle grandi provocazioni – si pensi solo ai temi della scienza, dell’origine dell’uomo, dell’evoluzione, della compresenza delle diverse religioni nel mondo, della critica accesa alla storia della Chiesa e alle fonti del cristianesimo che caratterizza tanti manuali in uso proposti dai docenti.

In questo senso la catechesi deve certamente guardare all’insegnamento della religione cattolica, ma deve ancor più interagire con tutte le altre discipline. Una catechesi che prescinda da ciò che i ragazzi imparano a scuola non potrà che risultare lontana dalla vita e sostanzialmente inutile.

Spesso i catechisti non sono minimamente coscienti del fatto che un ragazzo che frequenti per 4 anni (2 per la Comunione e 2 per la Confermazione) la comunità parrocchiale, se decide di avvalersene per tutto l’iter scolastico, frequenta allo stesso tempo l’ora di religione per ben 16 anni – 3 di materna, 5 di elementari, 3 di medie e 5 delle superiori. Ora questa frequentazione dovrebbe ben fornire alle nuove generazioni una conoscenza appropriata del cristianesimo, anche se non un annunzio e una catechesi, data la differenza degli approcci fra la chiesa e la scuola. La serietà di questa questione viene abitualmente ignorata: in Roma si comincia ad esserne coscienti grazie all’ottimo lavoro dell’Ufficio scuola e grazie al richiamo continuo che viene fatto ai catechisti perché si ricordino di collegarsi a ciò che bambini e ragazzi apprendono a scuola.

Ma, appunto, alla catechesi, per calarsi in un reale rapporto fra la fede e la vita, non basta far riferimento all’Insegnamento della religione, bensì è chiamata a misurarsi con la scuola nel suo insieme, poiché tale ambiente è la vita del ragazzo. Spesso invece si tende a prescindere a priori da ciò che viene insegnato a scuola, in qualche modo costruendo una dissociazione fra fede e vita.

Il tentativo compiuto dall’Ufficio catechistico di Roma di appassionare i catechisti alla storia della città, ai grandi snodi culturali che la Chiesa ha vissuto nei secoli, all’arte e al suo contesto ecclesiale, ai rapporti fra fede e scienza, intende, in questa prospettiva, non intellettualizzare la catechesi, bensì educare alla reale connessione esistente fra la fede e la vita, fra il Vangelo e la società, nei secoli e nel presente.

Anche la proposta di un’attenzione costante all’arte[26] non guarda esclusivamente alla cosiddetta via pulchritudinis[27], quanto più ampiamente alla fede come generatrice di storia, di cultura e di visione della società e del mondo: senza questa attenzione si rischierebbe di generare un estetismo fine a se stesso, concependo l’arte come qualcosa di legato al potere e alla ricchezza e non come espressione della fede viva della Chiesa in ogni epoca della storia.

Note al testo

[1] Così scrisse il cardinal Luciani, poi papa Giovanni Paolo I: «Il catechista deve essere un entusiasta, un convinto. Convinto che la sua missione è una cosa grande, che le cose che insegna sono vere, che i fanciulli miglioreranno. Queste convinzioni daranno anima, ali al suo apostolato; con esse egli diventerà un artista del catechismo, senza di esse resterà manovale del catechismo, incapace di edificare e trascinare. Due alpinisti scalano una roccia: il primo, perché è di moda; il secondo, per passione. Sentiteli al ritorno: “Cosa ho veduto? – dice il primo. – Oh! Nulla di speciale: quattro corde, quattro alberi, dei torrenti, dei prati, un cantoncino di cielo e nient’altro!”. E sbadiglia. Dice il secondo: “Cosa ho veduto? Non lo dimenticherò mai più! Rocce, poi ancora rocce, e prati e torrenti e azzurro e sole e cose meravigliose!”. E mentre parla pare che tali meraviglie gli ridano ancora nello sguardo e nell’anima. Quei due dicono la stessa cosa, ma è il modo di dire, diverso. Il primo non invoglia nessuno a tentare una scalata; il secondo invece con il suo entusiasmo accenderà la passione della montagna in altri e guiderà proseliti a nuove vette. Così il catechista: non basta che dica, ma, dicendo, deve invogliare, appassionare e trascinare» (A. Luciani – Giovanni Paolo I, Catechetica in briciole, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2009, p. 33).

[2] In Roma sono presenti numerose esperienze che coniugano annunzio e catechesi, in una progressione estremamente interessante, si pensi solo ai Dieci Comandamenti proposti da don Fabio Rosini (con un annunzio che egli definisce didascalico, poiché l’itinerario presenta via via la novità della fede cristiana), ai Cinque passi proposti da padre Maurizio Botta (dove invece l’itinerario si incentra su questione dibattute e su punti problematici dell’esistenza contemporanea per giungere da punti di vista diversi a riscoprire sempre di nuovo la grandezza della fede), agli itinerari proposti da Franco Nembrini in collaborazione con tante realtà romane (dove si tratta dei grandi temi della fede a partire dai classici della letteratura): se questi sono gli itinerari più frequentati di più recente inizio, non si debbono dimenticare i percorsi proposti da movimenti, cammini e associazioni, così come dalle parrocchie più vive, che sempre coniugano un annuncio che si rinnova di anno in anno con una formazione più strutturata della fede.

[3] Fra l’altro la pedagogia contemporanea è tutta in fase di ripensamento, poiché si sta accorgendo che questa prospettiva è vera anche al di là della fede. Un ragazzo non ha domande su Dante, ma esse nascono solo dopo che qualcuno glielo ha presentato con passione. La domanda dello studente non è né l’unica né la prima scaturigine dell’azione educativa, bensì è l’educatore che deve suscitare passione per ciò che andrà insegnando, altrimenti il discorso non potrà nemmeno iniziare.

[4] Papa Francesco nell’udienza ai membri della Pontificia Commissione Biblica, il 12/4/2013.

[5] I termini decisivi scelti dai padri conciliari per parlare di Cristo, “mediatore” e “pienezza” della rivelazione, sono generalmente ancora sconosciuti alla catechesi, perché la recezione del Concilio è ancora agli inizi; cfr. su questo La cristologia della Dei Verbum. Due espressioni bibliche sono decisive per parlare di Gesù secondo il Concilio: Cristo è il mediatore e la pienezza della rivelazione, di Andrea Lonardo.

[6] Per offrire un ulteriore esempio vale la pena fare riferimento a come si insiste a Roma che i primi incontri con i genitori dell’Iniziazione cristiana debbano avere la tonalità di un annunzio gioioso e sereno; cfr. su questo Perché avete fatto bene ad accompagnare i vostri figli in parrocchia? Traccia per un I incontro con i genitori dell’Iniziazione cristiana (a cura di d. Andrea Lonardo per l’Ufficio catechistico della diocesi di Roma).

[7] Papa Francesco ricorda che questo annunzio non è semplicemente il primo, ma è quello che sempre si deve tornare ad udire in forma nuova: «Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più “solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano» (EG 165). Solo per offrire un’esemplificazione dell’attualità di questo insegnamento, sperimentato nella vita di tante parrocchie romane, è evidente che non basta fare un “annunzio” ai bambini delle elementari, pretendendo poi che i ragazzi delle medie in età della Confermazione non ne abbiano più bisogno. È vero esattamente il contrario: con i ragazzi bisogna riscoprire i fondamenti della grandezza della fede, quasi che tutto ciò che fosse già stato detto e sperimentato fosse già caduto nel dimenticatoio e tale annunzio deve avvenire in maniera radicalmente diversa rispetto agli anni precedenti. Ma questo non basta ancora: con i giovani delle superiori bisogna riscoprire di nuovo perché la fede è nuova e appassionante e lo stesso deve avvenire poi in età delle superiori. Così deve avvenire con i fidanzati, con le giovani famiglie, con i genitori, con i professionisti. La fede è viva e mai la si può dare per presupposta, deve invece essere sempre di nuovo riproposta (cfr. J. Ratzinger, Che cosa crede la Chiesa? Una introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica: proporre l’unità e la perenne novità della fede).

[8] «La libertà religiosa, per sua natura, trascende i luoghi di culto, perché il fatto religioso, la dimensione religiosa, non è una subcultura, è parte della cultura di qualunque popolo e qualunque nazione» (dal discorso di papa Francesco nell’Incontro per la libertà religiosa presso l’Independence Mall, a Philadelphia il 26/9/2015). E ancora: «L’apertura alla trascendenza fa parte dell’essenza umana. Non è subcultura. Un sistema politico che non rispetti l’apertura alla trascendenza non rispetta la persona umana. Inviare alla sacrestia qualunque atto di trascendenza è una “asepsi” contro la natura umana» (dall’intervista a papa Francesco del settimanale cattolico belga “Tertio”, pubblicata il 7/12/2016).

[9] Chesterton (G.K. Chesterton, Rimpianti rebelasiani, in L'uomo comune, Edizioni Paoline, traduzione di Frida Ballini, 1955) ha scritto in proposito sulla “grandezza” della bestemmia: «Senza dubbio la bestemmia è l’argomento più forte in favore del punto di vista religioso della vita. Un uomo non sa affermare nulla rispetto a questo mondo, in modo di esserne soddisfatto, se da questo mondo non evade... Il modo più naturale di parlare è quello soprannaturale... È possibile imprecare in nome dell’etica? Si può bestemmiare l’evoluzione? Oggi molti sostengono che il nocciolo della religione e la sua sola necessità consistano nella semplice adorazione della morale, o bontà astratta. Conosco molte di tali persone; so che conducono una vita ineccepibile, ed hanno intelletti capaci di ragionare secondo la giustizia. Ma (lo dico rispettosamente, e non senza esitare) le loro imprecazioni non sarebbero un poco incolori? Non intendo con questo che dovrebbero bestemmiare, né che alcun altro dovrebbe farlo; dico solo che nell’ambito delle imprecazioni, una volta che la gara fosse aperta, sarebbe facile vedere quale pratica differenza corre tra la nuova religione finta che parla della santità interiore, ed una vecchia religione concreta che adora una vera santità all’esterno. Si può notare questa differenza nella debolezza delle imprecazioni dal punto di vista letterario. Il membro delle Chiese Cristiane diceva (di quando in quando): “Dio mio”. Il membro delle società etiche dice (probabilmente): “Povero me”».

[10] «La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani. Non che io creda che dall’esame di tale sentimento nascano quelle conseguenze che molti filosofi hanno stimato di raccorne, ma nondimeno il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; considerare l’ampiezza inestimabile dello spazio, il numero e la mole maravigliosa dei mondi, e trovare che tutto è poco e piccino alla capacità dell’animo proprio; immaginarsi il numero dei mondi infinito, e l’universo infinito, e sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che sì fatto universo; e sempre accusare le cose d’insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e di nobiltà, che si vegga della natura umana. Perciò la noia è poco nota agli uomini di nessun momento, e pochissimo o nulla agli altri animali» (G. Leopardi, Pensieri, LXVIII).

[11] Dalla catechesi tenuta da papa Francesco nell’udienza generale del 25/6/2014.

[12] A Roma è venuto quasi naturale tornare ad affrontare in tanti itinerari di formazione dei catechisti proprio questi temi, con una riscoperta passione per i primi capitoli di Genesi così trascurati o presentati infantilmente nella catechesi degli ultimi decenni; cfr. su questo, ad esempio, A. Lonardo, Presentare Genesi 1 e 2: Adamo, Eva e la creazione del mondo nell’annuncio della fede e nella catechesi.

[13] L’esigenza di una catechesi che aiuti ad avere una visione sintetica della fede è stata espressa già da papa Paolo VI al termine del Sinodo sulla catechesi: «Ci è stato di grande conforto il rilevare come da parte di tutti si sia notata l'estrema necessità di una catechesi sistematica, appunto perché tale approfondimento ordinato del mistero cristiano è ciò che distingue la stessa catechesi da tutte le altre forme di presentazione della Parola di Dio. Questo voi stessi l'avete sottolineato nella convinzione che nessuno può giungere alla verità intera a partire unicamente da una qualche semplice esperienza, e cioè senza una adeguata spiegazione del messaggio di Cristo, che è “Via, Verità e Vita”, alfa e omega, principio e fine di tutte le cose. L'integrale presentazione del messaggio cristiano comprende, ovviamente, anche la spiegazione dei suoi principii morali sia circa i singoli uomini sia circa l'intera società» (discorso di papa Paolo VI del 29 ottobre 1977 al termine del Sinodo dei vescovi). Questa forte provocazione è stata poi ripresa da Giovanni Paolo II, poiché per la morte prima di Paolo VI e poi di Giovanni Paolo I non era stato possibile giungere ad un’Esortazione post-sinodale che si ebbe solo con la Catechesi tradendae che riprende la parole di Paolo VI: «La specificità della catechesi, distinta dal primo annuncio del vangelo, che ha suscitato la conversione, tende al duplice obiettivo di far maturare la fede iniziale e di educare il vero discepolo di Cristo mediante una conoscenza più approfondita e più sistematica della persona e del messaggio del nostro signore Gesù Cristo» (Giovanni Paolo II, Catechesi tradendae 19).

[14] Cfr. su questo “libertà dell’uomo” e “Libertà di Dio”. L’importanza della “sintesi” in catechesi. Video di Maurizio Botta e Andrea Lonardo (accompagnato dalla Nota di metodo: la necessità di uno schema sintetico per presentare la fede ai bambini a partire dal cuore della fede cristiana).

[15] Ad esempio, a Roma la proposta che l’Ufficio catechistico ha maturato per il cammino della Confermazione ha puntato proprio sulle virtù teologali e sul rapporto fra vizi, virtù e doni, recuperando l’esperienza di San Filippo Neri, rifiutando schemi fumosi e confusi; cfr. su questo Proposta di un itinerario verso la Cresima, di Andrea Lonardo (in dialogo con padre Maurizio Botta e don Davide Lees)

[16] Cfr. su questo: «Adulto è il participio passato del verbo adolescere, colui che ha finito di crescere. Io oggi conosco molti più adulteri che adulti, adulteri a se stessi, ovviamente». Marco Paolini parla di giovinezza ed età adulta.

[17] Cfr. su questo Il membro della famiglia, di Fabrice Hadjadj e Che cos’è una famiglia?, di Fabrice Hadjadj.

[18] Il Nuovo Testamento ricorda che ci si battezzava “con la propria casa”, cioè insieme ai propri figli (1 Cor 1,16, la “casa” di Stefana; At 16,15, Lidia e la sua “casa”; At 16,33, il guardiano della prigione di Filippi con la sua “casa”; At 18,8, Crispo, capo della sinagoga, con la sua “casa”).
Inoltre i Padri della Chiesa, ben prima di Costantino, attestano che battezzare i piccoli era una tradizione ricevuta dagli apostoli. Espliciti riferimenti si trovano in Ireneo di Lione, in Origene e in Agostino. Origene scrive, ad esempio: «Il Battesimo della Chiesa è amministrato, secondo il costume della Chiesa, anche ai bambini» (Omelia 8 sul Levitico, su Lv 12,2-8). Ed Ireneo afferma: «Gesù è venuto a salvare tutti gli uomini: tutti quelli che per mezzo di lui sono rinati in Dio, neonati, bambini, giovani e persone anziane» (Adversus haereses II,22,4). Alle fonti letterarie si aggiungono quelle epigrafiche, in particolare le iscrizione funerarie dalle quali appare evidente il battesimo dei bambini: ad esempio, una di esse recita: «Zosimo, fedele nato da fedeli, ha vissuto 2 anni 1 mese 25 giorni».
L'impegno ad educare nella fede i propri figli è ancora più evidente della prassi del Battesimo degli infanti. Ovviamente la Chiesa antica la riceveva dall'ebraismo che circoncide i bambini all'ottavo giorno e li educa progressivamente allo studio della TorahNel Nuovo Testamento abbiamo testimonianza di questa passione educativa della prima comunità, ad esempio, nella figura di Timoteo, discepolo prediletto di San Paolo. L'apostolo gli ricorda come abbia ricevuto la fede dalla madre e dalla nonna che gliel’hanno trasmessa - «Mi ricordo della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te» (2 Tim 1,5) - e come egli sia stato istruito nelle Scritture fin da piccolo - «Fin dall'infanzia conosci le sacre Scritture: queste possono istruirti per la salvezza, che si ottiene per mezzo della fede in Cristo Gesù» (2 Tim 3,15).
Ma molti testi neotestamentari fanno riferimento all'importanza dell'educazione dei piccoli, ad esempio Ef 6,4: «Voi, padri, fateli crescere [i vostri figli] nella disciplina e negli insegnamenti del Signore». Se Gesù si rivolge agli adulti per la sua predicazione, non appena i suoi discepoli hanno figli, subito comprendono che il messaggio del Cristo riguarda anche i loro bambini.
È evidente che l’esperienza della paternità e maternità nella prima comunità primitiva le ha fatto rileggere in maniera più profonda le parole di Gesù sui bambini: «Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”. E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro» (Mc 10,13-16).
Non risulta pertanto corretta l'affermazione di alcuni autori che vorrebbero che la prassi del Battesimo dei bambini sia iniziata in età costantiniana. Anzi, se si guarda al IV secolo, ci si accorge che con Costantino divenne prassi esattamente l'opposto: si iniziò cioè ad iscrivere i figli al catecumenato differendo il Battesimo, per paura che essi non fossero in grado di sostenerne le responsabilità. Avvenne così che personalità come Basilio il Grande, Ambrogio e suo fratello Satiro, Giovanni Crisostomo, Girolamo, Rufino, Paolino di Nola, Agostino con l'amico Alipio ed il figlio Adeodato, Gregorio di Nazianzo abbiamo ricevuto il Battesimo solo in età adulta, pur essendo catecumeni fin da bambini. Famosa a Roma è anche l'iscrizione funeraria di Giunio Basso, praefectus urbi, che ricorda il defunto come neofitus, cioè appena battezzato, in quanto doveva aver ricevuto il Battesimo in punto di morte, dopo averlo differito per tutta la vita.
Ma quando questi si battezzarono, iniziarono a scrivere in favore del Battesimo dei bambini perché non si ripetesse l'errore compiuto dai loro genitori. Abbiamo così nella seconda metà del IV secolo Basilio il Grande che scrive il Discorso 13 che è un'Esortazione al Santo Battesimo, Gregorio di Nissa che scrive un Sermone contro coloro che differiscono il Battesimo, Gregorio di Nazianzo che scrive il Discorso 40 sul Santo Battesimo ed Agostino che ritorna più volte ad invitare al Battesimo dei neonati: in tutti questi testi si esorta a conferire il Battesimo ai bambini secondo la prassi primitiva sovvertita dopo Costantino.
L'unico dei padri che avanza riserve sul Battesimo dei bambini è Tertulliano. Egli, che è un rigorista, non vorrebbe conferire il Battesimo se non a chi si è già sposato, perché altrimenti potrebbe incorrere dopo essere divenuto cristiano in peccati gravi di ordine affettivo. La sua opposizione al Battesimo dei bambini attesta comunque che esso era prassi al suo tempo.

[19] Si può fare riferimento in particolare all’esperienza della “catechesi del buon pastore”, curata da Sofia Cavalletti (sulle domande dei bambini che Cavalletti chiama” metafisiche”, cfr. vedi ad esempio S. Cavalletti, Come pesci nell’acqua di Dio: la potenzialità e l'esigenza religiosa del bambino, già pubblicato sulla rivista “Il sicomoro”, n. 7, inverno 1998/1999 e ora disponibile on-line sul sito www.gliscritti.it ): la catecheta afferma nel testo citato: «[Nella catechesi ordinariamente] non si esce dalla mentalità scolastica: insegnamento, apprendimento, verifica. E così ho limitato tutto. Ma il limitato non è attraente, è l'immenso; il mistero che attrae [i bambini]». Si veda ora anche M. Botta – A. Lonardo, Le domande grandi dei bambini, Castel Bolognese, Itaca, 2 voll., 2016-2017 (il secondo volume è in preparazione per la pubblicazione nel prossimo luglio).

[20] Recente è, ad esempio, il caso della Conferenza Episcopale Italiana che nel documento Incontriamo Gesù del 2014 utilizza più volte tale espressione, con una svolta rispetto ai precedenti documenti nei quali si ripeteva invece il sintagma “modello catecumenale”.

[21] È estremamente significativo che nei numeri precedenti di Lumen fidei (nn. 40-45) papa Francesco abbia posto la fede celebrata prima della fede creduta, per mostrare che nella liturgia si fa esperienza del Dio vivente e che tale esperienza spesso precede la riflessione sistematica sulla fede stessa.

[22] Da J. Ratzinger, Il Catechismo della Chiesa cattolica e l’ottimismo dei redenti, in J. Ratzinger - Ch. Schönborn, Breve introduzione al Catechismo della Chiesa Cattolica, Roma, Città Nuova, 1994, pp. 26-27.

[23] Sulla lettura tipologica della Scrittura, tipica della liturgia e della catechesi, cfr. M. Magrassi, Tipologia biblica e patristica liturgia della Parola, in “Rivista Liturgica” n. 53 (1966), pp. 165-181 e A. Lonardo. Il Dio con noi. Piccola cristologia del buon annunzio, Cinisello Balsamo, San Paolo, pp. 138-144.

[24] Cfr. su questo: Tre articoli di Bruna Costacurta sulla lettura credente della Scrittura 1/ Pensare nella fede: lettura credente della Scrittura e teologia, di Bruna Costacurta 2/ Importanza e significato della lettura credente della Sacra Scrittura per la vita della Chiesa oggi, di Bruna Costacurta 3/ Esegesi e lettura credente della Scrittura, di Bruna Costacurta.

[25] Questa è la tesi che da inizio al pensiero post-moderno in filosofia, a partire dall’intuizione di J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Milano, Feltrinelli, 2006 (originale 1979), pp. 5-6; 6-7; 12-13. 

[26] Cfr. ad esempio le Playlist nel canale Youtube Catechisti Roma Gli scritti.

[27] Cfr. su questo A. Lonardo, La bellezza salverà la catechesi? Alcuni presupposti della via pulchritudinis nell'annunzio del Vangelo, in AICa, D. Marin (a cura di), Vie del bello in catechesi. Estetica ed educazione alla fede, Elledici, Torino, 2013, pp. 77-91 Lo stesso contributo in versione ampliata è disponibile on-line La bellezza salverà la catechesi? Alcuni presupposti della via pulchritudinis nell'annunzio del Vangelo, di Andrea Lonardo.