Presentare Genesi 1 e 2: Adamo, Eva e la creazione del mondo nell’annuncio della fede e nella catechesi, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 19 /10 /2014 - 14:12 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la trascrizione, curata da Giulia Balzerani (che ha organizzato l’evento insieme a Tommaso Spinelli per Gli Scritti), della relazione tenuta da Andrea Lonardo il 16 novembre 2013, nel corso della due giorni La Bibbia: un libro da “mangiare”, I edizione. Creazione: Genesi 1 e 2. Due capitoli capitali. Il testo è stato rivisto dal relatore stesso in alcuni passaggi per rendere in forma scritta più scorrevole la relazione stessa. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per i files audio della I edizione de “La Bibbia: un libro da “mangiare”, vai a La Bibbia: un libro da “mangiare” (I edizione). Creazione: Genesi 1 e 2. Due capitoli capitali: tutti i file audio dei due giorni di incontro e per la trascrizioni relative,  cfr.

Il Centro culturale Gli scritti (19/10/2014)

1/ Presentare la creazione oggi: una questione tutt’altro che risolta

A me spetta concludere questo ciclo e il mio tema è Genesi 1 e 2 nella catechesi e nell’insegnamento: quali linee seguire per parlare della creazione oggi? Vorrei aprire la questione partendo da alcune immagini, per mostrare fin dall’inizio, anche solo per accenni, che la questione è tutt’altro che risolta. Voglio cioè sottolineare l’imbarazzo nel quale si trovano oggi gli educatori dinanzi a Genesi: il problema oggi è  innanzitutto quello di comprendere il senso della creazione, per farne emergere i suoi contenuti più forti ed interessanti. 

Le immagini di Genesi proposte nella storia mostrano che della creazione si possono proporre interpretazioni molto diverse. Molto conosciuta è la rappresentazione di Michelangelo nella volta della Sistina[1], ma merita soffermarsi sulle sue scelte: egli rappresenta più tappe e le tappe non sono quelle dei sei giorni più il sabato. Ma la cosa più evidente è che in Michelangelo Dio è presente in ogni raffigurazione: ad esempio si vede Dio che crea benedicendo o forse separando le acque di sopra dalle acque di sotto.

Molto differente è la rappresentazione di Genesi che ha proposto Escher nelle sue litografie. Maurits Cornelius Escher, il grande incisore e grafico olandese famoso per la sua elaborazione grafica della partizione regolare dello spazio e per la rappresentazione dei mondi impossibili, dedicò una serie di litografie e xilografie alla Genesi negli anni 1925-1926[2]. Le compose a Roma e si ispirò a diversi versetti biblici che sono espressamente citati nelle opere: egli scelse a differenza di Michelangelo, di rappresentare esplicitamente i sei giorni, uno per uno. Sono opere meravigliose, ma ci si accorge subito che non viene più rappresentato Dio. Se si confrontano la Separazione delle acque di Michelangelo e di Escher ci si si accorge che le due immagini raffigurano lo stesso brano biblico, ma - potremmo dire - mentre Michelangelo dipinge il Creatore e la creazione, Escher dipinge la natura e la sua vitalità, rinunciando a rappresentare il suo legame con il Creatore.

È un problema che si verifica quando si tratta di lavorare sulla creazione a scuola o in catechesi. Spesso gli educatori, chiedendo di disegnare Genesi, chiedono in realtà di rappresentare le diverse forme della natura ed i bambini disegnano, conseguentemente, le foglie, gli animali, i paesaggi. Ma questa non è la creazione! Dipingere la creazione vuol dire affrontare il rischio di rappresentare Dio e le creature, Dio e l’uomo: questo è evidente in Michelangelo che aveva chiara la sfida da affrontare.

Non basta però accorgersi che una cosa è rappresentare il Creatore ed un’altra è non rappresentarlo. Esiste anche la questione di come rappresentarlo.

Ci si accorge che, in realtà, la strada scelta da Michelangelo è solo una delle tante possibili. La tradizione cristiana ha cercato, ad esempio, di rappresentare insieme l’opera creatrice di Dio e le leggi della natura che permettono lo sviluppo sia delle singole creature, sia dell’universo intero.

Il medioevo, ad esempio, ha dipinto talvolta il Creatore in figura umana che crea con un compasso in mano: cioè non crea direttamente ogni singolo elemento della realtà, ma conferisce alla materia leggi interne alla creazione stessa che le permettano di svilupparsi. Così si può vedere, ad esempio, in un’opera ispirata alla filosofia della scuola di Chartres[3]: è la miniatura della Creazione dell'universo, unaminiatura francese del XIII sec. (Biblioteca Nazionale di Vienna).

In epoca moderna W. Blake riprenderà un’iconografia simile nel rappresentare il Creatore, anche se il compasso non sarà rappresentato esplicitamente.

Ancora diversa e complementare è la rappresentazione della creazione da parte di Marc Chagall, pittore questa volta ebreo[4]. Nella Creazione dell’uomo al Museo biblico di Nizza (ma quell’opera è in qualche modo una sintesi di tutto il suo lavoro pittorico). Chagall, da buon ebreo, non rappresenta direttamente Dio, ma rappresenta l’Angelo di Dio – e questa è comunque una novità nella tradizione giudaica. Nella sua opera tutto è poesia, la sua cifra non è il corretto rapporto fra creazione e scienza, ma piuttosto l’aspetto poetico e stupefacente della bellezza del creato. Particolarmente interessante è che egli ponga spessissimo il crocifisso nelle sue opere – ed anche in quelle che rappresentano Genesi – ad indicare il male innocente presente nel mondo ed, in particolare, il dolore che il popolo ebraico ha dovuto subire nel corso della storia. Anche il male è così sintetizzato in una cifra poetica: il dolore innocente di Gesù.

Come la rappresentazione di Michelangelo e di Escher sono profondamente diverse, così lo sono, per altri aspetti, quella della miniatura medioevale e quella di Chagall.

2/ L’interesse che Genesi suscita da sempre non è esegetico, ma filosofico ed esistenziale: la creazione è avvenuta veramente?

Il grande interesse che da sempre nei secoli ed ancora oggi è suscitato da Genesi 1 e 2 è quello del rapporto tra Dio e l’uomo, tra Dio e la creazione. All’uomo ed al bambino che anche oggi si accosta a Genesi non basta conoscere cosa dice Genesi alla lettera, ma interessa la questione della verità. Il mondo viene da Dio? L’uomo è stato creato da Dio o è frutto solo dell’evoluzione? Cosa è l’anima? Dio ha creato veramente l’anima o l’uomo discende da un primate senza alcun intervento divino? Si potrebbero prolungare all’infinito domande come queste. La catechesi, ancora più che la teologia, non può limitarsi a dire solo che Genesi è un testo letterario, ma deve rispondere a questioni come queste. L’uomo, dinanzi alla vita, ha sempre, alla fine dei conti, domande sintetiche, essenziali, e non gli basta perdersi nell’analisi: bisogna rispondere, bisogna arrivare a una sintesi, mostrare che la verità è bellissima, che la verità che noi annunziamo è interessantissima, nel nostro caso indicando qual è la verità del messaggio biblico.

Giulio Maspero - che mi ha preceduto nella sua relazione[5] - ha usato un’immagine molto efficace dicendo che l’esegeta esamina una scena del film, mentre il teologo ricerca il messaggio del film tutto intero. Io sono un esegeta, sono un biblista e mi rendo conto che è vero: è bello che l’esegeta analizzi una sequenza del film, soffermandosi sui particolari. Ma poi la catechesi, ancor più della teologia, deve chiedersi: ma il film è bello? È vero? Le interessa la sintesi. La teologia e l’esegesi, la catechesi e l’esegesi, sono in un dialogo nel quale non basta intendersi sul frammento, ma bisogna arrivare a parlare della cosa in sé, bisogna arrivare a parlare della creazione.

C’è un brano straordinario di Sant’Agostino, nelle Confessioni, che mostra come l’uomo abbia bisogno di giungere al nocciolo della questione. Si rivolge a Dio e dice:

«Fammi udire e capire come in principio creasti il cielo e la terra. Così scrisse Mosè, così scrisse, per poi andarsene, per passare da questo mondo, da te a te. Ora non mi sta innanzi. Se così fosse, lo tratterrei, lo pregherei, lo scongiurerei nel tuo nome di spiegarmi queste parole [...] Dentro di me piuttosto [...] la verità, non ebraica né greca né latina né barbara, mi direbbe, senza strumenti di bocca e di lingua, senza suono di sillabe: "Dice il vero". E io subito direi sicuro, fiduciosamente a quel tuo uomo: "Dici il vero". Invece non lo posso interrogare; quindi mi rivolgo a te, Verità, Dio mio, da cui era pervaso quando disse cose vere; mi rivolgo a te: [...] concedi anche a me di capirle» (Confessioni XI,3.5).

Sant’Agostino non diventò cristiano finché non risolse il problema della creazione. Egli si poneva, a suo modo, le stesse nostre domande. Era manicheo prima di diventare cristiano e il problema principale dei manichei era quello dell’origine del male. Per il manicheismo il male veniva dalla materia, dalla corporeità. Nell’uomo, secondo i manichei, il bene veniva dall’anima spirituale ed il male, invece, dal corpo che con le sue passioni traviava l’anima. E, secondo la teologia manichea, la corporeità era cattiva perché creata da un dio cattivo. Agostino si chiedeva allora se questo era vero, se veramente il Dio cristiano non c’entrava con la materia. Ed afferma, nel brano appena citato, che questo avrebbe voluto chiedere a Mosè se fosse stato possibile trovarselo davanti: non sottigliezze filologiche in ebraico o greco, ma se Dio era il creatore della materia[6].

Questa è anche la domanda della catechesi (e prima ancora della teologia): Dio ha veramente creato il mondo, sì o no?

3/ La questione della verità della creazione non è meramente filosofica, ma cambia lo sguardo sulla vita

La questione della verità non è meramente teorica o filosofica (anche perché la buona filosofia serve a vivere!). Fabrice Hadjadj, un neoconvertito francese, ha affermato in proposito[7]:

«Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati".
Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: "Io ti amo, o Creatore", ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l'abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare».

Questo testo ci mostra immediatamente il risvolto esistenziale della creazione. Se veramente Dio ha creato il mondo e se io amo il Creatore, devo allora amare anche le creature. Non posso dire che Dio è bello e che mia moglie fa schifo: se Dio ha creato mia moglie, lei allora è bella. La creazione garantisce che le cose sono belle, che io sono bello, che ogni uomo ha una dignità incomparabile. Per questo, per la fede cristiana, il terrorismo suicida è impensabile. Io non posso dire che amo talmente Dio da odiare i miei nemici, che Dio ha creato, da odiare altri popoli. Se Dio è il Creatore vuol dire che l’uomo è bello.

Il fondamentalismo religioso, a suo modo, nega esistenzialmente la verità della creazione, perché non coglie più il nesso benedetto fra le creature ed il loro Dio: disprezza le creature e così facendo discredita Dio stesso.

Ma, d’altro canto, se io amo le creature, se amo mia moglie, i miei figli, i miei amici, quell’amore mi conduce al Creatore. Hadjadj usa delle parole molto belle per farci capire che se amiamo una persona non possiamo non chiederci da dove venga la sua bellezza. Di modo che ogni volta che io amo qualcuno, mi apro veramente alla ricerca di Dio.

«Se vai da qualcuno a parlargli di Dio, finirai per dirgli: "Nel tuo cuore, tu desideri Dio, del resto tutti gli uomini desiderano vedere Dio". E la persona sgrana gli occhi e ti risponde: "No, io non desidero vedere Dio. Desidero vedere una bella donna, per esempio, o desidero vedere Venezia, o un bel film d'azione". Ma in fondo, che significa vedere qualcuno? Quando si ama qualcuno, ci si volge a lui e si percepisce chiaramente che c'è un mistero che ci sfugge. E vorremmo poterlo cogliere davvero, questo mistero, vorremmo poter abbracciare la persona che si ama nella sua essenza, ma è evidente che le nostre braccia non arrivano a tanto.
C'è un mistero in ogni abbraccio: più stringiamo la persona e più avvertiamo che ci sfugge, che le luminose profondità della sua essenza ci sfuggono. E quindi se voglio scrutare fino in fondo la mia sposa [...] non posso che vederlo in Dio, nella sua origine. Non c'è concorrenza: non mi volgo veramente a un volto che partendo da Dio».

Un altro maestro, Antonio Maria Sicari, capace di raccontare in maniera straordinaria le storie dei santi ha mostrato come per colui che ama il sofisma di Epicuro sulla morte è insufficiente[8]:

«Per quanto possa sembrare semplicistico e perfino urtante, il sofisma di Epicuro («La morte non è niente perché, quando c'è lei, non ci sono io e, quando ci sono io, lei non c'è!») sembra aver segnato, per molti un punto di non ritorno; non riguardo al timore della morte (che resta comunque ineliminabile), ma rispetto al valore delle nostre riflessioni su di essa. In fondo, per poter parlare della morte, bisogna essere vivi e, quindi, dobbiamo poi ammettere di parlare di ciò che non conosciamo. Ma che il sofisma (originariamente destinato a togliere all'uomo la paura della morte) abbia una sua ultima inconsistenza lo rivela l'esperienza: l'uomo, infatti, non teme tanto la propria morte, quanto la morte delle persone che ama. E, quando muore la persona amata, io ci sono. Ci sono quando lei soffre, si ammala e invecchia (con tutto il triste corteo che annuncia, già da lontano, la morte). Ci sono quando la morte furtivamente si avvicina e lascia le sue tracce sul volto della persona cara che sta per abbandonarmi. Ci sono nell'istante in cui spira e devo progressivamente abbandonare anche il suo caro corpo. Ci sono nello strazio dei riti funebri. Ci sono, infine, nei giorni che continuano a scorrere, segnati dall'Assenza. E quello che non so della morte in se stessa, lo so dal contraccolpo che essa ha sul mio vivere».

4/ Genesi è un testo ebraico e non cristiano

La ricchezza di questo messaggio esistenziale ci è stato consegnato da Israele: Genesi non è un testo cristiano! È chiaro che Genesi appartiene ad Israele. È una delle prime cose che un catechista dovrebbe dire. Noi amiamo Genesi per amore di
Israele e amiamo il popolo ebraico anche perché ha donato al mondo questo libro
. Tanti, per ignoranza, pensano che la creazione sia un’invenzione cattolica, in realtà è una rivelazione che Israele ha ricevuto primo fra tutti i popoli del mondo.

Il rabbino Di Segni ebbe a dire in un suo scritto, solo per citare un rabbino italiano fra i tantissimi che si potrebbero ricordare[9]:

«Nella evoluzione del pensiero religioso dei greci, il rapporto con i vari elementi della natura attraversa stadi successivi; dal culto del singolo fenomeno o oggetto naturale (animatismo), al culto di uno spirito immanente al fenomeno, di cui il fenomeno o l'oggetto sono la manifestazione (animismo); fino al culto di divinità dalle caratteristiche precise, concepite come produttrici dell'oggetto o come governatrici del fenomeno; divinità che possono rimanere confinate con le loro prerogative al fenomeno particolare, o estendere la loro sfera d'azione fino ad acquistare caratteri generali, morali e spirituali. Anche l'intera natura, considerata nel suo complesso, viene concepita come creatrice autonoma e quindi come divinità e oggetto di culto. Lo stesso termine greco con cui è indicata la natura, physis (da phyo = produrre, far nascere, generare) acquista il significato attivo di entità creatrice, di natura come potenza che dà principio. Se si ricercano nell'ebraico biblico dei termini, che corrispondono alla physis greca, intesa come natura creatrice, è possibile constatare come questo concetto è praticamente introvabile. È noto che il concetto della creazione del mondo costituisce una delle basi della religione ebraica. La Bibbia inizia proprio con il racconto della creazione, e l'idea è ripetuta con grande frequenza; l'intera tradizione conferma questa concezione e stabilisce di conseguenza un originale sistema di rapporti dell'uomo con il creato».

L’originalità della concezione biblica emerge anche se la si confronta con altre versioni greche di stampo dualista (come quella platonica, dove è il Demiurgo a creare la materia, mentre la realtà spirituale, più positiva, deriva dal principio supremo) o con le visioni induiste o buddiste dove la materia è apparenza, destinata ad un eterno mutamento e ritorno, finché lo spirito non si distacchi da essa, riconoscendo l’inconsistenza della realtà materiale.

La fede cristiana accoglie pienamente ciò che l’ebraismo le insegna su questo punto, illuminata da Gesù che riconosce l’opera creatrice di Dio ed in tutte le opere del creato magnifica l’opera del Creatore (si pensi solo alle parole sull’uomo e la donna che Dio creò in principio maschio e femmina perché divenissero una carne sola).

5/ La creazione all’inizio della storia della salvezza

Anzi è importantissimo dire, ancora a mo’ di premessa, che tutto il Nuovo testamento non avrebbe senso senza Genesi ebraico. Si potrebbe dire che i testi di Genesi sono i più belli ed importanti che siano mai stati scritti prima dei Vangeli. Perché la creazione è il primo pilastro della storia della salvezza. Senza la creazione l’Incarnazione e la salvezza non avrebbero alcun significato. Dovunque si è rappresentata nei secoli la storia di Cristo al suo fianco è stata rappresentata la storia di Adamo, a partire dalle parole di Gesù e dall’insegnamento di San Paolo. È sommamente importante oggi tornare a far risplendere nella catechesi i testi di Genesi, perché l’uomo possa ricevere l’annunzio del Dio Creatore e Padre, senza il quale non potrà mai capire chi è Gesù Cristo.

J. Ratzinger affermava da teologo, ben prima di diventare papa, che uno dei drammi della catechesi oggi è che non affronta più seriamente il tema della creazione. Molti sussidi di catechesi iniziano da Abramo, ma, così facendo, non pongono le fondamenta della storia biblica che inizia invece dal Dio creatore. Questo deriva forse da alcune ipotesi esegetiche che vorrebbero i testi di Genesi posteriori cronologicamente ai testi dell’Esodo. Ora, a parte il fatto che di questo si potrebbe legittimamente discutere perché la cronologia della composizione dei testi biblici è oggi molto dibattuta, la Bibbia inizia invece da Genesi e non da Abramo ed è la Bibbia ad essere ispirata nella sua redazione finale.

Si potrebbe dire che la catechesi, perdendo la creazione, perde Dio! Forse in passato era molto presente l’annuncio del Dio creatore e troppo sfumata la centralità di Cristo e la dimensione cristologica, ma oggi ci si trova dinanzi al problema opposto, alla latitanza del tema di Dio nella catechesi: perché se Gesù non è la rivelazione piena del Creatore, non è il Figlio del Dio onnipotente che si incarna, la sua esistenza è inutile. Dobbiamo ritornare a parlare del creatore. Papa Francesco, recatosi ad Assisi ha detto:

«Francesco inizia il Cantico così: “Altissimo, onnipotente, bon Signore… Laudato sie… cun tutte le tue creature” (FF, 1820). L’amore per tutta la creazione, per la sua armonia! Il Santo d’Assisi testimonia il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo; aiutarlo a crescere, a essere più bello e più simile a quello che Dio ha creato. E soprattutto san Francesco testimonia il rispetto per tutto, testimonia che l’uomo è chiamato a custodire l’uomo, che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio - il Creatore - lo ha voluto. Non strumento degli idoli che noi creiamo!» (Omelia nella messa in piazza San Francesco del 4/10/2014).

Si deve essere poi oggi più consapevoli del fatto che i ragazzi della catechesi con i loro genitori perdono la fede proprio a motivo di un’insufficiente annunzio della creazione. Quando ne sentono parlare pensano in cuor loro che sono tutte frottole, che l’uomo “viene dalla scimmia” e che “Adamo ed Eva non sono mai esistiti” e tutto il messaggio biblico gli appare falso: se non intendono parlare seriamente della creazione, niente per loro sarà più vero della fede cristiana.

6/ Leggere Genesi 1 e Genesi 2 insieme

Venendo ora al testo di Genesi vero e proprio, la nostra ipotesi di lavoro è quella di compiere una lettura “canonica” dei testi: spesso si sceglie di leggere nella catechesi solo Genesi 1 o Genesi 2 (tendenzialmente si preferisce Genesi 1) perché li si ritiene diversi, invece una lettura “canonica”, cioè che riconosce il “canone” delle Scritture come chiave di lettura[10], non può separare Genesi 1 da Genesi 2, bensì, proprio per fedeltà al testo stesso, deve leggerli insieme, mostrando come si completino a vicenda.

Proprio per fedeltà al popolo ebraico che, guidato dall’ispirazione divina, non ha scelto l’uno e cancellato l’altro, dobbiamo leggerli insieme lasciando loro fare da canto e controcanto. Questo, fra l’altro, ci farà uscire dalle pastoie del contrasto con la scienza, poiché mostrerà immediatamente che la stessa Scrittura non ritiene il dato dei 7 giorni assoluto, dato che lo “contesta” un istante dopo nel capitolo secondo della Genesi, dove l’uomo viene creato prima delle piante e degli animali! Invece di escludere uno dei due – cosa che invece sembra uno dei “must” dichiarati in molti sussidi catechetici -  non è più intelligente vederne i rapporti?

Troviamo già nei primi due capitoli della Genesi quella che è la grande questione ermeneutica che si deve affrontare per comprendere la Bibbia. Da un lato è necessario fare una lettura storico-critica della Scrittura, ma, se leggiamo il testo in maniera scientifica, ci rendiamo conto che gli autori stessi attribuiscono ai loro versi un valore allegorico-spirituale o più semplicemente leggono gli autori che li hanno preceduti in chiave spirituale e non storico-critica. Quando, ad esempio, San Paolo afferma che c’è stato un primo Adamo che ha peccato, sta leggendo in chiave spirituale Genesi: per capire in maniera storico-critica Paolo, debbo riferirmi al senso spirituale che egli storicamente attribuiva agli antichi capitoli di Genesi, poiché l’Apostolo non era in grado di leggere l’Antico Testamento in modo storico-critico.

È per fedeltà alla storia che debbo parlare dello Spirito, è per fedeltà alla lettera che devo aprire la questione dell’unità della Scrittura che era un’evidenza per gli scrittori vetero e neotestamentari[11]. L’unità della Scrittura – e la metodologia che ne consegue - non è un’invenzione della teologia patristica o moderna, ma è il modo con cui la Scrittura ha letto se stessa, nel momento della sua redazione: ogni scrittore sacro ha ritenuto il tratto di Bibbia che scriveva unito ai brani precedenti, come passi di una sola storia e si è riallacciato alle tappe precedenti, rileggendole in modo allegorico. È bello e necessario mantenersi su questa strada per fedeltà al popolo ebraico ed alla Chiesa neotestamentaria, ma soprattutto per fedeltà al modo di leggere la Scrittura tipica di Gesù.

7/ Dio è Creatore e Padre perché ha creato l'uomo molto buono

Veniamo allora ai due capitoli di Genesi. Essi vogliono innanzitutto sottolineare che Dio è Creatore e Padre perché ha voluto l'uomo sommamente differente da tutte le altre creature. Il testo ebraico lo sottolinea innanzitutto mettendo in rilievo il posto dell'uomo nel progressivo “sviluppo” della sua opera creatrice.

Nel primo capitolo l'uomo è creato per ultimo: egli viene all'esistenza dopo che tutte le altre creature già sono state create, nel sesto giorno. Solo dell'uomo e di nessuna altra creatura si dice che era “molto buono” - si potrebbe tradurre l'ebraico tov meod anche con “molto bello” e non solo “molto buono”.

Nel secondo capitolo, invece, si dice che l'uomo è stato creato per primo, prima delle piante e prima degli animali, come prima creatura. Dio lo vuole prima di tutto.

Con questa insistenza sull’uomo - minore è l’insistenza sulle singole cose create, se si considerano unitariamente i due capitoli – il redattore finale di Genesi vuole porre l’attenzione proprio su questa creatura altrimenti insignificante: se guardo il tuo cielo, che cosa è l’uomo perché te ne curi? (cfr. Sal 8). Sono due modi complementari di dire che l’uomo è la creatura più grande.

Come si è già detto questa apparente opposizione - l'ultima delle creature, la prima delle creature - insegna innanzitutto che già il popolo ebraico, conservando i due capitoli uno dopo l'altro, era consapevole, ben prima delle moderne scoperte scientifiche, che Genesi non intendeva fornire una descrizione scientifica dell'origine dell'uomo, altrimenti uno dei due racconti sarebbe stato eliminato.

Le due opposte presentazioni di Genesi sono state conservate perché hanno il fine di sottolineare, ognuna a suo modo, la straordinarietà dell'uomo.

Anche nella vita quotidiana si presenta, talvolta, per ultimo ciò che è più bello e atteso: si preparano, ad esempio, tanti doni per un bambino e quello che desidera di più glielo si offre per ultimo, perché si meravigli. Oppure si lascia l'angolo più saporito di un cibo alla fine, perché lasci più a lungo il suo gusto. Talvolta anche nella confessione il peccato più grande è quello che si arriva a dire per ultimo.

Altre volte, invece, si mostra subito la cosa più bella, ad esempio, portando da un viaggio il regalo che si sa gradito a chi si ama o quando si telefona per comunicare la notizia più bella di una nuova nascita non appena si riesce a comunicare con l'altro.

Genesi 1 e 2 vogliono affermare non un mito, bensì una verità per immagini: l'uomo è la creatura più bella e più buona che Dio Creatore e Padre ha voluto – c’è un rapporto fra bellezza e bontà! L'ha amata prima di tutto, tutto ha voluto in vista di lei: essa è il culmine del creato.

Il messaggio biblico su Dio mostra qui la sua novità proprio al nostro contemporaneo che non crede più nella bellezza unica dell'uomo. L’uomo, forse, trova oggi Dio nella natura, ma non più nel viso di un uomo o di una donna. L'uomo ha difficoltà, soprattutto, a credere alla propria bontà e bellezza. Ed, invece, egli è un capolavoro.

Dio «ci ha scelti - afferma la lettera agli Efesini - prima della creazione del mondo» (Ef 1,4)! Tutto l’universo è stato pensato da Dio per giungere all’uomo e l’uomo è il culmine della creazione tutta intera, perché Dio cerca degli “amici”. Andromeda non è felice dell’esistenza di Sirio e Sirio non sa nulla dell’esistenza di Andromeda, mentre l’uomo è capace di meravigliarsi delle stelle e di rendere grazie a Dio. Dire che l’uomo è il culmine del creato non vuol dire affermare che egli è al centro dell’universo. Piuttosto l’uomo è il culmine perché è l’unica creatura che può rivolgersi a Dio stesso. L’uomo viene prima del Big Bang, prima dell’Himalaya, prima di Sirio e Andromeda, perché tutto l’universo è stato creato per arrivare all’uomo e Dio lo ha pensato per primo, nonostante sia poi giunto in un secondo momento. Per questo l’uomo è  il primo e l’ultimo.

Troviamo tutto questo espresso poeticamente nel Cantico delle creature. San Francesco d’Assisi non crede in Dio solo perché vede la bellezza degli animali, degli uccellini, dei passeri, ma giunge fino a meravigliarsi dell’esistenza dell’uomo, il più grande segno della grandezza del Creatore:

Laudato sie, mi’ Signore […]

Per quelli ke perdonano per lo tuo amore
et sostengo infirmitate et tribulatione
beati quelli ke l’sosterranno in pace
ka da te, Altissimo, sirano incoronati.
Per sora nostra morte corporale
da la quale nullu homo vivente pò skappare.
Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali.
Beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Rengratiate e serviateli cum grande humilitate.

Per Francesco l’uomo è il culmine della creazione, Francesco crede in Dio perché ama i suoi frati, perché ritiene preziosi i lebbrosi, perché ama sorella Chiara ed il signor Papa. È importante dire che anche per San Francesco d’Assisi l’uomo è più importante dei passeri! Dobbiamo arrivare a dire almeno una volta nella vita che noi crediamo in Dio perché nostra moglie è più bella del Mediterraneo. E che nostro figlio è più  bello dell’Himalaya. L’uomo è più grande di Sirio, di Andromeda, del Big Bang. L’uomo è più grande. Questo dice Genesi.

In un passaggio straordinario il grande teologo Hans Urs von Balthasar esclama: «Cerchi una prova, e sei tu stesso la prova»[12]. Questo è ciò che affermano Genesi 1 e 2, la meraviglia dell’uomo, lo stupore per quella creatura che al di sopra di ogni altra è segno dell’esistenza di Dio.

L’unità del messaggio di Genesi sull’uomo è espressa a suo modo da Michelangelo. Affrescando la volta della Sistina egli non dipinse Genesi 1 o 2. Dipingendo il Creatore che sfiora il dito di Adamo, Michelangelo non descrisse né Dio che in Genesi 1 crea l’uomo a sua immagine – l’uomo infatti è raffigurato come diverso dal Creatore - né Genesi 2 nel quale Dio insuffla il soffio/spirito nell’uomo. Piuttosto il pittore inventò una immagine potentissima: Dio crea Adamo sfiorando un suo dito, quasi trasmettendo a lui per un passaggio “elettrico” la sua stessa vita. È come se Michelangelo scrivesse una terza e nuova versione di Genesi, come ebbe a dire Karol Wojtyla in Trittico romano:

«Mi trovo sul limine della Sistina -
Forse tutto ciò era più facile interpretare nel linguaggio della "Genesi" -
Ma il Libro aspetta l'immagine.- È giusto. Aspettava
un suo Michelangelo.
Perché Colui che creava, "vedeva" - vide, che "ciò era buono".
"Vedeva", ed allora il Libro aspettava il frutto della "visione".
O uomo che vedi anche tu, vieni -
Sto invocandovi "vedenti" di tutti i tempi.
Sto invocandoti, Michelangelo!


Nel Vaticano è posta una cappella, che aspetta il frutto della tua visione!
La visione aspetta l'immagine.
Da quando il Verbo si fece carne, la visione, da allora, aspetta.
[…]
"Dio foggiò l'uomo a Sua immagine e somiglianza,
lo creò maschio e femmina -
e Dio vide, che ciò era buono assai,
l'uno e l'altra erano ignudi e non ne avevano vergogna".
Questo è possibile?
Non chiederlo ai contemporanei, ma chiedi a Michelangelo,
(o forse anche ai presenti!?).
Chiedi alla Sistina.
Così tanto raccontano queste mura! [...]
Perché proprio di quell'unico giorno si è detto:
"Dio vide che ciò che aveva fatto era buono assai"?
Perché, allora, sembra che la storia contraddica tutto questo?
Pure il nostro ventesimo secolo! E non solo il ventesimo!
Però, nessun secolo riuscirà ad offuscare la verità
su immagine e somiglianza. […]
Anche loro, sulla soglia degli eventi,
vedono se stessi in assoluta autenticità:
erano ignudi tutti e due...
Anche loro sono divenuti i partecipanti di questa visione
che il Creatore ha trasmesso su di loro.
Non vogliono forse rimanere tali?
Non vogliono forse riacquistare questa visione di nuovo?
Non vogliono forse, per se stessi, essere autentici e trasparenti -
come già lo sono per Lui?
Se è così, cantano l'inno del ringraziamento,
un Magnificat dell'intimo umano

ed è allora che sentono profondamente
che proprio "in Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo" -
Proprio in Lui!
È Lui che gli permette di partecipare a questa bellezza
che aveva ispirato in loro!
È Lui che gli schiude gli occhi.
[…]
E quando divengono "un corpo solo"
- la più stupenda unione -
dietro il suo orizzonte si schiude
la paternità e la maternità».

K. Wojtyla, in questi versi, afferma in maniera poetica l’insufficienza della Scrittura: essa non basta da sola, attende un suo Michelangelo che rappresenti all’uomo la sua stessa grandezza di creatura. L’uomo che è bello nella sua nudità e non si vergogna di se stesso, perché è Dio che l’ha fatto “molto buono”.

8/Nella rivelazione ebraica Dio è Creatore e Padre perché forma l'uomo con il suo corpo

Uno dei drammi della cultura contemporanea è la riduzione dell'uomo alla sua dimensione animale - è uno degli aspetti della cosiddetta questione antropologica. Si ipotizza infatti che l'uomo sia solamente un animale molto complesso ed evoluto, ma pur sempre una “macchina” sottoposta a leggi deterministicamente stabilite. Si pensi a quanto è frequente leggere sui quotidiani che l'affettività umana sottostà come quella degli animali ad un istinto o a meccanismi che lo portano dopo un determinato numero di anni a lasciare il coniuge per una nuova avventura. Il contesto odierno permette ancor più di far risaltare il messaggio che il popolo ebraico, ispirato da Dio, ha voluto trasmettere al mondo.

Certo, gli autori ebrei di Genesi non nascondono che l'uomo è radicato nella materia. Il primo capitolo di Genesi non stabilisce per l'uomo nemmeno un giorno proprio: l'uomo è, per certi aspetti, talmente simile agli animali, da non avere in Genesi 1 nemmeno un giorno riservato solo a lui. Nel sesto giorno egli viene creato insieme agli altri animali.

La stessa sottolineatura è offerta dal secondo capitolo di Genesi: lì l'uomo è tratto dalla polvere - Adam, tratto dall'adamah, la terra, la polvere, il fango, vuol dire propriamente “terroso”, “polveroso”, “fangoso”. Si potrebbe tradurre correttamente adam con “terrone”: Adamo significa terrone, cioè fatto di terra.

Nuovamente Genesi 1 e Genesi 2 affermano in maniera complementare questo dato importantissimo: l’uomo viene dalla terra, è fatto di terra, vive di ciò che la terra produce, non è assolutamente un puro spirito. Un uomo puramente spirituale sarebbe un non senso, sarebbe disumano.

Questa verità risplende nella necessità dell'uomo di prendere cibo ogni giorno: egli non ha la vita una volta per sempre, ma deve riceverla ogni giorno di nuovo, bevendo e mangiando. Basta così poco a se stesso che se smettesse di alimentarsi giungerebbe in brevissimo tempo alla morte. Allo stesso modo l'amore fra creatura e creatura passa attraverso la cura del corpo, del cibo, della salute, della formazione: un uomo ed una donna non possono dire di amarsi se non si curano della bontà della cucina o della qualità del luogo in cui vivono.

Dio è Creatore e Padre innanzitutto perché ha creato l'uomo nella sua vita materiale, sempre bisognoso della divina provvidenza e dell'intera creazione per continuare a vivere.

Vale la pena ricordare che anche San Francesco non solo si nutriva, ma mangiava la carne e non era vegetariano[13]: «Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: “Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno”». Inoltre, proprio a motivo della dignità della carne, la fede cristiana rifiuta la reincarnazione che è quella dottrina che la ritiene invece solo apparente: se fosse vera la reincarnazione, in fondo, nessuna scelta sarebbe in realtà decisiva e mai nascerebbe una nuova vita sulla terra, bensì la fatica umana del nascere e del morire sarebbe un continuo riciclare le stesse realtà!

Quando Genesi 1 pone la creazione dell’uomo nel sesto giorno, lo stesso di tutti gli animali, qui c’è già Darwin, qui già si afferma che l’uomo ha a che fare con gli animali. Scherzando si potrebbe dire che quando una donna all’ennesima volta che il marito lascia la sua biancheria sporca in giro lo apostrofa dicendo: “Sei una bestia!” ha ragione, è vero, l’uomo è anche una bestia. E chiaramente anche sua moglie!

E quando Genesi 2 ricorda che noi siamo fatti di terra annuncia che non è uno scandalo che l’uomo mangi frutta, verdura e carne, perché se non assume ogni giorno di nuovo ciò che la terra produce, morirà. Straordinario è il modo in  cui Gesù porterà a compimento tutto questo, dichiarando che non esistono cibi immondi che rendono l’uomo impuro, poiché tutto sulla terra è stato creato da Dio per l’uomo. Infatti in Mc 7,15 Gesù spiega:

«Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». 

E in Mc 7,19 prosegue l’evangelista, esplicitando le parole del Signore:

«Così rendeva puri tutti gli alimenti».

Il cristianesimo è l’unica religione in cui si può mangiare tutto. Se uno vuole essere vegetariano lo sia pure, ma non pretenda di imporre i suoi gusti come regola cristiana. Se non ci fossero le radici cristiani nell’Europa non avremmo il passito di Pantelleria, non avremmo le salsicce, lo speck, i tortellini, la bistecca di vitello. L’uomo è fatto di terra, non deve ferire troppo la Creazione, ma non può nemmeno astenersi dal toccarla.

Una delle domande altamente filosofiche che mi sono sempre fatto è: “Perché bisogna mangiare tutti i giorni?”. In realtà questo vuol dire che noi abbiamo un’autonomia limitata, se mangiamo un cornetto, dopo un certo numero di ore non ce la facciamo più a lavorare o studiare, dobbiamo mangiare. Quel cibo è un dono con cui Dio ti ridà la vita ogni momento, ti ricrea. Siamo talmente terra che se non mangiamo a pranzo non riusciamo a fare niente, abbiamo bisogno del cibo. La vita è talmente un dono che non ci è donata solo al momento della nascita, ma ci viene donata ogni volta che mangiamo.

9/ Dio è Creatore e Padre perché dona all'uomo di poter dialogare con lui: gli dona cioè un'anima

Ma l’uomo non è solo corporeità. La creaturalità dell’uomo e la sua conseguente grandezza consiste anche nella capacità che egli ha di dialogare con Dio, di cercarlo, di volerlo incontrare ed amare.

Genesi 1 esprime questa unicità dell'uomo affermando che solo egli è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.

Genesi 2 la esprime dicendo che solo nell'uomo Dio soffiò il suo “spirito”.

Due versione diversissime che, come si è visto, la tradizione cristiana ha cercato di rappresentare in modo unitario. Vi è riuscita solo nei secoli ed in maniera insuperabile, come il migliore commento a Genesi che sia mai stato scritto su questo punto, con Michelangelo che ha rappresentato la creazione dell'uomo nel gesto di Dio che con il suo dito comunica ad Adamo la vita umana, quasi sfiorando la sua mano.

Noi possiamo intuire cosa sia questo principio spirituale che chiamiamo “anima” alla nascita di un bambino. Quante volte i genitori, prendendolo in braccio per la prima volta, esclamano: “Come è possibile che lo abbiamo fatto da soli?”, avvertendo che Dio stesso era presente al momento del suo concepimento.

Anche nel ricordo dei nostri morti, la nozione di anima ci soccorre: essi, pur in attesa della resurrezione del loro corpo, sono vivi in Dio, per la loro anima, e possono pregare per noi e noi per loro.

Ma è l'intera vita umana che fa sorgere continuamente la consapevolezza che l'uomo non è solo materia, proprio perché Dio è Creatore e Padre di ogni singolo uomo.

L'uomo è costitutivamente “capax Dei”[14], cioè fatto per Dio, desideroso di giungere alla verità ed all'amore, anche se non può darsi tutto ciò questo da solo, ma deve attendere che sia Dio stesso a fargli dono di Se stesso.

L'uomo è l'unica creatura terrena che può adorare o bestemmiare. È l'unica che chiede il perché ed il senso di ogni cosa. È l'unica creatura libera che può amare chi la odia ed odiare chi la ama. L'uomo è come un pesce che vive nell'acqua, ma al contempo si solleva sull'acqua e si osserva mentre nuota domandandosi che senso abbia quel nuotare!

Non è vero che c'è un anello piccolissimo fra noi e i primati che precedevano l’avvento dell’uomo. L’anello mancante che divide l’uomo primitivo da questi primati - e che costituisce la differenza fra noi e le scimmie, anch’esse evolutesi da loro - è enorme, mentre l'anello che divide noi dall’uomo primitivo è piccolissimo: anch'egli, infatti, piangeva i suoi morti e pregava per loro, anch'egli cercava con l'arte ed il pensiero di “bucare le nubi” e conoscere la verità ed il senso della vita.

Guardando all'uomo ed alla sua vita spirituale si comprende che cosa vuol dire che Dio è suo Creatore e Padre.

Si potrebbe dire che, per la sua vita spirituale, l’uomo non è il centro, ma il culmine della creazione perché è l’unica creatura che aspira a Dio, che è il vero centro. L’uomo è l’unica creatura che può riconoscere che il cuore dell’universo è Dio e il suo amore: l’uomo è l’unica creatura che ha fame e sete di Dio. Ed anche l’ateo, negatore di Dio, di Lui comunque parla, mentre nessun animale può anche solo pensare Dio.

Genesi usa un linguaggio misterioso, sia quando afferma che l’uomo e la donna sono immagine di Dio sia quando afferma che solo nell’uomo ed in nessun altra creatura Dio insufflò il suo soffio, il suo Spirito. Ma appunto l’uomo è “mistero”, creatura che sa di non bastare a se stessa. L’uomo non è solo terra, non è solo ciò che mangia, ma è un anelito che supera tutto. J. Ratzinger ebbe a dire in proposito[15]:

«Possedere un anima spirituale vuol dire precisamente essere tassativamente voluti, individualmente conosciuti ed amati da Dio; avere un anima spirituale significa essere creatura chiamata da Dio ad un perenne dialogo con lui, una creatura quindi capace a sua volta di conoscere Dio e di rispondergli... (Ciò) viene espresso mediante un linguaggio più spiccatamente storico ed attuale mediante la frase essere un interlocutore di Dio... L’immortalità dell’uomo si fonda sulla di lui dialogica polarizzazione su Dio, il cui amore è l’unica forza capace di accordare la vita eterna... Non è possibile in definitiva fare una netta distinzione fra naturale e soprannaturale».

In una maniera poetica R.M. Rilke ha espresso questo con espressione straordinaria - io credo che questo testo si possa leggere anche ai bambini e che noi dobbiamo salire di livello con loro, facendo conoscere espressioni poetiche come questa[16]:

«Fiori e frutti sono maturi quando cadono; gli animali si sentono e si trovano l’un l’altro e sono soddisfatti. Ma noi, che ci siamo prefissi Dio, non possiamo essere pronti. Spostiamo in avanti la nostra natura come le sfere dell’orologio. Abbiamo ancora bisogno di tempo».

Questa è la natura dell’uomo, quella di non essere mai pronto, mai soddisfatto, mai compiuto, di avere come meta Dio.

Merita citare ancora una volta F. Hadjadj, che così ha parlato della peculiare “natura” dell’uomo[17]:

«L’essere umano è l’animale che si meraviglia di esistere. Siamo delle scimmie evolute, dei primati giunti al culmine della perfezione? Dubito che sia così. Perché il culmine della perfezione per il primate sta nell’agilità suprema con la quale spostarsi dal ramo o nella facilità assoluta di procurarsi delle banane. Essa non sta in questa capacità di meravigliarsi, in questa facoltà che vi lascia gli occhi sgranati, stupefatti, indifesi di fronte alla vertigine di essere vivi. Essa non sta in questa inclinazione alla contemplazione che, ad esempio, vi fa provare una tale meraviglia di fronte al manto striato della tigre che vi dimenticate di proteggervi contro i suoi graffi.
Alcuni dicono che l’affermazione dell’uomo, nel corso dell’evoluzione, sarebbe dovuta alla sua maggiore capacità di adattarsi al mondo. Eppure l’uomo sembra, al tempo stesso, un grande disadattato: invece di vivere pacificamente secondo l’istinto, cerca un senso, decifra il mondo come se fosse una foresta di simboli, desidera un al di là, un al di là non necessariamente come un altro mondo, ma come un modo di penetrare nel segreto di questo mondo, di intenderlo nel suo mistero, di bere alla sua fonte. Noi tutti, quindi, ministri o agenti di polizia, ci sentiamo come dei passeggeri o dei passanti. Non solamente perché siamo mortali, ma anche perché nella nostra stessa vita desideriamo un superamento, non necessariamente un superamento verso un altrove (perché questo non sarebbe che turismo, e il turismo, nella spiritualità, è più frequente di quanto si immagini). Noi desideriamo piuttosto un superamento nell’intensità del nostro modo di essere qui e ora, gli uni verso gli altri, cercando infine di essere, gli uni con gli altri, senza ipocrisia, in una verità e in una amicizia profonda (confessiamolo, grattando un po’ la vernice del decoro: siamo ancora lontani da questa verità e da questa amicizia, perché queste presupporrebbero che la caduta di tutte la maschere e la messa a nudo del nostro spirito). [...] Quando si pretende di fondare l’umanesimo sull’uomo stesso accade la medesima cosa che si verifica quando si pretende di erigere un edificio senza alcun appoggio esteriore: l’edificio crolla. Per elevare un palazzo, c’è bisogno di un terreno. Affinché l’uomo si elevi, ha bisogno di un Cielo. Per Cielo intendo una speranza. Gli altri animali si generano attraverso l’istinto. L’uomo ha bisogno di ragioni per dare la vita. Senza queste ragioni, senza una speranza, certamente egli non si suiciderà – perché vi è in lui questa forza d’inerzia che lo spinge a continuare la sua corsa, come un solido nello spazio vuoto –, ma quantomeno non donerà più la vita, perché non vede la ragione di fare figli, se tutto è destinato alla putrefazione. La speranza non è una ciliegia sulla torta, essa deve dichiararsi alla nostra stessa carne, al nostro stesso sesso. Gli Ebrei lo sanno bene: è nel loro sesso che essi trovano il segno dell’Alleanza con l’Eterno, perché, se io non credo in questa Alleanza, per quale ragione continuare l’avventura umana, per quale ragione ostinarsi ad alimentare il carnaio? Ecco ciò che caratterizza l’uomo tra tutti gli animali: egli deve elevarsi verso il Cielo prima di poter dormire con la sua donna. È in questo – molto semplicemente – che l’uomo supera infinitamente l’uomo. Egli cerca le ragioni per vivere al di là di se stesso. Egli aspira a una gioia che non possiede ancora veramente e di cui attende il compimento in qualche cosa – diciamolo – di «soprannaturale». Noi possiamo riprendere qui un verbo inventato da Dante, e dire che l’uomo è fatto per “trasumanarsi”».

Quando qualcuno afferma che l’uomo è l’essere più adattabile che ci sia, che l’evoluzione ha permesso la sua affermazione sulla terra proprio perché l’uomo si adatta ad ogni situazione, è bene sottolineare proprio il contrario. Apparentemente l’uomo ha la capacità unica di adattarsi, di coprirsi per ripararsi dal freddo, di inventare macchinari che lo aiutino a sopravvivere in condizioni avverse, ma in realtà è un disadattato, non è mai contento. Tu puoi dare cibo, vestiti e tutto ciò che serve ad un uomo e a quello non gli basta. Perché tua moglie pur avendo tutti gli agi non è soddisfatta e vuole che tu le parli, le dica qualcosa? Perché l’uomo ha bisogno di Dio!

Questa aspirazione alla verità, alla felicità, alla scoperta di un senso della vita, alla vita eterna, all’amore, a Dio, è la differenza fra l’uomo e l’animale.

A me diverte una battuta che uso spesso, si racconta di un esploratore che si perde nella savana e si ritrova circondato da leoni che stanno per sbranarlo. Si mette a pregare Dio perché ispiri sentimenti cristiani ai leoni, i quali a quel punto si inginocchiano dicendo: “Signore benedici noi e questo cibo che stiamo per prendere”. Il problema è che un leone non può pregare, non può ringraziare per il cibo, non può nemmeno maledire o bestemmiare, mangia e basta. L’uomo può scegliere di non ringraziare chi gli ha preparato un pasto o rendere grazie per un biscotto, questo è l’uomo.

Si pensi anche all’uomo primitivo – il dimenticarsi di fare riferimento alla questione dei primi uomini nell’Iniziazione cristiana crea nei ragazzi una dicotomia tra l’educazione ricevuta a scuola e la catechesi. I bambini di terza elementare passano l’anno intero a parlare degli uomini primitivi e nella catechesi non se ne fa cenno. A parte l’assurdità di questi programmi scolastici per cui, passato il primo mese, gli insegnanti non sanno più cosa inventarsi sull’argomento, i catechisti dovrebbero però dire con chiarezza che la differenza tra l’uomo primitivo e l’ultimo degli australopitechi è la possibilità di pregare, di seppellire i morti chiedendo per loro la vita eterna. La scimmia urla, si lamenta, ma poi si dimentica o, comunque, non prega per i suoi morti. L’uomo primitivo da subito seppellisce i morti, da subito ha la cultura, simbolizza, si esprime con l’arte disegnando i graffiti, cerca speranza, cerca verità[18].

Il paleontologo ed antropologo Y. Coppens ha così dichiarato[19]:

«Sappiamo o abbiamo ormai il presentimento, dato che non sono sempre disponibili le prove definitive, che l’homo religiosus coincide con l’uomo in generale. L’essere umano, fin dallo sbocciare della sua umanità, è sensibile al sacro e possiede una dimensione spirituale. Personalmente, sono convinto che non ci sia distanza fra l’apparizione dell’uomo e l’apparizione del suo pensiero religioso. L’uno e l’altro sono parti di una stessa condizione. […]
Abbiamo ad esempio degli elementi che provano il trattamento dei morti fin da un milione di anni fa, o ancor prima
. All’inizio, questi trattamenti furono forse un po’ rudimentali, ma restano comunque dei trattamenti. Mostrano che l’uomo tratta i suoi morti con un altro occhio, altri sentimenti, rispetto agli animali».

E se questo venisse dimenticato per un istante, ci sarebbero gli immigrati, ci sarebbero i popoli più poveri della terra, a ricordarcelo: essi non sopportano l’ateismo, l’immoralità. L’errore più grave che stiamo facendo è accoglierli senza mostrare quanto sia importante la fede cristiana nei cuori, ma anche nei suoi riflessi  pubblici. A loro non fa problema che la nostra fede sia diversa dalla loro, ma che in occidente non ci sia fede e si viva solo per il denaro e la tecnologia.

Papa Francesco ha scritto nell’Evangelii Gaudium queste parole molto forti in proposito: «Desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (EG 200)[20].

Non è mai inutile ricordare che in una scuola pubblica ciò che scandalizza, ad esempio, un musulmano di recente immigrazione non è il crocifisso o la preghiera dei suoi compagni di classe, ma piuttosto l’assenza di segni religiosi e di una relazione forte con Dio. Se veramente si volesse evitare di scandalizzarli, di fare loro offesa, bisognerebbe proibire gli abiti succinti e le effusioni di amore in pubblico!

Per esprimere nella catechesi la dimensione spirituale dell’uomo, la sua differenza rispetto agli animali, si potrebbe fare riferimento alla bellissima trasposizione che di Genesi ha fatto C.S. Lewis nelle Cronache di Narnia. Così egli ha descritto, nel primo dei sette racconti delle Cronache che si intitola Il nipote del mago, la creazione del mondo attraverso il canto di Aslan, che chiama all'esistenza tutto ciò che esiste con la sua melodia finché, al culmine della sua opera, vengono destati la coscienza e l'amore negli animali parlanti[21]:

«“Narnia, Narnia, Narnia, svegliati. Ama. Pensa. Parla. Che gli alberi camminino. Che gli animali parlino. Che le acque siano sacre”. Quella era la voce del leone. I bambini avevano sempre saputo che prima o poi il leone avrebbe parlato, ma quando sentirono la sua voce provarono un’emozione fortissima. […] E tutte le creature e tutti gli animali, con voci diverse, alte o basse, cupe o chiare, salutarono con queste parole: “Salute, o Aslan. Abbiamo udito e ti obbediamo. Noi siamo svegli. Noi amiamo. Noi pensiamo. Noi parliamo. Noi sappiamo”. [...] “O nobili creature, io vi faccio dono di voi stessi […] Da ora e per sempre la terra di Narnia vi apparterrà. Ecco, io vi consegno le foreste, i frutti, i fiumi. Vi dono le stelle, vi dono me stesso”».

In questa capacità di amare, di pensare, di parlare, di avere in dono se stessi e di avere in dono l’affetto per Aslan, il leone che rappresenta Cristo nelle Cronache, sta la grandezza dell’uomo[22].

10/ L'uomo è fatto per Dio: il riposo del sabato

Che l'uomo sia fatto per Dio emerge anche dalla scansione di Genesi 1 che si basa sullo schema settenario dei giorni. La creazione non si arresta all'uomo, ma giunge al “riposo”! Il termine shabbat viene dal verbo ebraico shabat che vuol dire “riposare”, “fermarsi”, “arrestarsi” – la nostra settimana ricorda le origini pagano-ebraico-cristiane della nostra civiltà: lunedì-Luna, martedì-Marte, mercoledì-Mercurio. giovedì-Giove, venerdì-Venere, sabato-Shabbat, domenica-Dies Domini, 5 nomi di origine pagana, uno di origine ebraica, uno di origine cristiana.

Qui è evidente come la catechesi debba imparare dall’esegesi storico-critica. All’autore di Genesi 1 non importa assolutamente nulla della numerazione da 1 a 6: quello che gli interessa è mostrare che esistono fin dall’inizio del mondo 6 giorni di lavoro ed 1 di riposo: è il 6 contro 1, non l’1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, che ha a cuore.

Ogni attività catechetica che cerca di riproporre un attività per ognuno dei 6 giorni nasce da un’incomprensione del testo biblico. Al testo biblico interessa il settimo, il senso dei “sei” giorni di lavoro di Dio che giunge infine al suo “giorno di riposo”.

Dio crea, ma soprattutto gode di ciò che ha creato. Egli si “ferma” nel settimo giorno per contemplare l'opera sua e trovarla buona e gioirne. Dicono i maestri ebrei che proprio qui si manifesta la suprema libertà di Dio che non è solo quella di “fare”, ma anche quella di “cessare” di operare per gioire.

C’è un bellissimo testo di un rabbino moderno, Isidor Grunfeld, che dice a questo proposito[23]:

«Il lavoro può rendere liberi, ma si può anche esserne schiavi. È detto nel Talmud che quando Dio creò il cielo e la terra, essi continuarono a girare senza posa come due rocchetti di filo, sino a quando il Creatore ordinò: "Basta".
L'attività creativa di Dio fu seguita dallo Shabbath, allorché deliberatamente Egli cessò la Sua opera creatrice. Questo fatto, più di ogni altra cosa, ci presenta Dio come libero creatore, che liberamente controlla e limita la creazione da Lui attuata secondo la Sua volontà. Non è quindi il lavoro, ma la cessazione del lavoro che Dio scelse come segno della Sua libera creazione del mondo. L'ebreo, cessando il suo lavoro ogni Shabbath, nel modo prescritto dalla Torah, rende testimonianza della potenza creatrice di Dio. E, inoltre, rende manifesta la vera grandezza dell'uomo. Le stelle e i pianeti, una volta iniziato il loro moto rotatorio che durerà in eterno, continuano a girare ciecamente, senza interruzione, mossi dalla legge naturale di causa ed effetto. L'uomo invece può, con un atto di fede, porre un limite al suo lavoro, affinché non degeneri in una fatica senza senso. Osservando lo Shabbath, l'ebreo diviene, come dissero i nostri Saggi, simile a Dio stesso. Similmente a Dio, egli è padrone del suo lavoro, non schiavo di esso».

Se Dio è Dio non tanto perché crea, ma soprattutto perché gode di aver creato, anche la libertà dell’uomo si manifesta nel fatto che egli non solo lavora, ma può soprattutto astenersi dal lavorare. La vera libertà è fermarsi, godere, celebrare, pregare. Ed in effetti lo si sperimenta nell’esperienza: un padre di famiglia può lavorare talmente tanto da distruggere la sua famiglia ed il suo equilibrio mentale. Se non riposa, se non stacca dal lavoro, se non mette qualcosa al di sopra del lavoro, accadrà che il lavoro, divenuto idolo, distruggerà lui. Chi non osserva il ritmo del riposo – ed in esso il giorno della festa comandata da Dio - perde alla fine anche l’amore, logorando i rapporti più cari.

Tanti genitori che accompagnano i figli alla catechesi si lamentano perché vorrebbero almeno la domenica riposarsi e stare in famiglia: ebbene bisogna rispondere loro che, se non verranno a messa, non si riposeranno e non staranno in famiglia! Dio ha fatto la domenica esattamente perché l’uomo arrivi stanco a messa, ma ne esca rinfrancato, avendo compreso che Dio è con lui nella fatica del lavoro. E Dio ha voluto la celebrazione eucaristica perché la famiglia, che altrimenti vivrebbe la domenica dispersa – questo  vero ancora di più oggi, poiché ognuno ha il proprio smartphone – possa radunarsi insieme e dialogare intorno alla mensa del Signore. Ed è l’esperienza vera che sentiamo testimoniare tante volte: ero arrivato a messa stanco, ma ne sono uscito rinfrancato. Lo stesso si potrebbe dire della Confessione, quel sacramento che sempre rimandiamo e che invece, ci rigenera non appena ci accostiamo ad essa.

Esistono altre espressioni straordinarie dei rabbini sul giorno di festa, espressioni che dobbiamo riscoprire per capire cosa è la domenica. Uno di loro ha scritto[24]:

«Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, ma è il sabato che ha custodito Israele».

Un altro ha scritto[25]:

«Senza il sabato – che è la quintessenza di tutta la Torah – non possono esistere né l’ebraismo né gli ebrei; la storia ebraica non conosce alcun esempio che mostri che gli ebrei abbiano potuto sopravvivere senza il sabato».

Un altro ancora ha detto[26]:

«Senza lo Shabbat, né Israel, né Erez Israel, né la cultura ebraica possono sopravvivere».

Se Israele, cioè, non avesse osservato il sabato nei secoli, si sarebbe estinto come popolo ebraico: senza la celebrazione del sabato Israele sarebbe scomparso dalla storia. Ad Auschwitz gli ebrei cercavano di osservare il sabato: sembra incredibile, ma in quelle orribili condizioni in cui erano tenuti, pregavano. Anche i cristiani ad Auschwitz facevano lo stesso. Massimiliano Kolbe celebrava la Messa, sapeva i salmi a memoria e poteva recitare le Lodi, per lodare Dio dentro Auschwitz, ed è anche questo che ha salvato la dignità dell’uomo in quel luogo infernale, è questo che ha dato la forza per vivere la carità e non divenire disumani.

È importantissimo, allora, rendersi conto che Genesi pone il sabato, il rito, la festa, al principio della Bibbia, prima ancora dello svolgimento di tutta la storia della salvezza.

Il rito, il tempo liturgico - si potrebbe dire - sono le prime cose che la Bibbia sottolinea, fin dal suo inizio: non vengono dopo, al momento dell'ingresso nella Terra Santa o quando viene eretto il Tempio. No, la liturgia è la prima cosa. Perché l'uomo, solo tramite il rito, può rivolgersi a Dio e farne esperienza[27]. L'uomo non è fatto solo per essere compartecipe della creazione con Dio nelle sue opere, l'uomo non è fatto solo per il lavoro, bensì è fatto per la lode, per il ringraziamento: ma questa lode matura nei segni liturgici.

All'uomo, immagine di Dio, è dato di potersi riposare a somiglianza del suo Creatore. Ed il riposo non è semplice cessazione del lavoro per una distrazione effimera e passeggera. Molto più è riscoperta, attraverso il rito celebrato nella fede, che niente di ciò che è fatto secondo la volontà di Dio andrà perduto, perché la provvidenza divina è in grado di far fruttificare nel centuplo e per l'eternità il bene.

Anche Gen 1,14 ricorda il tempo festivo: «Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni». In effetti Genesi 1 - affermano gli esegeti - è stato redatto da un autore di ambiente sacerdotale che voleva sottolineare la rilevanza del culto (tale fonte viene denominata negli studi moderni come Priestercodex ed abbreviata con la lettera P, sottolineando proprio che è un ambiente di “preti veterotestamentari” attenti al sabato ed al culto ad averlo scritto).

La Chiesa, istruita dalla resurrezione di Gesù, ha compreso che il sabato trova il suo compimento nel “giorno del Signore”: nel giorno di Pasqua diviene evidente che tutto ciò che esiste non è fatto per la morte, ma per l'eternità di Dio. Quel giorno redime e conferisce significato a tutte le fatiche dell'uomo sulla terra. Per questo, se ci si dimentica di “santificare le feste”, si cade in peccato mortale: regna la morte, infatti, dove la speranza della fede non illumina più il cammino.

Già nell’Apocalisse compare il termine cristiano “domenica”, cioè “giorno del Signore” (Ap 1,10, chiaramente nella lingua greca e non ancora in latino). Si vede cioè subito che per la Chiesa primitiva il giorno santo non è più il sabato, ma il primo giorno dopo il sabato, più precisamente la domenica. Come fa Giovanni, ebreo, a dire: “Non celebriamo più il sabato, ma la domenica?” Perché di domenica è successo qualcosa di più importante, Gesù è risorto! Il fatto che si sposti la festa alla domenica è una prova della Resurrezione di Cristo.

Questo è l’unica cosa che si deve sottolineare quando si parla dei sette giorni della creazione: non la scansione in 6 giorni delle creature, bensì il settimo giorno che da loro significato - didatticamente bisognerebbe, ad esempio, far realizzare due disegni, il primo con Dio e l’uomo che creano ed il secondo con Do e l’uomo che riposano.

Genesi 1 annunzia ciò che la fede cattolica e Sant’Ignazio di Loyola in particolare condenseranno nel dire che l’uomo è stato creato ad maiorem Dei gloriam, l’uomo è uomo perché dà lode a Dio. Se l’uomo non ringrazia Dio ha perso la sua umanità. L’uomo è uomo perché riscopre la sua relazione con Dio, altrimenti si disumanizza.

Faccio sempre l’esempio di mia madre, che era una di quelle donne che non stanno mai ferme. Aveva quattro figli, ogni giorno doveva fare dieci telefonate per augurare buon compleanno o anniversario a parenti ed amici, poi altre per chiedere notizie a persone che erano malate o in difficoltà, preparava i dolci per l’oratorio, faceva la catechista, ci seguiva nei compiti, si preoccupava di riparare gli oggetti che si rompevano perché ricomprarli significava sprecare dei soldi. Alla fine della giornata iniziava a recriminare con noi che continuavamo a giocare come avevamo fatto tutto il tempo: “Ecco, voi state solo a giocare, io ho fatto tante cose!”, e noi puntualmente rispondevamo: “Mamma, ma chi te lo ha chiesto?”. Non è vero che non avrebbe potuto fermarsi un’ora, leggere un libro, pregare, è che l’uomo non si sa riposare, lavora ma non sa gioire del lavoro fatto.

11/ Dio è Creatore e Padre dell'uomo e della donna

La Bibbia mostra inoltre l'enorme dignità dell'essere uomini o donne, chiamati ad amarsi. Genesi 1 e 2 ne parlano anche questa volta in maniera simmetrica e complementare.

Nel primo capitolo si dice che Dio «maschio e femmina li creò». La dignità dell'identità sessuale e della corporeità maschile e femminile è stata voluta da Dio stesso. Egli ci ha voluti maschi o femmine, perché ci amassimo come siamo e perché amassimo l'altro esattamente così come è.

Il secondo capitolo afferma che non è bene per l'essere umano essere solo: la solitudine è esattamente la condizione nella quale l'uomo non può vivere bene!

Non è bene che l’uomo sia solo, su questa frase enorme si potrebbero fare catechesi per un intero anno. Perché non stai bene, perché non sei felice? Perché non ami e non sei amato!

Dio mise vicino all’uomo tutti gli animali, ma nessuno di essi “corrispose” all’uomo, nessuno gli “fu simile”, nessuno “gli stette di fronte alla pari”: gli animali non bastano a sconfiggere la solitudine dell’uomo. Questo va detto nella catechesi, il gatto come gli altri animali, sono belli, ma non permettono di vincere la solitudine.

Allora Dio fece addormentare l'uomo. È proprio l'esperienza di ogni amore vero: esso è sempre uno stupore. È come se fossimo destati da un torpore. La presenza dell'altro ci stupisce, perché non siamo stati noi a generare l'altro. L'amore può essere inteso solo come miracolo. L'altro mi ama liberamente, senza che sia io a “costruire” il suo amore: quell'amore posso solo accoglierlo e rendere grazie all'altro che mi vuole bene.

Genesi 2 prosegue affermando che la donna fu tratta dalla costola dell'uomo. Infatti in ebraico il termine tzela non vuol dire solo costola, ma anche fianco. Mentre Dio ed i suoi angeli stanno al di sopra dell'uomo e gli animali sono inferiori all'uomo, ecco che solo la donna sta al suo fianco. L'uomo e la donna, fianco a fianco, camminano amandosi.

I rabbini ebrei, grandi interpreti della Scrittura, hanno insegnato alla Chiesa a leggere correttamente questo passo. Ispirandosi alla sapienza dei rabbini, Daniel Lifschitz ha scritto:

«Perché Dio plasmò dalla costola e non dalla testa? Per evitare che la donna dominasse l’uomo. Perché non dal piede? Per evitare che l’uomo la dominasse. Dalla costola, perché avessero pari dignità».

È interessante sentire le donne che parlano degli uomini, in realtà a volte li disprezzano, non hanno grande stima di loro, ma se ne innamorano. Lo stesso vale per il reciproco, gli uomini cercano le donne anche se spesso non ne hanno una grande idea. In modo misterioso gli uomini e le donne si cercano e il fatto che uno sia il fianco dell’altro fa sì che se si sbaglia la scelta della “costola” si gira per sempre con una costola rotta![28]

Questa esegesi di tipo ebraico è passata giustamente nell’esegesi cristiana. Ad esempio, così ha scritto nel medioevo Pietro Lombardo, come ha ricordato Benedetto XVI[29]:

«Ispirandosi al commento di sant’Agostino al libro della Genesi, Pietro si domanda il motivo per cui la creazione della donna avvenne dalla costola di Adamo e non dalla sua testa o dai suoi piedi. E spiega: “Veniva formata non una dominatrice e neppure una schiava dell’uomo, ma una sua compagna” (Sentenze 3, 18, 3). Poi, sempre sulla base dell’insegnamento patristico, aggiunge: “In questa azione è rappresentato il mistero di Cristo e della Chiesa. Come infatti la donna è stata formata dalla costola di Adamo mentre questi dormiva, così la Chiesa è nata dai sacramenti che iniziarono a scorrere dal costato di Cristo che dormiva sulla Croce, cioè dal sangue e dall’acqua, con cui siamo redenti dalla pena e purificati dalla colpa” (Sentenze 3, 18, 4). Sono riflessioni profonde e valide ancora oggi quando la teologia e la spiritualità del matrimonio cristiano hanno approfondito molto l’analogia con la relazione sponsale tra Cristo e la sua Chiesa».

Proprio per questo il rapporto con la donna, una volta che avverrà il peccato, sarà anche così difficile oltre che tanto desiderato. È molto più facile, infatti, avere un rapporto con qualcuno che ci è inferiore, come un animale, ma la donna è per l'uomo - e viceversa - qualcuno che lo tocca nel fianco, che lo tocca nel vivo della sua carne e del suo cuore.

Mentre il cane è più in basso rispetto all’uomo, mentre l’angelo gli è al di sopra, la donna è l’unica che gli “sta al fianco”, gli “corrisponde”, è al suo pari. E tu puoi colmare la solitudine solo avendo al fianco una che è come te. Che è diversa da te, ma simile a te.

Ma Genesi non parla solo del rapporto fra l’uomo e la donna, parla anche del loro divenire padri e madri. L’uomo e la donna non sono fatti solo per stare l’uno di fronte all’altro, ma anche l’uno di fianco all’altra proprio per la vita, per la fecondità, per essere un segno nel mondo che parli ad altri, per donare luce al mondo.

Antoine de Saint-Exupéryha scritto[30]:

«Amare non è guardarsi negli occhi l’un l’altro, ma guardare insieme nella stessa direzione».

È certamente un paradosso, ma io non amo l’altro solo quando guardo i suoi occhi, ma quando ci volgiamo insieme ad amare altri, quando ci apriamo alla fecondità di un amore che produce frutto, che genera vita.

Gen 1 e Gen 2 non parlano così dell’innamoramento che è la molla dell’amore, parlano piuttosto della famiglia. Dichiarano che così come dall’origine c’è il sabato, così dall’origine c’è anche la famiglia, un papà, una mamma e dei bambini. Precisamente il testo dice: «Dio li benedisse e Dio disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,28) e «L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi» (Gen 3,20).

I catechisti che stanno con i ragazzi più grandi possono dirlo tranquillamente, senza temere di poter urtare la sensibilità degli omosessuali, perché una verità così evidente può essere riconosciuta da tutte le persone “di buona volontà”: gli omosessuali amano la famiglia composta di un uomo e di una donna e la ritengono necessaria e fondante perché sanno benissimo di essere nati da un uomo e da una donna. Non ci sarà mai nessuno che nascerà da due papà o da due mamme ed, ancor più, ogni persona che vive oggi è il risultato di una catena di milioni di papà e di mamme che hanno generato figli nei secoli. Fra gli omosessuali c’è una maggioranza silenziosa che è d’accordissimo con questo, ma una minoranza si è arrogata il diritto di esprimersi a nome di tutti gli altri. Tutti noi veniamo al mondo dall’unione di un seme proveniente da uomo e da un ovulo proveniente da una donna.

Tempo fa F. Hadjadj ha scritto un Manifesto dei meravigliati che ci sembra prolungare il testo di Genesi 1 e 2[31]:

«Non siamo degli indignati. Ciò che ci anima è un sentimento più primitivo, più positivo, più accogliente: si tratta di quella passione che Cartesio considera la prima e la più fondamentale di tutte: l’ammirazione.
Essa è prima perché la si sperimenta di fronte alle cose che ci precedono, che ci sorprendono, che non abbiamo pianificato noi: i gigli dei campi, gli uccelli del cielo, i volti, tutte le primavere…  Le nostre azioni non sono motivate da uno stato d’animo triste o di rivendicazione. Non sono imbevute di amarezza. Non vorrebbero essere altro che rendimenti di grazie. Perché, a partire da questa ammirazione primigenia, esse devono fiorire in gratitudine verso la vita ricevuta, verso la nostra origine terrestre e carnale: il fatto che non ci siamo fatti da soli, ma che siamo nati, da un uomo e da una donna, secondo un ordine che sfuggiva a essi stessi.
Lungi dall’essere degli spiritualisti o dei moralizzatori, riconosciamo quella che Nietzsche chiamava “la grande ragione del corpo” e anche “lo spirito che opera dalla vita in giù”. Sì, noi siamo meravigliati dall’ordinazione reciproca dei sessi, dal genio della genitalità. Certo, questa organizzazione stupefacente è come il naso in mezzo al nostro volto: tendiamo a non vederlo. Ci inorgogliamo di avere costruito una torcia, e dimentichiamo lo splendore del sole; idolatriamo la magia delle nostre macchine, e disprezziamo la meraviglia della nostra carne.
Questa meraviglia la nascondiamo sotto le parole “biologico”, “determinismo”, “animalità”, e assumiamo un’aria di superiorità, vantando le libere prodezze della nostra fabbrica. E tuttavia, che cosa c’è di più stupefacente di questa unione degli esseri più differenti, l’uomo e la donna? E cosa c’è di più sorprendente del loro abbraccio, chiuso sul suo proprio godimento, e che tuttavia si strappa, secondo natura, per permettere l’avvento di un altro, di un’altra differenza ancora: la futura piccola peste, il già disturbante, colui che chiamiamo “il bambino”?... Ed è a causa di questo che le nostre manifestazioni dureranno fintanto che ci saranno peni e vulve, e la loro ordinazione reciproca anzitutto involontaria, e la loro fecondità che mette in discussione la nostra avarizia. [...]
Siamo soltanto dei francesi, e più semplicemente ancora sia degli uomini e delle donne, molto lontani da qualsiasi puritanesimo e da qualsiasi fondamentalismo, ci incantano le natiche e non ci repelle l’ammirazione della congiunzione improbabile del “pisello” e della “passerina” e del pancione che ne deriva. Con maggiore precisione ci si potrebbe collocare fra i fautori di un’ecologia integrale. [...]
Per rendere uguali le condizioni, è necessario ricorrere all’artificio, e passare dalla nascita alla fabbricazione, dal “born” al “made”… Dietro la pretesa legalizzazione giuridica, c’è dunque un assoggettamento tecnocratico, e il progetto di produrre persone non come persone, dunque, ma come prodotti, in base ai nostri capricci, secondo la legge della domanda e dell’offerta, in conformità ai desideri fomentati dalla pubblicità: “Un bambino à la carte, la vostra piccola cosa, l’accessorio della vostra autorealizzazione, il terzo compensatorio delle vostre frustrazioni; infine, per una modica somma, il barboncino umano!”.
Ecco perché non siamo “omofobi”. Siamo meravigliati dai gays veramente gai, dai «folli» senza gabbia, dai saggi dell’inversione. L’amore della differenza sessuale, così fondamentale, con quello della differenza generazionale (genitori/figli), ci insegna ad accogliere tutte le differenze secondarie. Se io, uomo, amo le donne, così estranee al mio sesso, come potrei non avere simpatia, se non amicizia, per gli omosessuali, che mi sono, in definitiva, molto meno estranei?»

Recentemente un gruppo di leaders del movimento femminista francese si sono scagliate giustamente contro il preteso diritto dei maschi di avere figli tramite l’“utero in affitto” con espressioni che dovrebbero far pensare.

Esse contestano alcune rivendicazioni che aprono problemi gravi e spesso non considerati. In particolare, se la prendono giustamente con la pretesa di avere dei figli che si traduce nel fatto che due uomini ricchi pagano una donna povera perché questa partorisca un figlio che poi dovrà consegnare come fosse un oggetto da poter acquistare. È una nuova orrenda forma di sfruttamento e di schiavitù, altro che progresso![32]

Anche di questo parla Genesi.

12/ Genesi demitizza testi mitologici precedenti e spalanca la via alla scienza

Vale la pena ora tornare ad una riflessione metodologica su che tipo di testo sia Genesi e che tipo di verità proponga. Innanzitutto è importante dire che Genesi non è un testo mitologico, bensì un testo de-mitologizzato. Gli autori di Genesi si espressero utilizzando immagini che erano abituali al loro tempo - si pensi all'Epopea di Gilgamesh o all'Enuma Elish, poemi di origine mesopotamica nei quali si narra in modo mitologico la creazione di tutto ciò che esiste - ma le spogliarono dei riferimenti al politeismo di quei popoli, per rileggerle alla luce della fede nell'unico Dio.

Così recita, ad esempio, un passaggio dell’Epopea di Gilgamesh, riferendosi ad Enkidu, l’uomo primordiale:

«La dea Aruru [...] diede vita al pensiero di An. La dea Aruru lavò le sue mani,
prese un grumo di argilla, lo gettò nella piana.
Nella piana lei creò Enkidu, l'eroe,
creatura del silenzio, reso forte da Ninurta
.
Tutto il suo corpo è coperto di peli,
la chioma fluente come quella di una donna,
i capelli del suo capo crescono come orzo. Ma non conosce né la gente né il Paese;
egli è vestito come Sumuqan.
Con le gazzelle egli bruca l'erba,
con il bestiame beve nelle pozze d'acqua.
con le bestie selvagge si disseta d'acqua.
Shamkat lo vide, l'uomo primordiale,
il giovane la cui selvaggia virilità viene dal profondo
della steppa.
Il cacciatore disse: "È lui, o Shamkat, denuda il tuo seno,
allarga le tue gambe perché egli possa penetrarti.
Non lo respingere, abbraccialo forte,
egli ti vedrà e si avvicinerà a te
.
Sciogli le tue vesti affinché egli possa giacere sopra di te;
dona a lui, l'uomo primordiale, l'arte della donna.
Allora il suo bestiame, cresciuto con lui nella steppa,
gli diventerà ostile,
mentre egli sazierà le sue brame amorose".
Shamkat denudò il suo seno, aprì le sue gambe
ed egli penetrò in lei.
Essa non lo respinse, lo abbracciò fortemente,
aprì le sue vesti ed egli giacque su di lei.
Essa donò a lui, l'uomo primordiale, l'arte della donna,
ed egli saziò con lei le sue brame amorose.
Per sei giorni e sette notti Enkidu giacque con Shamkat
e la possedette.
Dopo essersi saziato del suo fascino,
volse lo sguardo al suo bestiame:
le gazzelle guardano Enkidu e fuggono,
gli animali della steppa si tengono lontani da lui.
Enkidu era diverso, una volta che il suo corpo
era stato purificato:
le sue gambe, che tenevano il passo delle bestie,
erano diventate rigide;
Enkidu non aveva più forze, non poteva più correre
come prima;
egli però aveva ottenuto l'intelligenza; il suo sapere
era divenuto vasto
.
Egli desistette e si accovacciò ai piedi della prostituta.
La prostituta lo guardò attentamente,
e ciò che gli diceva la prostituta egli andava ascoltando
attentamente.
Ella, allora, parlò a lui, a Enkidu:
“Tu sei divenuto buono, o Enkidu, sei diventato simile
a un dio”».

Si vede chiaramente come nella creazione di Enkidu intervengano diverse divinità, si vede come la prima donna Shamkat sia presentata come una prostituta. Certo Genesi utilizza in parallelo alcune immagini, come quella della terra da cui è tratto il primo uomo, ma il parallelismo mostra come nella Bibbia siano scomparsi tanti particolari che l’autore biblico forse conosceva bene.  

Proprio questa de-mitologizzazione apre la strada alla scienza. Gli elementi del cosmo non sono divini, ma sono semplici creature, perciò possono essere studiati nelle loro leggi. Gli astri e gli animali non sono divinità, come ad esempio nel mondo egizio: il sole è solo il sole e non il dio Ra ed il bue è solo un bue e non il dio Apis.

Così ha affermato un maestro dell’ebraismo, volendo mostrare come i testi ebraici di Genesi abbiano spalancato la via alla ricerca scientifica[33]:

«Non si è potuto negare alla prima pagina della Genesi quello che essa possiede di nuovo, di originale, di grandioso, di rivoluzionario. «La bella pagina «IN PRINCIPIO DIO CREÒ IL CIELO E LA TERRA» è stato come il freddo maestrale che ha pulito il cielo, come il colpo di scopa che ha cacciato dal nostro orizzonte le chimere che l'oscuravano. Una volontà libera, come quella che implica la parola creò, sostituita a diecimila volontà fantastiche, è a modo suo un progresso. La gran verità dell'unità del mondo e della assoluta solidarietà di tutti i suoi membri, misconosciuta dal politeismo, è almeno chiaramente intuita in quei racconti, in cui tutte le parti della natura sbocciano, grazie all'azione dello stesso pensiero e all'effetto dello stesso verbo». (RENAN, Hist. du peuple d'Israël, I, p. 80). […]
Dal testo della Bibbia la creazione appare avvenuta ex-nihilo, dal nulla. Nessuna materia o elemento è detto esistere prima. Il cielo e la terra del primo verso indicano le due porzioni del creato uscito dal nulla, l'uno la parte che è in alto ed è sede delle nubi, delle acque superiori, degli angioli, l'altra quella che è in basso, dove crescono le piante e gli animali, coi continenti e i mari. La terra appena creata era un'informe massa di materia (tòhu va-vòhu), sommersa sotto un liquido oceano (tehòm) tutto avvolto nelle tenebre (chòshech) e sfiorato dallo spirito di Dio (rùach Elohìm). I greci, a differenza degli ebrei, ammettevano una materia prima da cui sarebbe poi sorto il mondo. Di questa diversa concezione intorno alle prime origini delle cose si hanno gli echi fino dall'epoca farisaica. «Un filosofo - dice il Midrash - disse un giorno a Rabban Gamliel (I sec.): «Un grande artista è certo il vostro Dio; egli ha trovato però degli eccellenti materiali che lo hanno aiutato nella sua costruzione: il caos (tòhu e bòhu), le tenebre (chòshech), lo spirito o il vento (rùach), l'acqua (màim), e l'abisso (tehomòth)». R. Gamliel ribatté: «Ma anche questi elementi non erano stati altro che oggetti della creazione, come è esplicitamente dichiarato in altri passi biblici (Isaia, XLV, 7; Salmi, CXLVIII, 4; Amos, IV, 13; Prov., VIII, 24)». Secondo Neumark la dottrina della creazione monoteistica non poteva che sottoscrivere all'idea della creazione ex-nihilo, la quale era stata sostenuta non solo dalla Mishnàh, ma da alcuni apocrifi (Epistola di Aristea, II libro dei Maccabei) e dal Vangelo. Nell'Epistola agli ebrei (XI, 3) è scritto: “Per fede intendiamo che l'universo è stato formato mediante la parola di Dio in guisa che quel che si vede non è stato fatto da cose esistenti”. [...]
Renan aveva scritto con saggia misura: “Il vero è che la bella pagina con cui si apre la Genesi non è né dotta alla maniera della scienza moderna, né ingenua alla maniera delle cosmogonie pa­gane. È una scienza fanciulla; un primo tentativo di spiegazione delle origini del mondo, la quale implica un'idea giustissima della evoluzione successiva dell'universo. La chiara semplicità del genio ebraico e la limpidezza del racconto ebraico hanno soppresso le esuberanze mitologiche facendo di quella prima pagina un capolavoro dell'arte che richiede per certi soggetti di essere insieme chiaro e misterioso” (RENAN, 1.c., II, 387-8). “Le persone intelligenti si debbono convincere che intenzione della Torah non è l'insegnamento delle scienze naturali e che essa non è stata promulgata se non per indirizzare gli uomini sulla via dell'umanità e della giustizia, per infondere loro la fede dell'unità di Dio e nella Divina Provvidenza, giacché la Torah non era destinata soltanto ai dotti ma a tutto il popolo. Allo stesso modo che l'idea della Provvidenza non è stata esposta, né poteva esserlo, in forma filosofica, così neppure il fatto della creazione è stato narrato, né poteva esserlo, in forma filosofica. Iddio voleva far nota agli uomini la unità del mondo e l'unità della specie umana. Sono questi i due scopi che si propone il racconto delta creazione” (S.D. LUZZATTO, Il Pentateuco, 1871, pag. 2)».

Proseguendo questa traiettoria il pensiero scientifico, con le sue radici ebraiche, pagane e cristiane, ha subito compreso che la fede nel Dio Creatore e provvidente non esclude l'evoluzione della materia e delle forme di vita.

Ed, in effetti, molti degli scienziati che hanno fatto storia sono stati cristiani. Si pensi a Copernico, a Galilei e a Newton, tutti cristiani. Lo stesso Darwin non era ateo, ma in talune versioni della sua L’origine della specie si dichiarò credente, in altre agnostico, sempre però affermando che la sua tesi scientifica non escludeva l'esistenza di Dio (cfr. Darwin stesso non riteneva la teoria dell’evoluzione una prova contro la fede, di A.L.). Così afferma nella VI edizione dell’opera L’origine della specie: «Non vedo alcuna buona ragione perché le opinioni espresse in questo volume debbano urtare i sentimenti religiosi di chicchessia. Allo scopo di dimostrare come certe impressioni siano passeggere, giova qui ricordare che la più grande scoperta mai fatta dall’uomo, ossia la legge dell’attrazione gravitazionale, fu anch’essa attaccata da Leibniz “come sovversiva della religione naturale e, quindi, di quella rivelata”. Un celebre autore e teologo mi ha scritto di “aver compreso a poco a poco che si può avere un concetto di Dio altrettanto nobile sia credendo che Egli abbia creato alcune forme originarie capaci di autosvilupparsi in altre forme necessarie, sia credendo che Egli sia ricorso ad un nuovo atto di creazione per colmare i vuoti provocati dall’azione delle Sue leggi”».

D'altro canto fu un monaco cattolico, Mendel, a spiegare come si trasmettessero geneticamente i caratteri evolutivamente vincenti. Anche l'ipotesi di un'originaria concentrazione dell'energia da cui si sarebbe sviluppato poi l'universo fu formulata da un sacerdote cattolico, Georges Édouard Lemaître: il termine Big Bang fu inventato per deridere la sua ipotesi che ora è, invece, la più accreditata in materia.

13/ Dio è Creatore e Padre perché tutto è stato da Lui creato, compresa la concatenazione degli eventi che la scienza sapientemente studia

Ma come comprendere allora il rapporto che esiste fra fede nella creazione e la scienza che studia lo sviluppo successivo di tutto ciò che esiste?

Innanzitutto, ad un primo livello, bisogna sottolineare che la scienza non ha mai cancellato il campo proprio della filosofia e della teologia ed in particolare la questione dell’origine ultima di tutto ciò che esiste. Infatti, la ricerca scientifica ha sempre rimandato alla grande questione filosofica: perché esiste qualcosa anziché il nulla. Ciò che è limitato non può essersi dato l’esistenza da solo: da dove viene tutto ciò che esiste? Può esistere da sempre, essendo origine di se stesso? Ai bambini che chiedono: “Ma se Dio ha creato il mondo, chi ha creato Dio?”, è giusto rispondere in maniera filosofica con la domanda inversa: “E se Dio non ha creato il mondo, come fa ad esistere il mondo? Può essersi creato da se stesso? Può essere eterno?”

Genesi ci rivela che esiste qualcosa anziché il nulla, perché Dio, nella sua libertà, ha voluto così. Egli è Creatore perché Padre. Egli non è una potenza impersonale che emana, senza averne coscienza, l’universo. Piuttosto Egli crea perché ama, perché desidera l'amicizia dell'uomo, Egli liberamente crea dal nulla e tutto accompagna con la sua provvidenza.

Il testo ebraico di Genesi ha illuminato la Chiesa a riconoscere con meraviglia il Dio Creatore, origine di tutte le sue creature. Fra gli altri ne è testimone San Francesco d'Assisi che compose non un cantico della natura, bensì molto più profondamente un Cantico delle creature che si apre con la lode di Dio stesso:

«Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature».

E vede in ogni realtà un “segno” che rimanda alla suprema bellezza di Dio, come dice, ad esempio, parlando del sole:

«Laudato sie, mi' Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
[...]
de Te, Altissimo, porta significatione».

Ma esiste una seconda questione importante, oltre quella della prima origine. Possono coesistere, senza essere in concorrenza, Dio e le leggi della fisica, Dio e le leggi della biologia?

Assolutamente sì, perché la fede e la scienza si situano ognuna al proprio livello, perché tutto ciò che avviene ha delle con-cause, ognuna vera nel suo proprio ambito.

Se pensiamo alla nascita di un bambino si può dire certamente che egli viene alla luce per una complessa fisiologia che porta ogni 28 giorni un ovulo nel corpo di sua madre a maturare e che lo fa incontrare con uno dei milioni di spermatozoi fuoriusciti dal corpo di suo padre, permettendo ai due patrimoni genetici dei genitori di fondersi a generare il bambino. Ma si potrebbe dire con altrettanta verità che quel figlio è nato dall'amore di quell'uomo e quella donna e dalla loro disponibilità a generare quella vita.

San Tommaso d'Aquino, nella sua saggezza, ha parlato di due tipi di cause, le cause prime e le cause seconde. Il mondo si è sviluppato così come è per una serie di eventi fisico-chimici che ne hanno segnato la storia - le cause seconde - ma insieme perché Dio lo ha creato e voluto in ognuna delle sue tappe successive - la causa prima.

Un dato ci aiuta a percepire questa “misteriosa” presenza e azione di Dio, come causa prima, dietro le cause seconde che collegano gli eventi secondo la causa e l’effetto. Certo tutto ha un nesso causale, ma come mai esiste una misteriosa corrispondenza fra le leggi matematiche che la mente umana partorisce e gli eventi del cosmo che vi corrispondono? Albert Einstein disse una volta in proposito: «Quello che c’è, nel mondo, di eternamente incomprensibile, è che esso sia comprensibile» (“The Journal of the Franklin Institute”, vol. 221, n. 3, marzo 1936). Da dove viene allora questa sua comprensibilità?

Una volta una biologa credente spiegò che certamente era possibile passare da una forma all’altra di vita tramite un processo casuale, ma che ciò che la impressionava era la sequenza enorme di casualità “fortunata” che si doveva ipotizzare dal Big Bang all’uomo, se si escludeva la presenza di Dio. Uno solo degli infiniti passaggi poteva essere paragonato - a suo dire - ad una partita nella quale un giocatore avesse fatto per 10.000 volte consecutive il numero 12, gettando i suoi due dadi: una sola interruzione della sequenza, avrebbe impedito la formazione dello stadio successivo: ebbene questa sequenza sarebbe poi da moltiplicare per ognuno dei passaggi dello sviluppo!

Proprio questo voleva esprimere l’immagine medioevale con la quale abbiamo iniziato, quella di Dio che crea con un compasso, cioè non generando tutto direttamente, bensì conferendo alla materia la possibilità di evolversi attraverso leggi ben specifiche.

Infine, ad un terzo livello, la fede ha compreso che Dio non solo crea dal nulla all’origine, bensì che Egli anche mantiene in esistenza tutte le cose, come afferma Dei Verbum 3: Dio, «il quale crea e conserva tutte le cose per mezzo del Verbo». Tutto continua ad esistere perché Egli attualmente lo pensa: niente potrebbe mantenersi nell'essere, se Egli non lo volesse. È straordinario rendersi conto che tutto ciò che esiste intorno a noi, così come la nostra stessa persona, è attualmente pensato da Dio e tenuto nelle sue mani.

Per questo non si dà vera fede nella creazione che non sia insieme fede nella provvidenza divina. Ed anche la fede nell'esistenza degli angeli - di cui Genesi 1 e 2 non parla - trova qui il suo senso: attraverso i suoi angeli Dio accompagna la storia di ogni uomo. Come dice San Tommaso d’Aquino, «fra le verità che i fedeli devono credere, la prima è quella di credere che esiste un solo Dio. Ma, considerando che il nome di Dio non vuol dire altro che reggitore e provveditore di tutte le cose, crede davvero che Dio esiste solo chi crede che tutte le cose di questo mondo sono governate da lui e tutte soggiacciono alla sua Provvidenza. Chi perciò credesse che tutte le cose sono frutto del caso, di fatto non crederebbe all' esistenza di Dio»[34].

La diversità dei due racconti di Genesi 1 e 2 aiuta a comprendere che già il popolo ebraico non prendeva alla lettera quei racconti, altrimenti avrebbe omesso una delle due versioni così diverse: ma, d’altro canto, l'insistenza sugli aspetti che abbiamo analizzati dimostra come Israele ha sempre ritenuti veri quei testi, capaci cioè di dire la verità su Dio, sulla creazione e sull'uomo, attraverso immagini teologiche e poetiche convergenti. Si potrebbe dire, allora, che Genesi 1 e Genesi 2 sono veri di una verità per immagini, di una verità che traspare in maniera poetica. Veramente Dio ha creato il primo uomo e lo ha creato nella sua dimensione corporale come in quella spirituale, anche se il primo uomo non si chiamava Adamo. E perché il primo uomo esistesse sono stati necessari sia l’amore di Dio ed il suo intervento diretto, sia il suo intervento mediato tramite l’evoluzione.

Genesi invita così a pensare la creazione non come un atto semplicemente puntuale. Da un lato Dio ha creato tutto dal nulla, come specificherà ulteriormente il secondo libro dei Maccabei (2 Mac 7,28). Ma dall'altro, Dio è Creatore anche perché Egli tiene sempre l'intero creato nelle sue mani. Egli crea continuamente e governa tutto con la sua provvidenza. Egli è Creatore perché Padre, Egli crea perché ama e, per questo, non abbandona mai l'uomo a se stesso ed ai suoi errori.

Se Dio non fosse il Creatore, il mondo non potrebbe che essere legato solo a fredde leggi meccaniche, oppure abbandonato ad un cieco caso: tutto si svilupperebbe senza significato e sarebbe destinato a tornare nel nulla. Nessuna esistenza individuale avrebbe ultimamente alcun significato, bensì sarebbe irrilevante[35].

La creazione divina così come la provvidenza garantiscono, invece, del significato e della bellezza della vita. G.K. Chesterton ha scritto in proposito[36]:

«Può darsi che il sole sorga regolarmente perché non è mai stanco di sorgere. La sua routine può essere dovuta non a una mancanza, ma a un eccesso di vitalità. Ciò che intendo dire lo si può vedere, per esempio, nei bambini quando fanno un gioco o uno sport che li appassiona particolarmente. Un bambino che sgambetta ritmicamente, lo fa non per mancanza, ma per sovrabbondanza di vitalità. I bambini hanno una vitalità esuberante e sono pieni d'istintività e di entusiasmo: per questo motivo vogliono sempre ripetere e non cambiare ciò che fanno. Dicono ogni volta: "Fallo ancora", e l'adulto lo ripete fino allo sfinimento. Perché i grandi non sono abbastanza forti per godere della monotonia, ma forse Dio lo è. Può darsi che ogni mattina Dio dica: "Fallo ancora" al sole e ogni sera dica: "Fallo ancora" alla luna. Forse non è un'automatica necessità a rendere le margherite tutte uguali, forse Dio crea ogni margherita separatamente, ma non si stanca mai di farlo. Probabilmente possiede in eterno lo stesso entusiasmo dell'infanzia; noi siamo invecchiati perché abbiamo peccato e nostro Padre è più giovane di noi».

14/ Con il peccato il male è entrato nel mondo

Anche se di questo torneremo a parlare l’anno prossimo con uno stage dedicato precisamente al tema del male in Genesi 3 e nella Bibbia, vale la pena almeno accennare subito qualcosa.

Solo una realtà non è stata direttamente voluta e creata da Dio: il male. Anche questo annuncia Genesi. Il cardinale Newman disse una volta in maniera straordinaria: il peccato è «l’unica cosa al mondo che l’offenda, l’unica cosa che non sia sua».

Se Dio è all'origine di tutto e tutto è bene, cosa è il male per la fede cristiana? È l'assenza di bene, anzi il rifiuto stesso del bene, il rifiuto stesso di Dio (cfr. su questo Paolo e il cuore diviso dell’uomo: la rivelazione divina concorda con la stessa esperienza umana, di Andrea Lonardo e Il peccato e la grazia, di Andrea Lonardo su www.gliscritti.it ). Tutto è buono, ma se si voltano le spalle a Dio, ecco che ci si ritrova senza Dio, contro di Lui, senza la vita, contro la vita.

L'Apocalisse identifica il serpente antico che tentò il primo uomo: è Satana (Ap 12,9). Lo si potrebbe definire come l'essere personale che non è persona. Il diavolo è persona, perché cerca singolarmente ognuno: è quell'angelo decaduto che cerca l'uomo per farlo cadere, per allontanarlo da Dio, per dividerlo dai fratelli. Ma poiché l'essere persona è esattamente l'avere relazioni di amore, egli è anche non personale perché non vi è nessuno che ami: egli cerca tutti, senza amare nessuno.

Ecco il male: il male non è Dio. Per il cristianesimo non si dà alcun dualismo, poiché solo Dio è Creatore, essendo origine di tutto. Lo spazio del male si crea, quando si rifiuta Dio. Ed in questo spazio entra anche l'uomo, quando sceglie di rinunciare a Dio, lasciandosi tentare a pensare che Dio non voglia la felicità dell'uomo, che Dio voglia impedire all'uomo di divenire simile a lui.

Per un misterioso legame spirituale che esiste fra tutti gli uomini, quel primo peccato - “originale” perché primo e perché modello di ogni altro peccato – ha contagiato ogni uomo.

Ne è prova e traccia la divisione del cuore umano che sperimentiamo in noi, come afferma il Concilio Vaticano II: «Quel che ci viene manifestato dalla rivelazione divina concorda con la stessa esperienza. Infatti l'uomo, se guarda dentro al suo cuore, si scopre inclinato anche al male e immerso in tante miserie, che non possono certo derivare dal Creatore, che è buono. Così l'uomo si trova diviso in se stesso. Per questo tutta la vita umana, sia individuale che collettiva, presenta i caratteri di una lotta drammatica tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre» (Gaudium et Spes, 13).

15/ L'immagine di Dio è Cristo

Ma Dio è Padre e continua ad esserlo, nonostante il male entrato nel mondo. Lo è innanzitutto perché è da sempre Padre del Figlio suo Gesù Cristo. Dio si rivela come amore proprio perché è da sempre Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio non diventa Padre al momento della creazione del mondo: Egli è da sempre Padre perché dona da sempre tutto se stesso al Figlio. Ed è proprio Gesù a rivelarcelo, quando afferma che tutto ha ricevuto dal Padre suo.

Questa è la novità della rivelazione cristiana. Dio non è solo, perché è Padre, Figlio e Spirito Santo. L'incarnazione ci rivela allora il significato più pieno della creazione: se l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, l'immagine più piena di Dio è proprio il Figlio suo Gesù Cristo (Rom 8,29; Col 1,15). Per questo noi uomini siamo così bisognosi di essere amati e di amare, per questo siamo sommamente liberi, per questo la nostra vita è preziosa e benedetta: perché il Padre ci ha creati guardando al Figlio suo.

E noi troviamo pienamente noi stessi solo conformandoci al vangelo del Signore Gesù: quel vangelo non è un'imposizione che ci raggiunge dall'esterno, bensì, solo contemplandolo, solo ricevendone la grazia, possiamo ritrovare noi stessi e la nostra vera “forma”.

Note al testo

[1] Sull’iconografia della Sistina, cfr. Guida alla visita della Cappella Sistina (Musei Vaticani), di Andrea Lonardo e Presentare la creazione ai bambini: gli affreschi della Sistina di Michelangelo Buonarroti. Sulle diverse rappresentazioni della creazione nella storia dell'arte vedi anche il video on-line al canale youtube de Gli scritti. Per ulteriori video su Genesi e la catechesi vedi al sito www.catechistiroma.it nella sezione Proporre la fede ai bambini.

[2] I giorni della Creazione e Il peccato originale in Maurits Cornelius Escher. Breve nota di Andrea Lonardo.

[3] Cfr. su questo L’esegesi “secondo la fisica” del racconto della creazione nel pensiero dei maestri chartriani del XII secolo, di Michele Filippi.

[4] Su M. Chagall, cfr. Marc Chagall in À la Russie, aux ânes et aux autres, di François Lévy-Kuentz, di Andrea Lonardo.

[5] Cfr. Genesi 1 e 2. La creazione nella teologia, fra fede e scienza, di Giulio Maspero.

[6] Cfr. su questo Il problema del male in Sant'Agostino ed il superamento del manicheismo, di Andrea Lonardo.

[7] Come parlare di Dio oggi?, di Fabrice Hadjadj.

[8] Morte e amore, di Antonio Maria Sicari.

[9] Una cultura senza nozione di natura. Un confronto con il pensiero greco, di Riccardo Di Segni. Ma cfr. anche la relazione tenuta in questa due giorni su Genesi 1 e 2: Genesi 1 e 2: tesoro dell’ebraismo, del Rav Riccardo Di Segni.

[10] Della lettura “canonica” delle Scritture ebbe a scrivere da Joseph Ratzinger – Benedetto XVI (Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, I, pp. 14-17): «Soffermiamoci [...] sull’unità della Scrittura. È un dato teologico che non è, tuttavia, attribuito solo dall’esterno ad un insieme in sé eterogeneo di scritti. L’esegesi moderna ha mostrato come le parole trasmesse nella Bibbia divengano Scrittura attraverso un processo di sempre nuove riletture: i testi antichi, in una situazione nuova, vengono ripresi, compresi e letti in modo nuovo. Nella rilettura, nella lettura progrediente, mediante correzioni, approfondimenti e ampliamenti taciti, la formazione della Scrittura si configura come un processo della parola che a poco a poco dischiude le sue potenzialità interiori, che in qualche modo erano presenti come semi, ma si aprono solo di fronte alla sfida di nuove situazioni, nuove esperienze e nuove sofferenze. Chi osserva questo processo - certamente non lineare, spesso drammatico e tuttavia in progresso - a partire da Gesù Cristo può riconoscere che nell’insieme c’è una direzione, che l’Antico e il Nuovo Testamento sono intimamente collegati tra loro. Certo, l’ermeneutica cristologica, che in Gesù Cristo vede la chiave del tutto e, partendo da Lui, apprende a capire la Bibbia come unità, presuppone una scelta di fede e non può derivare dal puro metodo storico. Ma questa scelta di fede ha dalla sua la ragione - una ragione storica - e permette di vedere l’intima unità della Scrittura e di capire così in modo nuovo anche i singoli tratti di strada, senza togliere loro la propria originalità storica. L’“esegesi canonica” - la lettura dei singoli testi della Bibbia nel quadro della sua interezza - è una dimensione essenziale dell’esegesi che non è in contraddizione con il metodo storico-critico, ma lo sviluppa in maniera organica e lo fa divenire vera e propria teologia».

[11] Così Joseph Ratzinger – Benedetto XVI (Gesù di Nazaret, Rizzoli, Milano, 2007, I, pp. 14-17) ha scritto dell’unità della Scrittura evidente nel popolo che l’ha scritta e l’ha letta nei secoli della sua composizione: «La Scrittura è cresciuta nel e dal soggetto vivo del popolo di Dio in cammino e vive in esso. Si potrebbe dire che i libri della Scrittura rimandano a tre soggetti che interagiscono tra loro. Dapprima c’è l’autore singolo o il gruppo di autori, a cui dobbiamo un libro della Scrittura. Ma questi autori non sono scrittori autonomi nel senso moderno del termine, appartengono, invece, al soggetto comune «popolo di Dio»: partendo da esso parlano e a esso si rivolgono al punto che il popolo è il vero, più profondo «autore» delle Scritture. E ancora: questo popolo non è autosufficiente, ma sa di essere condotto e interpellato da Dio stesso che, nel profondo, parla attraverso gli uomini e la loro umanità. Per la Scrittura il rapporto con il soggetto «popolo di Dio» è vitale. Da una parte, questo libro - la Scrittura - è il criterio che viene da Dio e la forza che indica la strada al popolo, ma, dall’altra parte, la Scrittura vive solo in questo popolo, che nella Scrittura trascende se stesso e così - nella profondità definitiva in virtù della Parola fatta carne - diventa appunto popolo di Dio. Il popolo di Dio - la Chiesa - è il soggetto vivo della Scrittura; in esso le parole della Bibbia sono sempre presenza. Naturalmente, però, si richiede che questo popolo riceva se stesso da Dio, ultimamente dal Cristo incarnato e da Lui si lasci ordinare, condurre e guidare».

[12] Questo il brano intero da cui è tratta l’espressione: «Tu senti il tempo, e questo cuore non senti? Percepisci la corrente di grazia che ti compenetra col suo rosso colore e calore, e non ti accorgi quanto sei amato? Cerchi una prova, e sei tu stesso la prova. Tu cerchi di prenderlo, lo sconosciuto, nelle maglie della tua conoscenza, e sei tu stesso preso nell'indistricabile rete del suo potere. Vorresti afferrare, comprendere, e già sei afferrato. Vorresti dominare, e sei sopraffatto. Ti spingi avanti a cercare, e sei già da lungo tempo e da sempre trovato. Ti apri brancicando la strada attraverso mille vestiti verso un corpo vivente, ed affermi di non sentire la mano che tocca la tua anima nuda e senza veli? Ti agiti cercando tutt'attorno nella furia del cuore inquieto, e chiami tutto ciò religione, ma si tratta in realtà degli scossoni del pesce già finito nella barca da pesca. Vorresti trovare Dio, pur fra mille dolori: ma che umiliazione venir a sapere che il tuo agire non era che un vuoto rito, perché Dio ti tiene da lungo tempo in sua mano. Metti il tuo dito sul polso vivente dell'essere. Avverti quel battito che nell'unico atto della sua creazione a un tempo ti sfida e ti libera. Nell'immenso sgorgare dell'esistenza esso definisce l'esatta misura che ti distanzia: lo devi amare come il più prossimo dei prossimi e insieme davanti a lui cadere come davanti all'altissimo. Come egli con lo stesso atto per amore ti veste e per amore ti spoglia. Come egli, con l'esistenza, ti mette in mano tutti i tesori e il più prezioso gioiello: poterlo riamare, ridonare, e subito ti toglie ogni cosa donata (subito e non dopo, in un secondo atto, un passo più avanti), affinché possa amare non il dono ma il donatore» (da Hans Urs von Balthasar, Il cuore del mondo, Piemme, Casale Monferrato, 1994, pp. 17-18).

[13] Vita seconda di Tommaso da Celano 199.

[14] Questo è il messaggio del Catechismo della Chiesa Cattolica all’inizio della I parte quando, affermando che l’uomo è “capax Dei”, non intende affatto che la persona sia capace di giungere da se stessa a Dio, quanto piuttosto che ne abbia bisogno, che sia come un recipiente “mancante”, finché non riceve al suo interno Dio stesso e la sua vita.

[15] Introduzione al cristianesimo, Brescia, 1974.

[16] R.M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge.

[17] Da «L’uomo supera infinitamente l’uomo». Breve riflessione sul transumano, di Fabrice Hadjadj.

[18] In maniera straordinaria M. Yourcenar si è così espressa in merito: «Ma già compare, un po’ ovunque, l’uomo. L’uomo ancora sparso, furtivo, talora disturbato dalle ultime spinte dei ghiacciai incombenti, e che ha lasciato ben poche tracce in quella terra senza caverne e senza rocce. [...]
Un bruto certamente, l’uomo della pietra spaccata e della pietra levigata, poiché quel bruto è ancora in noi, ma quel Prometeo selvaggio ha inventato il fuoco, la cottura degli alimenti, il bastone spalmato di resina che illumina la notte. Meglio di noi ha saputo distinguere le piante commestibili da quelle che uccidono, e da quelle che invece di nutrire provocano strani sogni. Ha osservato che il sole d’estate tramonta più a nord, che certi astri girano in tondo attorno allo zenith e si muovono in processione regolare lungo lo zodiaco, mentre altri vanno e vengono, mossi da impulsi capricciosi che si ripetono dopo un certo numero di lunazioni o di stagioni; ha utilizzato queste conoscenze nei suoi viaggi diurni o notturni. Quei bruti hanno senza dubbio inventato il canto, compagno di lavoro, di piacere e di sofferenza fino all’epoca nostra, in cui l’uomo ha quasi completamente disimparato a cantare. Contemplando i ritmi grandiosi che essi esprimevano ai loro affreschi, ci sembra di poter indovinare le melopee delle loro preghiere o delle loro magie. L’analisi dei terreni in cui seppellivano i loro morti rivela che essi li coricavano su tappeti di fiori dai disegni complicati, forse non molto diversi da quelli che al tempo della mia infanzia le vecchie stendevano sul percorso delle processioni. Quei Pisanello o quei Degas della preistoria hanno conosciuto lo strano impulso dell’artista che consiste nel sovrapporre ai brulicanti aspetti del mondo reale una folla di raffigurazioni nate dal suo spirito, dal suo occhio e dalle sue mani.
Dopo appena un secolo di ricerche dei nostri etnologi cominciamo a sapere che esistono una mistica e una saggezza primitive, e che gli sciamani si avventurano su strade attraverso la notte. A causa della nostra superbia, che di continuo nega agli uomini del passato percezioni simili alle nostre, rifiutiamo di vedere negli affreschi delle caverne qualcosa di più che i frutti di una magia utilitaria: i rapporti fra l’uomo e la bestia da una parte, fra l’uomo e la sua arte dall’altra, sono più complessi e conducono più lontano. [...] Quelle genti ci somigliano: posti di fronte a loro, riconosceremmo nei loro tratti tutte le sfumature che vanno dalla stupidità al genio, dalla bruttezza alla beltà. L’uomo di Tollsund, contemporaneo dell’età del ferro danese, mummificato con la corda al collo in uno stagno dove i cittadini benpensanti dell’epoca gettavano, pare, i loro traditori veri o presunti, i loro disertori, i loro effeminati, in offerta a non si sa quale dea, ha uno dei visi più intelligenti che sia dato vedere: quel giustiziato ha certo guardato molto dall’alto quelli che lo giudicavano» (M. Yourcenar,  Archivi del Nord, Einaudi, Torino, 1997, pp. 9-13). 

[19] Da L’Homo? Religiosus fin dalle caverne. Un’intervista di Daniele Zappalà al paleontologo e antropologo Yves Coppens su Avvenire del 14/9/2010.

[20] Papa Benedetto XVI aveva usato in proposito espressioni complementari a quelle di papa Francesco: « Abbiamo il nostro compito di mettere meglio in rilievo ciò che noi vogliamo di positivo. E questo dobbiamo anzitutto farlo nel dialogo con le culture e con le religioni, poiché il continente africano, l’anima africana e anche l’anima asiatica restano sconcertate di fronte alla freddezza della nostra razionalità. E’ importante dimostrare che da noi non c’è solo questo. E reciprocamente è importante che il nostro mondo laicista si renda conto che proprio la fede cristiana non è un impedimento, ma invece un ponte per il dialogo con gli altri mondi. Non è giusto pensare che la cultura puramente razionale, grazie alla sua tolleranza, abbia un approccio più facile alle altre religioni. Ad essa manca in gran parte “l’organo religioso” e con ciò il punto di aggancio a partire dal quale e con il quale gli altri vogliono entrare in relazione. Perciò dobbiamo, possiamo mostrare che proprio per la nuova interculturalità, nella quale viviamo, la pura razionalità sganciata da Dio non è sufficiente, ma occorre una razionalità più ampia, che vede Dio in armonia con la ragione, dobbiamo mostrare che la fede cristiana che si è sviluppata in Europa è anche un mezzo per far confluire ragione e cultura e per tenerle insieme in un’unità comprensiva anche dell’agire. In questo senso credo che abbiamo un grande compito, di mostrare cioè che questa Parola, che noi possediamo, non appartiene – per così dire – ai ciarpami della storia, ma è necessaria proprio oggi» (dall’intervista rilasciata da Benedetto XVI a Radio Vaticana ed a tre televisioni tedesche il 13 agosto 2006).

[21] C.S. Lewis, Le cronache di Narnia, I, Il nipote del mago, Mondadori, Milano, 2000, pp. 87-88.

[22] Cfr. su questo La creazione dal nulla ed il peccato originale. Dalla Genesi alle Cronache di Narnia: la straordinaria trasposizione di C. S. Lewis, di Andrea Lonardo.

[23] Isidor Grunfeld, Lo Shabbath.

[24] Achad Ha-am, Al parashat derakim, III, c. 30 (citato in Le livre du chabbat. Recueil de textes de la letterature juive, a cura di A. Pallière- M. Liber, Paris 1974, p. 61;  Achad Ha-Am= “uno del popolo” è pseudonimo di Asher Hirsch Ginsberg, 1856-1927).

[25] Y. Vainstein, The Cycle of the Jewish Year. A Study of the festivals and of Selections from the Liturgy, Jerusalem, 1980, p. 89.

[26] Chajjim Nachman Bialik (1873-1934), Epistole (Iggherot), 5 voll. 1938-39.

[27] Si impone qui alla catechesi una rivalutazione dell’esperienza del rito che non solo è primaria per il bambino, ma lo è anche e soprattutto, per l’adulto, dopo la svalutazione che di esso è stato fatto a partire dalla teologia di K. Barth. In proposito così ha affermato J. Ratzinger: «Karl Barth ha operato una distinzione nel cristianesimo tra religione e fede. Ha avuto torto a voler separare del tutto queste due realtà, considerando positivamente la fede e negativamente la religione. La fede senza la religione è irreale, essa implica la religione, e la fede cristiana deve, per sua natura, vivere come religione. Ma ha avuto ragione ad affermare che anche fra i cristiani la religione può corrompersi e trasformarsi in superstizione, ad affermare, cioè, che la religione concreta, in cui la fede viene vissuta, deve essere continuamente purificata a partire dalla verità che si manifesta nella fede e che, d'altra parte, nel dialogo fa nuovamente riconoscere il proprio mistero e la propria infinitezza» (J. Ratzinger, Il dialogo delle religioni ed il rapporto tra ebrei e cristiani, in La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, 2000, pp. 72-73).

[28] Baden-Powel ha scritto in proposito:«Mi è stato domandato se potevo definire in poche parole, per esempio in cinquanta, la mia concezione su ciò che si poteva fare di meglio nella vita. Risposi che quattro mi sarebbero bastate: fate un buon matrimonio. È con ciò voglio dire non una piacevole luna di miele, di qualche settimana o di qualche mese, seguita da una tolleranza reciproca, bensì una luna di miele che resista alla prova degli ann»i (citato in Baden-Powell, L’educazione non finisce mai, Edizioni Nuova Fiordaliso, Roma, 2004, p. 41).

[29] Dalla Catechesi di Benedetto XVI su Pietro Lombardo, del 30 dicembre 2009.

[30] Antoine de Saint-Exupéry, Terra degli uomini.

[31] F. Hadjadj, Meravigliatevi! Per un manifesto dei meravigliatiapparso sul sito printempsfrancais.fr ed ora in italiano.

[32] Da Le monde dell'11/12/2012, Le "mariage pour tous" doit s'ouvrir à la procréation médicalement assistée:«Si l'insémination artificielle et la fécondation in vitro relèvent de la PMA (procréation médicalement assistée), ce n'est pas le cas de la GPA (gestation pour autrui ou "mères porteuses") qui correspond à une industrie de "location des ventres" et de commerce d'ovocytes. La GPA donne la possibilité aux hommes de disposer du corps des femmes pour satisfaire un "droit à l'enfant" que nous récusons.
Parce que la demande fait l'offre, la GPA est aussi une question économique, au centre de toutes les inégalités: domination des hommes sur les femmes, des riches sur les pauvres, des pays du Nord sur les pays du Sud
.
Comment un gouvernement progressiste pourrait-il cautionner la création d'un marché des ventres au nom d'un "droit à l'enfant" qui n'existe pas et qui ne doit pas exister?»
(l’articolo è a firma di Yvette Roudy, ancienne ministre des droits de la femme et fondatrice et présidente d'honneur de l'Assemblée des femmes, Thalia Breton, porte-parole d'Osez le féminisme!;
Carine Delahaie, rédactrice en chef de Clara Magazine, Carine Favier, présidente du Planning familial, Amandine Miguel, membre du Conseil d'administration d'Osez le féminisme!;, Catherine Morin Le Sech, coprésidente de la Coordination lesbienne en France, Sabine Salmon, présidente de Femmes solidaires, Olga Trotiansky, coordination fra nçaise du Lobby européen des femmes).

[33] Commento alla Parashàh Bereshìth, cioè a Gen 1,1-6,8, che si legge in apertura della lettura annuale della Torah, proposto da D. Lattes, Nuovo commento alla Torah, Carucci, Roma, 1986, pp. 4-7.

[34] Tommaso d’Aquino, Commento al Simbolo degli Apostoli, ESD, Bologna, 2012, p. 24.

[35] F. Nietzsche in un suo scritto giovanile (Su verità e menzogna in senso extramorale)ha così scritto in maniera disperante, rifiutando l’idea di creazione:«In un qualche angolo remoto dell’universo [...] c’era una volta un corpo celeste sul quale alcuni animali intelligenti scoprirono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante e menzognero della “storia universale”: e tuttavia non si trattò che di un minuto. Dopo pochi sussulti della natura, quel corpo celeste si irrigidì, e gli animali intelligenti dovettero morire. Ecco una favola che qualcuno potrebbe inventare, senza aver però ancora illustrato adeguatamente in che modo penoso, umbratile, fugace, in che modo insensato e arbitrario si sia atteggiato l’intelletto umano nella natura: ci sono state delle eternità, in cui esso non era; e quando nuovamente non sarà più, non sarà successo niente».

[36] G.K. Chesterton (Ortodossia, Lindau, Torino, 2010, p. 83).