1/ Il “saeculum obscurum” della storia della Chiesa e il “secolo di ferro” della storia europea: appunti sul X secolo, di Andrea Lonardo 2/ La storia del papato del X secolo raccontata da John O’Malley
1/ Il “saeculum obscurum” della storia della Chiesa e il “secolo di ferro” della storia europea: appunti sul X secolo, di Andrea Lonardo
Riprendiamo sul nostro sito uno studio di Andrea Lonardo. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Storia altomedioevale, Ecclesiologia e Roma e le sue basiliche.
Il Centro culturale Gli scritti (11/8/2026)

Jean-Paul Laurens (1870), Sinodo del cadavere, Nantes, Musée des Beaux-Arts
Cesare Baronio chiamò il X secolo il “saeculum obscurum” della storia della Chiesa e del papato[1], ma non lo si può capire senza far riferimento al contesto storico e precisamente al cosiddetto “secolo di ferro”[2] della storia europea.
Capire il “secolo di ferro” è capire anche il “saeculum obscurum” della Chiesa e ciò è decisivo perché significa anche comprendere molto sia dell’Europa sia della Chiesa, eppure a scuola se ne tace, come si tace di tutto l’alto medioevo[3].
1/ La situazione dell’Europa e dell’Italia
Per comprendere meglio il X secolo, che è forse il periodo più “oscuro” della storia della Chiesa, nel quale violenza, disordini morali e lontananza dagli ideali evangelici sembrarono precipitarla, è necessario dunque rivolgersi al contesto più generale del tempo che, come sempre, ebbe influssi nella vita della comunità cristiana.
1.1/ L’autorità imperiale dinanzi a nuove forme di “invasioni”
Nel “secolo di ferro” è l’autorità imperiale a venir meno, gettando l’Europa nel caos politico, fino al 1046, cioè fino all’inizio della riforma gregoriana.
Ciò avvenne per problemi interni, ma anche per le crescenti pressioni che giungevano dall’esterno, che si possono raggruppare in quattro grandi direttive.
1.1.1/ I Saraceni (gli arabi musulmani)
Una prima minaccia che minò la sicurezza dell’intero Mediterraneo e indebolì gravemente la precedente struttura organizzativa, in particolare delle coste della penisola italiana, ma in generale di tutte le coste mediterranee, fu quella dei “saraceni” – così, a partire dal sec. VIII, sono definiti dagli autori di lingua latina del tempo i pirati musulmani che compivano incursioni contro qualsiasi centro costiero, a partire da quelli meno fortificati -, indicati dai testi antichi anche come “agareni” (da Agar, la schiava da cui derivano gli abitanti della penisola arabica, nella visione “leggendaria” di Genesi).
A causa delle incursioni arabo-musulmane, nella penisola italiana, nelle isole, in Provenza, nella penisola ispanica, il Mar Mediterraneo divenne per alcuni secoli un mare estremamente pericoloso: ogni centro costiero venne attaccato da predoni islamici al fine di saccheggio o di rapimento di uomini, donne e bambini per venderli come schiavi.
Le modalità di attacco erano all’inizio volte solo al saccheggio, creando una situazione di terrore, che iniziò a far abbondare i villaggi costieri con la creazione di centri più all’interno e maggiormente difendibili (si pensi al passaggio da Civitavecchia a Cencelle o da Cerveteri a Ceri, come modello per ciò che avvenne in qualsivoglia altro centro costiero dell’epoca).
In un secondo momento gli arabi musulmani cominciarono a costituire teste di ponte dalle quali procedere ad attacchi anche all’interno dei territori, in vista di un’azione più invasiva (si pensi agli emirati di Bari, di Taranto, di Garelianus (forse l’odierna Suio) o di Fraxinetum (odierna Saint-Tropez), ma anche di Maratea, Tropea e Santa Severina.
In una terza fase si procedeva alla conquista vera e propria del territorio, con l’assedio delle città più grandi (come avvenne in forma completa con le coste nord-africane, per la penisola iberica ad eccezione di Santiago di Campostela e dei paesi baschi, per la Sicilia - con le stragi in grandi città come Siracusa o Palermo -, per Malta e le Baleari, per la Calabria e Lucania e, in forma germinale, in Sardegna).
È solo a partire dall’XI sec. che la nuova crescente capacità difensiva dei bizantini, delle repubbliche marinare, dei normanni, iniziò a ridurre e poi ad arrestare del tutto questa avanzata saracena nella sua triplice progressione.
Cfr. su questo:
-Gli attacchi saraceni (arabo-musulmani) nel Lazio del IX secolo e il potere temporale del vescovo di Roma nell'alto medioevo: fonti letterariele ed evidenze materiali e archeologiche, di Andrea Lonardo
-Il medioevo è stato veramente un’epoca buia, basta spiegarne le ragioni!, di Andrea Lonardo
-Breve cronologia degli attacchi saraceni (termine con cui si designano gli attacchi arabo-islamici del primo millennio) nel Mediterraneo, nella penisola italiana, in quella ispanica, in Provenza e sulle Alpi, di Andrea Lonardo).
Saranno poi le nuove genti originarie dell’Asia centrale, fattesi anch’esse musulmane, a sconfiggere definitivamente gli arabi e tutte le popolazioni che avevano vuoi asservito vuoi integrato, a riproporre una tale offensiva a partire dalla battaglia di Manzikert (1071) che segna il loro apparire in Anatolia, con la prima sconfitta dei bizantini: questo costituirà un nuovo pericolo, ma in anni ben lontani dal X secolo, con un’Europa ben più forte.
Certo è che il saeculum obscurum – e il “secolo di ferro” - dipesero innanzitutto dalla pressione saracena che indebolì ogni autorità locale e attaccò tutte le coste italiane, penetrando all’interno.
Solo per fornire qualche data indicativa relativa a Roma gli arabo-musulmani saccheggiarono nell’846 le basiliche di San Pietro e San Paolo a Roma, per cui poi papa Leone IV fece edificare le mura di borgo a protezione di San Pietro, iniziate nell’848 e terminate nell’852. Negli stessi anni i saraceni assediarono Gaeta nell’846, saccheggiarono l’abbazia di San Vincenzo al Volturno nell’881, distrussero quella di Montecassino nell’883, saccheggiarono quella di Farfa nel 890 (o 891 e così via), spesso stringendo alleanze militari con i nobili cristiani locali.
Il X secolo vide tale indebolimento generale delle grandi strutture che avevano retto fin lì la stabilità altomedioevale, pur nel depauperamento già seguito alla lontananza di Costantinopoli dalle vicende della penisola.
1.1.2/ I vichinghi
Un secondo gruppo etnico fu anch’esso decisivo nel generare il “secolo di ferro” e il saeculum obscurum: fu quello dei vichinghi che comparvero come pericolo inizialmente in diversi paesi del nord – estendendo la loro minaccia poi via via in centro e sud Europa. Il loro apparire sulla scena della storia come conquistatori viene datato dagli storici al 793, quando essi saccheggiarono l’abbazia di Lindisfarne (Northumbria; costa orientale dell’Inghilterra);
L’insicurezza del Mediterraneo fu probabilmente una delle cause dell’origine del crescente commercio marittimo nei mari nordici con una crescente presenza dei vichinghi che svilupparono sia il commercio verso Inghilterra, Islanda, Groenlandia e oltre, sia giunsero a sud anche in Francia e Spagna e penetrarono nel Mediterraneo - ma risalirono anche i fiumi in Russia, arrivando al Mar Nero e spingendosi finanche in Asia.
Erano pagani di religione e, mentre alcuni di loro si dedicarono al commercio, altri gruppi di vichinghi iniziarono a compiere razzie, al fine di procurarsi beni e oro, ma anche di reperire schiavi da vendere sui diversi mercati.
Anch’essi, come i gruppi pirateschi arabo-musulmani, si mossero inizialmente in gruppi più piccoli, evitando di affrontare grandi eserciti, con attacchi in primavera ed estate e ritorno in patria in autunno per svernare. Anche nel loro modo di attaccare, i monasteri divennero uno degli obiettivi preferiti, insieme ai villaggi.
Per una cronologia generale si possono fissare orientativamente tali date:
- 800-850: primo periodo di attività di commercio e di razzie.
- 850-900: maggiore organizzazione, con grandi razzie improvvise che terrorizzano l’occidente.
- 900-980 (è il “secolo di ferro”): incontrando difese sempre più efficaci, iniziarono gli insediamenti veri e propri dapprima in territori spopolati (Islanda, Groenlandia), poi in territori che li accolsero o che vennero occupati (il Danelaw, Inghilterra; la Normandia – concessa nel 911 da Carlo il Semplice –; l’Irlanda). Altri ancora vennero assoldati da popolazioni locali.
I variaghi (vichinghi svedesi) costituirono il principato di Novgorod, primo nucleo della Russia, e da Kiev aprono una via commerciale con Costantinopoli.
Solo intorno al 1050 (alla fine del “secolo di ferro”) il fenomeno piratesco vichingo si affievolirà fino a scomparire a motivo:
1. della cristianizzazione, che vietava la riduzione in schiavitù e il commercio degli schiavi
2. del fatto che gli Stati scandinavi si organizzarono con il sistema feudale, facendo cessare le scorrerie dei piccoli capi
3. dell’allentamento della pressione araba sul Mediterraneo che portò ad un nuovo prosperare dei commerci nel sud.
Nel 1066, poi, Guglielmo il Conquistatore dalla Normandia invase l’Inghilterra, di cui diventò re soppiantando i danesi, mentre, sempre dalla Normandia, i cadetti normanni giunsero in Italia meridionale, come mercenari nelle lotte tra longobardi e bizantini e Guglielmo d’Altavilla e fratelli conquistarono Puglia e Calabria. Roberto il Guiscardo poi, dopo la morte del fratello Guglielmo, conquistò il sud Italia estromettendone i bizantini (sconfiggendo anche papa Leone IX e facendolo prigioniero). L’altro fratello, Ruggero, conquistò la Sicilia (1090), da due secoli sotto il dominio arabo, impresa consolidata dal figlio Ruggero II.
Anche da punto di vista nord-europeo si comprende dunque la difficoltà in cui si trovò l’impero dinanzi al sorgere di tali nuove potenze che, di fatto, si integrarono definitivamente solo nell’XI secolo, con la discesa dei Normanni nella penisola.
1.1.3/ Gli ungari
Il “secolo di ferro” si trovò anche ad affrontare la nuova – quanto alla sua pressione sull’Europa – potenza dei magiari o ungari, popolazione delle steppe originariamente stanziata intorno al Volga, mercenari e predoni, che intorno al 900 costituiscono lo stato seminomade degli Arpad (dal nome del capostipite) nel bacino dei Carpazi, che divenne per 50 anni la base per le loro temutissime scorrerie in Europa occidentale. Vennero fermati solo da Ottone I presso Augusta nel 955 – è proprio con la dinastia degli Ottoni che l’impero, dopo aver attraversato il “secolo di ferro”, inizierà a superare la sua crisi.
Gli ungari vennero evangelizzati da missionari provenienti sia da oriente (nella regione della Transilvania), sia dagli slavi, dai tedeschi e dall’Italia. Il re Stefano sposò Gisella, figlia dell’imperatore Enrico II (“il litigioso”), e venne battezzato nel 995, combattendo le tribù ungare ancora pagane. Nell’anno 1000 ricevette la corona da papa Silvestro II – siamo alla fine del “secolo di ferro”.
Solo nell’XI secolo il re Ladislao (1077-1095) riuscì a unificare i popoli ungari e tale riorganizzazione del regno andò di pari passo con la cristianizzazione del paese e la costituzione del tessuto ecclesiale e monastico.
1.1.4/ Gli slavi
L’Europa fu travagliata anche a motivo della penetrazione degli slavi, che già avevano attaccato l’impero romano – si pensi alla distruzione di Salona, nella prima metà del VII secolo, con lo spostamento degli abitanti e la rifondazione della città all’interno dell’antico Palazzo di Diocleziano, l’odierna Spalato (cfr. su questo Spalato: un palazzo trasformato in città a motivo delle devastazioni degli slavi nel VII secolo. Il Tempio di Giove/Mausoleo di Diocleziano e la cattedrale dell'Assunta. Bellezza e necessità nell’alto medioevo, di Andrea Lonardo.
Essi si erano via differenziati tra VI e IX secolo in slavi orientali, occidentali, e meridionali, ma conservando ancora nel IX secolo caratteristiche omogenee: Cirillo e Metodio, fratelli di Tessalonica, li evangelizzarono nel IX secolo, con il duplice appoggio di Costantinopoli e di Roma - Cirillo è sepolto in San Clemente a Roma -, subito prima del “secolo di ferro” ed elaborarono per essi le regole di una lingua letteraria (lo slavonico) trascritta con un alfabeto glagolitico, da cui deriva l’attuale alfabeto “cirillico”. Grazie alla loro opera nella liturgia venne adottato lo slavonico o “paleoslavo”, superando l’opposizione di molti vescovi, specie tedeschi, ma con l’appoggio di Roma.
Lo stato bulgaro, costituito da tribù turche e slave, divenne cristiano verso l’865, con il battesimo del khan Boris; la Serbia nel 923; la Moravia, dopo Metodio, venne evangelizzata dai tedeschi. Alcune regioni dell’odierna Russia vennero evangelizzate nel X sec. da Bisanzio.
Ma il rapporto con gli slavi vide anche numerosi scontri. Fra bizantini e russi si combatté nell’860, poi nel 904 e nel 941. Nel 975 la zarina Olga a Costantinopoli si convertì e, nel 989, lo Zar Vladimiro sposò una principessa bizantina, convertendosi anch’egli e imponendo la fede cristiana ai sudditi; il figlio Jaroslav completò l’opera. In Polonia la sede metropolitana di Gniezno nel 1000, subito dopo il “secolo di ferro”, fu filiazione diretta della Chiesa di Roma.
1.1.5/ In germe l’Europa
Tale quadruplice pressione fu assolutamente problematica per l’Europa, ma, al contempo, dette vita a molte delle situazioni ancora perduranti nel XXI secolo – motivo per il quale chi non conosce a fondo l’Alto medioevo non capisce l’attuale politica internazionale!
Si pensi a come le conquiste belliche islamiche determinarono la divisione in due parti del Mediterraneo che, pur mantenendo rapporti economici, non ebbero più quell’unità che aveva caratterizzato la civiltà romana e, in più, precluse per quasi un millennio, il rapporto fra l’Europa e l’Africa nera (cfr. su questo Per la prima volta l'Europa si trovava isolata dal resto del mondo. L'invasione araba nell'interpretazione di H. Pirenne).
D’altro canto le razzie e gli attacchi vichinghi dettero vita al nord Europa così come lo si conosce oggi, non solo nella configurazione dei paesi scandinavi, ma anche nelle stesse isole britanniche, fino a consentire con i normanni il reingresso del sud Italia nell’area latina.
L’ingresso prepotente nella storia degli Ungari portò poi alla configurazione di quella che sarà poi la moderna Ungheria, nei suoi rapporti con le potenze circostanti.
Infine, prima la penetrazione e poi la cristianizzazione dei popoli slavi dette forma in maniera embrionale a quella che è l’attuale Europa dell’est, a partire dai Balcani.
1.2/ La debolezza dell’impero, per questo incapace di sostenere la Chiesa
Dinanzi a tali incursioni che da sud, nord, ed est premevano sui diversi territori dell’impero, questo, in occidente, si era fatto via via più debole. Ma si era fatto tale anche quello di Costantinopoli, che venne assediata dagli arabi già per quattro anni consecutivi, dal 674 al 678, e poi nuovamente nel 717-718, ma ebbe anch’esso problemi con slavi e ungari.
Quando nell’887 venne deposto Carlo III, detto il Grosso, ultimo imperatore franco della dinastia dei Carolingi, il Sacro Romano Impero si trovò di fatto suddiviso in tre regni:
-un primo regno era costituito dai Franchi orientali (con un territorio che corrispondeva a parte dell’attuale Germania e con una lingua che era in nuce il tedesco moderno),
-un secondo dai Franchi occidentali (corrispondente a parte dell’attuale Francia e con lingua molto più influenzata dal latino che era in nuce il francese attuale)
-e un terzo dal regno d’Italia (corrispondente più o meno all’attuale Italia del Nord).
Più specificamente quello dei Franchi orientali comprendeva allora sia l’attuale Germania occidentale che l’attuale Svizzera, suddivisa nei ducati di Baviera, Lorena, Turingia, Sassonia, Franconia e Svevia. Mutò nome da “Francia orientale” a “Regno dei Germani” o “Regnum Teutonicorum” sotto Ottone I.
La città che fungeva da punto di riferimento (capitale) era Aquisgrana (oggi Aachen).
Anche da questo punto di vista è evidente l’importanza del periodo, perché vi si legge chiaramente in nuce lo sviluppo che portò alla futura formazione moderna della Francia e della Germania.
Ma i tre regni, rispetto al precedente impero unito sotto il governo carolingio, furono molto più deboli e in tensione fra di loro.
Il “secolo di ferro” si avviò alla fine quando due dei tre precedenti regni vennero riunificati e ciò avvenne con l’ascesa al trono proprio di Ottone I. Egli riunì nella sua persona le corone della Francia orientale e dell’Italia, sconfiggendo Berengario II (che era diventato re d’Italia nel 950): sposò nel 951 in seconde nozze Adelaide in Pavia, capitale del regno, divenendo così anche re della Borgogna, di cui Adelaide era duchessa - Adelaide di Borgogna è oggi riconosciuta come santa.
Costei era importante in chiave dinastica e in relazione alla penisola in quanto vedova di Lotario II, che era stato re d’Italia (avendolo ereditato da Ugo, che era succeduto a sua volta a Berengario del Friuli, cioè Berengario I, che era stato il primo re d’Italia alla caduta dei Carolingi).
All’assassinio di Lotario II, Adelaide aveva reclamato per sé il trono d’Italia, ma era stata osteggiata dal marchese Berengario d’Ivrea, che venne incoronato rex Italiae col nome di Berengario II – e probabilmente era stato lui il mandante dell’omicidio di Lotario II.
Adelaide divenne anche lei imperatrice del nuovo impero.
La forza dell’impero crebbe ancora quando nel 955 Ottone I sconfisse gli Ungari (detti anche Magiàri) a Lechfeld, vicino ad Augusta, in Baviera – il luogo, ben all’interno dell’impero, dice quanto essi fossero allora pericolosi.
Dopo la vittoria di Ottone I, la popolazione ungara venne definitamente respinta verso oriente, convertendosi al cristianesimo. Ottone I non solo li sconfisse, ma avanzò verso est, espandendo il suo dominio anche su parte dei territori slavi (fino all’odierna Boemia e Moravia, fino al fiume Oder).
Per tale riconquistato potere egli poté venire in soccorso della difficilissima situazione di Roma e del papato, come si vedrà a breve. Venne incoronato dal papa in Roma imperatore del Sacro Romano Impero dal papa il 2 febbraio 962: intervenuto a salvare il pontefice, gli venne riconosciuta l’eredità spirituale di Carlo Magno, primo imperatore.
2/ La situazione della Chiesa e di Roma in particolare
Cosa successe a Roma e nel Lazio, mentre l’impero era nella crisi sopra descritta, a partire dalla deposizione di Carlo il Grosso, e prima che rinascesse, sebbene con territori diminuiti, con Ottone I e poi con gli altri Ottoni?
Prima ancora che i singoli eventi in dettaglio lo dicono i fatti considerati più in generale.
Nel periodo che va dall’882, anno in cui venne assassinato papa Giovanni VIII, al 1046, che vide ben 3 papi deposti contemporaneamente per tornare ad un papato unificato, cioè in circa centocinquanta anni, quelli appunto del saeculum obscurum,
-vennero deposti almeno 15 papi,
-14 pontefici morirono in carcere o vennero uccisi,
-7 vennero cacciati da Roma privati della loro autorità,
-si ebbero 6 scismi[4].
Come si vedrà nell’analisi che segue, ciò avvenne certamente per l’indegnità di talune figure del clero, ma molto più perché nel vuoto di potere creatosi per la debolezza dell’impero e del regno, le famiglie più in vista dell’urbe, nella lotta che conducevano l’una contro le altre per il controllo della città, pretesero di far eleggere persone a loro gradite al soglio pontificio, per accrescere il loro controllo su Roma. La figura del papa, insomma, cadde preda delle dinamiche interne della città, asservita a lotte di potere civili che determinavano sia l’esito delle elezioni, sia ne condizionavano poi pesantemente l’effettivo svolgimento.
Per rendersi conto delle dinamiche che si scatenarono nel X secolo, è sufficiente fare riferimento alle vicende più significative che si verificarono allora.
3/ Giovanni VIII (872-882)
Giovanni VIII[5] divenne pontefice, dopo gli attacchi arabi alle basiliche di San Pietro e San Paolo e dopo che le mura intorno a San Pietro erano già state terminate (848-852), ma la debolezza dell’urbe fu segnata dagli ulteriori attacchi che continuarono nel corso del suo pontificato o immediatamente dopo di lui
Fu lui, negli anni 872-877 ca., a proseguire nelle fortificazioni di Roma, necessarie dinanzi agli attacchi arabi, a far costruire le mura intorno alla basilica di San Paolo fuori le Mura, motivo per il quale la “cittadella” prese il nome di Giovannipoli.
Il suo pontificato è segnato da una serie continua di incursioni arabo-musulmane che travagliarono sempre più il ducato di Roma e le cose laziali: l’875 vide una nuova di incursioni in Campania (tra Sorrento e Salerno) e in tutto il Lazio (Fondi, Tivoli, dintorni di Roma), l’anno successivo i saraceni saccheggiarono la Sabina e Velletri, nell’877 avvenne con loro un conflitto navale a Capo Circeo.
Per questo papa Giovanni VIII convocò a Traetto (l’odierna Minturno) il duca di Napoli Sergio II, il principe di Salerno Guaiferio, i duchi Pulcario di Amalfi, Landolfo di Capua e Docibile di Gaeta per chiedere aiuto contro gli attacchi arabo-musulmani, ottenendo alla fine solo l’aiuto di Guaiferio (i dati sono tratti da una delle lettere del pontefice a Engelberga, moglie di Ludovico II re d’Italia (detto il Giovane e, all’epoca, Imperator Italiae), per informarla della situazione). Dal succedersi degli eventi appare evidente che alcuni dei personaggi in questione preferivano l’alleanza con i saraceni a quella con il pontefice. La lettera indica soprattutto che il pontefice chiedeva aiuto al re d’Italia, non essendoci alcun imperatore, senza che questi scendesse però in suo aiuto.
Sostanzialmente la situazione restò immutata: nel 879 I saraceni saccheggiarono Teano la campagna romana, nell’880 ca. Calatia venne saccheggiata con la conseguente fuga della sua popolazione nell’odierna Caserta Vecchia: essa risulta già esistente, a partire da uno scritto del monaco benedettino Erchemperto, Historia Langobardorum Beneventanorum, nell’anno 861 d.C. con il nome di Casa Hirta (dal latino: “villaggio posto in alto”), ma l’insediamento divenne importante solo in seguito alla devastazione saracena di Calatia, in pianura lungo la via Appia, vicino l’odierna Maddaloni, che costrinse gli abitanti fuggire in collina.
Nell’881 i saraceni sbarcarono presso Fondi e la occuparono, stabilendosi poi presso l’odierna Formia, ormai spopolata.
Nello stesso anno, l’881, gli storici pongono l’inizio dell’insediamento saraceno lungo il Garigliano dove ebbero un ribāṭ (una fortezza/testa di ponte) fino al 915, come base delle loro incursioni al fine di estendere i saccheggi nei dintorni e rapire popolazione da destinare al commercio di schiavi. Il luogo è forse l’odierna Suio, secondo gli studi recenti condotti da Kordula Wolf e Marco Di Branco che sostengono che il sito, noto come Garelianus dalle fonti, sia appunto da identificare con l’odierna Suio, nell’entroterra - precedenti ricerche, svolte da una missione archeologica organizzata dal Museo d’Arte Orientale di Roma e dalla Soprintendenza laziale, si erano, invece, rivolte al sito di Monte d’Argento, a pochi chilometri dallo scavo archeologico della città romana di Minturno, alla foce del Garigliano, ma sembra che tale identificazione sia ormai da abbandonare, così come l’identificazione con la stessa Minturno o con il Monte d’oro, più vicino a Scauri.
Per una prima introduzione alla questione vedi Gli arabi nel Lazio nei secoli IX e X, di Giuseppe Cossuto e Daniele Mascitelli e, più recentemente, Marco Di Branco - Gianmatteo Matullo - Kordula Wolf, Nuove ricerche sull’insediamento islamico presso il Garigliano (883–915) (disponibile on -line al link archeologialazio.beniculturali.it/getFile.php?id=772). L’insediamento del Garigliano ebbe una vita simile, sebbene la cronologia sia leggermente sfalsata, alla roccaforte saracena di Fraxinetum (l'odierna La Garde-Freinet, sul Golfo di Saint Tropez, sotto la montagna che ancora porta memoria di quegli anni, il Massif des Maures), attivo dall’890 al 975, che fu la punta più avanzata dell’avanzata musulmana sulle coste francesi e che divenne punto di partenza per le scorrerie moresche in Provenza ed in Liguria e fin nelle Alpi.
Da quel momento gli attacchi divennero ancora più devastanti con, solo per citare alcuni fra gli eventi più noti, l’attacco all’abbazia di San Vincenzo al Volturno nell’881 con l’uccisione di molti dei monaci (secondo il Chronicon Vulturnense), la distruzione di quella di Montecassino nell’883 e il saccheggio di quella di Farfa nel 890 (o 891).
L’881 vide scorrerie su Fondi e Terracina, Anagni venne costretta a pagare agli arabo-musulmani un tributo, infine i saraceni depredarono Veroli. Anche Nepi, Sutri, Narni, Orte, Trevi (devastata nell’881) sono le punte interne delle incursioni arabe di quei decenni: essi giunsero anche a Boiano e Isernia (anche se queste furono forse opera delle truppe mercenarie di Sepino), e ancora Alife, Telesa e Atina, con la fondazione della rocca di San Biagio Saracinisco (ma queste ultime azioni belliche sono forse da ascrivere alle imprese degli arabi di Puglia [Sawdan di Bari e Uthman di Taranto] anteriori di qualche decennio).
Nell’881 Il papa Giovanni VIII scomunicò il Vescovo di Napoli per essersi alleato con i saraceni.
Ma il pontefice dovette barcamenarsi contemporaneamente nelle questioni che riguardavano i regni in cui si era frazionato l’impero Carolingio e con le fazioni romane che appoggiavano ora l’uno ora l’altro dei monarchi. In particolare, alla morte di Ludovico II, ultimo erede carolingio, Giovanni VIII optò per la linea di successione franca di Carlo il Calvo, trovandosi contro i maggiorenti romani che non vedevano di buon occhio tale soluzione: processati nell’876 fuggirono da Roma, ma presto Carlo morì e il pontefice si recò nel regno franco per chiedere l’aiuto del figlio di Carlo, Ludovico il Balbo.
Che la situazione estera si riflettesse sull’urbe è evidente dal fatto che, rientrato in Roma, il papa dovette fuggire, perché i maggiorenti che si erano allontanati vi erano rientrati sostenuti da truppe della Tuscia e di Spoleto. Giovanni VIII riuscì comunque a incoronare re dei Franchi orientali Carlo il Grosso nell’881, senza che però la città divenisse sicura.
Contemporaneamente era crisi anche con l’impero d’oriente per il confronto con il patriarca Fozio – si era già concluso il precedente scisma e, sotto Giovanni VIII, nell’anno 877, Fozio aveva iniziato il suo secondo periodo di patriarcato costantinopolitano.
Ma erano anche gli anni in cui Roma sosteneva la missione di Cirillo e Metodio presso gli slavi. Metodio fu consacrato presbitero e vescovo in Roma, mentre Cirillo era già morto nell’urbe nell’869, precedentemente a Giovanni VIII, ma fu poi da lui protetto: Giovanni VIII lo fece liberare nell’873 ca., mentre era stato imprigionato da nemici della sua missione.
La violenza nell’urbe, ormai evidente negli anni di Giovanni VIII, appare anche dalla sua morte: «pare, infatti, che questo papa sia ucciso col veleno da un suo parente, avido dei tesori pontifici»[6].
È per questa serie di fatti che proprio con Giovanni VIII si fa iniziare il saeculum obscurum: nei suoi anni sono comunque evidenti sia la crisi internazionale (il “secolo di ferro”), sia la crisi di autorità nell’urbe con il pontefice che non è più in grado non solo di difendere il contado, ma nemmeno di gestire la vita cittadina.
4/ Papa Formoso (891-896) e papa Stefano VI (896-897)
Trascurando alcuni anni intermedi e i loro pontefici, la difficoltà della situazione interna dell’urbe, in consonanza con la crisi internazionale, è ancora più evidente nelle vicende di papa Formoso[7].
La querelle riguardante Formoso ebbe certamente come principale causa dichiarata una questione di diritto canonico. Egli fu, infatti, fatto prima vescovo di Porto e solo dopo eletto a Roma, ma a quel tempo tale trasferimento non era considerato canonicamente legittimo – lo divenne solo poi, con Giovanni X, a seguito della vicenda di Formoso -, per cui poteva essere eletto pontefice solo un prete e non chi fosse già vescovo di altra diocesi.
Ma anche Stefano VI che gli successe e che lo condannò post mortem era già stato vescovo di Anagni e così prima di lui papa Marino (882-882), amico di Formoso, era stato vescovo di un’altra diocesi.
Pesarono, probabilmente, molto di più le alleanze che Formoso cercò per assicurare ordine in Roma, dinanzi ai maggiorenti in guerra fra di loro per il potere in città.
Il papa si appoggiò, infatti, prima ai duchi di Spoleto (Guido e Lamberto) e poi, invece, ad Arnolfo, re dei Franchi orientali.
Una volta morto, quando, dopo la scomparsa pure del suo successore Bonifacio VI, già condannato due volte per indegnità, gli successe Stefano VI (896-897), questi, pressato dal duca Lamberto di Spoleto, processò il defunto Formoso facendone esumare il cadavere, facendolo condannare, dichiarando nulli tutti i suoi atti, comprese le ordinazioni da lui compiute, spogliandolo da morto delle vesti pontificali – è il famoso “sinodo del cadavere” - e facendone gettare infine il corpo nel Tevere.
La vita di Formoso mostra, così, ancor più di quella di Giovanni VIII, il fatto che i papi del tempo erano in balia delle faide esterne e interne alla città, gestite dai laici delle famiglie cittadine e alleati dei diversi regni, che si schieravano ora con l’uno ora con l’altro, e fa ben comprendere perché il X secolo del papato e di Roma sia stato definito il saeculum obscurum.
Il fatto che i pontefici fossero ormai in balia degli eventi è provato dalla sorte dello stesso Stefano VI: una sollevazione avvenuta nell’897 lo costrinse prima ad abdicare, e forse a farsi monaco, mentre poi egli venne imprigionato e ucciso per strangolamento[8].
Per circa tre decenni continuò la lotta fra formosiani e antiformosiani, non solo con la redazione di scritti polemici, ma anche con scontri violenti, segno che la situazione di Roma era completamente fuori controllo.
In questo contesto di lotte intestine, sembra che papa Sergio III (904-911) abbia fatto strangolare due suoi predecessori, già incarcerati, e precisamente Leone V (903) e Cristoforo (904)[9].
5/ Giovanni X (914-928)
Nelle enormi difficoltà del saeculum oscurum – e proprio a motivo di esse – si ebbero anche chiarimenti decisivi per il papato dei secoli futuri. Fu, ad esempio, Giovanni X[10] ad emanare una norma che prevedeva la possibilità canonica che un vescovo di altra diocesi venisse eletto pontefice, per rimediare a tutte le dispute sollevatesi con la vicenda di Formoso: tale disposizione vale ancora oggi e tutti ne comprendono la valenza positiva.
Giovanni X era già stato vescovo di Ravenna e poi di Bologna, ma venne infine eletto pontefice in Roma.
Il suo ministero fu caratterizzato da un’altra azione diplomatica che ebbe conseguenze decisive per il futuro della penisola – e del X secolo in particolare -, poiché egli riuscì a far stringere un’alleanza fra i principi d’Italia ed i bizantini che, con la battaglia del Garigliano, sconfissero le forze arabo-musulmane di Garelianus, liberando così almeno la terraferma laziale dal pericolo determinato da quella base avanzata dalla quale i saraceni compivano le loro scorrerie di saccheggio e acquisizione di schiavi, con le connesse distribuzioni delle abbazie e dei monasteri.
Nell’impresa fu aiutato in particolare da Berengario che aveva incoronato re d’Italia, ma questi non riuscì poi a supportarlo in Roma, dove il papa doveva fronteggiare i nemici interni delle famiglie patrizie a lui contrarie che infine nel 928 deposero Giovanni X, lo incarcerano e lo uccisero[11].
6/ I papi sotto il controllo di Marozia (890 ca.-936 ca.) e di suo figlio Alberico II (912 ca.-954)
A capofila dei patrizi romani che uccisero Giovanni X c’era una donna, la senatrice Marozia, figlia ed erede di Teofilatto, a sua volta potente senatore romano, e di Teodora. Fu lei, ma poi tutta la sua famiglia, ad avere il potere su Roma in quegli anni e a dirigere anche le elezioni dei pontefici e il loro effettivo governo.
Nel 909 Marozia aveva sposato Alberico di Spoleto, che era stato alleato del papa nella battaglia del Garigliano e sarebbe divenuto console di Roma fino al 924: al momento delle nozze già era in cinta di colui che sarebbe poi diventato papa Giovanni XI.
Nel 926 sposò in seconde nozze Guido di Toscana, oppositore di Giovanni X e, con il suo aiuto, dette l’assalto al Laterano dove Giovanni X venne deposto, poi imprigionato e infine fatto morire (928).
Il controllo del papato da parte di Marozia, dopo l’omicidio, proseguì sia con l’elezione sia di Leone VI (928-929 ca.) che di Stefano VII (929 ca.-931) che furono da lei manovrate.
Mentre Guido era signore di Roma insieme a lei, Marozia fece infine eleggere papa suo figlio, che aveva raggiunto la maggiore età, Giovanni XI (931-935/936), ulteriore segno della sua capacità di determinare gli equilibri cittadini.
Giovanni X era certamente figlio di Marozia, probabilmente avuto dal marito Alberico I, duca di Spoleto, ma secondo le voci suo figlio illegittimo avuto da papa Sergio III.
Morto anche Guido, Marozia si sposò in terze nozze (932) con Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926 al 947.
Alberico II, figlio legittimo di Marozia avuto dal primo marito Alberico duca di Spoleto, si oppose al progetto della madre di spostare gli equilibri di potere a favore del nuovo casato e si ribellò contro di lei nello stesso anno (932). Catturò in Castel Sant’Angelo sua madre Marozia e il papa Giovanni XI, mentre Ugo riuscì a fuggire. Giovanni XI fu fatto prigioniero, prima in carcere poi in casa, fino alla morte.
Da quel momento fu Alberico II la vera autorità di Roma che governò su tutti pontefici del tempo dal 932 al 954.
Fu lui a far eleggere Leone VII (935/36-939), Stefano VIII (939-942), Marino II (942-946) e Agapito II (946-955).
Sul letto di morte (954) fece decidere che il suo figlio illegittimo diciassettenne Ottaviano, che prese poi il nome di Giovanni XII - è la seconda volta, dopo quella di Mercurio/Giovanni, che si assiste ad un cambio di nome da parte di chi accede al pontificato -, sarebbe divenuto pontefice al posto di Agapito II che era ancora in vita (e ciò avvenne nel 955).
L’operato di Alberico II non fu del tutto sconveniente nei confronti della Chiesa, perché cercò di favorire l’elezione di papi più degni e, fra l’altro, introdusse in Italia la riforma di Cluny, al tempo di Leone VII (936-939), che affidò a quei monaci (nel 931 era avvenuta la prima conferma pontificia di Cluny) alcuni monasteri romani e laziali, tra cui San Paolo Fuori le Mura (è nel 936 che sant’Oddone di Cluny venne a riformare l’abbazia, anche se essa non entrò mai fra quelle cluniacensi).
Giovanni XII (955-964)[12], figlio di Alberico II e quindi nipote di Marozia, morto il padre e morto un anno dopo anche Agapito II, divenne infine pontefice, riunendo in sé i poteri del principe e del pontefice. Le fonti dell’epoca sono severissime di lui, affermando che egli condusse una vita immorale sotto tutti i punti di vista.
Come subito si vedrà, Giovanni XII venne infine deposto dal primo degli Ottoni, Ottone I, che lui stesso aveva incoronato imperatore.
È utile qui una sintesi dell’operato del casato di Marozia e di suo figlio Alberico II per una comprensione del saeculum obscurum: Marozia, la madre, fu certamente responsabile dell’uccisione di un pontefice, dell’elezione dei due successivi e poi dell’elezione del suo stesso figlio.
Quando il figlio Alberico II le sottrasse il potere, deponendo anche il fratello illegittimo dal pontificato, fece eleggere altri cinque papi, anche con relative buone intenzioni, fino all’elezione del suo proprio figlio Ottaviano/Giovanni XII, che fu un pontefice assolutamente inadatto al suo ruolo.
Dall’intera sequenza di eventi emerge la totale sudditanza della sede pontifica, fin dal momento stesso dell’elezione, dalla famiglia allora dominante in Roma: è evidente come fossero Marozia o Alberico, laici, a determinare, a seconda della politica che ritenevano fosse la migliore per l’urbe, quali candidati della loro parte dovessero accedere al soglio pontificio. Si capiscono così bene i drammi del saeculum obscurum e perché esso sia ritenuto forse il peggiore di tutta la storia della Chiesa, abbandonata nelle mani di famiglie private e del potere secolare, in un periodo in cui nessun imperatore o re sosteneva la comunità cristiana, allora impossibilitata a vivere in libertà in un periodo di grave crisi internazionale.
7/ La leggenda della papessa Giovanna
Da quanto si è fin qui considerato, sono, in particolare, le famiglie di Teofilatto (antenati dei Conti di Tuscolo) e dei Crescenzi, imparentatesi fra di loro, che assunsero il controllo del papato dopo l’eliminazione di Giovanni X, specialmente ad opera della moglie Teodora e della figlia Marozia e poi di Alberico II: da quel momento il saeculum obscurum fu segnato dalle loro scelte, poiché furono essi a decidere per alcuni decenni le sorti del successore di Pietro papato, con il controllo della sede apostolica e con la rimozione di eletti contrari alla politica familiare.
Si può comprendere, come ha ipotizzato Grappone nei suoi Corsi di storia della Chiesa medioevale presso l’Istituto Ecclesia mater della Pontificia Università Lateranense, che alla figura di Marozia sia da ricondurre storicamente la leggenda della papessa Giovanna.
Così l’Enciclopedia Italiana Treccani (vecchia edizione) ne sintetizzava i tratti:
«Durante il sec. XIII, nella Chronica universalis Mettensis, nella cronaca posteriore di Martino Polono (morto nel 1278), presso Stefano di Borbone (morto nel 1261) e Bartolomeo da Lucca, cominciò a diffondersi con molte varianti il racconto che dopo la morte di Leone IV (17 luglio 855), secondo alcuni, dopo la morte di Vittore III (16 settembre 1087) secondo altri, sotto il nome di Giovanni, sarebbe stata eletta a pontefice una donna, abilmente truccata da uomo. Costei (cui si attribuiscono nomi diversi: Agnese, Gilibera, Gilberta, Glancia), avrebbe governato la Chiesa due anni e mezzo; ma, rimasta incinta per gli amori con un cubiculario, sarebbe stata sorpresa dalle doglie del parto durante una processione al Laterano e così scoperta»[13].
Forse in tale leggenda assolutamente inverosimile[14] confluiscono reminiscenza delle lotte curiali contro il potere delle badesse o vi si può cogliere una metafora della corruzione papale o un apparire celato del tabù del divieto del sacerdozio femminile[15].
Ma certo sia il nome Giovanna – che ricorda Giovanni X fatto uccidere da Marozia, sia Giovanni XI, suo figlio, da lei fatto ascendere al papato – sia le possibili ascendenze altomedioevali della leggenda lasciano ipotizzare che vi sia un legame storico-genetico nell’immaginario popolare fra il potere reale della nobildonna Marozia e quello leggendario della papessa.
8/ Gli Ottoni e la Rinascita Ottoniana
Anche il venire a conclusione del “secolo di ferro” e del saeculum obscurum per la Chiesa permette di comprendere ulteriormente i motivi di quel periodo fra i più difficili vissuto dall’Europa tutta e dalla sede del vescovo di Roma in particolare.
Con l’ascesa al potere di Ottone I, ebbe inizio la dinastia di imperatori chiamata “degli Ottoni” (o di Sassonia, o dei Liudolfingi), poiché anche il figlio e il nipote portarono lo stesso nome (durata della dinastia: 962 – 1024).
L’impero fu invece ribattezzato “Sacro Romano Impero Germanico”, per distinguerlo dal primo che venne offerto da Leone III a Carlo Magno, che era re dei Franchi e non dei Germani: il nuovo non comprendeva più la “Francia”, ma riunificava il ducato di Germania e l’Italia settentrionale.
Il titolo di “imperatore”, dalla fine del precedente, non era stato più ereditato da nessuno per quasi cento anni, e cioè dalla deposizione di Carlo il Grosso (887).
Ovviamente la fine del “secolo di ferro” ciò fu possibile per una riacquisita potenza effettiva: Ottone I, come si è visto, sconfisse gli Ungari, non dovendo poi più difendersi da loro, e, al contempo, venne effettivamente a regnare sul nord Italia.
A partire da lui e poi per il figlio e l nipote Ottone I e II è divenuta abituale la dicitura di Rinascita Ottoniana perché fu un periodo di maggiore pace dinanzi ai nemici e di rinascita culturale che coinvolse anche Roma.
In tale Rinascita, Ottone si affidò molto alla Chiesa, sostenendola e traendone sostegno, innanzitutto affidando le circoscrizioni comitali di Germania a membri dell’alto clero tedesco, scegliendo come autorità anche laiche vescovi a lui fedeli: in questo modo egli frenò la “privatizzazione” di tali cariche e le sottrasse all’aristocrazia – che, come in Roma, cercava invece di renderle ereditarie.
I vescovi ottoniani svolgevano così una doppia funzione, sia laica che ecclesiastica, e venivano generalmente scelti tra persone fra le più colte e le più capaci, riqualificando così il clero che era stato, invece, ridotto ad uno stato infimo dalle pluridecennali influenze delle bellicose aristocrazie locali.
Anzi, proprio il fatto che i vescovi non avessero eredi legittimi faceva sì che i loro uffici pubblici – diocesi e contee - rientrassero alla loro morte nelle potestà del sovrano, a tutto vantaggio della coesione dell’impero.
Come si è visto, il contesto internazionale divenne più pacifico anche per il successo delle azioni anti-saracene, a partire dalla battaglia del 915 al Garigliano che vide la fine dell’avamposto arabo-musulmano in terra ferma più vicino a Roma, al tempo di Giovanni X – e successivamente di quello di Fraxinetum, sulle coste francesi.
Alla lega che sconfisse gli arabo-musulmani di Garelianum parteciparono nuovamente uniti tanti principi dell’epoca: Landolfo I di Benevento e il fratello Atenolfo II, Guaimario II di Salerno, Gregorio IV di Napoli e suo figlio Giovanni, Giovanni I di Gaeta e suo figlio Docibile, ma anche il marchese del Friuli Berengario, re d’Italia, che inviò forze da Spoleto e dalle Marche, guidate da Alberico I, duca di Spoleto e Camerino. Anche i bizantini concorsero con un contingente dalla Calabria e dalla Puglia guidato dallo strategos di Bari Niccolò Picingli.
Più in generale anche l’impero bizantino ebbe un ruolo positivo nel miglioramento della situazione più generale, ben oltre la questione dell’insediamento del Garigliano, perché favorì Venezia nel controllo dell’Adriatico e appoggiando anche Napoli, Gaeta e Amalfi. Inoltre Costantinopoli, dopo aver a lungo guerreggiato contro i Bulgari – le popolazioni che fra gli slavi si mostrarono in quel periodo le più pericolose fino a giungere alle porte della capitale – infine li sconfisse nel 1015.
Anche l’Italia del sud vide il ritorno sotto diretto controllo bizantino di Calabria, Basilicata e Puglia, precedentemente sotto continuo attacco arabo, mentre i duchi longobardi si sottomisero, pur in relativa autonomia, a Costantinopoli.
Per quel che riguarda Roma, fu Giovanni XII, il giovanissimo figlio di Alberico II e nipote di Marozia, a chiamare in aiuto Ottone I. L’opposizione romana «si lamentava della condotta immorale […], della sua disinvolta condotta con le donne, delle orge, delle sue bestemmie, del fatto che fossero sistematicamente trascurati i doveri dell’ufficio ecclesiastico e la cura degli edifici sacri […] anche se nella Roma di allora, sconvolta nella lotta fra fazioni ma già toccata da tendenze riformatrici, bisogna mettere in conto qualche esagerazione»[16].
L’imperatore, sceso a Roma in difesa del papa, venne da lui incoronato nel 962, ma, solo un anno dopo, visto che le accuse non cessavano e anzi indebolivano Roma e la stessa compagine politica, nel 963, Ottone I depose il papa che lo aveva incoronato.
Deposto Giovanni XII, Ottone I fece eleggere un laico, Leone VIII, che governò una prima volta dal 963 al 964, dovette poi fuggire e questo portò al ritorno di Giovanni XII più gradito a quei romani che allora governavano la città. Ma poi Leone VIII tornò ancora con le truppe imperiali che schiacciarono i romani, ma poi venne nuovamente scacciato: ciò portò ad una nuova elezione nella persona di Benedetto V (964), che regnò per un mese finché l’imperatore impose definitivamente Leone VIII, facendo sì che Benedetto si inginocchiasse dinanzi a lui.
Appare qui la coesistenza di due visioni contraddittorie del rapporto papato-impero: per il papato l’imperatore è il difensore di cui la Chiesa ha bisogno, ma non un patrono con autorità su di essa, mentre l’imperatore si ritiene invece sovrano dello Stato della Chiesa e del suo pur legittimo “principe”, il papa.
9/ La dinastia ottoniana
La Rinascita Ottoniana proseguì, mentre proseguiva al contempo la crisi nell’urbe con le famiglie romane che cercavano di controllare il papato.
Seguì il pontificato di Giovanni XIII (965-972), scelto da Ottone I, cacciato dai romani e reinsediato dall’imperatore, ma che fu figura riformatrice significativa[17].
Seguì poi il pontificato di Benedetto VI (973-974), sempre di nomina imperiale.
Quando Ottone I morì (973), a Roma iniziarono nuovi disordini con i Crescenzi che deposero papa Benedetto VI (972/973-974), incarcerato e strangolato dal successore, Bonifacio VII (antipapa nel 974), capo del “partito greco”, il quale a sua volta fuggì poi a Costantinopoli, portando con sé la cassa, per l’opposizione a lui del nuovo imperatore, Ottone II, che era già stato incoronato in Roma da Giovanni XIII, mentre il padre Ottone I era ancora in vita e regnante.
Ottone II fece allora eleggere Benedetto VII (974-983), un ecclesiastico vicino ai circoli riformatori di Cluny. Durante un’assenza di Benedetto VII, nel 980 Bonifacio VII tornò a Roma e occupò il Laterano, ma le truppe di Ottone II, richiamate dallo stesso pontefice, lo fecero fuggire nuovamente a Costantinopoli.
Alla morte di Benedetto VII, l’imperatore voleva che fosse l’abate di Cluny, san Maiolo, a divenire papa, ma questi rifiutò. L’imperatore scelse allora Giovanni XIV (983-984), che era suo arcicancelliere.
Ma, alla morte di Ottone II, avvenuta nell’983 mentre egli era a Roma per le feste per il nuovo pontefice, Bonifacio VII, appoggiato da Costantinopoli e dalle famiglie romane, tornò ancora nel 984 (per la III volta) e fece incarcerare e morire di fame il nuovo papa Giovanni XIV, finendo per essere poi, però ucciso lui stesso durante un tumulto popolare (985).
Durante la minore età di Ottone III (980-1002), i Crescenzi ripresero l’iniziativa e fecero eleggere Giovanni XV. Sotto di lui ci furono nuove lotte fra filo imperiali e filo-Crescenzi: il papa dovette fuggire nuovamente fuori Roma, prima che Ottone III si presentasse a Roma poco dopo la morte del pontefice.
È evidente la potenza delle famiglie romane che realmente ostacolò la potenza imperiale e viceversa quella dei maggiorenti romani che disputavano ad armi pari e anzi primeggiavano nell’urbe, se l’imperatore se ne allontanava: nessuna delle due compagini riuscì ad avere una predominanza totale e i pontefici erano in balia delle fazioni.
Ottone III scelse i due papi successivi, nel 996 Gregorio V e nel 999 Silvestro II (Gilberto d’Aurillac), il cui nome indica il desiderio di richiamarsi alla memoria di un antico rapporto da rinnovare fra papato e imperatore al tempo di Costantino. Ma, fra tali due pontificati, ci fu quello Giovanni XVI, perché Gregorio V fu cacciato dai romani.
Alla morte prematura di Ottone (1002), papa Silvestro II si ritrovò solo a dover contrastare i Crescenzi e i Conti di Tuscolo: sopravvivrà solo un anno all’imperatore.
10/ La prima metà dell’XI secolo nuovamente sotto potere laico, questa volta sotto l’ombra dei conti di Tuscolo
Se nella prima metà del X secolo Roma era stata dominata dai discendenti del principe romano Alberico, se nella seconda metà il comando era passato nelle mani della famiglia dei Crescenzi, il potere passò poi nelle mani dei conti di Tuscolo, continuatori della discendenza di Alberico.
Questi, nella prima metà dell’XI secolo, mentre il conte Alberico III rivestiva la carica di console romano (fino al 1044) riuscirono a imporre ben tre papi, uno dopo l’altro, Benedetto VIII (da laico Teofilatto di Tuscolo; 1012-1024), Giovanni XII (fratello di Teofilatto di Tuscolo; 1024-1032) e Benedetto IX (il loro nipote Teofilatto; 1032-1045).
Gli imperatori ebbero nella prima metà dell’XI secolo una minore pressione su Roma, forse anche per permettere alla Chiesa di Roma di riformarsi da sé stessa: certo è che fu Benedetto VIII il primo che chiese ai Normanni di intervenire nel sud Italia e che radunò con l’imperatore un sinodo nel 1022 contro il matrimonio dei preti, mentre fu Giovanni XIX a stringere ancor più legami con Cluny e il suo movimento.
La pessima condotta di Benedetto IX, che spinse taluni a contrapporgli un antipapa nella persona di Silvestro III, spinse il papa a vendere poi la sua carica a Gregorio VI, portò infine al sinodo di Sutri (1046), conclusosi poi a Roma, sotto la guida dell’imperatore Enrico III, che fece infine dimettere tutte e tre i “pontefici” esistenti, ponendo fine allo scisma, finché si giunse alla riforma di papa Leone IX (1049-1054), che divenne poi la “riforma gregoriana”.
11/ Qualche riflessione sul saeculum obscurum (e sul “secolo di ferro”) in relazione a problematiche odierne)
Dinanzi alla pochezza della comunità cristiana e del papato del saeculum obscurum già il protestantesimo del XV secolo si volse, da una pura analisi storica, a ben altre conclusioni, giungendo all’affermazione teologica che nella Chiesa cattolica non c’era la Chiesa di Cristo, tale era la sua bassezza e meschinità.
Una tale affermazione merita di essere affrontata e, anzi, rovesciata. Nelle riflessioni di teologia fondamentale più volte nel tempo, e anche al presente, teologi e uomini di cultura cristiani hanno voluto affrontarla, non solo affermando che in quel periodo buio, come in ogni altro che fu tale, ci furono al contempo grandi uomini di fede, di santità e di cultura, ma proprio a partire dalla pochezza degli uomini che avrebbero dovuto guidare la Chiesa e lo fecero così malamente.
Proprio la debolezza di quegli uomini e, nonostante questo, il perdurare della Chiesa e il suo continuo rifiorire sono la prova che essa non è opera umana, ma divina. Qualsiasi altra istituzione umana, dopo periodi di così bassa condotta, sarebbe scomparsa e sprofondata nel nulla: ecco il segno che la grazia di Dio abita la Chiesa nonostante la pochezza dei suoi uomini. Nella debolezza umana appare la potenza di Cristo che la fa permanere e nuovamente germogliare.
Si possono leggere a questo proposito le parole di Dante, nell’interrogazione sul perché della fede a Pietro nella Commedia, così come di Boccaccio che nel Decamerone racconta del giudeo Abraam che si battezza dopo aver visto le peggiori malefatte dei papi e dei preti in Roma e di de Lubac che riflette sulle mediocrità della Chiesa:
-La prova della verità del cristianesimo è la Chiesa nell’interrogazione sulla fede fatta a Dante Alighieri da san Pietro in Paradiso: l’attualità dell’ecclesiologia. Breve nota di Andrea Lonardo, ascoltando Franco Nembrini
-Il peccato nella chiesa motivo del diventare cristiani nel Decamerone: la seconda novella della prima giornata di Giovanni Boccaccio
-Agli occhi del mondo la Chiesa, come il suo Signore, ha sempre l'aspetto della schiava. Esiste quaggiù in «forma di serva». E non è soltanto la saggezza del mondo, nella sua accezione più materiale che le manca: è anche, almeno apparentemente, la saggezza dello spirito, da Henri de Lubac
È incredibile come, in quegli anni terribili, ebbero origine alcune delle svolte che tuttora sono feconde anche nel presente dell’Italia, dell’Europa e del mondo, nonostante l’infimo livello morale e spirituale del tempo.
La seconda considerazione che può essere fatta è riguardo alle cause di tale devastante periodo che visse la Chiesa nel X secolo (e anche agli inizi dell’XI).
Spesso si argomenta – e talvolta a ragione – che la Chiesa dà il peggio di sé quando il clero, e in particolare il papato e l’episcopato, si chiudono alle istanze laicali, per cui il clericalismo viene additato a principale causa del malessere e dell’allontanamento dalla fede nel Cristo e dall’annunzio del Vangelo.
Nel secolo X appare, invece, il pericolo opposto che è altrettanto vero: il punto più basso toccato dalla Chiesa nella storia è quando autorità laiche vengono a soverchiare la libertà del clero, fino a condizionare l’elezione stessa del pontefice.
La questione del potere – che interessa certamente i clericali, ma non di meno i laici – ha fatto sì che allora la Chiesa di Roma venisse travolta da interessi altri che quelli della libertà della fede e dell’annunzio, per cui ognuno ha parteggiò per ottenere ciò che gli sembrava giusto e nessuno si pose dal punto di vista più alto del Vangelo.
Lo studio del X secolo funge, così, da cartina al tornasole che permette di rileggere altri secoli e periodi di storia della Chiesa, aiutando a comprendere che spesso non fu il clero a rovinare il vissuto ecclesiale, ma l’eccesivo desiderio di figure estranee alle logiche evangeliche di indirizzare la comunità cristiana – questo sembra essere il caso anche di taluni pontificati tardo quattrocenteschi o cinquecenteschi, quando i pontefici vennero eletti fra i familiari di grandi casati che governavano i principati dell’epoca o il mondo bancario, venendo ad essere preferiti a uomini di vera fede meno appariscenti.
La natura del Conclave come assise segreta che si svolge dopo l’extra omnes è come noto un espediente non per mantenere segreti interni all’assise stessa, bensì, al contrario, per impedire un’eccessiva ingerenza di sguardi laici in ordine alla scelta del nuovo pontefice.
In ordine ad una effettiva sinodalità il dato è importante, non per avere paura dei laici o diffidarne, ma certo per non ritenere il loro apporto come la sicura panacea: è la capacità di clero e laici di porsi nell’ottica del vero discernimento della volontà del Signore che rinnova la Chiesa e non la semplice appartenenza ad una categoria a fare la differenza.
2/ La storia del papato del X secolo raccontata da John O’Malley
Riprendiamo sul nostro sito un brano da J. O’Malley, Storia dei papi, Roma, Fazi, 2011, pp. 89-98. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. Per ulteriori testi, cfr. le sezioni Storia altomedioevale, Ecclesiologia e Roma e le sue basiliche.
Il Centro culturale Gli scritti (12/8/2026)
L’ora più buia
Nella prima metà del IX secolo, tra il Regno di Carlo Magno e quello di suo figlio Ludovico il Pio, l’Occidente cristiano appariva florido come lo era già da due secoli. A Roma si successero brevi pontificati non particolarmente degni di nota, talvolta segnati da elezioni controverse, che non ebbero tuttavia a che fare con particolari sconvolgimenti o crisi. L’impero di Carlo Magno, verso la fine della sua vita, si estendeva dalla Francia fino alla Sassonia a est e fino all'Italia a sud.
I successi culturali e religiosi di Carlo Magno furono altrettanto consistenti. Sebbene probabilmente non sapesse scrivere, radunò presso la sua corte così tanti studiosi di fama, tra i quali spiccava il grande Alcuino, che essa divenne il fulcro di quella che fu definita la “Rinascita Carolingia”.
Lo zelo di Carlo Magno a favore di un clero istruito e dedito alle attività pastorali fu straordinario. Senza dubbio egli ritenne che fosse sua prerogativa nominare i vescovi, soprattutto gli arcivescovi, la cui lealtà alla sua persona era essenziale per tenere unito l’impero. Se da un lato la fedeltà dei prelati era un requisito non negoziabile, scelse comunque uomini meritevoli del loro incarico e agì di conseguenza.
Era ugualmente attento a che il basso clero sapesse leggere e possibilmente capire il latino della messa e dei sacramenti e voleva che si comportasse in modo consono al proprio status. Incoraggiava i vescovi a convocare sinodi per affrontare questioni disciplinari, molte delle quali riguardavano proprio la condotta del clero. Quando Carlo Magno morì, nell’814, suo figlio Ludovico continuo questa politica e, come lascia intendere il nomignolo “il Pio”, fu più incline ad accettare la guida dei vescovi rispetto al padre.
Tuttavia Ludovico era incapace di tenere unito l’impero del padre, fondato com’era sulla forza di carattere di Carlo Magno, sul suo valore militare e sulla lealtà personale che pretendeva ed otteneva.
Ludovico incominciò già dall’817 a dividere l’amministrazione dell’impero tra i suoi figli, ma soltanto dopo la sua morte ci fu una vera e propria divisione in tre parti, approvata dal Trattato di Verdun nell’843, per cui Ludovico il Germanico ebbe la parte orientale dei territori di Carlo Magno, essenzialmente di sangue e lingua teutonici, che si estendeva dal fiume Reno fino alla frontiera più a est. A Carlo il Calvo toccò la parte occidentale, di lingua principalmente romanza, che comprendeva di fatto l’area della Francia del tardo Medioevo. Lotario ottenne il “regno di mezzo”, un territorio amorfo situato tra gli altri due fino all’Italia, nonché i titoli di imperatore e re d’Italia.
Il trattato di Verdun è di importanza cruciale poiché con le sue disposizioni delineò i territori che poi divennero la Francia, la Germania e le contese aree intermedie che sono state oggetto di molte guerre. I regni diedero vita a dinastie reali con le quali i papi si trovarono a fare i conti. Nei confronti di colui che deteneva il titolo imperiale i papi mostravano una speciale deferenza, ma agirono sempre in base all’effettivo potere che ciascuno di loro manifestava di possedere. I tempi di un unico regnante come Pipino, Carlo Magno o Ludovico il Pio erano finiti per sempre. Nell’855, alla morte di Lotario i suoi possedimenti furono ripartiti tra i tre figli.
Proprio quando la scena politica cominciava a complicarsi, Niccolò I si dimostrò il papa più capace e importante dai tempi di Adriano, una persona di rilevanza davvero internazionale. Il suo pontificato (858-867) rappresenta il punto più alto del secolo, in contrasto con gli abissi in cui il papato ben presto sprofonderà. Nato a Roma da una famiglia altolocata, Niccolò fu un confidente fidato del suo predecessore, Benedetto III. Fu eletto senza difficoltà alla presenza e col supporto del nuovo imperatore Ludovico II, figlio di Lotario, che si precipitò a Roma per presenziare all’evento.
Ludovico, come gli altri sovrani, scoprì presto che Niccolò non solo aveva una personalità autorevole, ma anche un’alta considerazione dell’autorità papale in rapporto all’autorità secolare da lui rappresentata. Il papa non avrebbe tollerato azioni che riteneva potessero calpestare i poteri lasciati in eredità da Cristo a Pietro e ai suoi successori.
Lotario II, re di Lorena e fratello di Ludovico, ripudiò con una falsa accusa di incesto sua moglie Teutberga, incapace di dargli un erede. Un sinodo di vescovi tenutosi ad Aquisgrana nel 862 e uno convocato a Metz l’anno successivo appoggiarono il re ratificando il nuovo matrimonio con l’amante, dalla quale ebbe tre figli. Teutberga si appellò a Niccolò. Quando gli arcivescovi di Colonia e Treviri portarono a Roma i decreti sinodali in favore di Lotario, Niccolò li strappò loro di mano e poi comminò ai due arcivescovi una scomunica per ciò che egli considerava una sorta di favoreggiamento della bigamia. A quel punto l’imperatore Ludovico fece propria la causa del fratello e degli arcivescovi e marciò su Roma con le sue truppe, costringendo il papa a rifugiarsi a San Pietro. Neanche con questa misura estrema Ludovico fu in grado di smuovere il pontefice. Niccolò rimase fermo sulla sua posizione e Ludovico non osò eliminarlo, quindi Lotario fu costretto a riprendersi la moglie.
Niccolò affrontò altri arcivescovi che riteneva avessero approfittato della propria autorità, compreso Incmaro di Reims, il più potente arcivescovo a nord delle Alpi, che, come lui, si era opposto al ripudio di Teutberga. Tuttavia Incmaro depose il vescovo Rotadio di Soissons e tentò di bloccare il suo appello a Roma per avere giustizia. Niccolò reintegrò Rotadio e, al tentativo di Incmaro di opporsi, minacciò di interdirlo dalla celebrazione della messa. Incmaro fece marcia indietro.
Il papa redarguì inoltre Giovanni, arcivescovo di Ravenna, che operava con modalità che dimostravano una certa indipendenza dalla giurisdizione di Roma. Giovanni complicò ulteriormente le cose impossessandosi di terre che Niccolò riteneva di proprietà papale. Il Papa lo destituì e lo scomunicò, per riammetterlo nella chiesa solo dietro promessa di un comportamento futuro più consono.
Vi furono altre importanti circostanze in cui Niccolò fece valere la propria autorità sugli arcivescovi d’Occidente e andò in aiuto dei vescovi che vi si opponevano. Forse basò le sue azioni su quelle che in seguito divennero note come “le false Decretali”, un’altra falsificazione medievale. Questi documenti, una presunta collezione di norme canoniche, rafforzavano le ragioni dei vescovi contro i loro arcivescovi ed enfatizzavano l’autorità del papato in qualità di garante di tali diritti. Erano stati redati in Francia attorno all’850 dai chierici che si opponevano a Incmaro, scontenti della maggiore autorità di cui Carlo Magno aveva investito gli arcivescovi a scapito dei vescovi. Al tempo alcuni usarono metterne in dubbio l’autenticità, ma per la maggior parte del Medioevo i documenti furono ritenuti originali. Non è assolutamente certo che Niccolò ne fosse a conoscenza, ma essi erano portatori di un messaggio che sia lui che i suoi superiori erano ben felici di ascoltare: l’autorità inappellabile nella chiesa derivava dal papato.
L’atto più famoso, importante e controverso di autorità papale da parte di Niccolò è rappresentato dal procedimento contro Fozio, patriarca di Costantinopoli, il cui predecessore Ignazio, era stato deposto su iniziativa dell’imperatore. Niccolò inviò ambasciatori a Costantinopoli per indagare, rifiutò di riconoscere Fozio, la cui elezione era stata irregolare, e poi in un sinodo tenuto in Laterano nell’863, ordinò che Fozio si dimettesse. Quando l’imperatore Michele III fece rimostranze, Niccolò gli riversò addosso tutte le massime prerogative di cui il papato godeva sull’intera chiesa. Seguirono ulteriori complicazioni. Nell’867 Fozio convocò a sua volta un sinodo a Costantinopoli che destituì e scomunicò Niccolò, il quale però morì prima che la notizia arrivasse a Roma. Per la chiesa di lingua greca il cosiddetto Scisma Foziano divenne il simbolo scottante di papi che si assicuravano il predominio in modo scorretto e divenne un altro punto nevralgico nel rapporto tra le due chiese.
I successori di Niccolò si trovarono di fronte una nuova minaccia che faceva impallidire i problemi con Costantinopoli: i Saraceni avevano non solo conquistato la Sicilia, ma stavano risalendo la penisola per minacciare Roma. Giovanni VIII (872-882), che successe all’attempato e titubante Adriano II, era stato uno stretto collaboratore di Niccolò e, come lui, aveva un’altra considerazione del proprio ruolo. Ma si trovò con le spalle al muro quando affrontò i Saraceni e, allo stesso tempo, tentò di difendersi dagli intrighi e dalle trame dei nobili della città assetati di potere.
Giovanni si rivolse disperato a un governante dopo l’altro per chiedere aiuto contro la nuova minaccia, ma ricevette solo vane promesse. Fu costretto a prendere in mano le questioni militari. Rinforzò le mura costruite dal suo predecessore Leone IV attorno all’area vaticana della città, costruì un muro difensivo attorno alla basilica di San Paolo, fondò la flotta papale e ne assunse il comando.
L’azione che doveva procurargli la fama maggiore fu la strenua difesa di san Metodio, missionario e poi arcivescovo della Pannonia, nell’area meridionale del Centro Europa. Metodio e suo fratello Cirillo furono poi celebrati come gli “Apostoli degli Slavi”.
I chierici riferirono al Papa che l’arcivescovo aveva cantato la liturgia “in una lingua barbarica”. Giovanni convocò Metodio a Roma e si convinse ben presto che l’arcivescovo era sulla strada giusta. Lo autorizzò quindi a tradurre la Bibbia in slavo e, cosa ancor più sorprendente, a celebrare la liturgia in quella stessa lingua. “Colui che ha creato tre lingue principali, ebraico, greco e romano, ha creato anche altre lingue per cantare a sua lode e gloria”. Per la prima e ultima volta fino al Concilio Vaticano II, un Papa ratificò una liturgia non in latino.
È pressoché certo che Giovanni VIII venne assassinato da uno o più chierici, avvelenato e poi bastonato a morte, secondo fonti attendibili. Se fosse vero questo orribile crimine segnerebbe l’inizio formale del periodo più cupo della storia papale. Privi di un sostegno efficace da parte di protettori potenti al di fuori della penisola, i papi divennero ancor più facili prede dell’ambizione e della cupidigia della nobiltà locale. Anche in questa era scandalosa, che durò ben oltre cento anni, ci furono papi onesti e operosi, ma vennero superati in numero dai mediocri e dagli adulatori, o spesso molto peggio. I pontificati furono stranamente brevi e la lista dei papi deceduti per morte sospetta o violenta stranamente lunga.
Ci furono alcuni casi famosi e ben documentati. I nemici di papà Stefano VI (896-897) lo catturarono, lo privarono delle insegne papali e lo rinchiusero in prigione dove fu strangolato. Leone V, papa per pochi mesi nel 903, subì un destino analogo: venne catturato e gettato in una prigione dove fu subito ucciso.
Pochi anni dopo Giovanni X assistette all’assassinio del fratello nella basilica del Laterano. L’anno successivo i suoi nemici lo catturarono e lo rinchiusero in prigione dove lo soffocarono con un cuscino. Nel 998 l’antipapa Giovanni XVI, per quanto possa sembrare incredibile, sopravvisse nonostante gli avessero cavato gli occhi, tagliato la lingua, amputato le mani, dopodiché fu trascinato per le strade di Roma e gettato in prigione.
Nulla dimostra più chiaramente l’abisso in cui la situazione era sprofondata in quel periodo quanto il macabro processo di papa Formoso, definito talvolta “il sinodo del cadavere”. Stefano VI, anch’egli come già accennato destinato a una brutta fine, una volta divenuto papa fece riesumare il cadavere del suo acerrimo nemico Formoso, lo pose sul trono con tutti gli abiti pontificali e lo processò per falsa testimonianza, per brama di autorità pontificia e molti altri crimini. Formoso replicò come poteva, attraverso la voce di un diacono nascosto dietro il suo cadavere in decomposizione. Non sorprende che la sua difesa sia stata considerata inadeguata, e che egli sia stato condannato. Gli furono amputate tre dita della mano destra, quelle utilizzate per la benedizione, gli furono strappati i vestiti e il suo corpo venne gettato nel Tevere.
Gli intrecci, le trame, la corruzione, le minacce, le violenze più o meno pianificate, le alleanze mutevoli che ruotavano attorno alla conquista del papato, a Roma e nell’Italia centrale, sono pressoché impossibili da descrivere. Il controllo di Roma e del suo vescovato era l’obiettivo di molte fazioni e famiglie, ma i conti di Tuscolo, vicino Frascati, si distinsero grazie alla figura di Marozia, nota matriarca della famiglia. Figlia del console romano Teofilatto, conte di Tuscolo, e di Teodora, che rappresentava il vero potere in città, all’età di quindici anni Marozia divenne l’amante di papa Sergio III (904-911), dal quale ebbe un figlio, il futuro papa Giovanni XI. Le accuse riguardo alla sua relazione con Sergio sono state in larga parte ridimensionate, ma è certo che fosse la madre di Giovanni. Esistono buone ragioni per ritenere, in realtà, che il padre di Giovanni fosse il marito di Marozia, Alberico I, duca di Spoleto.
Alla morte di Alberico Marozia si risposò. Nel 920 era diventata quasi onnipotente a Roma. Insieme al marito organizzò una rivolta contro papa Giovanni X e ne architettò l’assassinio. Poi manovrò l’elezione dei due papi successivi, Leone VI e Stefano VII. Al tempo della morte di Stefano, suo figlio aveva raggiunto la maggiore età: per Marozia si avvicinava il momento del massimo trionfo. Quando ebbe vent’anni fece in modo che venisse eletto papa con il nome di Giovanni XI (931-936 o 937). Tuttavia il grande colpo finì male per madre e figlio. Dopo la morte del secondo marito, Marozia si sposò una terza volta. Alberico II, figlio di primo letto, fratellastro del papa, capitanò una rivolta contro la novella coppia e, nel 932, assaltò Castel Sant’Angelo, dove sua madre, il marito e il papa si erano installati. Si impadronì della roccaforte con facilità e catturò Marozia e il papa, mentre il marito riuscì a scappare.
Alberico II infine liberò Giovanni XI dal carcere, ma lo tenne prigioniero in casa fino alla sua morte. Nulla più si sa di Marozia. Da questo momento Alberico II dominò la città e pilotò l’elezione dei candidati al papato: Leone VII, Stefano VIII, Marino II e Agapito II. Sul letto di morte, nel 954, esercitava ancora una sufficiente autorità e suscitava abbastanza timore da obbligare i romani, alla morte di Agapito, l’anno dopo, a eleggere papa Ottaviano, suo figlio illegittimo. Ottaviano, appena diciottenne, venne legittimamente eletto. Per la seconda volta nella storia un papa cambiò il proprio nome. Il primo era stato Mercurio nel 553, che divenne Giovanni perché aveva il nome di una divinità pagana. Ottaviano è passato alla storia come Giovanni XII (955-964).
Con Giovanni XII il papato operò un’altra svolta inaspettata e, non certo per merito di Giovanni, incominciò una lenta e altalenante ascesa fuori dagli scandali in cui aveva sguazzato. La svolta fu da attribuire, come già avvenuto due secoli prima, a un intervento dal Nord dell’Europa. L’imperatore Ottone I scese in Italia per rimettere le cose a posto. Il suo intervento diede vita a un nuovo secolo in cui il re tedesco, imperatore romano d’Occidente, avrebbe agito da protettore, salvatore, alleato e sostenitore dei papi.
Gli anni compresi tra l’850 e il 950 erano stati catastrofici, non soltanto per il papato, ma per l’Occidente in genere. Non solo l’impero di Carlo Magno si era disgregato col conseguente collasso dell’ordine pubblico, ma da sud, nord e est l’Europa veniva assalita da nemici esterni. I musulmani, cacciati dalla Francia verso la Spagna, proseguirono le ostilità e, come già accennato, intrapresero campagne aggressive dalla Sicilia e dall’Italia meridionale verso il nord. Già nell’846 la loro flotta, che trasportava cinquemila cavalieri, risalì il Tevere e saccheggiò Roma. I Vichinghi misero in atto una delle incursioni più devastanti sulle coste del nord-ovest della Germania, dei Paesi Bassi, della Spagna, dell’Inghilterra e della Francia. Attorno all’anno 843 risalirono la Senna, e attaccarono e saccheggiarono a più riprese Parigi e Rouen. Quasi contemporaneamente i Magiari premevano sulla frontiera orientale spingendosi infine a ovest fino ad Augusta.
Le incursioni dei Saraceni in Italia sarebbero proseguite a fasi alterne per secoli, ma nel secolo successivo essi persero le loro roccaforti in Sicilia e nel sud della penisola. I Vichinghi, forse i più feroci di tutti, furono anche quelli che più facilmente si integrarono. Quando nel 911 fu affidato un ducato a Rollone, uno dei capi, i Vichinghi divennero Normanni e nacque il ducato di Normandia.
Nel 956 una nuova dinastia regale, nella persona dell’abile Ugo Capeto, si affacciò alla guida del regno occidentale (l’attuale Francia) garantendogli prosperità e stabilità.
A est Ottone, duca di Sassonia, fu abile al punto da assicurarsi il controllo delle fazioni in guerra tra loro da oltre un secolo. Nel 955 sconfisse i Magiari e li costrinse alla ritirata. Questo sancì il suo controllo. Sebbene non avesse legami di sangue con Carlo Magno, si considerava un suo successore.
Così alla metà del X secolo i nemici esterni dell’Europa erano stati fermati, assimilati o respinti e si affacciava, nel nord del continente, una nuova era caratterizzata da sovrani potenti e capaci, la maggior parte dei quali era sinceramente preoccupata per il benessere della chiesa e si sentiva responsabile del suo sostegno. Tra questi, nel secolo successivo, saranno fondamentali i re germanici, a cominciare da Ottone I.
Giovanni XII era riuscito a scandalizzare perfino la società romana del suo tempo per la sua inclinazione al piacere e alla dissolutezza. Il suo piano politico a poco a poco fallì, in gran parte perché, dopo la morte del suo potente genitore, fu privo di risorse per difendere sé stesso e la città. I nemici approfittarono delle sue sventure e nel 959 la sua situazione era disperata. Fece appello a Ottone affinché lo aiutasse, promettendogli in cambio la corona imperiale. Sembra quasi la replica di quanto messo in scena da Leone III e Carlo Magno circa un secolo e mezzo prima. C’era tuttavia una differenza significativa: mentre i legati pontifici trasmettevano diligentemente a Ottone i messaggi del papa, essi esprimevano anche una certa disapprovazione per la sua condotta.
Ottone accettò l’invito di buon grado, giunse in Italia con il suo esercito e la pose facilmente sotto il suo dominio. Il 31 gennaio 962 Giovanni cinse della corona imperiale la testa di Ottone e della moglie Adelaide nella basilica di San Pietro. La cerimonia segnò la nascita del Sacro Romano Impero, che tuttavia acquisì questo nome solo molti secoli più tardi. Da questo momento la dignità imperiale sarebbe stata in ogni caso legata alla corona tedesca. Trovandosi a Roma, Ottone confermò le donazioni di Pipino e Carlo Magno, ma stabilì che ogni pontefice, dopo essere stato liberamente eletto, dovesse fare voto di fedeltà a lui come imperatore e ai suoi successori. Alla presenza di Ottone si tenne un sinodo che redarguì Giovanni per il suo comportamento e stabilì alcune normative riguardanti la chiesa tedesca.
Sia Ottone che Giovanni, per quanto non godessero della reciproca stima, avevano tutte le ragioni per essere soddisfatti. Ciononostante, dopo che Ottone si fu allontanato dalla città, Giovanni prese accordi con alcuni nemici dell’imperatore, circostanza che costrinse Ottone a tornare a Roma per presiedere un sinodo che destituì Giovanni, il quale intanto aveva abbandonato la città col tesoro pontificio in tasca. Questa volta l’imperatore sancì che in futuro la validità dell’elezione papale sarebbe stata subordinata al consenso imperiale. Con questa mossa alzò la posta in misura considerevole.
Ottone ripartì. Giovanni aveva risorse a sufficienza per riprendere la città e, presiedendo un sinodo in San Pietro nel febbraio del 964, destituì l’antipapa e si reinsediò. Ma il suo trionfo ebbe vita breve. Pochi mesi dopo fu colpito da un ictus, probabilmente nel bel mezzo di un rapporto sessuale, e morì quasi all’istante. Aveva circa ventisette anni.
[1] C. Baronio, Annales Ecclesiastici, T. X, col. 741, Anno 900 di Cristo, Anno IV di Stefano VII, A. Hierat – J. Gymnich, Coloniae Agrippinae, 1603, che afferma: «En incipit annus Redemptoris nongentesimus, tertia Indictione notatus, quo et novum inchoatur sæculum, quod sui asperitate ac boni sterilitate ferreum, malique exundantis deformitate plumbeum, atque inopia scriptorum appellari consuevit obscurum»; più ampiamente il brano recita: Baronio afferma: «En incipit annus Redemptoris nongentesimus, tertia Indictione notatus, quo et novum inchoatur sæculum, quod sui asperitate ac boni sterilitate ferreum, malique exundantis deformitate plumbeum, atque inopia scriptorum appellari consuevit obscurum;. In cujus limine constituti, ob ea, quæ pro foribus adeo flagitiosa nuper contigit adspexisse, antequam progrediamur ulterius, hic lectorem monendo, præfari aliquid necessarium duximus, ne quid scandali pusillus animo patiatur, si quando videre contigerit abominationem desolationis in templo, sed magis miretur, et cognoscat in ejus custodia divinam invigilare potentiam, cum non ut olim, abominationem tantam secuta mox fuerit desolatio templi; intelligatque solidioribus illo niti hoc fundamentis, nempe promissionibus Christi, firmioribus terra cæloque, ut ipse testatus est, dicens: “Cælum et terra transibunt, verba autem mea non præteribunt”».
[2] Cfr. su di esso AA VV, Il secolo di ferro: mito e realtà del secolo X. Atti delle Settimane di Studio 38, Spoleto, Fondazione Centro Italiano di Studi sull'Alto Medioevo, 1991, 2 voll. La stessa espressione è stata recentemente usata da altri autori per la seconda metà del Cinquecento, cioè del XVI secolo.
[3] Cfr. su questo Il potere “necessario”. L’origine del potere temporale del vescovo di Roma ed i papi del'VIII secolo, di Andrea Lonardo (trascrizione della lezione tenuta presso San Giorgio al Velabro).
[4] Cfr. sull’intero periodo, in sintesi, H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, pp. 167-188.
[5] Su di lui, in breve, cfr. H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, pp. 168-169.
[6] H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, p. 168.
[7] Cfr. su di lui, in breve, H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, pp. 169-170; più in dettaglio, cfr. la voce J.-M. Sansterre, Formoso, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Treccani, 2000, disponibile on-line.
[8] Cfr. su questo la voce V. Loré – M.C. Sarramia, Stefano VI, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 94 (2019), Roma, Treccani, disponibile on-line al link https://www.treccani.it/enciclopedia/papa-stefano-vi_(Dizionario-Biografico)/.
[9] Cfr. su questo U. Longo, voce Leone V, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Treccani, 2000, disponibile al link https://www.treccani.it/enciclopedia/leone-v_(Enciclopedia-dei-Papi)/ e V. Loré, voce Cristoforo, in Enciclopedia dei Papi, Roma, Treccani, 2000, disponibile al link https://www.treccani.it/enciclopedia/leone-v_(Enciclopedia-dei-Papi)/.
[10] Su Giovanni X, in breve, cfr. H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, pp. 170-171.
[11] Su questo, cfr. H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, p. 171.
[12] Cfr. su di lui in breve H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, p. 172.
[13] Voce Giovanna papessa leggendaria, in Enciclopedia Italiana, Roma, Treccani, 1933, disponibile al link https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanna-papessa-leggendaria_(Enciclopedia-Italiana)/ . I testi bassomedioevali della leggenda sono pubblicati e discussi in A. Paravicini Bagliani, La papessa Giovanna. I testi della leggenda (1250-1500), Firenze, SISMEL-Edizioni del Galluzzo, 2021.
[14] Cfr. su questo V. Di Marco, La Papessa: incredibile ma… falso!
[15] Cfr. su questo A. Boureau, La papessa Giovanna. Storia di una leggenda medioevale, Torino, Einaudi, 1991.
[16] H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, p. 172.
[17] Cfr. su di lui H. Zimmermann, I papi del «secolo oscuro» da Giovanni VIII a Gregorio VI, in M. Greschat - E. Guerriero (a cura di), Storia dei papi, Cinisello Balsamo, San Paolo, 1994, pp. 172-173.



