I Musei Vaticani in due volumi dell'Enciclopedia Italiana. L'alfa e l'omega dell'homo faber, di Antonio Paolucci

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 20 /08 /2011 - 20:08 pm | Permalink | Homepage
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Riprendiamo da L’Osservatore Romano del 25/1/2011 un articolo scritto da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, con l'introduzione che lo accompagnava; non abbiamo ripreso, invece, il secondo testo cui la nota faceva riferimento. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sui Musei Vaticani vedi la sezione Roma e le sue basiliche ed, in particolare:

Il Centro culturale Gli scritti (19/8/2011)

 

Lunedì 24 gennaio nel Salone di Raffaello dei Musei Vaticani viene presentata l'opera Roma. Musei Vaticani pubblicata dall'Istituto della Enciclopedia Italiana in due grandi due volumi con oltre 1500 immagini. Anticipiamo i testi del direttore dei Musei Vaticani, curatore dell'opera e, sotto, del direttore di «XXI secolo Treccani» che parteciperanno all'incontro insieme al presidente e al direttore editoriale dell'Istituto della Enciclopedia Italiana, Giuliano Amato e Massimo Bray.

Lo Stato della Città del Vaticano è il più piccolo del mondo in estensione geografica — appena 44 ettari, meno di mezzo chilometro quadrato — ma è anche l'unico la cui superficie è interamente occupata da quelle «cose» che gli Inglesi chiamano heritage, i Francesi patrimoine e gli Italiani collocano sotto la ridondante epigrafe di «beni culturali e ambientali».

A guardare in pianta lo Stato del Papa vediamo che la sua superficie è coperta dai monumenti celebri riprodotti nei manuali di architettura anche i più sommari: dalla basilica di San Pietro alla cupola di Michelangelo, dai Palazzi Apostolici al cortile del Bramante, dal colonnato del Bernini all'aula che porta il nome di Pier Luigi Nervi.

Quello che non è edilizia monumentale è patrimonio ambientale e naturalistico (i vasti giardini con le fontane, il castello, le cappelle), sono scaffalature chilometriche di libri preziosi e di documenti che testimoniano, con la storia della Chiesa, la storia della nostra cultura e della nostra civiltà. Mi riferisco alla Biblioteca Apostolica e all'Archivio Segreto, archetipi e modelli di ogni simile istituzione nel mondo. E poi ci sono i Musei.

I Musei del Papa si nominano al plurale poiché tutte le forme dell'arte, tutti gli aspetti della umana civilizzazione, in ogni epoca e sotto ogni latitudine, vi sono rappresentati. C'è la statuaria greco-romana che si moltiplica in gallerie, sale, spazi aperti dai nomi famosi (il Pio Clementino, il Braccio Nuovo, il Museo Chiaramonti e la Galleria dei Candelabri, il Cortile Ottagono, il Cortile della Pigna, e così via), ci sono le testimonianze delle più antiche civiltà del Mediterraneo (il Museo Gregoriano Egizio, il Museo Gregoriano Etrusco) insieme a Giotto e a Caravaggio, a Giovanni Bellini e a Leonardo, a Poussin e a Valentin raccolti in Pinacoteca, insieme ai Matisse, Van Gogh, Bacon, Fontana conservati nella Collezione d'Arte Religiosa Moderna.

Ci sono oggetti di arte cosiddetta «minore» (vetri dorati e avori, bronzi e mosaici, smalti e tessuti) fra i più preziosi al mondo nei Musei della Biblioteca e nella Galleria degli Arazzi; sarcofagi e sculture che ci parlano della nascita dal fertile tronco della cultura figurativa ellenistico- romana, di un'arte nuova per contenuti, per ideologia, per iconografie (il Museo Pio Cristiano); mentre nella vasta raccolta conosciuta come Museo Missionario Etnologico, protagonisti sono i manufatti delle culture extraeuropee, dall'Africa Nera alla Cina, dal Nord America all'Australia.

E ci sono, naturalmente, i grandi cicli di affreschi che hanno consegnato al mondo l'immagine stessa della Bibbia insieme alla gloria del rinascimento italiano e della Chiesa di Roma: Michelangelo in Sistina, Raffaello nelle Stanze. Per cui se un cittadino del mondo mediamente colto, di ogni religione o di nessuna religione, pensa alla origine dell'uomo il suo immaginario fatalmente va all'indice di Dio Padre che sfiora, come per una scossa elettrica creatrice, la mano tesa di Adamo nel riquadro di Michelangelo affrescato al centro della volta della Sistina. Se cerca di figurarsi gli episodi dell'Antico Testamento è il Raffaello delle Logge l'inevitabile riferimento iconografico.

Per convenzione si data al 1506 la nascita dei Musei Vaticani perché in quell'anno, regnando Giulio II Della Rovere, il gruppo scultoreo del Laocoonte, appena dissotterrato, venne collocato sul colle del Belvedere. Ma l'interesse dei Papi per il collezionismo d'arte è più antico di quella data. Basti pensare alla superba raccolta di glittica greco-romana (la celebre Tazza Farnese fra le altre) che il cardinale Pietro Barbo, dal 1464 Papa con il nome di Paolo II, aveva selezionato in palazzo Venezia. Tesori poi confluiti, in buona parte, nella collezione fiorentina di Lorenzo il Magnifico.

Per i Papi del rinascimento il Museo di Roma stava in Campidoglio, nel palazzo dei Conservatori. Qui, nel 1471 (la data è entrata nei manuali a segnare l'inizio del collezionismo statale a destinazione pubblica in Italia e in Europa) Sisto IV fece trasferire, come dono al popolo di Roma, una serie di importanti bronzi conservati fino ad allora in Laterano: la Lupa, l'Ercole dorato, la testa colossale di Costantino. Sono i signa imperii, i monumenti identitari della città eterna che il sovrano restituiva al popolo che ne era storicamente e moralmente proprietario.

Più tardi, regnando Paolo III Farnese, arriverà nella piazza del Campidoglio la statua equestre del Marco Aurelio glorificata da Michelangelo con la mirabile aureola del litostroto. Nella collocazione altamente simbolica voluta da papa Farnese, l'imperatore filosofo volta le spalle al Colosseo insanguinato e alla maestà dei Fori e guarda verso San Pietro. Le virtù di Seneca e di Plutarco sono diventate cristiane. La storia si è fatta santa. La gloria dell'Impero ecumenico è garantita e celebrata dal successore dell'Apostolo. Il genio di Roma, assunto e fatto proprio dalla Chiesa universale, è eterno e incorruttibile come il bronzo del suo imperatore.

Queste cose doveva significare il Marco Aurelio posto al centro della piazza, avendo a fianco il museo della storia e della identità romane. A ben guardare, questo concetto della assunzione da parte della Chiesa della storia romana e della sua santificazione presiede alle sterminate e mirabili raccolte di statue classiche che si raccolgono all'ombra della cupola di San Pietro.

I Musei che noi oggi chiamiamo Vaticani, crebbero su se stessi per successive addizioni e integrazioni lungo l'arco di parecchi secoli, dal XVI al XX. Crebbero fino a occupare spazi nei palazzi apostolici nati per altre funzioni, religiose, abitative, di rappresentanza (le cappelle Niccolina e Sistina, le Stanze di Raffaello, l'Appartamento Borgia) fino a moltiplicarsi, fra Ottocento e Novecento, in nuovi dipartimenti (il Gregoriano Etrusco, il Gregoriano Egizio, il Pio Cristiano, il Gregoriano Profano, la Collezione d'Arte Religiosa Moderna, il Missionario Etnologico).

Una crescita lenta e diramata che fa pensare alla parabola evangelica del piccolo seme destinato a diventare un grande albero frondoso. All'inizio c'è l'antiquarium di Giulio II progettato da Donato Bramante sul colle del Belvedere accanto alla villa-castello di Innocenzo VIII. Gli ambasciatori veneziani che lo videro e lo descrissero nel 1523 parlano di un giardino di delizie. Nel dolce fruscio dell'acqua corrente, sotto il cielo di Roma in mezzo ad alberi di arancio, erano dislocate sculture già all'epoca celebri: le statue colossali del Tevere e del Nilo poste al centro come fontane e poi l'Apollo, il Laocoonte, l'Arianna, la Venere felice, il Commodo, l'Ercole e Telefo.

Di fatto i Musei Vaticani diventarono tali a tutti gli effetti e assunsero l'aspetto che conosciamo fra la fine del XVIII secolo e l'inizio del XIX, sotto i pontificati di Clemente XIV Ganganelli (1769-1774), di Pio VI Braschi (1775-1799), di Pio VII Chiaramonti (1800-1823). Nei cinquant'anni cruciali che stanno fra l'illuminismo, la rivoluzione, l'impero e la restaurazione, le collezioni del Papa si rinnovano e si trasformano radicalmente. Nascono il Pio Clementino, il cortile Ottagono, il museo Chiaramonti, il Braccio Nuovo. Si moltiplicano i restauri e gli acquisti di nuove opere d'arte. Il regolamento del 1816 disciplina l'accesso al pubblico e le mansioni del corpo di custodia, la cura delle collezioni viene affidata a tecnici di grande prestigio come Antonio Canova.

Oggi i Musei Vaticani sono visitati da circa quattro milioni e mezzo di persone ogni anno; gente di ogni provenienza, di ogni lingua, di ogni cultura, di ogni religione. Sono serviti dai seicento addetti: personale di custodia, di sicurezza e di accoglienza in massima parte, ma anche amministratori, restauratori dei più diversi settori di competenza — dagli affreschi, alle pitture su tela e tavola, ai mosaici, alla carta, ai metalli, ai materiali lapidei, alle terracotte, agli arazzi — specialisti dei diversi comparti collezionistici e quindi archeologi classici, storici dell'arte, egittologi, etruscologi, etnografi, chimici del Gabinetto Ricerche Scientifiche, bibliotecari, archivisti, addetti alla didattica.

Far capire alle moltitudini che li attraversano cosa sono i Musei del Papa è l'obiettivo di tutti quelli che ci lavorano. È l'obiettivo (e la speranza) di chi ha curato questa opera. Nessuno conosce dettagliatamente e minuziosamente i tesori d'arte e di storia che molti secoli hanno accumulato all'ombra della cupola di San Pietro. Gli stessi studiosi che ai Musei hanno dedicato tutto il loro tempo e tutti i loro saperi conoscono in maniera approfondita solo alcune opere e alcune parti, più o meno grandi, dello sterminato insieme. Avrebbero bisogno di molte vite per conoscere tutto o per sapere di più di tutto. Ma questo né a loro né a nessun altro è concesso.

Quello che è possibile capire e far capire vivendo, lavorando e studiando dentro i Musei Vaticani, è il loro carattere plurimo, sfaccettato, iridescente e, allo stesso tempo, universale. Passare da Michelangelo ai rilievi assiri e alle mummie egizie, dal Laocoonte al Beato Angelico, dalle urne etrusche ai manufatti degli aborigeni australiani, dagli arazzi di Raffaello ai vetri dorati tardoantichi, dalle icone bizantine ai capolavori di Bacon e di Burri è certo arduo, però ci fa capire lo storico interesse, il rispetto e l'attenzione della Chiesa di Roma per la cultura, per tutto ciò che è uscito nei secoli dalle mani dell'homo faber, unica figura che tollera il confronto con Dio creatore.

In questo senso i Musei Vaticani sono il luogo identitario della Chiesa cattolica. Ne rappresentano la storia, ne significano il destino. Se questo libro, percorso necessariamente sommario e selettivo attraverso i Musei del Papa, sarà servito a farne intendere il carattere insieme plurale e universale, forse non sarà stato inutile.