Iniziazione cristiana e catechesi kerygmatica, di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 21 /09 /2018 - 08:28 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito la relazione che Andrea Lonardo terrà questo mattino al Congresso internazionale di catechesi “Il catechista testimone del mistero” organizzato presso l’Aula Nervi dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione e la catechesi. Per approfondimenti, cfr. la sezione Catechesi, famiglia e pastorale.

Il Centro culturale Gli scritti (21/9/2018)

QUI IL FILE AUDIO DELLA RELAZIONE: Iniziazione cristiana e catechesi kerygmatica, di Andrea Lonardo

In Evangelii Gaudium[1] due aspetti vengono esplicitamente messi in evidenza come decisivi per un rinnovamento della catechesi oggi: la dimensione kerygmatica e quella mistagogica.

Una catechesi che non rifletta oggi su queste dimensioni e non le scelga come decisive per un rinnovamento dell’Iniziazione cristiana non sarà conforme a ciò che lo Spirito Santo ci dona tramite il Papa.

In questa relazione mi è stato chiesto di indicare la ricchezza e la fecondità della via indicata dal Papa in relazione al primo dei due ambiti, pur non dimenticando mai l’altro, che emergerà più volte.

1/ L’annuncio kerygmatico: una dimensione più che un momento cronologico

Nel porre in rilievo la dimensione kerygmatica della catechesi Papa Francesco affronta una questione che è da sempre al centro dell’attenzione. Fin dagli inizi del cristianesimo, infatti, già gli scritti neotestamentari utilizzavano il termine “kerygma” per indicare il fatto che la morte e la resurrezione di Gesù non erano deducibili da nessun ragionamento umano, bensì erano il “fatto” nuovo e meraviglioso posto da Dio nella storia che veniva proclamato da chi ne era stato testimone e ne aveva sperimentato la verità[2].

San Paolo afferma, ad esempio: «Poiché, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1,21-25)[3].

In questo senso il kerygma è, innanzitutto, il primo momento nel quale chi non ha mai sentito parlare di Gesù per la prima volta sente raccontare di lui. Si pensi agli ebrei e ai pagani che incontravano gli apostoli e sentivano di una storia appena accaduta, solo un giorno o un mese o un anno prima, di cui mai essi avevano sentito parlare, pur avendo vissuto negli stessi anni della vita terrena del Cristo.

Nel corso dei secoli il kerygma era stato poi rivolto a popoli e nazioni che mai avevano conosciuto Gesù: per la prima volta Benedetto o Agostino di Canterbury, Bonifacio o Cirillo e Metodio, Francesco Saverio o Matteo Ricci, si recavano presso popoli che non avevano avuto mai alcun rapporto con la vicenda di Gesù.

Pian piano è però diventato evidente che anche per coloro che erano stati battezzati da piccoli e avevano vissuto in nazioni che avevano conosciuto il cristianesimo, il kerygma era lo stesso indispensabile. Pur avendo già sentito parlare di Gesù, infatti, tanti non lo avevano mai ben compreso e messo a fuoco, non ne erano ancora stati colpiti nel profondo, non ne avevano ancora intuito la novità e la sconvolgente bellezza: anche essi, paradossalmente già cristiani, avevano bisogno di “ritrovare” la fede fin dalle radici. Avevano bisogno di “riscoprirla” non in qualche dettaglio o in qualche suo aspetto, ma nel suo stesso cuore, nel suo stesso centro, nel suo nucleo più semplice e più vero.

Oggi questo è ancora più vero. Tutti siamo testimoni che la fede spesso è rifiutata semplicemente perché non è stata ben conosciuta, perché se ne hanno idee vaghe e anzi distorte. Anzi, ci si accorge che essa può essere rifiutata perché sfigurata da persone che intendono combatterla e dimostrarla non solo falsa, ma anzi dannosa. È cresciuta la consapevolezza che esiste una lotta contro la fede, tesa a demolirla, e più volte Papa Francesco ha dichiarato che la fede non è una “subcultura”, ma anzi è uno dei momenti più alti dell’esperienza umana[4]

La catechesi oggi sta comprendendo sempre più un nuovo aspetto del kerygma: prima di ogni altra cosa bisogna tornare a mostrare la novità della fede cristiana come momento base, come inizio previo di tutto ciò che si costruirà dopo. Diversi teologi e pastoralisti hanno ipotizzato un percorso che abbia come punto di partenza l’annunzio o kerygma (a sua volta legato ad una fase previa che è stata talvolta definita “pre-evangelizzazione”). Senza di esso, senza un vero annunzio della fede o una vera riscoperta di essa, la seconda tappa, individuata da costoro come quella della catechesi, sarebbe infruttuosa.

La catechesi sarebbe la tappa adatta a chi ha già accolto il kerygma ma è ancora in formazione ed aprirebbe, a sua volta, alla vita ordinaria cristiana, caratterizzata invece dalla predicazione o dalla partecipazione a gruppi di condivisione biblica e così via[5].

Ma, in questa visione che accentua la prospettiva cronologica - prima viene la pre-evangelizzazione, poi viene il kerygma, poi viene la catechesi, poi la vita cristiana ordinaria - si potrebbe addirittura pensare ad un’opposizione fra catechesi dell’Iniziazione cristiana e dimensione kerygmatica: infatti il kerygma riguarderebbe il primo momento dell’incontro con Gesù, che sarebbe affidato a non meglio precisati “evangelizzatori”, mentre solo dopo seguirebbe la “catechesi” che presupporrebbe una fede già, almeno in germe, accolta. Per questo alcuni docenti di pastorale e catechetica non vogliono sentir parlare di “annunzio” o di kerygma in catechesi, perché lo ritengono previo al compito della catechesi.

Papa Francesco, invece, quando parla di dimensione kerygmatica della catechesi non la intende semplicemente come una prima tappa di ogni cammino o come ciò che precederebbe l’Iniziazione cristiana, quasi che si dovesse decidere di destinare un certo tempo – un anno o qualche mese – al kerygma, per poi iniziare la catechesi vera e propria.

La intende, invece come uno “stile”, come una modalità capace di trasformare l’intera catechesi, l’intera Iniziazione cristiana. La dimensione kerygmatica diviene così non un momento previo, ma una costante dell’itinerario.

Questo appare con evidenza quando in Evangelii Gaudium il Papa scrive: «Non si deve pensare che nella catechesi il kerygma venga abbandonato a favore di una formazione che si presupporrebbe essere più “solida”. Non c’è nulla di più solido, di più profondo, di più sicuro, di più consistente e di più saggio di tale annuncio. Tutta la formazione cristiana è prima di tutto l’approfondimento del kerygma che va facendosi carne sempre più e sempre meglio, che mai smette di illuminare l’impegno catechistico, e che permette di comprendere adeguatamente il significato di qualunque tema che si sviluppa nella catechesi. È l’annuncio che risponde all’anelito d’infinito che c’è in ogni cuore umano» (EG 165).

La sapienza di questa prospettiva appare dalla concreta situazione che ogni comunità cristiana vive ogni giorno nell’Iniziazione cristiana. Si pensi ad una famiglia che viene a chiedere il Battesimo per il proprio figlio: quei genitori sono già battezzati e anzi risponderanno di essere pronti ad educare nella fede il loro bambino, ma la loro fede ha già compreso e accolto il kerygma?

Si pensi ancora ad una famiglia che si presenta in parrocchia perché i figli si preparino a ricevere la Comunione. Quelle persone, che hanno già da diversi anni battezzato i loro bambini, hanno una fede matura che ha bisogno solo di catechesi, o hanno bisogno di riscoprire il cuore vivo della fede e la sua novità?

Si pensi ancora ad un ragazzo che ha già ricevuto il Battesimo e la Comunione e chiede di prepararsi alla Cresima. Ha bisogno semplicemente di aggiungere un altro tassello al suo cammino, oppure ha bisogno di riscoprire la fede fin dal suo inizio, in una nuova età della sua vita?

Papa Francesco invita a scoprire che l’annunzio kerygmatico non è una tappa dell’itinerario di fede, ormai acquisita, quasi che non avesse più senso riandare alle radici della fede quando si inizia il cammino della Comunione o quando il ragazzo diviene adolescente o quando l’adolescente diviene giovane e accede all’università e così via[6].

La prospettiva di Evangelii Gaudium è qui nuova e diversa rispetto ad una visione che veda il kerygma come la tappa iniziale dell’Iniziazione cristiana. Il Papa invita, invece, a riscoprire il fatto che una persona ha sempre bisogno di una catechesi che includa in ogni sua tappa il riscoprire che la fede non è solo credibile, ma anzi necessaria e vivificante. In ogni passaggio della vita la persona ha bisogno di riscoprire il kerygma, il cuore della fede, ha bisogno di riscoprirla in maniera nuova. Solo a questa condizione la catechesi forma realmente la vita delle persone. Il kerygma è così non un primo momento, ma una dimensione dell’intera esistenza cristiana.

2/ Un primo esempio: il segno della croce

Voglio presentare ora due esempi, per mostrare quanto questo sia vero nella situazione attuale e come invece, talvolta, le comunità cristiane ragionino come se la fede potesse essere data per presupposta, dato che si ritiene che chi vive l’Iniziazione cristiana[7] abbia già accolto il kerygma.

Primo esempio. Se si domanda ai catechisti qual è la situazione della fede di bambini e genitori, essi spesso ripetono stancamente: “Non sanno più nemmeno fare il segno della croce!”. Eppure – si noti bene – hanno chiesto di prepararsi alla Comunione e sono già battezzati da anni

Questo modo di esprimersi - “Non sanno più nemmeno fare il segno della croce!” - mostra che quei catechisti hanno dimenticato la dimensione kerygmatica della catechesi.

Quando ero parroco, i catechisti sapevano che questa espressione era loro vietata, perché volevo che la cancellassero dalla loro mente. Non che essi non avessero ragione: quella frase è vera, perché se si benedicono i bambini col segno di croce nel giorno del primo incontro, alcuni si segneranno, altri resteranno immobili perché non sanno “farsi” il segno della croce, altri vi benediranno a loro volta, perché i bambini ripetono a specchio i gesti che ancora non conoscono!

Ma, da un altro punto di vista, quella frase è falsa perché dimentica che il problema non è saper “fare” il segno della croce, bensì molto di più e prima innamorarsi di quel segno, perché quel segno appartiene al kerygma, è la novità stessa della fede cristiana, è la cosa più grande, più bella e più buona che esista al mondo al punto che la Chiesa lo ha scelto come suo specifico “segno”! Chi conoscesse veramente il segno della croce sarebbe già pienamente cristiano e conosce e non avrebbe quasi più bisogno di nulla!

Insomma, i catechisti che sono troppo preoccupati del fatto che i bambini non sanno “farsi il segno della croce” non hanno capito che il vero problema è che quei bambini - e i loro genitori – non hanno ancora mai ricevuto il kerygma! Non hanno mai ricevuto l’annunzio che quel “segno” è il più grande dell’universo. Quei catechisti sono, dunque, i primi a potere e dovere parlar loro del crocifisso in maniera entusiasmante perché comprendano che in quella croce è già detta tutta la novità cristiana!

Il loro primo compito non è insegnar loro a “fare” il segno della croce, ma insegnar loro la novità enorme, incommensurabile, sconvolgente della croce, che ha cambiato la storia del mondo e ha rivelato il vero volto di Dio.

Un catechista, dinanzi a bambini che non sanno “fare” il segno della croce, potrebbe dire allora: “Carissimi, prima che Gesù venisse nel mondo, la croce già esisteva. L’avevano inventata i fenici per uccidere i criminali. L’avevano ripresa i romani per uccidere i colpevoli. Al tempo di Spartaco ben 10.000 schiavi vennero crocifissi. Ebbene tutti costoro imprecavano, maledicevano, urlavano, bestemmiavano.
Ma quando venne crocifisso Gesù, egli prese su di sé la croce come un agnello. La prese perché ci amava. Mai un Dio ha tanto amato l’uomo da morire per lui, da morire al posto dei peccatori. Vedete: la croce è il segno che rappresenta tutto il cristianesimo perché ci indica che Dio è amore, che Dio è misericordia e che ama anche i peccatori. Dio è disposto a tutto pur di salvarli e donar loro la vita. Sapete che prima di Gesù ai ladri erano tagliate le mani, le adultere erano lapidate, chi uccideva incorreva nella pena di morte. Dalla croce di Gesù in poi è evidente che Dio ama tutti costoro e che è disposto a morire lui, purché essi non muoiano. Dalla croce di Gesù è entrata nel mondo la tenerezza, il perdono, la misericordia. Ecco perché noi ci gloriamo del segno della croce e lo poniamo ovunque, perché ricordi a tutti che la punizione e l’odio non sono la via del vero Dio”[8].

Dopo questo annunzio, solo dopo questo annunzio, si potrà dire ai bambini: “Ora vi insegno anche come si fa questo segno su di noi, per indicare che noi crediamo in Dio che è amore come ci ha rivelato la croce di Gesù che ci protegge da ogni male”.

Ecco il kerygma, ecco la proclamazione.

Una catechesi preoccupata innanzitutto del “fare” non è una catechesi kerygmatica. Una Iniziazione cristiana kerygmatica deve essere invece preoccupata innanzitutto di conquistare i cuori e le menti, di far innamorare di Gesù, di mostrare la sua novità, la sua necessità, la sua bellezza, la sua misericordia che non ha pari. Si è catechisti dell’Iniziazione cristiana di bambini già battezzati e, contemporaneamente, si è dinanzi a bambini che debbono ancora accogliere il kerygma. Ecco che il kerygma non è un momento previo alla catechesi, ma deve essere annunziato, compreso e accolto nel corso dell’itinerario stesso dell’Iniziazione.

Ogni riunione, ogni ritiro, ogni momento di incontro o di servizio, avrà senso se aiuterà i bambi a riscoprire che la fede è nuova e che è necessaria. Dinanzi ad ogni tema e ad ogni esperienza da proporre, il catechista si dovrà domandare: come presentare questo momento di modo che ancora una volta i bambini capiscano che sono dinanzi all’evento più grande e più trasformante che l’universo abbia mai visto?

3/ Un secondo esempio: il primo incontro con i genitori

Un secondo esempio. Se si chiedesse ai catechisti cosa viene detto ai genitori in occasione del primo incontro in parrocchia, all’inizio del cammino dei figli per l’Iniziazione cristiana, essi risponderanno che si dice loro, più o meno: “Dovete venire voi per primi a messa, perché altrimenti non dareste loro il buon esempio, loro che avete chiesto si preparino alla Comunione”, “Non ha senso prepararsi alla Comunione, senza mettere al centro la celebrazione domenicale”, “Le riunioni debbono venire prima dello sport o delle altre attività, perché la catechesi è più importante”, e via dicendo.

Si vede facilmente come tali considerazioni siano moralistiche e precettistiche. Questo modo di parlare ai genitori presuppone che essi abbiano già la fede, che essi abbiano già accolto il kerygma, che essi già siano convinti della novità e della bellezza della fede e, conseguentemente, che l’unica cosa necessaria sia dare loro indicazioni morali su come comportarsi di conseguenza.

Ora, non è che non siano vere tali considerazioni sulla necessità che i genitori partecipino, ad esempio, all’eucarestia domenicale. Esse, però, saltano la questione primaria. Dimenticano che quei genitori, che hanno già battezzato i figli e che, per di più, chiedono ora che essi si preparino alla Comunione, in realtà hanno di nuovo bisogno di comprendere il cuore della fede e la sua bellezza. Invece il modo di relazionarsi a loro appena descritto dimentica il kerygma. Questo modo di procedere nasce dalla convinzione errata che i genitori siano già convinti del fatto che vale la pena essere cristiani, dal momento che accompagnano i figli alla catechesi!

Invece quei genitori, pur essendo all’interno dell’Iniziazione cristiana da anni, dal Battesimo del figlio, hanno ancora bisogno del kerygma. E non basterà che esso sia una tappa previa. Servirà che essi scoprano, giorno dopo giorno, incontro dopo incontro, che non c’è niente di più vero e vivo che essere cristiani.

Per questo, quando ero parroco, mi divertivo a rivolgermi così ai genitori, nel primo incontro con loro[9]: “Cari genitori voi vi aspettate da me che io vi dica in questo primo incontro che non ha senso accompagnare i figli alla catechesi se non li si accompagna anche la domenica a messa, perché i bambini hanno bisogno di una testimonianza coerente e dove c’è incoerenza crescono con una scissione interiore. No, carissimi non vi ho chiamato per questo. Voi siete genitori e sapete già da soli queste cose e se vi avessi chiamato per questo vi avrei trattato come dei deficienti. Non vi ho chiamato per dirvi che dovete venire a messa, perché già lo sapete [E, intanto, glielo avevo detto!]. Vi ho chiamato, invece, per dirvi che avete fatto bene a portare i vostri figli alla catechesi. Perché, anche se inconsciamente, voi sapete che un bambino, se anche avesse la salute, il lavoro un giorno e tutto l’oro del mondo, non sarebbe felice. Perché per essere felici bisogna che la vita abbia un senso, bisogna che ognuno sappia che la vita è preziosa ed è guidata da Dio. I vostri bambini, se pensassero che la morte regna sul mondo e che il buio della notte è l’immagine più vera della vita, perché siamo circondati dal nulla, non potrebbero essere felici. Se non imparassero il perdono di Dio, per saper ricominciare ogni volta che incontrano il male nel cuore dell’altro o nel proprio stesso cuore, non potrebbero trovare la felicità solo nelle cose. Avete fatto bene ad accompagnarli in parrocchia perché intuite che ciò che più conta nella vita dei vostri figli è che abbiano un cuore che spera e che ama: voi stessi sapete che, se avete la certezza che Dio guida la vita, riuscite ad essere sereni anche in momenti molto difficili, mentre se pensate che tutto nella vita sia inutile, non riuscite a trovare la via della felicità. Ci sono persone molto malate che sono serene, perché credono in Cristo, e persone sanissime sempre in ansia e turbate, perché senza la fede.
Ma poiché questo Gesù lo si trova nell’eucarestia, avete fatto bene a desiderare che i vostri figli ricevano la Comunione. Avete fatto bene anche se qualcuno di voi non potesse oggi ricevere la Comunione per una situazione di peccato, deve indicare ai figli il meglio, perché anche chi fosse nel peccato, resta un testimone che annunzia loro dove si trova la vera vita”[10].

Ecco un esempio di come la dimensione kerygmatica possa illuminare i genitori, fin dal primo incontro. Anche gli adulti, come i figli, hanno bisogno di parole ed esperienze che li aiutino a comprendere perché la catechesi è necessaria e dove si trova la gioia. I genitori hanno bisogno di un annuncio di vita prima ancora che di regole o di precetti morali. Infatti, non sanno nemmeno più se sia giusto e bene accompagnare i bambini alla catechesi. Amano chi li aiuta a capire la fede e la vita.

Papa Francesco ci invita a dare con forza un’impronta kerygmatica, di annunzio, alla nostra catechesi, in un contesto troppo preoccupato, invece, di fornire subito precetti e obblighi.

4/ Perché l’Iniziazione cristiana è uno dei luoghi più adatti per una catechesi kerygmatica

Ma perché proprio l’Iniziazione cristiana può essere il luogo di una catechesi kerygmatica? La domanda è importante perché molti studiosi di pastorale obietterebbero che un tale annunzio è possibile solo all’interno di una catechesi per gli adulti slegata dal contesto sacramentale. Essi affermerebbero con forza che la vera e propria catechesi è quella degli adulti e non è innanzitutto legata ai sacramenti. Prima verrebbe l’annunzio e solo dopo sarebbe opportuno cominciare a pensare ai sacramenti[11].

Voglio qui proporre con forza una definizione di “adulto” che ritengo illuminante, una definizione di adulto che scioglie questa obiezione, apparentemente forte.

Ho elaborato tale definizione a partire dalla riflessione e dall’esperienza ed essa cambia totalmente le prospettive: adulto è una persona che è divenuta genitore. Adulto, cioè, è una persona per la quale la nuova generazione è più importante della propria, adulto è uno che è pronto a morire perché i propri figli possano vivere[12].

La condizione dell’adulto, infatti, non è determinata semplicemente dal numero di anni vissuti – la psicologia utilizza spesso il termine di “adolescenza prolungata” per indicare “adulti” anagrafici che non sono tali nella realtà dei comportamenti e delle scelte[13].

L’adulto non è preoccupato solo del senso della propria vita, non cerca una speranza di immortalità solo per se stesso, non desidera solo individuare criteri per essere lui buono e giusto, bensì è preoccupato per i propri figli: desidera che la loro vita abbia un senso, desidera che possano scegliere il bene ed essere felici, desidera che la morte non li vinca. L’adulto è addirittura pronto a morire, a sacrificarsi, purché il proprio figlio possa vivere.

L’adulto ha una domanda di fede elevata al quadrato: non cerca la fede solo per sé, ma ancor più per le persone che ha generato e che ama. L’adulto si interroga su cosa sia bene trasmettere alle nuove generazioni.

Ecco perché chi è genitore riscopre spesso la fede: perché si interroga sui suoi figli, sul loro futuro, su come essi possano trovare la felicità.

Solo una nuova visione della condizione adulta che lo consideri insieme alla sua famiglia, insieme al proprio coniuge, insieme ai propri figli, fa uscire la “catechesi degli adulti” dall’astrazione. Se si pensasse ad un adulto svincolato dai suoi figli o dal coniuge o dai nonni che lo hanno generato lo si vedrebbe come single, isolato dalle sue relazioni vitali, con la conseguente proposta di una catechesi arzigogolata e specialistica che solletichi i suoi interessi.

Se l’adulto è invece il genitore, ecco che l’Iniziazione cristiana lo interessa esattamente perché lo aiuta a vivere il suo essere educatore, il suo essere padre o madre, lo sostiene nel suo desiderio di trasmettere una speranza grande ai figli, lo accompagna nell’amore che ha per loro e per il coniuge per i quali sta dando la vita[14].

Proprio l’Iniziazione cristiana è una forma di catechesi che riguarda l’adulto con la sua famiglia: i genitori si riavvicinano alla fede perché intuiscono che i figli hanno bisogno di un cuore carico di speranza e di amore e che tale “allargamento” del cuore, non può essere dato da nessuna tecnica e da nessuna psicologia.

Certo l’Iniziazione cristiana non è l’unica forma di catechesi, ma è senza dubbio una delle esperienze più forti di catechesi che la Chiesa possiede che sia in grado di coinvolgere in “massa” gli adulti. Altre esperienze sono belle, ma coinvolgono numeri piccolissimi di adulti e non hanno la forza evangelizzante dell’Iniziazione cristiana, se ben proposta e vissuta.

Proprio l’esperienza conferma quanto detto. Chiunque conosca il tessuto vivo delle nostre parrocchie, infatti, può testimoniare che la maggior parte degli adulti che si riavvicinano alla Chiesa e riscoprono la bellezza della fede – e con essa la Messa domenicale, la preghiera, il servizio, ecc. - lo fanno a partire dalla catechesi dei figli. Anzi tanti catechisti hanno iniziato il loro stesso servizio immediatamente dopo aver accompagnato alla catechesi i loro bambini.

Questa è anche un’intuizione profonda di Papa Francesco che non solo ha dedicato i primi due Sinodi dei vescovi al tema della famiglia, ma che ha anche predicato un intero ciclo di catechesi su di essa e che continuamente interviene su tale tema. Uno dei temi più ricorrenti della proposta di Papa Francesco è la proposta di un’idea popolare di Chiesa, dove si riconosca la dignità dello status di credenti non solo alle persone colte, capaci di approfondire la fede con lunghi itinerari di lectio divina, bensì anche alla gente semplice che vive presa dai suoi doveri familiari e lavorativi[15].

Ebbene proprio la catechesi dell’Iniziazione cristiana è il luogo nel quale, di fatto, avviene tale incontro della Chiesa con il “popolo” dei semplici genitori adulti. È tempo di cessare di deprezzare l’Iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi ed anzi di riscoprirne la grande dignità come luogo chiave dell’amore che la Chiesa offre agli adulti chiamati a vivere in famiglie.

5/ L’infantilismo, grande nemico della catechesi kerygmatica e dell’Iniziazione cristiana

Al contempo l’Iniziazione cristiana ha una dimensione kerygmatica che si rivolge ai bambini stessi e non solo ai genitori adulti. I bambini sono in grado di comprendere la grandezza del cristianesimo. Essi possono divenire santi già da piccolissimi e la storia della Chiesa annovera dei santi bambini. Anzi, puntare solo sugli adulti e negare che i bambini abbiano bisogno dell’annunzio del Vangelo, vorrebbe dire non comprendere niente del loro cuore e della loro mente.

Il kerygma non sarebbe tale se non fosse un esigenza dell’uomo in quanto tale, se non fosse un’esigenza anche dei bambini. Il bambino ha bisogno di Gesù come l’adulto e l’anziano. La catechesi sa, a partire da Gesù, che i bambini hanno bisogno di lui e che la catechesi per l’Iniziazione cristiana non è una mera socializzazione, bensì risponde ad un esigenza profondissima della loro vita. Il cuore umano fin da bambino, infatti, è capace di Dio.

Per questo, uno dei più grandi nemici della catechesi kerygmatica e dell’Iniziazione cristiana è l’infantilismo. Spesso i bambini ed i ragazzi sono trattati come fossero dei deficienti, come fossero stupidi e infantili – e tale infantilismo è pure un ostacolo serissimo all’annuncio di fede ai loro genitori.

Si parla loro di come era fatta una casa al tempo di Gesù, di come si pescava al tempo di Gesù, si dice loro che Maria era la mamma di Gesù perché Gesù aveva una mamma come tutti i bambini del mondo. Questo linguaggio banalizzante domina spesso anche nei cammini dei ragazzi più grandi o negli itinerari di cresima, dove il cammino cristiano viene paragonato ad un viaggio in montagna per il quale bisogna attrezzarsi con uno zaino nel quale mettere pazienza, comunione, sobrietà ed altri valori. Oppure si presenta la fede in maniera pietistica ripetendo che Dio è buono, che Gesù è buono e che noi dobbiamo essere buoni, con foto di tramonti e fiorellini.

Se si ascoltassero veramente le domande reali dei bambini e dei ragazzi, ci si accorgerebbe immediatamente che esse sono diverse. Bambini e ragazzi hanno domande grandi, hanno domande infinite. Si potrebbe dire che a loro interessa solo ciò che è grande. Cavalletti, una grande catecheta romana, diceva che i “bambini hanno domande metafisiche”[16].

Con un amico prete le abbiamo raccolte per un anno, sia direttamente nella catechesi, sia facendocele inviare da genitori e catechisti e ci siamo accorti che le domande che interessano loro sono di questo tipo:

“Dov’ero prima di nascere?”

“Dov’è ora il nonno che è morto?”

“Come può Dio conoscere il mio nome?”

“Ma se Dio è buono, Hitler va in paradiso?”

“Come può Gesù stare nell’ostia?”

“Perché esiste il male?”

“Mamma, se muori, potrai amarmi ancora?”

“Ma siamo sicuri che il cristianesimo è la religione vera?”

E così via. Ricordo un bambino di quattro anni, figlio di una catechista, che in una passeggiata in montagna nel corso di un campo estivo dei bambini della comunione, mi si avvicinò e mi chiese: “Senti, don Andrea, ma se Dio è amore, perché ha mandato a morire suo figlio e non è venuto lui?”[17]

Una catechesi kerygmatica è una catechesi che tocca le grandi questioni della fede e non i piccoli fatti e fatterelli storici di questo o quel personaggio.

Non solo. L’infantilismo che impedisce una catechesi kerygmatica dipende anche dal fatto che spesso si dimentica che i bambini e i ragazzi vanno a scuola! Una delle questioni più gravi della catechesi è lo iato che si è creato fra la catechesi e la scuola, per cui il cammino di Iniziazione cristiana ignora completamente ciò che si studia a scuola.

La dimenticanza del mondo scolastico impedisce alla catechesi, talvolta, di accorgersi che i bambini oggi perdono la fede già da piccoli, talvolta per la supponenza con cui la cultura dominante può trattare la fede, ma anche per la lontananza della catechesi di temi che affrontano a scuola. I bambini avvertono chiaramente che ciò sentono dire della creazione in catechesi non è all’altezza di ciò che imparano a scuola. Ad esempio, una delle loro domande più frequenti riguarda l’uomo e l’australopiteco: “Che differenza c’è tra l’uomo e la scimmia?”.

Una catechesi che non risponda a domande come questa non assolve al suo compito di annunciare la grandezza della fede. Solo per dare un’idea di che enormi possibilità di annuncio della fede sollevi tale questione, vale la pena mostrare questa immagine che abbiamo voluto far realizzare da un disegnatore per l’itinerario Le domande grandi dei bambini.[18]

[IMMAGINI DA PROIETTARE DALL’HOMEPAGE DI www.gliscritti.it o da www.ledomandegrandideibambini.org ]

“L’uomo è l’unico fra gli animali che seppellisce i propri morti. Fin dall’uomo primitivo. Fin da 2 milioni di anni fa. Nessun animale seppellisce, perché non può pregare e non può bestemmiare. Perché non può chiedere ‘Perché?’”.

Queste grandi domande sono le stesse che agitano il cuore dei genitori dei ragazzi. Quando essi si accorgono che la comunità cristiana ha da dire parole profonde sulle grandi questioni, ecco che essi si avvicinano.

6/ La profonda differenza che esiste fra attività/laboratori ed esperienze

A fianco dell’infantilizzazione, c’è un altro elemento che impedisce talvolta l’annunzio della grandezza della fede ed è precisamente l’assolutizzazione delle “attività”.

Tale esagerata attenzione è evidente se solo si accompagna qualche gruppo di catechisti nella preparazione di qualche riunione. Tutto sembra appiattito sul “come” fare, su quali attività proporre. Si cercano quiz a risposta multipla, cruciverba, giochi, attività varie, parole con lettere da completare, azioni sceniche, cartelloni da realizzare, collage. Tutto questo non è male, ma non raggiunge il cuore e la mente dei ragazzi. Certo ottiene il risultato di far stare tutti un po’ tranquilli perché ognuno è impegnato a fare qualcosa, ma si vede che questo insistere sulle attività non rende le persone più consapevoli della bellezza del cristianesimo.

Questa “invasione” delle attività dipende certamente anche da una mancata chiarificazione di cosa sia l’“esperienza”, per cui spesso vengono connotati come itinerari “esperienziali” dei modelli di catechesi incentrati su molteplici attività.

Ma cos’è realmente “esperienza”? E cosa vuol dire fare “esperienza” della fede? Ovviamente rispondere appieno a domande come queste richiederebbe un lunghissimo itinerario[19].

Basti qui qualche accenno e qualche esempio. Fa parte dell’annuncio kerygmatico divenire partecipi di un’esperienza, quella della Chiesa, quella della comunità cristiana che è madre. Tale esperienza non deve essere costruita ad arte, con attività realizzate ad hoc per chi si ritrova nel cammino dell’Iniziazione cristiana, bensì non può che essere la vita abituale della comunità.

Non è sufficiente, ad esempio, che io faccia pregare i ragazzi o i genitori dell’Iniziazione cristiana, è importante piuttosto che i catechisti e l’intera comunità preghino e che chi si avvicina ad essi li veda pregare! È straordinario, ad esempio, partecipare ad una compieta in un monastero che alla notte prima che tutti si addormentino ringrazia il Signore e riceve la sua benedizione. Quella preghiera esisterebbe anche se non vi fosse nessuno ospite e chi entra in monastero è colpito dal silenzio, dal raccoglimento, dalla pace, dalla bellezza, dal senso di comunione che esiste. Non servono catechisti che fanno pregare, servono catechisti che preghino.

Così ciò che affascina di una celebrazione domenicale non è la continua invenzione di gesti e di interventi “teatrali”, bensì lo scoprire che esiste una comunità cristiana che gioiosamente e nella pace, nel raccoglimento e nella festa, si incontra e canta.

Allo stesso modo, i ragazzi non hanno bisogno di “attività” sulla paternità, hanno bisogno di incontrare un prete che sia un vero padre della comunità, che ascolti, guidi, incoraggi, che sia lì nella gioia e nel dolore. Come Papa Francesco ripete, siamo nel tempo dell’orfandad, dell’orfananza[20]: ai ragazzi non manca un’attività sul padre, manca un’esperienza del padre!

Similmente non si deve dimenticare che i ragazzi hanno bisogno dell’“esperienza” di famiglie che si vogliono bene e che abbiano tanti bambini. Non li trasforma una serie di “attività” sulla famiglia, bensì l’appartenenza ad una comunità parrocchiale animata da tante coppie che si vogliano bene e che facciano crescere i figli insieme. Questa esperienza incide nella loro memoria che, precedentemente, ha conosciuto talvolta solo famiglie divise: se, ad esempio, una catechista venisse accompagnata dal marito, almeno in alcune riunioni nel corso dell’anno, e i due raccontassero della loro vita, di quando si sono conosciuti, di come si sono perdonati, di come continuano ad amarsi, questo sarebbe molto significativo. Allo stesso modo quando vengono invitati dei nonni a dare testimonianza della loro vita, dopo tanti anni di matrimonio, i ragazzi sono interessatissimi.

Ecco, insomma, qualche esempio di “esperienze” e non di “attività”. Condividere momenti di vita con persone che vivono la vita cristiana appartiene all’annuncio kerygmatico, perché rende evidente che una vita nuova è possibile e reale.

Esperienze reali – e non attività – sono i campi estivi, l’oratorio, i pellegrinaggi, la vita di carità e di aiuto alle missioni di una parrocchia e così via: lì non si fa “laboratorio” della vita cristiana, ma la si sperimenta ordinariamente. In effetti, dove esistono queste cose, è evidente che la vita cristiana e l’Iniziazione cristiana decollano. Queste esperienze fanno sì che la catechesi non sia strutturata unicamente intorno a delle riunioni, bensì sia immersione in una comunità viva.

Bisogna combattere l’idea che l’Iniziazione cristiana sia relegata ad un’ora di incontro settimanale: se si sommassero le ore di riunione di un intero anno si raggiungerebbe il numero di circa 24-28 – poco più di un giorno intero di vita comune -, mentre a scuola un bambino trascorre 40 ore in una sola settimana, più di quanto tempo passa in un anno intero con i suoi catechisti! Una sola uscita di condivisione di un sabato e una domenica farà si che si viva insieme più tempo che tutte le riunioni dell’anno messe insieme. Per questo la catechesi deve “uscire” dalle riunioni: limitarsi ad esse sarebbe di grave ostacolo alla maturazione di una dimensione kerygmatica dell’Iniziazione cristiana.

Qui è importante dire una parola chiarificatrice anche sulla questione della prosecuzione del cammino. I ragazzi non vanno via al termine dell’itinerario perché esso è stato condotto male: vanno via, spesso, perché non hanno dinanzi a loro una comunità giovanile che permetta loro di intravedere, innanzitutto, e poi di fare esperienza concreta di una fede cristiana vissuta in età giovanile. Se non si affronta la questione della pastorale giovanile, l’itinerario di Iniziazione cristiana sarà destinato a restare un capitolo che non ha prosecuzione immediata (sebbene non sia per questo inutile e infruttuoso). Nelle parrocchie in cui esiste la tradizione di una comunità giovanile che prosegue il cammino - e nelle quali molti giovani sono catechisti ed animatori degli oratori estivi e dei campi dei ragazzi più piccoli - si sperimenta che nei ragazzi dell’Iniziazione cristiana nasce il desiderio di essere a fianco di quei giovani che hanno testimoniato loro che è possibile essere cristiani anche in quell’età[21].

7/ La tragedia dell’assoluta trascuratezza dei contenuti

D’altro canto si deve sottolineare con altrettanta forza che una nuova catechesi kerygmatica ha bisogno anche della riscoperta della centralità dei contenuti. Quando sento qualche catecheta affermare che sarebbe ora di ridurre i contenuti, perché la catechesi è troppo incentrata su di essi, mi viene da sorridere, perché egli parla di una catechesi di cinquant’anni fa.

Un altro dei drammi odierni dell’Iniziazione cristiana è che talvolta essa non ha più alcun contenuto chiaro. Se si interrogasse un giovane italiano sulle questioni fondamentali della fede, dopo ben quattro anni di Iniziazione cristiana e sedici anni di Insegnamento della religione cattolica nella scuola (se egli ha scelto di avvalersene), egli non saprebbe rispondere. Avrebbe difficoltà a dire qual è la novità del cristianesimo, non saprebbe dire se i vangeli siano o meno affidabili e perché, sarebbe in imbarazzo a dire come si possano conciliare la fede e la scienza, se il peccato originale sia vero e in che cosa consista, e così via.

Molte persone perdono la fede esattamente perché non sentono affidabili intellettualmente le parole della Chiesa. Molti ne apprezzano le opere di carità, la vita fraterna, l’accoglienza delle parrocchie, ma sentono le parole del Vangelo come superate, perché non c’è chi le spieghi loro e ne mostri la credibilità. I catechisti dell’Iniziazione cristiana vengono ritenuti buoni dai più, ma intellettualmente inaffidabili.

Vivissima è, d’altro canto, la richiesta di parole chiarificatrici da parte di bambini, giovani e adulti. Ancora una volta è l’esperienza a mostrarlo. A Roma sono nate da alcuni anni alcune esperienze di introduzione alla fede nelle quali alcuni preti o laici hanno iniziato a spiegare la fede partendo da zero, riaprendo la questione del fondamento. Penso all’esperienza dei Dieci comandamenti, che introduce in un anno e mezzo alla fede, o alla proposta dei Cinque passi, basata su incontri che chiarificano alla luce del Vangelo le questioni capitali dell’esistenza giovanile, o ancora all’itinerario di riscoperta della fede a partire dalla letteratura proposti da Franco Nembrini (e l’elenco si potrebbe ovviamente ampliare): è impressionante quante persone vengono coinvolte in tutti questi itinerari, perché desiderosi di imparare e di capire.

L’itinerario per l’Iniziazione cristiana de Le domande grandi dei bambini si propone, nella stessa prospettiva, di affrontare le domande che figli e genitori portano nel cuore e alle quali nessuno offre risposta.

Si noti bene, questo desiderio di contenuti essenziali di qualità non riguarda solo la fede. La trascuratezza ormai pluridecennale dei contenuti ha colpito la scuola, prima ancora della catechesi. Anche nel campo delle scienze o della letteratura, dinanzi al vuoto culturale in cui versa la scuola, tanti non vedono l’ora di trovare qualcuno che li aiuti ad entrare con competenza nei problemi e negli autori più significativi. E quando si trova un docente capace di mostrare la grandezza dei contenuti che deve trasmettere, l’incontro con lui diviene indimenticabile

Si pensi ad una figura italiana che, forse, è conosciuta anche in altre nazioni europee, Roberto Benigni. Egli propone lunghissime “lezioni frontali” nelle quali spiega Dante o i Dieci Comandamenti, a teatro o in televisione, e tanti accorrono ad ascoltarlo, perché avvertono che impareranno qualcosa che li introdurrà a quei grandi testi.

Da esperienze laiche e civili come queste c’è da imparare. Si dimostra sbagliata, dinanzi ad esperienze come quelle, la metodologia che predica che tutto deve avere inizio dal chiedere alle persone di esprimere i propri desideri. Dinanzi ai grandi maestri avviene esattamente l’opposto: sono essi a cominciare a raccontare qualcosa di grande e chi li ascolta scopre di avere delle domande che aveva sepolte da anni nella propria vita. Si parte da qualcuno che scommette che le parole di Dante siano in grado di rispondere alle domande inespresse degli uomini, ed ecco che la domanda di conoscere Dante cresce.

Ciò è ancor più vero dinanzi a ragazzi sopra i dodici anni di età. Solo una proposta forte è in grado di destare i ragazzi che vivono il difficile momento della pre-adolescenza e dell’adolescenza.

Certo il linguaggio dei contenuti deve essere intessuto di passione. Papa Francesco ha dedicato una parte molto ampia di Evangelii Gaudium all’omelia (EG 135-159): ebbene ciò che egli dice della predicazione del clero vale anche per il linguaggio della catechesi. Il Papa ricorda come l’omelia debba il calore del linguaggio di una madre che parla ai propri figli, con i toni della benevolenza e della tenerezza che una madre sa porgere quando si rivolge a coloro che ama. E i figli ascoltano perché avvertono che sono parole d’amore[22].

Qualche esempio deve essere fatto per indicare come solo una piena riappropriazione dei contenuti della fede cristiana permetta un annuncio kerygmatico e un’adesione profonda alla fede, con tutta la mente e tutto il cuore.

Come può una persona comprendere la novità del cristianesimo e la sua grandezza se non riceve l’annunzio che la Parola di Dio è Gesù Cristo fattosi carne, uomo e non libro? Se si chiedesse a tanti dei ragazzi e dei genitori che vengono accompagnati nell’Iniziazione cristiana, in maniera secca: “Che cosa è la Parola di Dio?”, la maggior parte risponderebbe: “La Bibbia”. Ma tale risposta stravolge la novità del cristianesimo rendendolo una “religione del libro”, cosa che esso non è. Il Concilio Vaticano II, con tutta la Dei Verbum, ci chiede di rispondere, invece: “Gesù Cristo è la pienezza della rivelazione, Gesù Cristo è la Parola di Dio”. Noi cristiani non solo abbiamo un libro diverso da altre religioni, ma soprattutto abbiamo incontrato il Dio vicino che si è fatto bambino e uomo. La Parola viva, che è Gesù, è più grande della Bibbia e per questo ogni versetto della Scrittura, anche quelli che fossero violenti, vengono sottoposti alla Parola definitiva che è il Cristo. Questo è il dono che facciamo alle altre religioni: non chiediamo loro solo cosa sia scritto nei loro libri sacri, se parole di pace o parole di durezza, ma se esista qualcuno più grande delle parole scritte, che le interpreti secondo il cuore stesso di Dio.

Oppure come può una persona ricevere l’annunzio della verità e della bellezza della creazione se non è aiutato a comprendere, in maniera non imbarazzata, ma chiara, come, per la fede cristiana, Dio abbia dato leggi alle cose e non creato tutto d’un colpo? Non si deve dimenticare, fra l’altro, che l’Iniziazione cristiana dei piccoli, ma anche dei grandi, ha bisogno di immagini che visualizzino questo. Si pensi alle miniature medioevali dove il Creatore è rappresentato con un compasso per indicare che Egli non crea direttamente tutte le cose, ma conferisce loro leggi, perché possano svilupparsi – anche se, ovviamente, l’età medioevale, così come il popolo veterotestamentario, non conoscevano né i fossili, né l’evoluzione delle specie.

Oppure come può rendersi conto che la presenza del settimo giorno non è un segno della permanenza di antiche mitologie in Genesi, bensì all’opposto è un portato assolutamente nuovo della visione ebraica della creazione che indica la gioia del creatore stesso che non solo opera, ma soprattutto, gode dell’opera creata ed indica così la festa settimanale al suo popolo, se non gli viene spiegato? Prima del testo di Genesi 1 in ogni cultura, in ogni popolo e in ogni tempo, si è lavorato ogni giorno della settimana con feste che erano solo ricorrenze annuali. Genesi 1 ha regalato ad ogni popolo e persino agli atei il riposo settimanale: è da quella contemplazione della creazione, arricchita poi dal giorno della resurrezione del Signore il primo giorno dopo il sabato, che è nato per il mondo intero il ritmo settimanale, liberando l’uomo un giorno a settimana dal lavoro per la festa e, contemporaneamente, fondando una nuova etica del lavoro: chi lavora male negli altri sei giorni offende Dio e la sua creazione.

Per non parlare poi dei temi spesso sottaciuti del male, del diavolo, del peccato, dei vizi capitali che interessano enormemente l’uomo contemporaneo. Anche Sant’Agostino si fece cristiano solo quando comprese che il cristianesimo era l’unico ad avere una parola chiara e vera sul male[23].

La catechesi insomma, se da un lato deve “uscire” dal chiuso delle riunioni, dall’altro ha bisogno di riunioni e di riunioni belle, di contenuti di qualità, attraverso i quali si possa capire veramente cosa è la fede e qual è la sua novità. Non si possono demolire i contenuti in nome dell’esperienza: sarebbe folle e contrario ad una catechesi kerygmatica pensata per la gente del nostro tempo che non conosce più quasi nulla della fede.

8/ I “misteri” in catechesi

Un contributo prezioso ad un rafforzamento della dimensione kerygmatica della catechesi viene dal Catechismo della Chiesa Cattolica quando afferma che è bene che la figura di Cristo sia presentata secondo i suoi “misteri” (CCC 512 ss.)[24].

La cristologia dei “misteri” di Gesù è quella modalità di lettura della vita del Cristo che è nata dall’esperienza stessa della Chiesa. Essa si è abituata a presentare l’Annunciazione, la Natività, l’Adorazione dei Magi e così via, senza preoccuparsi se tali episodi decisivi siano raccontati dall’uno o dall’altro dei Vangeli. Si pensi all’Ultima cena che viene celebrata il Giovedì Santo unendo il quarto vangelo, con la lavanda dei piedi, all’istituzione dell’Eucarestia raccontata dai sinottici.

La presentazione della vita di Gesù secondo i “misteri” non si sofferma solamente su di uno dei quattro Vangeli, bensì sceglie quegli episodi che la tradizione della Chiesa ritiene determinanti per una prima comprensione della sua vicenda.

Si pensi a come il catecumenato antico abbia costruito l’ultima tappa in preparazione al Battesimo intorno ai tre vangeli della samaritana, del cieco nato e di Lazzaro, per aiutare chi si preparava a diventare cristiano a comprendere che Gesù è la vera acqua che disseta e zampilla per la vita eterna, che Gesù è la luce del mondo, che Gesù è la resurrezione e la vita.

I “misteri” di Cristo sono meno interessati ai dettagli raccontati dai singolo evangelisti e più attenti, invece, alla stessa figura di Cristo ed al significato salvifico che egli intenzionalmente ha voluto conferire ai “segni” che ha compiuto.

Il CCC invita ad una riconsiderazione di tale cristologia dei “misteri” – che, fra l’altro spalancherebbe le porte a quel patrimonio iconografico dei cicli di mosaici o di affreschi che ha sempre rappresentato la vicenda di Cristo in “misteri” disposti in sequenza: io sogno che ogni diocesi presenti la vita del Cristo a partire dal ciclo più bello dei “misteri” che ha nelle sue chiese, sia esso scolpito in un portale o affrescato nella navata centrale o realizzato nella statuaria.

Una cristologia dei “misteri” utilizzata in catechesi nulla toglierebbe ai singoli testi evangelici, che potrebbero essere approfonditi in una tappa successiva del cammino al compimento dell’Iniziazione cristiana. Aiuterebbe invece maggiormente le comunità a comprendere che oggi colui che si avvicina alla fede non ha bisogno di comprendere innanzitutto quale sia il Cristo di Marco o di Matteo o di Giovanni, bensì gli è indispensabile sapere chi è il Cristo tout court e perché egli sia credibile e vero. Chi si avvicina alla fede vuole che gli si parli di quell’uomo che solo ha rivelato il volto di Dio, perché era egli stesso l’amore di Dio[25].

9/ La dimensione sociale e culturale dell'annuncio

C’è, infine, un altro aspetto ancora che deve essere considerato, nella prospettiva di EG - e del magistero che l’ha preceduta a partire da Paolo VI.

Annunciare il kerygma non vuol dire semplicemente proclamare che Gesù è morto e risorto e che ogni misericordia nasce da quell’annuncio. Papa Francesco, infatti, ricorda che finché l’uomo non comprende che il Vangelo è in grado di rinnovare il mondo, non vede fino in fondo quale sia il motivo per credere. Se chi annuncia il Vangelo si dimentica di proclamare e di testimoniare la sua novità sociale”, non lo annuncia pienamente, anzi rischia di sfigurarlo.

Così afferma Papa Francesco: «“Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, quale è quella dell’evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla” (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 17). Ora vorrei condividere le mie preoccupazioni a proposito della dimensione sociale dell’evangelizzazione precisamente perché, se questa dimensione non viene debitamente esplicitata, si corre sempre il rischio di sfigurare il significato autentico e integrale della missione evangelizzatrice. Il kerygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità» (EG 176-177).

La dimensione sociale e culturale del vangelo non è, dunque, qualcosa che si aggiunga in seconda istanza, in seconda battuta, ma è un tutt’uno con l’annunzio stesso. Anzi, talvolta, la persona apprezza innanzitutto tale dimensione e poi pian piano comprende che essa ha le sue radici in Gesù e solo in lui.

Si è già visto come l’Iniziazione cristiana sia uno dei luoghi in cui, di fatto, massimamente avviene l’annuncio della fede. Ciò avviene proprio perché lì è coinvolto l’adulto che ama i suoi figli e cerca luce per le sue scelte in campo educativo: il genitore avverte che le nuove generazioni rischiano di essere come “pecore senza pastore” ed intuisce che Gesù è l’unico che ha parole di vita per i propri figli. Si avvicina alla fede proprio perché ne coglie immediatamente la ricchezza “sociale”.

Purtroppo, invece, un altro dei limiti evidenti della catechesi di Iniziazione cristiana odierna è la sua distanza dalle problematiche sociali che l’uomo contemporaneo vive. Non solo nel linguaggio, ma ancor più nel trascurare quei temi che sono avvertiti dalle persone.

Anche qui qualche esempio, per aiutare a comprendere la decisività di tale prospettiva.

Papa Francesco continua ad insistere su di un Europa - chiedo perdono se anche qui la prospettiva è condizionata dal mio essere europeo - che è diventata “nonna” e non è più “madre”, perché non ama più la generazione dei bambini. Coglie cioè la mancanza di fede nell’incapacità di desiderare le nascite e di gioirne.

In questa prospettiva, è profondamente errata una visione di pastorale Battesimale[26] incentrata a verificare se i genitori ritornino o meno in parrocchia in occasione di alcune feste, come il Battesimo del Signore.

La qualità di una pastorale battesimale si dovrebbe, invece, valutare dall’aumento del numero dei bambini!  Se chi ha battezzato un figlio trova il coraggio di farne nascere un secondo e poi un terzo e così via, vuol dire che la celebrazione dei Battesimi diviene un annunzio.

Oggi tanti hanno paura di generare bambini, non perché egoisti, ma perché mancanti di speranza. La paura di generare, che paralizza l’uomo, nasce dalla consapevolezza di non poter garantire niente in futuro ai figli. Saranno sani o malati? Troveranno lavoro o saranno disoccupati? Vivranno in tempi di pace o di guerra?

Infatti, come può un genitore garantire la felicità al figlio a partire unicamente dalle proprie forze? Generare una vita è uno degli atti più veri di fiducia nella Provvidenza. Ora, se chi partecipa alla preparazione al Battesimo scopre che la paternità di Dio è la garanzia che la vita è nelle sue mani e che vale la pena vivere sempre e comunque, troverà in quell’annuncio la forza per generare nuovi figli.

Ricordo che in parrocchia, quando mi chiedevano di celebrare un matrimonio, rispondevo dicendo: “Vengo a celebrarlo a condizione che nell’omelia io possa dire: ‘Se vi sposate, lo fate per avere almeno tre bambini! Sposarsi per averne uno solo o due non ha senso!”. È accaduto che pian piano le prime coppie ne hanno generato un secondo e poi un terzo. A quel punto quelli che ne avevano due, hanno detto: ‘Ma quelle famiglie con tre figli sono felici e vivono serenamente come noi: perché non possiamo fare anche io come loro e dare la vita ad un terzo figlio, dando un nuovo fratellino a quelli che già ci sono?’ Chi ne aveva tre, ne ha fatto nascere un quarto. E così via. Il vangelo si è diffuso tramite la gioia di far nascere tanti bambini. La parrocchia si è pian piano trasformata: tanti erano contenti di venire in parrocchia anche solo per i tanti bambini che c’erano. Le giovani famiglie della zona si sentivano a casa loro e così è iniziata una vera pastorale degli adulti.

Ecco un primo aspetto della dimensione sociale del Vangelo. Dove si vedono famiglie con tanti bambini si capisce subito che il Vangelo genera un amore alla vita che rende poi tutti felici: la stessa celebrazione dell’Eucarestia alla domenica mattina comunica speranza a chiunque vi entri.

Un secondo esempio: il lavorare a “regola d’arte”. È evidente a tutti - anche qui la mia prospettiva è peculiarmente italiana - che il problema del lavoro fatto in maniera approssimativa non riguarda solo politici o finanzieri, ma riguarda tutti, dai giornalisti agli elettricisti. Una volta domandai a mio cugino, che è un bravissimo architetto: “Di quanti idraulici ti puoi fidare?”. Mi rispose sconsolato: “Quasi di nessuno!”. L’Italia oggi è economicamente povera anche perché tanti non lavorano, come si diceva un tempo, “a regola d’arte” e ognuno deve sempre guardarsi dai lavoratori ai quali affida una qualsiasi costruzione o riparazione.

Ebbene annunziare ai ragazzi e ai loro genitori, fin dall’Iniziazione cristiana, che servire Dio vuol dire lavorare “a regola d’arte” è parte integrante del cammino stesso. Dove, invece, i temi del lavoro rimangono estranei, ecco che il Vangelo corre il rischio di essere sfigurato e il kerygma non è annunciato pienamente.

Si pensi, insieme al tema del lavoro, alla cultura e alla scuola. Un tempo, se un ragazzo non capiva qualcosa di letteratura o di filosofia, di scienza o di greco, andava in parrocchia e trovava chi lo aiutava. La Chiesa era una “casa” della cultura. Ebbene deve essere così anche oggi. Una Chiesa che non generi cultura non riesce ad annunciare il kerygma, perché appare chiusa in un modo tutto suo, estraneo alla vita dei ragazzi, alla scuola e al dibattito delle idee. Deve essere evidente che l’Europa e il mondo sono stati rinnovati e anzi generati dal cristianesimo, che non solo l’università è un frutto della fede cristiana, nata nel medioevo e solo in ambiente cristiano e poi esportata nel mondo intero, ma che lo sono anche il vino, la birra e la salsiccia: senza il cristianesimo, noi non avremmo la libertà di mangiare ogni cosa, perché è Gesù che ha annunziato che il male viene dal cuore dell’uomo e non esistono cibi impuri (anche la birra e la carbonara appartengono al kerygma!)[27].

Lo stesso si deve dire della carità e di un’attenzione alle politiche sociali del proprio paese e del mondo intero. La catechesi dell’Iniziazione cristiana deve annunziare che esiste un modo di vedere la dignità dell’uomo e dei popoli che spinge tutti a servire, a costruire scuole e università, ad intervenire dinanzi alle ingiustizie, a lottare contro la povertà e la fame. Anche la Caritas parrocchiale e i gruppi missionari di una parrocchia giocano un ruolo decisivo nella proclamazione del kerygma. Dove l’Iniziazione cristiana non respira in sintonia con il diaconato, con la Caritas parrocchiale, con i gruppi missionari, con un’attenzione alla sobrietà e al distacco dalle cose, non riesce ad annunciare compiutamente il kerygma.

Ricordo che una delle tematiche che più colpivano i ragazzi che partecipavano ad alcuni itinerari proposti ad Assisi era la proposta che i frati e le suore facevano loro di regalare in segreto un oggetto prezioso che avevano faticato tanto ad ottenere: un vestito di lusso, un iPhone di ultima generazione, una racchetta da tennis. I francescani dicevano loro: “Regalate quell’oggetto e scoprirete cosa sono la libertà e il dono”: l’Iniziazione cristiana deve avere il coraggio di chiedere questo.

10/ La catechesi è carità

Siamo giunti all’ultimo punto di questa mia relazione. Se l’annuncio è tutto questo, se il kerygma è cioè annunzio di qualcosa che è assolutamente nuovo, grande a anzi necessario per vivere, ecco che nasce ancor più il desiderio di essere catechisti dell’Iniziazione cristiana. Se è vero che “non di solo pane vive l’uomo”, allora i catechisti sono veramente uomini e donne di carità, perché condividono il pane della vita e donano il cibo più prezioso che esista al mondo, quello senza il quale l’uomo non potrebbe vivere ed, anzi, morirebbe di noia.

Se la fede è necessaria per vivere, allora non solo ha senso essere catechisti, ma ancor più è la cosa più bella al mondo. Se la fede fosse, invece, superflua, o addirittura inutile o dannosa, allora i catechisti sarebbero nemici del mondo e lo starebbero ingannando: sarebbe meglio che si gettassero al fiume con una pietra da macina al collo.

Papa Francesco invita a riscoprire che dobbiamo vincere ogni pessimismo, proprio perché la fede è l’unico dono che aiuta la vita a fiorire in pienezza. Noi siamo portatori della più grande ricchezza, di quel tesoro, di quella perla, che veramente si trova nel campo. Chi tenesse per sé quel tesoro, sarebbe un benestante indifferente alla povertà altrui che non avrà parte alla vita eterna, perché ha goduto della ricchezza della fede senza condividerla con chi non l’aveva.

In Evangelii Gaudium Papa Francesco arriva a dire: «Dal momento che questa Esortazione è rivolta ai membri della Chiesa Cattolica, desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria» (EG 200).

La carità della Chiesa ha due dimensioni: l’una è tesa al recupero di chi si è perduto, l’altra è tesa a far sì che non ci si perda (questa seconda si potrebbe chiamare “preventiva”, per utilizzare il linguaggio del grande don Bosco). Se è necessario che la Chiesa vada in cerca dei giovani che si sono persi, è parimenti necessario che la Chiesa educhi le nuove generazioni fin dalla più tenera età, perché non si perdano. Un ragazzo che cresce con il Signore nel cuore, che viene educato alla gioia della carità, che è impegnato nella propria vocazione e nella preghiera, ecco che si terrà lontano, se aiutato dai fratelli, dal male, dalla tossicodipendenza, dalla violenza e, anzi, si impegnerà a servire chi è nella difficoltà.

Non basta dire dei “no” ai ragazzi per tenerli lontano dal male. Essi si tengono lontani dal male solo se innamorati del bene. Questa è la realtà della catechesi: quando un ragazzo - e con lui i suoi genitori – camminano nel bene, ecco che si terranno lontani dalla devianza[28].

Perché la catechesi è quella via di carità che li vincola al bene del Cristo. Senza la catechesi tutti diverrebbero preda della tristezza e a rischio di devianza, perché verrebbe a mancare quella via “di prevenzione” che tiene lontano dal male affascinando al bene.

La catechesi è questione di vita o di morte. Per questo è giusto che chieda l’impegno di tutta la nostra vita. La catechesi può salvare la vita di un ragazzo e – tramite quel ragazzo – salvare la vita poi dei suoi compagni. La catechesi può salvare la vita di un’intera famiglia e – tramite quella famiglia – la vita di un’intera generazione di famiglie.

La catechesi, insomma, è carità, esattamente perché è kerygmatica, perché offre il dono più grande, perché dona quel pane senza il quale l’uomo si perde. Affermare che la catechesi è kerygmatica, vuol dire sostenere che essa è questione di vita o di morte, cioè che è questione decisiva: è la fede che dona la vita. E, per questo, noi ci poniamo al suo servizio.

Note al testo

[1] Documento esplicitamente definito da Papa Francesco come programmatico del suo pontificato.

[2] Nella storia della catechesi il termine è stato poi variamente ripreso ad indicare che la trasmissione della fede poteva avvenire non semplicemente tramite un lavoro sulle domande delle persone stesse, bensì tramite l’incontro con l’evento di Cristo che è necessariamente “esterno” alla persona stessa e deve quindi essere proclamato. Cfr. su questo, per un primo orientamento, la voce E. Alberich, Kerygmatica (Catechesi), in J. Gevaert (a cura di), Dizionario di catechetica, Leumann, Elle Di Ci, pp. 374-376 e più recentemente, AICa, Il primo annuncio tra “kerygma” e catechesi, a cura di C. Cacciato, Leumann, Elle Di Ci, 2010. Cfr. anche A. Lonardo Lineamenti per una catechesi kerygmatica, per una Iniziazione cristiana che sia annunzio del Vangelo, disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/2773.

[3] Penna commenta: «Nell’epistolario [paolino], il vocabolario di ricerca (ζητεω, επιζητεω, εκζητεω, συζητεω, ζητησις) non presenta mai “Dio” come oggetto dell’azione di ricerca; anzi, quando i due termini sono accostati è per negare esplicitamente la possibilità o almeno la fruttuosità di una tale ricerca» (R. Penna, Dialettica tra ricerca e scoperta di Dio nell’epistolario paolino, in R. Penna, L’apostolo Paolo. Studi di esegesi e teologia, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1991, pp. 593-629. Nell’articolo Penna si sofferma su 1 Cor 1,20, Dov’è il ricercatore di questo mondo?, e su Rm 10,20=Is 65,1, Sono stato trovato da quelli che non mi cercavano. 

[4] Ad esempio nel discorso tenuto da papa Francesco nell’Incontro per la libertà religiosa con la comunità ispanica e altri immigrati presso l’Independence Mall, a Philadelphia il 26/9/2015 - nel quale ha dichiarato: «Il fatto religioso, la dimensione religiosa, non è una subcultura, è parte della cultura di qualunque popolo e qualunque nazione» - e nell’intervista del settimanale cattolico belga “Tertio”, pubblicata il 7/12/2016.

[5] La successione cronologica di pre-evangelizzazione, evangelizzazione, catechesi, predicazione si impose negli anni settanta, ravvisando una suddivisione in tappe della predicazione della Parola. Allora annuncio, catechesi e sacramenti erano visti come tappe cronologicamente conseguenti dell’itinerario di fede. Lo schema cronologico si impose a partire dagli studi di Grasso (cfr. su questo U. Montisci, Il pensiero di Domenico Grasso S. J. (1917-1988) sul ministero della Parola, Pontificia Università Salesiana; estratto dalla Tesi di dottorato, Roma 1998) che includeva sotto l’insieme dell’unica “predicazione della Parola di Dio” i diversi momenti cronologicamente scanditi. Anche oggi, talvolta, in diverse proposte di rinnovamento della catechesi, lo schema cronologico sembra essere quello portante, con riferimento, ad esempio, alle tappe del catecumenato. In un primo momento ci si preoccupa dell’annunzio della fede o prima ancora verrebbe il momento della pre-evangelizzazione. Seguirebbe poi la catechesi che darebbe corpo a quell’annunzio. A chi ha una fede ormai matura si proporrebbero infine i sacramenti e poi la mistagogia come catechesi sui sacramenti già celebrati. Nella liturgia domenicale poi la persona sarebbe nutrita nel cammino ordinario della vita. Il riferimento al RICA, al Rituale dell’Iniziazione Cristiana degli adulti, avviene, in questa prospettiva, sempre con una logica cronologico. Invece, il Catechismo della Chiesa cattolica si richiama al catecumenato, individuando nella fede professata, nella fede celebrata, nella fede vissuta e nella fede pregata non le tappe successive, bensì le dimensioni portanti dell’intero itinerario; cfr. su questo A. Lonardo, Il Catechismo della Chiesa Cattolica per imparare “la forza e la bellezza della fede”, in Aa.Vv., Pensare, professare, vivere la fede. Nel solco della lettera apostolica “Porta fidei”, a cura di M. Cozzoli, Città del Vaticano, Lateran University Press, 2012, pp. 473-507.

[6] Espressioni come “nuova” evangelizzazione, “secondo” annunzio, e così via, sono divenute abituali proprio perché è emersa nella riflessione pastorale una maggiore consapevolezza che ciò che si dice “per la prima volta” ai ragazzi è in realtà qualcosa che essi già conoscono, ma conoscono male, poiché hanno già respirato un’“aria” che ha dato loro come una pre-comprensione della fede, che ne ha minato le basi e l’ha impoverita, rendendola addirittura priva di ogni credibilità e denunciandola come vecchia, come “superata”, come “medioevale”. Ha scritto in merito Sequeri: «Da noi non ci sarà più un rapporto innocente con il cristianesimo; nel bene come nel male. Il cristianesimo che cerca di impiantare il seme originario dell’evangelo nel mondo che si trasforma ora, incontra sempre da qualche parte un cristianesimo già insediato in un mondo precedente» (P. Sequeri, Non c’è nessun partito di Dio. Evangelizzazione, Occidente, Parrocchia, in “Rivista del Clero Italiano” 1 (2004), p. 564). Una riflessione in merito è stata portata avanti con grande lucidità dal magistero a partire dall’Evangelii nuntiandi di Paolo VI, passando per la “nuova evangelizzazione” di Giovanni Paolo II, sino a Evangelii gaudium di Papa Francesco.

[7] Sulla nozione di “iniziazione cristiana”, cfr. P. Caspani, La pertinenza teologica della nozione di Iniziazione cristiana, Milano, Glossa, 1999.

[8] In un contesto multiculturale oggi si potrebbe aggiungere come un dono e non come una rivalsa o una contestazione: “Sapete che i musulmani, a partire da un versetto della Sura IV del Corano che dice “Né lo uccisero, né lo crocifissero, ma solo sembrò a loro di aver fatto questo” ritengono che la croce sia una falsificazione della vera storia di Gesù, operata dai cristiani che avrebbero nascosto il fatto che sulla croce sarebbe morto Giuda o un fantasma, mentre Gesù sarebbe stato portato da Dio in cielo, dal Monte degli Ulivi, perché Dio non avrebbe potuto accettare la morte di lui che era buono e giusto - i musulmani credono in Gesù, ma non nella crocifissione di Gesù! Vedete, noi invece siamo certi che Gesù è morto in croce, perché tante fonti storiche ebraiche e pagane ne parlano e possiamo quindi insegnare ai musulmani che quella Sura deve essere interpretata in maniera simbolica, così c me noi non c rediamo che il mondo è stato fatto in sette giorni, ma leggiamo in maniera simbolica quelle parole. E possiamo condividere con loro, come un dono, che senza la croce di Gesù, ancora il ladro, l’adultera, l’apostata non sarebbero stati perdonati. È la croce di Gesù che ha cambiato il rapporto dell’uomo con il peccato grave e mortale, aprendolo al perdono. Ecco perché non solo l’insegnante di storia deve insegnare che Gesù è stato veramente crocifisso, ma anche perché noi credenti annunciamo che il suo offrirsi per amore dei peccatori e non solo di chi già lo riamava è l’amore più grande che sia mai esistito in terra”; sul crocifisso nel Corano cfr. M. Borrmans, I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?, in M. Borrmans, Islam e cristianesimo. Le vie del dialogo, Cinisello Balsamo, Edizioni Paoline, 1993, pp. 57-74, disponibile on-line anche sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/2965 e A. Lonardo, Il Vangelo di Barnaba, un apocrifo musulmano medioevale: "Dare corpo" alla gesuologia islamica omettendo la croce, in “Firmana. Quaderni di Teologia e Pastorale” 26 (2017), pp. 77-110, disponibile on-line anche sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/3689.

[9] Cfr. Perché avete fatto bene ad accompagnare i vostri figli in parrocchia? Traccia per un I incontro con i genitori dell’Iniziazione cristiana (a cura di d. Andrea Lonardo per l’Ufficio catechistico della diocesi di Roma), disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/3330.

[10] Qui è fondamentale mostrare in chiave kerygmatica, sulla linea di Amoris laetitia, la piena accoglienza di genitori conviventi o separati risposati con i loro figli: tutto ciò che è possibile deve essere fatto. Se per un approfondimento delle situazioni di nullità e un discernimento personale è bene che le persone dialoghino con il parroco, ai catechisti spetta intanto accogliere, ad esempio incoraggiando chi non può ricevere la Comunione a partecipare alla preghiera dei fedeli o all’offertorio o al coro liturgico o alla raccolta delle offerte o alle iniziative di carità, mostrando loro che realmente appartengono alla Chiesa e sono testimoni del Signore, innanzitutto per i loro figli.

[11] Paolo VI scrisse con grande sapienza: «Non si insisterà mai abbastanza sul fatto che l'evangelizzazione non si esaurisce nella predicazione e nell'insegnamento di una dottrina. Essa deve raggiungere la vita: la vita naturale alla quale dà un senso nuovo, grazie alle prospettive evangeliche che le apre; e la vita soprannaturale, che non è la negazione, ma la purificazione e la elevazione della vita naturale. Questa vita soprannaturale trova la sua espressione vivente nei sette Sacramenti e nella loro mirabile irradiazione di grazia e di santità. L'evangelizzazione dispiega così tutta la sua ricchezza quando realizza il legame più intimo e, meglio ancora, una intercomunicazione ininterrotta, tra la Parola e i Sacramenti. In un certo senso, è un equivoco l'opporre, come si fa talvolta, l'evangelizzazione e la sacramentalizzazione. È vero che un certo modo di conferire i Sacramenti, senza un solido sostegno della catechesi circa questi medesimi Sacramenti e di una catechesi globale, finirebbe per privarli in gran parte della loro efficacia. Il compito dell'evangelizzazione è precisamente quello di educare nella fede in modo tale che essa conduca ciascun cristiano a vivere i Sacramenti come veri Sacramenti della fede, e non a riceverli passivamente, o a subirli» (Evangelii nuntiandi 47).

[12] Si noti bene, la fede cristiana ha scoperto dal suo Signore il valore del celibato e della verginità per la quale non si hanno figli propri, ma si è padri e madri spirituali. Quando si afferma che l’adulto è solo colui che è padre o madre ci si muove in questa prospettiva cristiana, secondo la quale può dare la vita per le future generazioni anche un professionista che non ha potuto avere figli, ma non vive per se stesso, per le proprie vacanze, per i propri viaggi, per il proprio benessere, bensì per costruire una società nella quale i giovani possano sentirsi a casa.

[13] Cfr. su questo un bellissimo passaggio da uno spettacolo di Marco Paolini, disponibile on-line sul Canale YouTube Catechisti Roma Gli scritti con il titolo Marco Paolini – Dichiaratevi adulti, nella Playlist Genitori e figli al link https://www.youtube.com/watch?v=Mm7gXnf6fQ4.

[14] Nel dibattito degli ultimi decenni si sono spesso contrapposte due linee che sostenevano l’una che ogni pastorale dovesse iniziare a partire da una catechesi degli adulti, pena un insuccesso totale, l’altra che solo una catechesi che prendesse inizio dall’infanzia, poiché quegli anni sono quelli decisivi nella formazione della personalità. È giunto il momento di affermare con forza che questi due dinamismi non si oppongono, ma anzi sono al cuore di una catechesi che abbia a cuore le famiglie. Nei documenti magisteriali di molte chiese nazionali sempre più il termine “adulti” viene affiancato dal termine “famiglie”, di modo che non si insiste solo per una “catechesi degli adulti”, ma ancor più per una “catechesi delle famiglie” e con le famiglie. Ad esempio, se si leggono i documenti della Conferenza Episcopale Italiana, dal Documento di base. Il Rinnovamento della catechesi (1970) a Incontriamo Gesù (2014), si assiste ad una sottolineatura sempre maggiore della famiglia al punto che, talvolta, i termini divengono interscambiabili, come ad esempio nella  Lettera dei Vescovi per la riconsegna del testo «Il rinnovamento della catechesi» (1988), 12 dove si afferma: «L’esperienza di questi anni ci ha confermato che il buon esito della catechesi è condizionato dalla attenzione privilegiata a due scelte qualificanti presenti nel DB: la centralità della catechesi degli adulti e della famiglia e la formazione dei catechisti». Certo è che la questione della famiglia - e con essa degli adulti - diviene decisiva nell’Iniziazione cristiana, come afferma anche il testo Annuncio e catechesi per la vita cristiana. Lettera alle comunità, ai presbiteri e ai catechisti nel quarantesimo del Documento di base Il rinnovamento della catechesi (2010), 12 che dichiara: «Va richiamato il compito primario delle famiglie quanto all’iniziazione cristiana dei propri figli e alla loro educazione alla mentalità e alla vita di fede».

[15] Sull’ecclesiologia “popolare” di Papa Francesco, cfr. A. Lonardo, Papa Francesco e la catechesi dell’Iniziazione cristiana di bambini e ragazzi: primi appunti (I parte), disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/2468. È il grande tema di Gaudete et exsultate.

[16] Scrive Cavalletti, discepola di Maria Montessori: «Tutto quanto abbiamo potuto osservare in questi anni, sia direttamente che attraverso collaboratori ed ex-allievi, ci fa pensare al bambino come a un essere “metafisico” (l’espressione non è nostra), che si muove a suo agio nel mondo del trascendente, e gode – pago e sereno – nel contatto con Dio. “Dio e il bambino se la intendono” era l’espressione abituale di Adele Costa Gnocchi, una delle prime collaboratrici di Maria Montessori. […] L’amore è per il bimbo più necessario del cibo; è stato scientificamente provato. Nel contatto con Dio egli sperimenta un indefettibile amore. E nel contatto con Dio egli trova il nutrimento che il suo essere richiede e di cui ha bisogno, per svilupparsi nell’armonia. Dio – che è amore – il bimbo, che chiede l’amore più del latte materno, s’incontrano quindi in una particolare corrispondenza di natura; e il bimbo, nell’incontro con Dio, gode per la soddisfazione di un’esigenza profonda della sua persona, di un’autentica esigenza di vita. 
Nell’aiutare la vita religiosa del bambino, lungi dall’imporgli qualcosa che gli è estraneo, rispondiamo a una sua silenziosa richiesta: “Aiutami ad avvicinarmi a Dio da me”» (S. Cavalletti, Il potenziale religioso del bambino. Descrizione di un'esperienza con bambini da 3 a 6 anni, Roma, Città Nuova, 2000, pp. 38-40).

[17] Consiglio ai catechisti di costruire una scatola nella quale far mettere anonimamente le domande importanti che venissero in mente ai bambini durante la settimana e di prenderne a caso due o tre ogni settimana dedicando 10 minuti della riunione a rispondervi: sarebbe una scuola per catechisti e bambini per comprendere ciò che interessa davvero.

[18] Cfr. M. Botta - A. Lonardo, Le domande grandi dei bambini. 1. Il cuore della fede, Castel Bolognese, Itaca, 2017, pp. 6-17. Tutte le immagini dell’itinerario sono scaricabili gratuitamente dal sito www.ledomandegrandideibambini.org.

[19] Scrive il grande filosofo Gadamer: «Il concetto di esperienza – per quanto ciò possa sembrare paradossale - mi pare da annoverare tra i meno chiariti che possediamo. A causa del fatto che, nella logica dell’induzione, ha una funzione di guida per le scienze positive, esso ha finito per essere rinchiuso entro schemi gnoseologici che sembrano mutilarne l’originario contenuto» (H.-G. Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano, 2000, p. 715).

[20] Papa Francesco, nel discorso al Convegno della Diocesi di Roma del 16/6/2014, affermò: «Quando ero Arcivescovo nell’altra diocesi avevo modo di parlare più frequentemente di oggi con i ragazzi e i giovani e mi ero reso conto che soffrivano di orfandad, cioè di orfanezza. I nostri bambini, i nostri ragazzi soffrono di orfanezza! Credo che lo stesso avvenga a Roma. I giovani sono orfani di una strada sicura da percorrere, di un maestro di cui fidarsi, di ideali che riscaldino il cuore, di speranze che sostengano la fatica del vivere quotidiano. Sono orfani, ma conservano vivo nel loro cuore il desiderio di tutto ciò!» - ed è tornato poi più volte sull’argomento.

[21] Fra l’altro una delle espressioni più bugiarde che si sente ripetere è: “Vanno via dopo la cresima: la Cresima è la messa dell’addio”. Chi ripete tali affermazioni, almeno in ambiente italiano ed europeo, non si accorge innanzitutto che moltissimi dei ragazzi non proseguono nel cammino verso la cresima e, quindi, se fossero al passo con i tempi, dovrebbero dire piuttosto che è la messa della prima Comunione ad essere l’ultima. Ma – e qui il problema è serissimo – non si accorgono che i ragazzi si allontanano dalla comunità cristiana già il 1° di giugno del primo anno del cammino della Comunione – ci si perdoni qui l’espressione semplificata. Durante il primo anno di catechesi sono presenti a tutte le domeniche, ma non appena finiscono le riunioni, cessa per loro l’incontrarsi a messa. Spesso gli stessi oratori estivi non prevedono nemmeno l’appuntamento per la messa domenicale. Un catecheta attento dovrebbe dire allora: la messa di fine maggio del primo anno delle Comunioni è quella dell’addio. Sull’importanza di celebrare durante l’estate l’eucarestia domenicale in orario serale, insieme a tutto l’oratorio estivo, cfr. A. Lonardo, Per superare la schizofrenia dell’Iniziazione cristiana: l’oratorio estivo e i bambini della Prima comunione. Si può organizzare un oratorio estivo senza ritrovarsi insieme la domenica a messa?, di Andrea Lonardo, disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/4163.

[22] Papa Francesco sottolinea la necessità del «calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti. Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli» (EG 140). E aggiunge: «La predicazione puramente moralista o indottrinante, ed anche quella che si trasforma in una lezione di esegesi, riducono questa comunicazione tra i cuori che si dà nell’omelia e che deve avere un carattere quasi sacramentale: «La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo» (Rm 10,17). Nell’omelia, la verità si accompagna alla bellezza e al bene. Non si tratta di verità astratte o di freddi sillogismi, perché si comunica anche la bellezza delle immagini» (EG 142).

[23] Cfr. su questo A. Lonardo, Il problema del male in Sant’Agostino e il superamento del manicheismo, disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/560#mozTocId998620.

[24] Recentemente è stato il cardinal Schönborn a rivelare che la presentazione della cristologia attraverso i “misteri” fu esplicitamente voluta dall’allora cardinal Ratzinger. Schönborn ha scritto in merito che la prospettiva dei «misteri della vita di Gesù […] spesso appare trascurato tra quelli fondamentali della cristologia. lo sono convinto che qui si celi una ricca prospettiva della cristologia del XX secolo che può essere sempre nuovamente utilizzata» (C. Schönborn, Il Catechismo della Chiesa Cattolica nelle Chiese particolari, in R. Fisichella (a cura di), Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale. Commento teologico-pastorale, Città del Vaticano – Cinisello Balsamo, LEV – San Paolo, 2017, p. 820, disponibile on-line con le integrazioni riprese da una conferenza pronunciata oralmente dall’autore sul sito del Centro culturale Gli scritti, con il titolo C. Schönborn, Principi direttivi nell’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (http://www.gliscritti.it/blog/entry/4280), che prosegue: «Ratzinger, in particolare, ha insistito molto sul fatto che i Vangeli andassero presentati nella catechesi secondo la dottrina classica dei mysteria vitae Christi» (integrazione orale di Schönborn stesso all’articolo in C. Schönborn, Il Catechismo della Chiesa Cattolica nelle Chiese particolari, in R. Fisichella (a cura di), Catechismo della Chiesa Cattolica. Testo integrale. Commento teologico-pastorale, Città del Vaticano – Cinisello Balsamo, LEV – San Paolo, 2017, nella relazione pronunciata l’11/10/2017 nella commemorazione solenne del venticinquesimo anniversario della firma della Costituzione Apostolica Fidei Depositum per la pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, nel corso del Convegno organizzato dal Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione e la Catechesi. Le integrazioni orali al testo scritto sono state trascritte da chi scrive in C. Schönborn, Principi direttivi nell’elaborazione del Catechismo della Chiesa Cattolica (http://www.gliscritti.it/blog/entry/4280). Anche Papa Francesco, nelle sue omelie e nelle sue catechesi, non insiste tanto su di una presentazione della figura di Gesù a partire da una determinata versione dei quattro vangeli, bensì pone in risalto la sua stessa vita, i suoi gesti e le sue parole, indipendentemente dal testo specifico che ce ne riferisce. Cfr. EG sull’omelia ai nn. 135-159.

[25] Questo Convegno ha già ascoltato una bella relazione specifica sulla dimensione “mistagogica” della catechesi. Vorrei sottolineare, sulla linea di quanto detto, che anche nel linguaggio di Papa Francesco (EG 166) la parola “mistagogia” non è utilizzata nel senso classico, come tappa che segue immediatamente l’Iniziazione cristiana. La cristologia dei “misteri” offre una preziosa indicazione in tale direzione. I catecumeni, già dal giorno della loro ammissione, un anno prima del loro Battesimo, iniziavano e iniziano a prender parte alla liturgia domenicale e la domenica diveniva e diviene il giorno per eccellenza della catechesi catecumenale. Essi partecipavano all’intera liturgia della Parola, incentrata sui “misteri” di Cristo così come li presenta l’Anno liturgico, e proseguivano la catechesi in un aula annessa alle basiliche o nel quadriportico, in maniera da tornare ad unirsi ai fedeli al termine dell’Eucarestia domenicale. In tal modo l’Eucarestia, con il suo ciclo liturgico, non era solo il suo culmen (avrebbero “mangiato” l’eucarestia solo dopo il Battesimo e la Confermazione), ma era anche il suo fons (partecipavano all’Eucarestia già pima di esser battezzati). La catechesi si strutturava così a partire dai “misteri” di Cristo: erano quei “misteri” celebrati dall’Anno liturgico quelli che il catecumeno desiderava e aveva bisogno di conoscere per decidersi per Cristo. E li conosceva esperienzialmente non semplicemente sentendone parlare, bensì celebrando quei “misteri” con il canto, la festa, la penitenza il digiuno, la carità, l’omelia, il silenzio, i gesti liturgici, nel corso dell’intero anno liturgico che precedeva il loro Battesimo; cfr. su questo A. Lonardo, Aquileia, la sua basilica e la Südhalle: il fraintendimento del catecumenato antico negli studi sul più antico complesso basilicale ancora esistente, disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/4245.
Da questo punto di vista, a maggior ragione, tutto l’itinerario di Iniziazione dei bambini e dei loro genitori potrebbe essere definito “mistagogico”. Essi “entrano” nel Battesimo che hanno già ricevuto e ne comprendono il “mistero” portati domenica dopo domenica in braccio dai loro genitori nella celebrazione eucaristica già a 1, 2, 3, 4, 5, anni. Se si amplialo sguardo dell’Iniziazione al suo sacramento principale che è il Battesimo, appare evidente che la celebrazione eucaristica viene, anche nel caso dei bambini battezzati, prima della Confermazione. La lex orandi diviene per loro, domenica dopo domenica, lex credendi. Da 0 a 8 anni “apprendono” la fede dalla liturgia.

[26] Non si dimentichi che il Battesimo è il primo dei sacramenti dell’Iniziazione cristiana ed è il più importante anche per i bambini battezzati da neonati: a partire da esso, tutto il camino seguente dovrebbe essere visto come “mistagogico”, secondo le indicazioni di Papa Francesco, poiché un bambino battezzato è già un “iniziato” che deve essere condotto, domenica dopo domenica, sulle braccia dei genitori, per entrare tramite la liturgia in una fede più consapevole. Sulla decisività degli anni che seguono immediatamente il Battesimo, come decisivi per comprendere la questione dell’Iniziazione cristiana, cfr. Ufficio catechistico e Ufficio liturgico della Diocesi di Roma, Riscopriamo la bellezza del Battesimo. Sussidio di pastorale battesimale, Roma, Coletti, 2017. Sulla nuova visione della liturgia, che permette di coglierne la potenzialità di grembo che pian piano permette ai bambini battezzati di maturare nella fede, fin al momento nel quale essi vengono ancora portati sulle braccia dai genitori, cfr. la nuova visione del rito che è stata valorizzata innanzitutto da autori come R. Guardini, per essere poi ripresa da studiosi come A. N. Terrin in una prospettiva di antropologia teologica e come C. Valenziano in chiave di comprensione teologico-spirituale e teologico-estetica (cfr. R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Brescia, Morcelliana, 1930; Id., La formazione liturgica, Milano, OR, 1988; Id., Lettera sull’atto di culto e il compito attuale della formazione liturgica, in “Humanitas” 20 (1965), pp. 85-90; A.N. Terrin, Il rito. Antropologia e fenomenologia della ritualità, Brescia, Morcelliana, 1999; A. Grillo - C. Valenziano, L’uomo della liturgia, Assisi, Cittadella, 2007, pp. 77-127). Per una bibliografia aggiornata sul tema, cfr. gli studi recenti: A. Grillo, Introduzione alla teologia liturgica. Approccio teorico alla liturgia e ai sacramenti cristiani, Padova, EMP, 2011; Id., La forma rituale della fede cristiana. Teologia della liturgia e dei sacramenti agli inizi del XXI secolo, Trapani, Il pozzo di Giacobbe, 2011; L. Girardi, Liturgia e partecipazione. Forme del coinvolgimento rituale, Padova, EMP, 2013.

[27] Cfr. su questo Salsicce, vino e birra alle radici dell’Europa 1/ M. Montanari, L'Europa è un'Unione fondata sul maiale 2/ M. Montanari, Il pane liquido degli antichi egizi, disponibili on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/4582.

[28] Sulla dinamica del cuore umano, come chiave per un itinerario verso la Confermazione, cfr. A. Lonardo, Proposta di un itinerario verso la Cresima, (in dialogo con padre Maurizio Botta e don Davide Lees), disponibile on-line sul sito del Centro culturale Gli scritti al link http://www.gliscritti.it/blog/entry/3382.