Costantino. L’azzardo imperiale. Un’intervista di Luca Fiore a Giovanni Maria Vian

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 09 /12 /2012 - 14:35 pm | Permalink
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Riprendiamo da “Tracce” 35 (2012), pp. 92-96 un’intervista di Luca Fiore a Giovanni Maria Vian. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sulla figura di Costantino, vedi su questo stesso sito:

Vedi anche la pagina tematica Costantino, Costantinopoli e l'origine del potere temporale della Chiesa nella quale saranno aggiunti nuovi testi sull'argomento.

Il Centro culturale Gli scritti (9/12/2012)

«Mentre la notizia si diffondeva dappertutto fra i cristiani, su ogni altare si concentrò e si levò un gran vento di preghiera, che sollevò tutta la fumosa tozza cupola del Mondo Antico e la fece volar via come il tetto di paglia di una stalla, scoprendo all’occhio la vista placida e brillante di spazi sconfinati». Così Evelyn Waugh, nel romanzo Elena (pubblicato da Rizzoli nei “Libri dello spirito cristiano” «in una splendida traduzione»), descrive l’effetto dell’Editto di Milano del 313 d.C.

L’imperatore Costantino, augusto d’Occidente, e Licinio, suo omologo d’Oriente, avevano sancito la libertà di religione per i cristiani e per tutti i cittadini dell’Impero. Tre mesi prima, il 28 ottobre 312, sulle rive del Tevere nei pressi di Ponte Milvio, Costantino aveva sconfitto il rivale Massenzio apponendo il simbolo dei cristiani sulle insegne e le armi dei propri soldati. Una voce in sogno gli aveva detto: «In hoc signo vinces», con questo segno vincerai. Fu il primo segnale dell’avvicinamento al cristianesimo del sovrano, che si fece battezzare alla fine della vita.

La figura di Costantino è di evidente attualità e le celebrazioni per i 1700 anni dall’Editto di Milano, aperte dall’inaugurazione della grande mostra a Palazzo Reale, saranno un’occasione per metterla di nuovo a fuoco. Ma attenzione, «le semplificazioni non si addicono a Costantino», spiega Giovanni Maria Vian, oggi direttore dell’Osservatore Romano, professore di Filologia patristica alla Sapienza di Roma, che nel 2004 ha pubblicato La donazione di Costantino (Il Mulino, riedito nel 2010 con una postfazione che comprende il pontificato di Benedetto XVI).

Direttore, quale fu l'aspetto decisivo della figura di Costantino?

Secondo storici autorevoli come Manlio Simonetti e Marta Sordi, l'appoggio al cristianesimo da parte di Costantino non è stato una scelta di convenienza. L'Imperatore certo riconobbe l'espansione delle comunità cristiane consolidatesi nel corso del III secolo. E già Galerio, nel 311, aveva preso atto del fallimento delle persecuzioni di Diocleziano. Ma qui c'è qualcosa di più: Costantino decide di giocare la carta cristiana come un vero e proprio azzardo. Che però finì per cambiare la storia.

Spesso si presenta Costantino come un campione della tolleranza, intesa in senso illuminista. È corretto guardarlo in questo modo?

Gli anacronismi sono pericolosi. Non aiutano a capire la realtà storica. Se lo si presenta in questo modo, non si rende un buon servizio alla comprensione del personaggio e della sua età.

Il cardinale Scola, nella sua introduzione alla mostra di Milano, parla dell'Editto di Costantino del 313 come dell'atto di nascita della libertà religiosa. È un'esagerazione?

Non direi, anche se il concetto di libertà religiosa così come la intendiamo noi è un concetto recente: nel cattolicesimo viene precisato negli ultimi decenni, al tempo del Concilio. Paolo VI, in un suo intervento, nota la contraddizione delle critiche a Costantino: presentato, secondo l'ottica anticristiana settecentesca, come un oppressore, quando invece era stato l'assertore della libertà religiosa. Che Montini sintetizzò in una formula molto efficace: nessuno sia obbligato a credere, ma a nessuno sia impedito di credere.

Qual è stata la grandezza di Costantino?

Per Santo Mazzarino, grandissimo storico di formazione marxista, Costantino fu l'uomo politico più rivoluzionario della storia d'Europa. Perché? Regnò trent'anni, riunificò l'Impero, spostò la capitale da Roma a Bisanzio, realizzò riforme radicali dal
punto di vista sociale, economico, legislativo. E soprattutto fu il primo Imperatore che in pubblico appoggiòla Chiesa, favorendone la diffusione.

In che modo?

Lo dice bene Jean Daniélou in un libro del 1965, La preghiera problema politico: «Questa estensione del cristianesimo a un immenso popolo, che rientra nella sua essenza, era stata ostacolata durante i primi secoli dal fatto che andava sviluppandosi all'interno di una società ostile. L'appartenenza al cristianesimo richiedeva quindi una forza di carattere di cui la maggior parte degli uomini è incapace. La conversione di Costantino, eliminando questi ostacoli, ha reso l'Evangelo accessibile ai poveri, cioè proprio a quelli che non fanno parte delle élite, all'uomo della strada. Lungi dal falsare il cristianesimo, gli ha permesso di perfezionarsi nella sua natura di popolo».

Eppure fu mal visto anche tra i cristiani. Perché?

Ha sempre avuto detrattori e sostenitori. Sia tra i pagani che tra i cristiani. Il fatto che fu battezzato da un vescovo sostenitore dell'arianesimo, l'eresia che lui stesso aveva fatto condannare, non giovò alla sua immagine. Ma il mito iniziò in vita, e nella sua biografia il grande storico Eusebio di Cesarea lo presenta come il nuovo Mosè e lo avvicina addirittura alla figura di Cristo.

E per Sant'Ambrogio, Costantino è il modello dell'imperatore cristiano.

Sì, anche se Ambrogio lo guarda con realismo. Si rende conto che il potere anche di un sovrano cristiano deve avere dei limiti. Ecco perché nell'elogio funebre di Teodosio, dove celebra Costantino, racconta che la madre Elena ricavò dai chiodi della croce ritrovati a Gerusalemme non solo una corona - e qui il simbolo è chiaro -, ma anche un morso per la cavalcatura imperiale. E il Vescovo spiega che questo frenum modera il sovrano. Insomma, la croce di Cristo mette a freno il potere del mondo. Anche se il rapporto tra Costantino ela Chiesa non è lineare.

In che senso?

Sovrano pagano e cristiano, Costantino non abbandona il titolo di pontifex maximus, il più importante della religione tradizionale, mantenuto dai suoi successori per quasi mezzo secolo ancora. E il racconto di Eusebio sul Battesimo in punto di morte di Costantino è molto significativo: il grande storico narra che prima di ricevere il Sacramento, Costantino depose la porpora, segno del potere imperiale, e che da quel momento non la toccò più. Segno evidente dell'imbarazzo di fronte a una collocazione nella Chiesa dell'Imperatore: quasi domandandosi se dopo il Battesimo un sovrano possa rimanere tale.

Si può dire dunque che Costantino segna un punto di non ritorno nella concezione del potere?

Sì, la svolta costantiniana rappresenta un momento decisivo dell'incarnazione della Chiesa nei chiaroscuri della storia. Comportando la possibilità, oltre che il dovere, di relativizzare ogni potere di fronte a Dio. E questo, paradossalmente, fu Costantino a facilitarlo.