Amare la realtà, difendere la ragione: guardare il mondo con gli occhi di Chesterton, di Edoardo Rialti

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 30 /12 /2012 - 14:30 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito del Meeting di Rimini una relazione di Edoardo Rialti tenuta il 23/8/2011.  Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la sua presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Per approfondimenti sulla figura di G.K. Chesterton vedi su questo stesso sito:

Il Centro culturale Gli scritti (30/12/2012)

G.K. Chesterton at work
Photograph: Hulton Archive/Getty Images

Buongiorno da parte mia. È sempre un grande onore e una grande gioia essere qui al Meeting, e parlare di Chesterton al Meeting, è una gioia nella gioia.

Al centro di uno dei primi romanzi, che lo ha reso famoso a livello internazionale, L’uomo che fu Giovedì, viene raccontato un duello con le spade. Il protagonista, il poliziotto Gabriel Syme, si trova a fronteggiare un tenebroso barone francese vestito di velluto nero, che non soltanto riesce a parare praticamente tutti i colpi del protagonista ma, ogni volta che viene infilzato, non versa neanche una goccia di sangue, come fosse uno stregone o, peggio ancora, un demonio. Man mano che il duello va avanti, l’abito nero del nemico sembra essere una sorta di buco di inchiostro che risucchia tutta la luce attorno: Syme sta combattendo contro un buio che sta inghiottendo tutto il mondo. E nell’ultimo disperato tentativo di lanciarsi contro il nemico, si trova addosso qualcosa che non sospettava.

Leggo: “Syme raccolse tutte le proprie forze e tutto quello che c’era di buono in lui. Cantò alto nell’aria, come un vento alto canta tra gli alberi. Pensò a tutte le cose comuni in quella pazzesca storia, alle lanterne giapponesi di Saffron Park, alla chioma rossa della ragazza nel giardino, agli onesti marinai che trincavano birra lungo il dock, ai suoi leali compagni lì accanto. Forse era stato scelto proprio lui come campione di tutte quelle cose fresche e buone, perché incrociasse la spada col nemico della creazione”.

Questa immagine, secondo me, è una sorta di vero e proprio filo rosso di tutta l’opera e di tutta la vita di Chesterton. Pensate a tutte le storie che ha raccontato: non ha sempre raccontato qualcuno che punta la spada del proprio coraggio, della propria dedizione, contro un buio che, secondo l’espressione di una bella canzone di Chieffo, molto nota a molte persone qui, “le cose divora”? Persone che non si sono arrese al buio che le cose divora.

Pensate al primo romanzo che Chesterton scrive, Il Napoleone di Notting Hill, in cui un piccolo quartiere si ribella contro una standardizzazione che divorerebbe le specificità personali, che cancellerebbe la gloria di quella piccola stradina che non è nota al mondo ma è il luogo dove una persona si è innamorata o dove è avvenuta una memorabile discussione tra amici.

Pensate a quella che è forse la scena più famosa di Le avventure di un uomo vivo, in cui il protagonista punta la pistola contro il fumoso nichilismo di un professore universitario che sta negando il valore, la bellezza, la poesia di tutto l’universo, a partire dalle cose più grandi e più vaste fino ai dettagli più comuni della casa che gli sta davanti.

Oppure, pensate ai protagonisti di La sfera e la croce, un ateo e un cattolico, in lotta l’uno con l’altro ma soprattutto – cosa ancora più decisiva – in lotta contro un mondo intero che vorrebbe impedire loro di incrociare le spade sull’unica questione che conti per davvero e che tutte le forze della modernità vogliono mettere a tacere: Dio esiste oppure no? E l’ateo e il cattolico, che pensavano di dover puntare l’uno la spada contro il petto dell’altro, si trovano invece nella paradossale situazione di essere fianco a fianco a puntarla contro tutto il resto del mondo.

Oppure, che cosa fa il capitano Dalroy se non combattere, ne L’osteria volante, insieme a quel che rimane della Merry England, dell’Inghilterra allegra e gioiosa, contro il gelido salutismo del mondo contemporaneo? Via via, fino alla Ballata del cavallo bianco, oppure alle Storie di Padre Brown, Chesterton ha sempre raccontato questo lottare per quel che si ama, questo amare e lottare.

Scriverà, in un suo saggio su Dickens: “La nostra civiltà moderna mostra molti sintomi di cinismo e decadenza, ma di tutti i segnali della fragilità moderna e della mancanza di principi morali, non ce n’è uno così superficiale o pericoloso come questo, che i filosofi di oggi abbiano cominciato a dividere l’amore dalla guerra e a collocarli in campi opposti. Non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure un Nietzsche, affermare che dovremmo andare a combattere invece che amare, e non c’è sintomo peggiore di quello che vede l’uomo, fosse pure un Tolstoj, affermare che dovremmo amare invece di andare a combattere. Una cosa implica l’altra. Una cosa implicava l’altra negli antichi romanzi e nella vecchia religione, che erano le due cose permanenti dell’umanità. Non si può amare qualcosa senza voler combattere per essa. Non si può combattere senza qualcosa per cui farlo”.

Ebbene, questo filo rosso è in realtà il filo rosso dell’arte perché della vita di Chesterton. Pensiamoci: cosa ha fatto Chesterton nel ’900, se non puntare alla gola del mondo la spada di questa sorpresa, rimetterci davanti e cantare limpidamente un amore per tutto ciò che tutti noi già conosciamo e a cui teniamo, e che per Chesterton costituiva quanto di meglio e di più glorioso esista nell’universo, l’avventura di essere al mondo?

“Tutto è magnifico paragonato al nulla”, dirà nella sua Autobiografia. E questo è anche il motivo per il quale egli ha avuto la libertà di scrivere di tutto, di dialogare con chiunque senza mai litigare perché, come diceva, la cosa brutta dei litigi è che interrompono le discussioni. Ha avuto la prontezza di spirito, perché del senno di poi si riempiono i mari, di affrontare e denunciare le riduzioni dell’umano del suo tempo quando invece molti si inchinavano a una persona che si chiamava Adolf Hitler. Già nel ’33 e nel ’36, Chesterton ha avuto la libertà di attaccarlo, quando si discettava con grande, buona educazione, di eugenetica o vivisezione umana, quando attaccava la famiglia, quando attaccava l’amore.

Chesterton ha avuto questa capacità di essere continuamente in prima linea. La domanda che vorrei fare oggi, e tentativamente cercare di fornire qualche elemento di risposta, è: cosa ha sostenuto il polso di Chesterton nel tenere puntata questa spada alla gola della modernità, sorprendendo, colpendo e interrogando persone diversissime da quelle che condividevano le sue opinioni? Perché Chesterton non è stato amato da chi la pensava come lui: ha colpito persone come Hemingway, ha colpito persone come Borges, ha fatto dire a un animo straziato, come quello di Kafka: “È così gioioso che verrebbe da dire che sia proprio vero, quello che dice Chesterton”.

Cosa ha permesso a quest’uomo di tenere il polso stretto intorno alla spada, fosse pure la penna con la quale ha vergato centinaia, migliaia di articoli, quello che gli ha permesso di viaggiare il mondo? Perché Chesterton ha raccontato ed espresso sempre, come tutti i grandi artisti, quello che innanzitutto è arrivato ed è stato consegnato alla sua vita, ci ha donato quello che gli è stato donato. Come ha detto giustamente e in maniera così profonda la professoressa Milbank, Chesterton non ha aggirato la coltre, il corridoio buio dello scetticismo, della negazione, della paura, anzi, ha dubitato di tutto, perfino della sua stessa esistenza.

È arrivato al punto di abbracciare le filosofie nichiliste di quando era ragazzo. Eppure, a 18 anni, sono parole della sua Autobiografia, “provò l’impulso interiore a ribellarsi”, provò a scuotersi di dosso questo buio che, non soltanto da fuori ma anche da dentro lui, sembrava stesse conquistando tutto, questa negazione radicale.

Ma cosa ha sostenuto questo suo moto di ribellione, e non l’ha fatto cadere? È sempre lui a raccontarlo: il fatto che questo moto del cuore, questa intuizione non sia stata lasciata alla propria capacità espressiva, ai propri sforzi, alla propria, per quanto immensa, genialità ma sia stata continuamente raggiunta, sostenuta e illuminata da qualcosa e da qualcuno che, da fuori, è arrivato a sostenere, valorizzare, confermare questa iniziale intuizione di bene.

Chesterton diceva che quando nasciamo c’è una sorta di primavera eterna, questa sorta di mattino eterno di quando si è bambini e le cose sono belle perché sono fresche, è come se conservassero i colori del primo giorno del mondo. Come si fa a conservare questo, quando si diventa grandi?

Chesterton lo racconta nella sua Autobiografia e in tanti altri luoghi: innanzitutto per quello che nella nostra vita è stato sedimentato, anche quando non ce ne accorgevamo. Chesterton ha iniziato a inoltrarsi nel mondo con una ipotesi positiva [...] anzitutto per il rapporto con suo padre, che non gli ha fatto tanti discorsi sul valore positivo dell’esistenza ma ha giocato con lui, amava fare le cose con lui, costruire dei teatrini, disegnare.

E Chesterton, nella sua Autobiografia, dirà: “Soltanto fare delle cose? Non si può dire cosa più grande di Dio stesso che il fatto che Egli faccia le cose”. È l’intuizione per cui, da bambino, una delle prime cose che Chesterton ha visto è stato un teatrino fatto con amore da un padre che era impiegato di banca, che gli ha permesso poi di guardare ogni giorno, riaprendo gli occhi, all’immenso teatrino del mondo, percependo anche lì che forse c’era davvero un altro Padre, ancora più grande, che quel teatrino di carta, fragile e bellissimo, lo ridisegna e lo tiene in piedi ogni giorno della sua vita.

E poi, gli incontri con gli scrittori che non ha mai visto personalmente – Dickens, Stevenson, Chauser, Dante, Shakespeare – e che, dice, “lo hanno aiutato e lo hanno sostenuto nella speranza”, perché erano “cantori di tutte le cose buone che sono sulla terra”, della bellezza di essere vivi.

E poi, ancora, l’incontro con sua moglie Frances, una donna che non soltanto pensava che Dio esiste ma viveva una vita conforme a questa certezza. E Chesterton, passo passo, ha iniziato a fare come faceva lei. E gli amici intelligenti e profondi, che avevano una visione della storia e del mondo completa, come il cattolico Hilary Belloc. Oppure l’incontro con padre O’Connor, il sacerdote che sarà all’origine di Padre Brown.

E guardate Padre Brown, la rappresentazione visiva di questo sacerdote che è un particolare quasi insignificante nel panorama dei personaggi che vengono raccontati nei suoi racconti: ha un’aria dimessa, è sempre molto impacciato, sembra essere fuori posto. Invece ha una capacità di penetrazione nel cuore dell’uomo di cui gli investigatori di professione, gli intellettuali, i filosofi che lo circondano, non dispongono. Padre Brown è la Chiesa per Chesterton, l’emblema di tutta quella trama di volti e rapporti che vi ho raccontato prima, il fatto che da fuori siamo raggiunti da Qualcuno che non ci guarda per quello che facciamo ma per quello che desideriamo.

Questo è ciò che racconta quella che secondo me è la vera controparte narrativa di Chesterton, il miglior amico – perché prima miglior nemico – di Padre Brown, l’enorme, immenso ladro gentiluomo Flambeau, che è l’avversario di Padre Brown nei primi 3, 4 racconti. E poi, ad un certo punto, cambia vita e diventa investigatore privato, mette il suo genio di ladro del crimine al servizio del fare giustizia.

Ad un certo punto, quando parla di sé di fronte ad un intellettuale che dice che i criminali vanno arrestati, che ci vogliono i metodi migliori della scienza per impedire loro di fare quello che fanno, e che invece i discorsi che fa Padre Brown sul desiderio e la libertà, sul cuore di ogni uomo, fosse pure il più tenebroso e il più depravato, non contano niente, Flambeau che nessuno sa essere il ladro ricercato, fa un passo avanti e dice: “C’è un criminale in questa stanza, sono io, sono Flambeau e la polizia di due emisferi mi sta dando ancora la caccia. Ho rubato per vent’anni con queste mie mani e sono sfuggito alla polizia con questi miei piedi. Spero ammetterete che le mie attività furono pratiche, come spero che ammetterete che i miei giudici e inseguitori trattavano davvero con il crimine. Credete che non conosca a fondo tutto ciò che riguarda i loro modi di reprimere il crimine? Non ho forse ascoltato i sermoni dei giusti e visto il freddo sguardo delle persone rispettabili? Non sono forse stato catechizzato con quello stile elevato e distaccato? Non mi è stato forse chiesto come fosse possibile per qualcuno cadere così in basso per farmi dire che nessuna persona decente avrebbe mai potuto nemmeno sognare una simile depravazione? Credete che tutto ciò che mi hanno fatto non mi ha causato altro che riso? Solo il mio amico qui (e indica Padre Brown) mi disse esattamente perché rubavo, e da allora non l’ho più fatto”.

Frasi che, fra l’altro, tanti immorali moralisti di oggi farebbero bene a meditare. Ma la cosa impressionante è che quello che Flambeau dice qui è quello che Chesterton dice di sé nella Autobiografia: “Ho trovato una sola religione capace di scendere con me nelle profondità di me stesso”, laddove l’uomo sperimenta, come Flambeau, che, per quanto siamo innamorati della vita, per quanto siamo innamorati di ciò a cui teniamo, siamo i primi a sciuparlo misteriosamente.

Qual è il dramma di Flambeau? Che da ladro gentiluomo sta diventando un brigante, sta diventando qualcuno che non soltanto ama così tanto le cose, da rubarle senza fare del male a nessuno ma sta iniziando a ingannare, a insozzare, a rovinare altri. E Padre Brown, che lo guarda per quello che desidera e non per quello che fa, è in grado di arrivare esattamente in quel punto di congiunzione e offrire a Flambeau e a Chesterton ciò di cui ogni uomo, da grande, ha bisogno per tornare bambino: il perdono! Cioè, un dono che ritorna ancora e ancora a sconfiggere il male fuori e dentro di noi.

Esattamente come, all’inizio della Divina Commedia, succede a Dante Alighieri. È questo – l’ultima cosa che voglio leggervi – che ha sostenuto la forza di Chesterton per tutta la vita, così come la racconta in una pagina che molti di voi avranno certamente gustato, meglio declamata, ieri sera, dalla Ballata del cavallo bianco. Mi permetto brevemente di recitarla perché, in filigrana, qui si può leggere tanto del percorso umano e quindi del dono che il pensiero e l’arte di Chesterton sono per il nostro tempo.

Nel cuore della battaglia, il manipolo dei cristiani si trova a un certo punto a fronteggiare un principe pagano vichingo che si è fatto incantare la propria lama da delle streghe e che, con questa lancia stregata, sta devastando il campo nemico. Tutti scappano tranne un italiano, Marco, un patrizio romano convertito, che invece tiene la linea e grida: “State fissi come un’aquila”, nella bellissima traduzione di Annalisa Teggi. “State fissi come un’aquila” gridò Marco “state saldi come le mura di Roma, avanti, nelle vostre case le luci si stanno spegnendo, cadono i frutti dai vostri rami”.

È il buio, vedete: “Proprio adesso il tuo vecchio tetto brucia, Gurt, ora il giorno del Giudizio sulla terra, ora il corpo a corpo con la morte”. Cosa succede? Che la maggior parte degli inglesi sono neoconvertiti dal paganesimo e quindi hanno una fede incerta, molto superstiziosa: di fronte alla magia nera iniziano ad allontanarsi e a scappare, perché quegli uomini mescolavano Dio con la magia, Dio, il miracolo che è la forza di un altro, con la magia, che invece è un potere, un calcolo. Mescolavano Dio con gli dei, con la torre e il vetro del mago.

A questo punto, Chesterton invece fa un inno al luogo e all’educazione che hanno forgiato lo sguardo di Marco: secondo me è una delle cose più belle sull’Italia che siano mai state scritte. Io poi vengo da Firenze, in cui questi versi hanno come un peso specifico; invece Marco proveniva “dalle città splendenti dove sempre nuovi dettagli si mostrano, dove l’uomo può raccontare e discutere”. E la sua fede era cresciuta su un terreno difficile, fatto di dubbio, di ragione e di menzogne scoperte, dove nessun’altra fede può crescere: “perché un credo che cresce tra mille credenze si disperde da un momento all’altro ma un credo che sorge nello scetticismo – ecco Chesterton – si fortifica come il ferro e si distingue”.

Marco non ha paura, uccide il principe e spezza la lancia, e il popolo cristiano improvvisamente grida: “Dio ha spezzato la lancia del male”. Un miracolo, per quanto sia stata una mossa umana. E a quel punto, Marco nuovamente grida: “Lancia in resta, a morte gli dei della morte! Sopra i troni dell’oscurità e del sangue”, sopra tutto ciò che c’è di male “corre Dio che è il bracciante buono e l’oro e il ferro, la terra e il legno, Egli li ama e li lavora”.

C’è Qualcuno che ama la realtà più ancora di quanto l’amiamo noi: “i frutti spuntano nelle vostre fattorie”, è un verso opposto a quello di prima, dove i frutti “cadevano”. “Le luci si accendono in ogni casa, il Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra, delle ruote, delle trame di ogni fattura, il Dio che ha costruito il tetto, il Dio che ha fatto la strada, il Dio che falcia i re come le querce, che scrive canti sopra le pelli, il Dio dell’oro e del vetro rovente confregit potentia arcum et scutum et gladium et bellum.

Che cosa succede? Che Marco, nel cuore della battaglia, si è messo a cantare i salmi di Re Davide, che raccontano che Dio non lascia solo il suo popolo e combatte con lui. “Acciaio e scintille si infransero su di lui, cavalli da battaglia e pugni”: tutti sembrano volerlo mettere a tacere, “ma tutti i re del mare vacillarono quando si sollevò il legno delle armi allo squillo della parola del romano, al rombo del salmo”.

Secondo me, questa è una immagine straordinaria anche di quello che è stato Chesterton nel ’900. Chesterton, nel ’900, è un uomo che si è messo, nel cuore delle nostre battaglie, a cantare il latino, cioè si è messo a cantare in nome di tutto ciò che amava e si è trovato addosso delle parole che erano le più adeguate. Non per un tradizionalismo o un  estetismo, ma perché erano le parole con le quali da migliaia di anni ci viene tramandata continuamente la perenne alleanza che c’è tra l’uomo e Dio, la certezza che ogni volta che l’uomo impugna la spada per combattere per ciò che ama, l’uomo regge la spada ma è Dio che regge il polso dell’uomo.

Grazie infinite.