Le diverse religioni (il senso religioso, la dignità dell'uomo, le religioni di un Dio impersonale, l'islam, l'ebraismo, le diverse confessioni cristiane) nella catechesi: prime linee per un approfondimento. File audio e antologia di testi di una lezione di Andrea Lonardo

- Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /08 /2015 - 14:34 pm | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito il file audio di una lezione di Andrea Lonardo su catechesi e presentazione delle religioni tenuta presso l’USMI di Roma il 13/7/2015. Per ulteriori file audio vedi la sezione Audio e video. Per approfondimenti. cfr. le diverse sotto-sezioni (ad esempio Islam) nella sezione Cristianesimo, ecumenismo e religioni.

Il Centro culturale Gli scritti (16/8/2015)

Le diverse religioni (il senso religioso, la dignità dell'uomo, le religioni di un Dio impersonale, l'islam, l'ebraismo, le diverse confessioni cristiane) nella catechesi: prime linee per un approfondimento. Parte I

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Le diverse religioni (il senso religioso, la dignità dell'uomo, le religioni di un Dio impersonale, l'islam, l'ebraismo, le diverse confessioni cristiane) nella catechesi: prime linee per un approfondimento. Parte II

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Le altre religioni e il Credo

(www.gliscritti.it FB Andrea Lonardo Canale Youtube Catechisti Roma)

Ein Avdat, la fonte di Isacco

Premessa

Una follia quello che mi è stato chiesto

1/ Una prospettiva: è Dio ad essere uguale in tutte le religioni o è l’uomo ad essere uguale (e questo e sufficiente per vivere in pace)?

da Laura Pausini, Il mondo che vorrei 
«Perché il cuore di chi ha un altro Dio è uguale al mio. Per chi spera ancora in un sorriso, perché il suo domani l'ha deciso ed è convinto che il suo domani è insieme a te». 

Nessun appartenente serio ad una religione diversa dal cristianesimo accetterebbe di dire che Dio è lo stesso, cfr. ad es. la critica coranica ai cristiani di essere “associazionisti” ed il rifiuto che un figlio si battezzi (e nemmeno un appartenente al cristianesimo direbbe che Dio è lo stesso!) 

Dire che Dio è unico, non vuol dire che la nostra fede in lui è la stesso, la forza dell’ovvietà! Il senso religioso dell’uomo è lo stesso

Dobbiamo cercare la verità su Dio, come sulla politica, sull’origine del mondo o sul bene di una questione morale

Il principio della libertà religiosa che deriva dalla critica agli idoli ebraica e dalla filosofia pagana: di religione si può e si deve discutere

Decalogo: Es 20,2-5 «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso

Socrate, nell’Eutifrone di Platone "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c).

La teologia protestante (e cattolica) Karl Barth mise in contrapposizione religione e fede, giudicando la prima in modo assolutamente negativo quale comportamento arbitrario dell'uomo che tenta, a partire da se stesso, di afferrare Dio. Dietrich Bonhoeffer ha ripreso questa impostazione pronunciandosi a favore di un cristianesimo "senza religione". Si tratta senza dubbio di una visione unilaterale che non può essere accettata. E tuttavia è corretto affermare che ogni religione, per rimanere nel giusto, al tempo stesso deve anche essere sempre critica della religione. (dal Messaggio del Papa emerito Benedetto XVI per l'intitolazione dell'Aula Magna ristrutturata Pontificia Università Urbaniana, 2014) 

Triplice atteggiamento cristiano:

- apprezzamento (semina Verbi) che può arrivare ad individuare elementi paradisiaci!

- critica (che può arrivare ad individuare elementi demoniaci!)

- attesa, apertura, e compimento in Cristo

Il che vuol dire anche che noi possiamo sentir parlare Dio tramite un uomo di Dio non cristiano! Lo SS soffia dove vuole

Altra faccia della medaglia: Cristo unico salvatore del mondo (per il solo fatto che è l’unico che non ha bisogno di essere salvato… anche San Francesco d’Assisi è un salvato e non il salvatore) e per questo Cristo amante di tutti!

2/ 3 mantra da rovesciare

1/ Primo mantra: è il cristianesimo che impedisce l’accoglienza degli immigrati

Ebbene no! E’ il disprezzo della religione che rende impossibile l’accoglienza… cfr. l’accusa di razzismo

2/ Secondo mantra: tutte le religioni sono uguali

Ebbene no! Sono diverse ed essendo diverse dobbiamo esser liberi di discutere di queste differenze e di mangiare poi una pizza insieme

Grande differenza: l’eliminazione della croce cfr. la questione del crocifisso nell’Islam

Per approfondimenti, cfr.

- I musulmani di fronte al mistero della croce: rifiuto o incomprensione?, di M. Borrmans (su www.gliscritti.it)

- Dobbiamo conoscere cosa viene insegnato su Gesù ai musulmani dai loro imam, altrimenti non potremmo capirci a scuola in una lezione di storia. I tre punti più importanti della missione di Gesù che vengono insegnati dall’Islam sono 1/ Gesù è venuto a ripetere che Allah è il vero Dio 2/ Gesù non è stato crocifisso: è stato elevato in cielo senza mai morire e la crocifissione sarebbe un’invenzione dei cristiani 3/ Gesù è stato mandato da Allah ad annunciare la venuta di Maometto, di Giovanni Amico (su www.gliscritti.it)

IV sura («Sura delle donne»), v. 157
gli ebrei di Medina, fra gli altri torti, sono accusati per aver detto: «"Abbiamo ucciso il Messia, Gesù figlio di Maria, l'Apostolo di Dio!", mentre non l'hanno ucciso né crocifisso, ma soltanto sembrò loro [di averlo ucciso]. In verità, coloro che si oppongono a [Gesù], sono certamente in un dubbio a suo riguardo. Essi non hanno alcuna conoscenza di [Gesù]; non seguono che congetture e non hanno ucciso [Gesù] con certezza». 

Il principio della libertà religiosa: di religione si può e si deve discutere

3/ terzo mantra: la conflittualità dipende dal petrolio, dall’economia, dai pesi ricchi, dal colonialismo

Ebbene no! Dipende dall’educazione che viene impartita nelle moschee (almeno in larga parte)

- il rapporto con la storia passata… cfr. crociate e “mezzalunate”… i copti sono arabi cristiani,

636 battaglia dello Yarmuk e definitiva conquista della Siria

637 dopo 4 mesi di assedio conquista di Gerusalemme (Maometto era morto nel 623)

da D. Cook, Storia del jihad, Einaudi, Torino, 2007, pp. 4-5
Più che una città, Medina era un agglomerato di piccoli villaggi e forti disseminati nell’oasi, politicamente divisi tra due tribù arabe politeiste (‘Aws e Khazraj) e tre tribù ebraiche più piccole: Banu Qaynuqa‘; Banu al-Nadir; Banu Qurayza. Muhammad e i mussulmani impiantarono la loro comunità all’interno di Medina e, nel giro di cinque anni, convertirono la popolazione tribale araba residente nel territorio.
Il jihad nacque in tale contesto, e le campagne per fare proseliti e assumere il dominio del territorio furono l’elemento centrale dell’attività della comunità negli ultimi nove anni di vita del Profeta. Muhammad avrebbe partecipato ad almeno ventisette campagne promuovendone altre cinquantanove: una media di non meno di nove campagne l’anno. Campagne che si possono suddividere in quattro gruppi:

  1. Le cinque battaglie dette «tematiche» di Badr (624), Uhud (625), del Fossato (627), Mecca (630), Hunayn (630) combattute per assicurarsi il dominio sulle tre principali aree d’insediamento del Higiaz: Mecca, Medina, al-Ta’if;
  2. Incursioni contro i beduini, per costringere le popolazioni tribali del luogo a sostenere, o perlomeno non attaccare i musulmani;
  3. Attacchi contro le tribù ebraiche per impadronirsi delle oasi in cui risiedevano;
  4. Due incursioni contro i bizantini a al-Mu‘ta (629) e a Tabuk (631) e la campagna guidata da Usama ibn Zayd (632) contro la Siria che, lungi dall’essere vittoriosa, indicò, tuttavia, la direzione delle conquiste musulmane negli anni successivi la morte del profeta (632).

Il quadro militare mostra in maniera inequivocabile l’importanza del jihad per la nascente comunità musulmana. Non a caso, molti tra i primi biografi del profeta Muhammad hanno denominato al-maghazi («le incursioni») i capitoli delle loro opere dedicati alla narrazione degli ultimi dieci anni della sua vita. 

5 secoli di dominazione turca sugli arabi (e 29 anni di dominio inglese dal 1917 al 1948)

N.B. Questo sia detto non per generare odio o per riavere indietro le terre, ma per non sentirci sempre colpevoli di tutti i danni esistenti nel mondo

La strage di Parigi. Il vero complesso di inferiorità dei fondamentalisti fragili e confusi, di Slavoj Zizek, da La Repubblica del 9/1/2015
Più i progressisti occidentali rovistano nel loro senso di colpa, più vengono accusati dai fondamentalisti islamici di essere ipocriti che cercano di nascondere il loro odio per l’islam
. Questa costellazione riproduce alla perfezione il paradosso del superego: più obbedisci a quello che l’Altro pretende da te, più ti senti colpevole. In pratica, più tollerate l’islam, più forte sarà la pressione su di voi […]

- il rapporto con gli ebrei (cfr. già l’Antico Testamento e poi la stima del “popolo eletto”)

- il rapporto con la modernità

Excursus: Il cristianesimo ha origini medio-orientali

Cfr., ad esempio, i copti

3/ Una prima grande differenza, Religioni del Dio personale e religioni di un Dio senza personalità e volto: le religioni dell’estremo oriente

3.1 Una visione teologica

da J. Ratzinger, Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena, 2003, pp. 32-47
Il panorama della storia delle religioni ci pone di fronte soprattutto a una scelta di fonda tra due vie [... ] parlerei di  “mistica dell’in-distinzione” e di “comprensione di Dio come persona”. In ultima analisi si tratta di vedere se il divino sia “Dio”, qualcuno che ci sta di fronte – così che il termine ultimo della religione, della natura umana, sia relazione, amore, che diventa unità (“Dio tutto in tutti”, 1Cor 15,28) ma che non elimina lo stare di fronte dell’“io” e del “tu” – o se il divino stia al di là della persona e il fine dell’uomo sia l’unirsi a e il dissolversi nell’Uno-tutto... [...] All’unità fusionale, con la sua tendenza al dissolvimento, dev’essere contrapposta l’esperienza personale: l’unità dell’amore è superiore all’ineffabile in-distinzione. [...] 

- eppure sempre l’esigenza che Dio abbia un volto! Cfr. i Bodhisattva ed, in particolare, Guanjin

- Fascino e rischi del buddismo in Occidente, di Luigi Turinese (su www.gliscritti.it )

- una questione teologica rilevente : il male è nell’assoluto, è in Dio, è nell’eterno ; cfr. nell’induismo la triade Brahma, Vishnu (con le 10 incarnazioni fra cui Krishna) e Shiva (fecondità fallica e distruzione)

3.2 l’altra faccia della medaglia: il mondo come apparenza

- la reincarnazione o metempsicosi

- l’inconsistenza della carne (cfr. la questione delle caste viste come colpa e quindi come transitorie e quindi come qualcosa a cui non ci si deve ribellare nell’induismo)

- il buddismo, la politica e la pace

- La teocrazia in Tibet: nascita e decadenza del ruolo politico del Dalai Lama nella storia. Appunti di L.d.Q. (su www.gliscritti.it )

- La teocrazia del Tibet buddista. Dal mito alla storia (articoli di Simonetta Cossu, Mario Rimini, Andrea B. Nardi, Marco Del Corona) (su www.gliscritti.it )

3.3 Il vissuto popolare delle diverse religioni…

cfr. ad esempio il politeismo dell’induismo popolare e la sua intolleranza

4/ Le religioni di un Dio che «parla» personalmente: Islam soprattutto ed, in parte, ebraismo, sono le religioni del Libro

Ebraismo, Cristianesimo, Islam : la certezza che l’uomo non può giungere a Dio, senza che egli non si riveli: la rivelazione «personale» di Dio

- grande differenza con le religioni di un dio non personale : lì un uomo che ha bisogno di spiritualità, ma non di un Salvatore, un uomo che si «salva» da solo

Nelle religioni «rivelate» l’inconoscibilità di Dio

1 Cor 120Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? 21Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione.

1 Cor 26Tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. 7Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. 8Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. 9Ma, come sta scritto:

Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano.

5/ Islam

5.1/Una visione teologica

- il monoteismo (ma un monoteismo post-cristiano): l’assoluta unicità e trascendenza di Dio: Dio non può rivelarsi oltre un Libro. La Parola è un libro, il Corano

- cfr. Dall’islam al cristianesimo: le conversioni di Ali Mehmet Mulla Zade, Mohammed Abd el-Jalil, Afif Osseiran ed il “mistero” del fascino cristiano, di Maurice Borrmans (su www.gliscritti.it )

5.2/ la grande questione ermeneutica (qual è la corretta interpretazione dell’Islam)

-una crisi interna all’islam; c’è chi dice che ad ogni cristiano ucciso dagli integralisti corrispondono 1000 musulmani uccisi da loro… la grande questione delle donne

- il Corano e la sua trasmissione

Cfr. Un caso emblematico per comprendere l'Islam odierno ed i suoi dilemmi: la vicenda della condanna del professor Abu Zeid in Egitto. Appunti dalla rivista Civiltà Cattolica (su www.gliscritti.it )

- il Corano e le Scritture ebraico-cristiane

- il Corano e la successione delle Sure: dalle prime alle ultime in senso cronologico

- il Corano e la tradizione orale degli hadîth

Hadith: “Fatto”, più particolarmente “parola” attribuita a Muhammad. L’insieme di queste tradizioni, i “detti” trasmessi dai “Compagni”, è stato materia di raccolte a partire dall’inizio dell’VIII secolo. Sei fra queste, composte nel IX secolo, sono considerate canoniche in ambito sunnita: esse sono alla base della sunna fondata sul comportamento di Muhammad. Il testo o matn di un hadith è sempre preceduto dalla “catena dei trasmettitori”, denominata isnad, che lo rende più o meno valido (Hadith, in D.Sourdel-J.Sourdel-Thomine, Vocabolario dell’Islam, Città aperta, Troina, 2005, pagg.83-84).

La più illustre raccolta canonica degli hadith è il Sahih di al-Bukhari, composto nel IX secolo d.C. Al-Bukhari, di origine iranica, nato intorno all’810 d.C., peregrinò 16 anni per raccogliere questi detti attribuiti al Profeta. Il muhaddith al-Bukhari morì intorno all’870. Anche il Sahih di Muslim (morto nell’875) gode di grande autorità. Seguono poi le raccolte di Abu Dawwud, (morto nell’889), di Ibn Maga (morto nell’896), di al-Nasa’i (morto nel 915) e di al-Tirmidhi (morto nell’892); sono da ricordare, infine, quelle di Ahmad ibn Hanbal (morto nell’855) e di Malik ibn Anas (morto nel 795). Le tradizioni sulle vicende bibliche narrate negli hadith sono ritenute veritiere dall’esegesi islamica tradizionale. Ad esempio, nella raccolta di al-Bukhari è narrata la vicenda del viaggio alla Mecca di Abramo, Agar ed Ismaele, con le loro peripezie e la narrazione dell’origine dei rituali meccani, come la corsa che si svolge sette volte fra Safa e Marwa e la venerazione della fonte miracolosa di Zamzam.
Alcune tradizioni conservate dagli hadith si riferiscono al ritorno di Gesù come Messia (al-masih) alla fine dei tempi. Se già il Corano parla del ritorno di Gesù al momento del giudizio (Sura 43,61: «Ed egli non è che un presagio dell’Ora») gli hadith precisano ulteriormente: «Giuro su Dio che Gesù discenderà dal cielo e sarà giudice equo, distruggerà la croce, ucciderà i maiali, toglierà la tassa ai non musulmani, lascerà andare le cammelle più giovani, ma nessuno se ne interesserà; spariranno invece l’odio, la gelosia e l’invidia e quando egli chiamerà la gente a prendere ricchezze, nessuno lo farà».

- cfr. Il Corano e la Tradizione. Valore e interpretazione degli insegnamenti della prima generazione musulmana, di Michel Cuypers (su www.gliscritti.it)

Es. il Corano accetta che si beva vino ed insieme lo nega: che fare?

Sura II, La giovenca

219. Ti chiedono del vino e del gioco d'azzardo. Di'*: “In entrambi c'è un grande peccato e qualche vantaggio per gli uomini, ma in entrambi il peccato è maggiore del beneficio!”. E ti chiedono: “Cosa dobbiamo dare in elemosina?”. Di': “Il sovrappiù”. Così Allah vi espone i Suoi segni, affinché meditiate

*[Ad Allah (gloria a Lui l'Altissimo) piacque che il Corano scendesse sul Suo Inviato (pace e benedizione su di lui), in un arco di tempo lungo ventitrè anni. Si trattava infatti di costruire una comunità di credenti che avesse in sé doti di solidità e di coesione eccezionali. Il dato di partenza era davvero infimo. La maggior parte degli arabi della jahiliya (lett. l'ignoranza, la condizione dell'uomo prima che gli giunga la luce della Parola di Allah) avevano stili di vita ed etiche personali particolarmente discutibili. L'abuso di alcool era diffuso e riguardava anche il notabilato delle città. Nella Sua Lungimiranza e Magnanimità Allah (gloria a Lui l'Altissimo) formulò per gradi la Sua legge a proposito dell'ebbrezza. In questa prima “comunicazione” attira l'attenzione sulla nocività spirituale del vino (e del gioco d'azzardo). Poi in IV, 43 rende incompatibile la condizione dell'ubriachezza con quella necessaria per assolvere all'orazione. Infine con il vers. 90 e 91 della sura V, venne decretato il divieto nella maniera più netta; di conseguenza, i credenti si astennero immediatamente dal consumo di bevande alcoliche]

Sura IV, 43, Le donne
43. O voi che credete! Non accostatevi all'orazione se siete ebbri* finché non siate in grado di capire quello che dite; e neppure se siete in stato di impurità* finché non abbiate fatto la lavanda (a meno che non siate in viaggio). Se siete malati o in viaggio, o se uscite da una latrina, o avete avuto rapporto con le donne e non trovate acqua, fate allora la lustrazione pulverale* con terra pulita, con cui sfregherete il viso e le mani. In verità Allah è indulgente, perdonatore.

*[“Con questo versetto si ha la fase intermedia della proibizione del consumo di bevande alcoliche nell'Islàm. La prima fase (disapprovazione) avvenne con in II, 219 (vedi anche la nota), l'ultima (divieto assoluto) con i verss. 90-91 della sura V] 

Sura V, La tavola imbandita
90. O voi che credete, in verità il vino, il gioco d'azzardo, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie, sono immonde opere di Satana. Evitatele, affinché possiate prosperare.* *[ Con questo versetto si conclude la rivelazione coranica a proposito degli alcolici, (vedi II, 219 e IV, 43)]

91. In verità col vino e il gioco d'azzardo, Satana vuole seminare inimicizia e odio tra di voi e allontanarvi dal Ricordo di Allah e dall'orazione. Ve ne asterrete?

Es. la violenza

da Cento domande sull’islam. Intervista a Samir Khalil Samir, a cura di Giorgio Paolucci e Camille Eid, Marietti 1820, Genova, 2002, pp. 34-39
Le parole islām e salām derivano effettivamente dalla stessa radice, ma non hanno un contatto diretto. Mi spiego: la radice s-l-m in arabo, come sh-l-m in ebraico e in tutte le lingue semitiche, significa "essere sano", "essere in pace" e c'è un legame semantico tra pace, salvezza, salute, eccetera. Salām, in arabo, significa pace, salāma significa salute, islām significa sottomissione. La parola islām deriva dal verbo aslama, che vuol dire "sottomettersi" o "abbandonarsi a"; l'islām è quindi l'atto di abbandonarsi o di sottomettersi, si sottintende a Dio, ma non significa "mettersi in stato di pace", anche se qualcuno può, con motivazioni spirituali, aggiungere questo significato non etimologico.

da D. Sourdel – J. Sourdel-Thomine, Vocabolario dell'islam, Città aperta, Troina, 2005, pp. 115-116, voce Jihâd.
JIHÂD – “Lotta”, nel significato originale. – Indicò innanzitutto, nei trattati di diritto religioso o fiqh, lo “sforzo di guerra” che doveva essere intrapreso contro gli infedeli o kâfir, in nome della Legge o sharî'a, per far trionfare la vera religione. Di qui il senso di “guerra legale”, piuttosto che “guerra santa”, decisa dal capo della comunità, ossia da un califfo che governa realmente o da uno dei suoi rappresentanti, l’emiro o, più tardi, il sultano. – Si tratta dunque di un “dovere collettivo” o fard kifâya e non individuale, destinato ad assicurare l’espansione dell’islam in quanto religione universalista e che istituisce uno stato di guerra permanente con i territori non musulmani chiamati dâr al-harb, nei confronti dei quali solo una forma di tregua o hudna, e non una pace durevole, può essere consentita. – Spiega le diverse imprese militari che hanno assicurato l’ampliamento del mondo musulmano, a partire dalla vittoria o fath di Muhammad sugli abitanti della Mecca che seguì le sue diverse battaglie e spedizioni o maghâzi, e l’epoca delle grandi conquiste che si svolsero subito dopo la sua morte. – Più o meno regolarmente osservato in seguito, dal 1914 non è più stato decretato ufficialmente ma in epoca contemporanea viene spesso intrapreso da gruppi di combattenti indipendenti. – A partire dal X secolo, alcuni autori avevano modificato il senso del termine vedendovi solamente un combattimento difensivo (per esempio contro i Franchi e i Mongoli) o una lotta contro l’eresia. – I sufi sono giunti a interpretarlo come una lotta contro le passioni. Da qui le espressioni jihâd maggiore per lo sforzo interiore e jihâd minore per quello guerresco

Cfr. anche i 4 califfi delle origini

Al-Tayeb imam al Cairo all’Università al-Azhar dopo il rogo del pilota giordano
Corano 7,124 : «Vi farò tagliare mani e piedi alternati, quindi vi farò crocifiggere tutti».

Sura della Vacca 2,256: “Non vi sia costrizione nella religione! La retta via ben si distingue dall’errore”.
Sura di Giona 10,99-10: “Se il tuo Signore l’avesse voluto, tutti gli abitanti della terra avrebbero creduto. E tu vorresti costringere gli uomini a diventar credenti? Nessuno può credere senza il permesso di Dio”.
Sura della Caverna 18,29: “Di’: La verità viene dal vostro Signore: chi vuole creda, chi non vuole non creda”.

Sura del Pentimento 9,74: “Giurano per Dio di non aver detto nulla, eppure hanno parlato da miscredenti e dopo aver abbracciato l’islam l’hanno rinnegato. Hanno cercato di attuare un piano che non è loro riuscito, e se l’hanno poi sconfessato è stato solo perché Dio, insieme al suo Messaggero, li ha arricchiti dei suoi favori. Se si convertiranno, sarà meglio per loro; se invece volteranno le spalle, Dio li punirà con un castigo doloroso in questo mondo e nell’altro; e qui in terra non avranno patroni né difensori”.

Sura della Vacca 2,191-193. Ecco cosa dice: “Uccideteli ovunque li incontriate e scacciateli da dove hanno scacciato voi, poiché la sovversione, fitnah, è peggiore dell’uccisione. Non combatteteli però presso il Sacro Tempio, a meno che non vi attacchino per primi: in tal caso, uccideteli. Ecco la ricompensa dei miscredenti! Ma se desistono, sappiate che Dio è indulgente e misericordioso. Combatteteli dunque finché non ci sia più sovversione, e la religione sia quella di Dio. Se desistono, non ci siano più ostilità se non contro gli iniqui”.

hadith di Awza’i, numero 1354: “A proposito della donna, se si separa dall’islam, deve essere uccisa”.

hadith di ‘Ikrimah: “Chi cambia religione, uccidetelo”.

Sura IX Il pentimento, 29. Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo*, e siano soggiogati.

*[“il tributo” (jizya): è il tributo di capitolazione con il quale giudei e cristiani riconoscevano lo Stato islamico. Il pagamento della “jizya” conferiva loro lo status di “dhimmîy” (protetti) e con il quale ottenevano il diritto di vivere in pace e in sicurezza nello Stato islamico. Ai tempi del Profeta, l'ammontare della “gizya” annua era pari a dieci dirham (circa 30 grammi d'argento) per ogni uomo adulto (donne, bambini, schiavi e poveri erano comunque esenti) e corrispondeva a dieci giorni di mantenimento alimentare]

Le correnti salafite dell’Islàm, di Laurent Basanese. Appunti di Andrea Lonardo (presentazione di un articolo di padre Laurent Basanese S.J., Le correnti salafite dell’Islàm, pubblicato su La Civiltà Cattolica, Anno 163, quaderno 3899, 1° dicembre 2012, pp. 425-438)
«Con il salafismo affrontiamo una questione interna ai musulmani, ma che riguarda tutti: la questione del «vero» islàm. I salafiti pretendono di predicare quello che essi chiamano l'islàm delle origini, oppure un islàm corretto dalle «deviazioni» professate dalle altre correnti religiose. Esso si presenta così come l'unica forma legittima e autentica di pratica religiosa: un argomento, questo, al quale i giovani, convertiti o no, non sono insensibili. Infatti, come indica la sua etimologia, il salafismo intende tornare alle fonti della religione, prendendo come punto di riferimento supremo il comportamento dei primi musulmani dell'Arabia del VII secolo - «i pii antenati», al-salaf al-sālih, secondo l'espressione in uso -, che sono considerati dagli studiosi musulmani come coloro che hanno compreso e applicato meglio l'islàm e i suoi insegnamenti. Secondo i musulmani salafiti, è anzitutto la sunna, la tradizione o la via tracciata da Maometto, e non l'esercizio della ragione individuale, che deve essere utilizzata per interpretare il Corano[1]: il libro sacro deve essere compreso alla luce di tutto ciò che Maometto ha potuto dire, fare o tacere per spiegare ai suoi contemporanei il senso del testo. L'osservanza della sunna potrebbe, in un certo senso, essere chiamata «l'imitazione di Maometto». È la sunna che incarna le prescrizioni contenute nel Corano. Ad esempio, il Corano richiede al credente di dedicarsi alla preghiera, ma è la pratica del Profeta dell'islàm che consente di conoscere il numero o l'orario delle preghiere, come pure le prostrazioni necessarie per il loro compimento. Parimenti, per le questioni sulle quali il Corano non si pronuncia, è la sunna che deve guidare il comportamento dei credenti. La grandissima importanza data allo «stile» di Maometto è una delle principali caratteristiche del salafismo. Ma quando anche le tradizioni tacciono su una determinata questione, allora si deve ricorrere al modo di fare dei «compagni» (al-sahāba) del Profeta, a partire dai primi quattro califfi e dai più antichi studiosi dell'islàm (vissuti nel 632-661). Infine, ci si può riferire alla generazione seguente, quella dei «successori» (al-tābi'īn) e dei loro immediati discepoli, e mettere in luce, grazie a questo corpus così ampio, norme di comportamento valide in ogni luogo e in ogni tempo. Per i salafiti, le generazioni successive si sono allontanate dal vero islàm e la religione musulmana è entrata in un lungo periodo di decadenza, che continua ancora oggi. Per ristabilire la «gloria dell'islàm» dei primi secoli, occorre ritornare, secondo loro, alla «vera credenza» e alle pratiche autentiche dei pii antenati. Convinti di appartenere a una comunità di avanguardia, essi si sono attribuiti il compito di ripristinare la credenza musulmana primitiva e autentica, emendando la pratica religiosa dai suoi particolarismi locali e dalle «innovazioni» (bid'a), che avrebbero alterato, nel corso dei secoli, l'islàm originario. Per questo i salafiti sono in disaccordo totale con quella che essi definiscono «la sequela cieca» delle scuole giuridiche dell'islàm sunnita, che tuttavia hanno plasmato fortemente la storia religiosa delle società musulmane[2]».

«Al di là della centralità riconosciuta al Corano e alla sunna, il credo salafita è il prodotto di molti secoli di contributi di teologi, i più importanti dei quali sono Ibn Hanbal (IX secolo), Ibn Taymiyya (XIV secolo) e Ibn 'Abd al-Wahhab (XVIII secolo). In effetti, anche se i salafiti sono caratterizzati da orientamenti culturali, sociali e politici molto diversi, tutti però si riferiscono alla stessa tradizione dottrinale, quella della scuola neo-hanbalita, promossa nel XIV secolo da Ibn Taymiyya e riscoperta nel XIX secolo, quando è stato creato il Regno dell'Arabia Saudita. Sebbene negasse di voler fondare una nuova corrente e pretendesse soltanto di spiegare il vero islàm, Ibn Hanbal (morto nell'855) resta il fondatore di una scuola giuridico-teologica pienamente riconosciuta nel sunnismo[3]. Secondo lui, si deve dire di Dio soltanto ciò che è scritto nel Corano, o ciò che Maometto spiega nella sunna: il testo del Corano deve essere accettato così com'è, senza cercare di interpretare allegoricamente le espressioni ambigue, e senza porre domande. Se, per quanto riguarda il diritto musulmano, l'influsso di questa scuola fu limitato praticamente alla penisola arabica, il suo pensiero teologico, semplice e vigoroso, è invece molto più esteso. Nel XIV secolo, la scuola hanbalita è attraversata da due correnti che si ritrovano ancora oggi nel salafismo: una corrente ascetica, che consiste nell'evitare tutto ciò che non è chiaramente definito come haram (proibito) o halal (lecito), e nello sfuggire a qualsiasi forma di contaminazione con il mondo dei kuffār(empi); e una corrente attivista, ben illustrata dalla figura di Ibn Taymiyya (1263-1328). Il damasceno Ibn Taymiyya ammira il rispetto scrupoloso dell'islàm originario e il grande coraggio che Ibn Hanbal ha manifestato di fronte al potere politico-religioso del suo tempo[4]. D'altra parte, egli stesso si presenta come un nuovo Ibn Hanbal, e come un teologo che non appartiene a nessuna scuola tradizionale del sunnismo. Egli dice, a proposito di uno dei suoi libri: «Ho riferito solo il dogma dei pii antenati; l'imam Ibn Hanbal non ha in questo nessuna posizione privilegiata». Verso il 1300, all'epoca delle invasioni mongole della Siria, Ibn Tyamiyya predica la guerra santa (jihad), nonostante gli invasori si siano convertiti all'islàm. Secondo lui, non basta nascere, definirsi musulmani, o confessare l'unicità di Dio e Maometto come suo messaggero, per essere riconosciuti come «veri musulmani»: bisogna «imitare», cioè obbedire a Dio e obbedire al suo messaggero; fare ciò che Dio ama e gradisce; evitare ciò che lui o il suo messaggero hanno proibito; essere amico dei suoi amici e nemico dei suoi nemici; comandare ciò che è conveniente, e proibire ciò che è detestabile; combattere contro i miscredenti e gli ipocriti, con il cuore, le mani e la lingua. La dottrina della guerra santa, ampiamente sviluppata nella sua opera e considerata persino superiore al pellegrinaggio alla Mecca, sarà ripresa dall'islamismo radicale nei nostri giorni. Se Ibn Taymiyya aveva tolto a una popolazione non araba da poco convertita all'islàm - i mongoli - la qualifica di musulmani, uno dei suoi grandi lettori nell'Arabia del XVIII secolo, il predicatore Ibn 'Abd al-Wahhab (1703-92), accuserà i suoi correligionari di ricadere nell'«ignoranza pre-islamica», perché non conoscono veramente la loro religione. La sua teologia consiste essenzialmente in una visione esclusivista dell'unità di Dio: se Dio è unico, allora, come affermava Ibn Taymiyya, le manifestazioni di pietà popolare, come la visita alle tombe per chiedere l'intercessione di un santo, fanno progredire l'empietà a scapito della vera credenza. Il wahhabismo - che prende il nome dall'opera di Shaykh al-Wahhab - si presenta dunque come un movimento di purificazione religiosa. Le idee di questo pensatore sulla religione sarebbero potute rimanere marginali, se egli non fosse stato sostenuto politicamente da Muhammad Ibn Saud, il capo di una piccola oasi nei pressi dell'attuale città di Riyad[5]. Dopo che i due uomini conclusero un patto tra loro nel 1744, i Saud difesero la dottrina dello sceicco al-Wahhab, mentre le autorità religiose wahhabite legittimarono da parte loro il potere politico dei Saud. I rapporti furono caratterizzati da un misto di cooperazione, tensione e opposizione, che spiega il paradosso tra la permanenza del wahhabismo, noto per la sua rigidità teologica, e i compromessi successivi che esso ha dovuto fare con l'istituzione politica per la difesa della dottrina e del suo potere nel Regno dell'Arabia Saudita».

Oggi il salafismo può esser diviso in tre grandi correnti:

«In effetti, oggi il salafismo copre un ampio spettro di posizioni ideologiche, che vanno dalla corrente quietista, socialmente conservatrice e non impegnata politicamente, alla corrente rivoluzionaria, che promuove azioni dirette con accenti da terzomondismo, passando per la corrente politica, che gestisce o che contesta.  Così non tutte le forme di salafismo sostengono il jihad: ad esempio, i teologi salafiti dell'Arabia Saudita si oppongono al jihadismo in alcune parti del mondo, ritenendo che esso provenga dall'azione terroristica e non da una vera guerra santa[6]».

6/ Ebraismo

6.1 Una visione teologica

«I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29). Questa famosa affermazione con la quale S. Paolo spiegava ai Romani che l’amore di Dio per il popolo ebraico non era cessato fu fatta propria dal papa Giovanni Paolo II che la ripeté nella sua storica visita alla sinagoga di Roma il 13 aprile 1986.
Siamo tutti consapevoli che, tra le molte ricchezze di questo numero 4 della dichiarazione Nostra Aetate, tre punti sono specialmente rilevanti...

Il primo è che la Chiesa di Cristo scopre il suo “legame” con l’ebraismo “scrutando il suo proprio mistero”. La religione ebraica non ci è “estrinseca”, ma in un certo qual modo, è “intrinseca” alla nostra religione. Abbiamo quindi verso di essa dei rapporti che non abbiamo con nessun altra religione: Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori.

Il secondo punto rilevato dal concilio è che agli ebrei come popolo, non può essere imputata alcuna colpa atavica o collettive, per ciò “che è stato fatto nella passione di Gesù”. Non indistintamente agli ebrei di quel tempo, non a quelli venuti dopo, non a quelli di adesso. E’ quindi inconsistente ogni pretesa giustificazione teologica di misure discriminatorie o, peggio ancora, persecutorie. Il Signore giudicherà ciascuno “secondo le sue opere”, gli ebrei come i cristiani.

Il terzo punto che vorrei sottolineare nella dichiarazione conciliare è la conseguenza del secondo; non è lecito dire, nonostante la coscienza che la Chiesa ha della propria identità, che gli ebrei sono “reprobi o maledetti”, come se ciò fosse insegnato o potesse venire dedotto dalle Sacre Scritture, dell’Antico come del Nuovo Testamento. Anzi, aveva detto prima il concilio, in questo stesso brano della Nostra Aetate, ma anche nella costituzione dogmatica Lumen Gentium, citando san Paolo nella lettera ai Romani, che gli ebrei “rimangono carissimi a Dio”, che li ha chiamati con una “vocazione irrevocabile”.   

Per la Chiesa si conserva “intatto”, poiché esso ha un’apertura, attende il Messia!

Enorme il contributo della lettura ebraica della Scrittura: l’esegesi dei rabbini è interessantissima

- esiste un’asimmetria con l’ebraismo: l’ebraismo è necessario per noi cristiano, mentre noi non siamo necessari per l’ebraismo

Certo l’ebraismo resta aperto ad un compimento (quando il Dio unico sarà annunziato a tutti i popoli? Cfr. oracoli dei profeti in cui tutti avranno la Legge del Signore). E’ evidente il paradosso: c’è l’affermazione di un Dio unico, ma non l’annuncio di questo Dio a tutti perché si convertano e credano!

Eppure questo, per la visione ebraica, non è da identificarsi con il cristianesimo, ma è più oltre, deve ancora venire. Esiste però un varco, un’apertura

6.2 alcune questioni

Torah scritta e Torah orale

i precetti: le 613 mizvoth

il valore delle mizvoth (comandi): segno e rischio

tre esempi: le benedizioni, la Kasheruth, l’obbligo di trascrivere la Torah

da Berakhoth. Introduzione alle benedizioni, Carucci editore, Roma, 1980, p. 14
«Benedetto Tu o Signore Dio nostro Re del Mondo, che hai creato l’uomo con sapienza, e vi hai creato fori e canali. È chiaro e noto davanti al Tuo trono che se uno di questi si chiudesse o si aprisse nessuna creatura potrebbe resistere neppure per poco tempo. Benedetto Tu o Signore, medico di ogni creatura e meraviglioso artefice».
La formula in pratica esprime gratitudine per il buon funzionamento della macchina perfetta del corpo umano, di cui tuttavia si riconosce la precarietà e l’impotenza, nei riguardi della forza divina.

- D. Neuhaus, Qui est qui? Russes et juifs en Israël aujourd'hui, in “Proche-Orient chrétien”, 58 (2008), pp. 21-58.

- D. Neuhaus, L'ideologia ebraico-cristiana e il dialogo ebrei-cristiani. Storia e teologia, di D.Neuhaus S.J. (su www.gliscritti.it )

- D. Neuhaus, Il dialogo ebraico-cristiano a Gerusalemme (su www.gliscritti.it )

- Sito dei cattolici di lingua ebraica in Israele: www.catholic.co.il/

7/ Ecumenismo

La differenza fra ecumenismo e dialogo fra le religioni

i 3 grandi principi dell’ecumenismo: Incarnazione, Trinità e Battesimo

- ciò che ci unisce è più grande di ciò che ci divide

Giovanni Paolo II, Ut unum sint 20. [...] L'ecumenismo, il movimento a favore dell'unità dei cristiani, non è soltanto una qualche "appendice", che s'aggiunge all'attività tradizionale della Chiesa. Al contrario, esso appartiene organicamente alla sua vita e alla sua azione e deve, di conseguenza, pervadere questo insieme ed essere come il frutto di un albero che, sano e rigoglioso, cresce fino a raggiungere il suo pieno sviluppo.
Così credeva nell'unità della Chiesa Papa Giovanni XXIII e così egli guardava all'unità di tutti i cristiani. Riferendosi agli altri cristiani, alla grande famiglia cristiana, egli constatava: "È molto più forte quanto ci unisce di quanto ci divide". Ed il Concilio Vaticano II, da parte sua, esorta: "Si ricordino tutti i fedeli che tanto meglio promuoveranno, anzi vivranno in pratica l'unione dei cristiani, quanto più si studieranno di condurre una vita conforme al Vangelo. Pertanto con quanta più stretta comunione saranno uniti col Padre, col Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potranno accrescere la mutua fraternità". 

quindi, ad esempio, i Testimoni di Geova non sono cristiani!

7.1/ L’ortodossia

7.2/ Gli anglicani

7.3/ Gli altri protestanti

la grande questione della tradizione, la Sola Scriptura?

da S. & K. Hahn, Roma dolce casa, Ares, Milano, 2012
Scott Hahn, pp. 51-54 Scoprii che san Paolo non aveva mai scritto da nessuna parte che siamo salvi solo con la fede. Il sola fide non era biblico! Ero così eccitato per questa scoperta. Ne parlai con alcuni amici, che furono sorpresi di constatare quanto fosse sensata. Poi un amico mi fermò e mi domandò se sapevo chi altri insegnava la giustificazione in questo modo. Gli risposi di no, e lui mi disse che il dr. Norman Shepherd, un professore del Westminster Theological Seminary (il più rigoroso dei seminari presbiteriani calvinisti in America) stava per affrontare un processo per eresia, per aver dato della salvezza la stessa interpretazione che davo io.
Telefonai al professor Shepherd e parlai con lui. Mi disse che era accusato di insegnare tesi contrarie all'insegnamento della Bibbia, di Lutero e di Calvino. Ascoltandolo mentre spiegava le sue posizioni, pensai: ehi, quello che dico io è proprio questo.
Ora, a molte persone questo fatto potrà non sembrare tale da provocare una crisi; ma per una persona imbevuta di teologia protestante, e convinta che il cristianesimo fosse tutto imperniato sul sola fide,questa scoperta aveva un valore immenso. Mi ricordai che uno dei miei teologi preferiti, il dr. Gerstner, aveva dichiarato una volta in classe che se i protestanti avessero avuto torto sul sola fide,e se la Chiesa cattolica avesse avuto ragione a sostenere che siamo giustificati dalla fede e dalle opere, il giorno dopo si sarebbe messo in ginocchio davanti al Vaticano a fare penitenza. Sapevamo tutti, ovviamente, che la sua era solo una frase retorica detta per far colpo; ma ci impressionò molto. In effetti, tutta la riforma protestante derivava da questa sola differenza.
Lutero e Calvino avevano spesso asserito che questo era il punto su cui la Chiesa di Roma rimaneva in piedi o crollava. E questo era il motivo per cui, secondo loro, essa era caduta, e il protestantesimo era sorto dalle sue ceneri. Il sola fide era il principio essenziale della Riforma: e io stavo persuadendomi che san Paolo non lo aveva mai insegnato.
Nella Lettera di Giacomo (2,24), la Bibbia insegna: «Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede». Inoltre, nella Prima lettera ai Corinzi (13,2), san Paolo dice: «e se avessi [...] la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla». Fu per me una trasformazione traumatica dire che adesso pensavo che, su questo punto, Lutero avesse fondamentalmente torto. Per sette anni Lutero era stato la mia principale fonte di ispirazione e di potente proclamazione della Parola di Dio. E questa dottrina era il fondamento logico di tutta la riforma protestante. 

Kimberly Hahn, pp. 65-67 Lutero dichiarava che un uomo non è giustificato dalla fede e dall'amore, bensì solo dalla fede. Si spinse addirittura fino ad aggiungere la parola «solo» dopo la parola «giustificato» nella sua traduzione tedesca della Lettera ai Romani (3,28), e definì la Lettera di Giacomo una «lettera di paglia», perché Giacomo (2,24) dichiara esplicitamente: «Vedete che l'uomo viene giustificato in base alle opere, e non soltanto in base alla fede». Di nuovo, e per noi abbastanza stranamente, la Chiesa cattolica aveva ragione su un punto fondamentale: essere giustificati significa essere figli di Dio ed essere chiamati a vivere la vita mediante la fede che si esprime nell’amore.

Scott Hahn, pp. 79-82 Dopo l'esposizione, mi pose una domanda enorme e paralizzante, che non avevo mai sentito fare prima. Disse: «Professor Hahn, lei ci ha mostrato che il sola fide non è biblico, e che il grido di battaglia della riforma protestante è errato, se lo si confronta con le lettere di Paolo. Come lei sa, l'altro grido di battaglia della Riforma era il sola Scriptura:la nostra autorità è solo la Bibbia, e non il Papa, non i concili della Chiesa né la sua Tradizione. Professore, dov'è che la Bibbia insegna che la nostra autorità è solo la Bibbia?».
Lo guardai, e mi vennero i sudori freddi.
Non avevo mai sentito fare questa domanda. In seminario mi ero creato la reputazione di essere un rompiscatole alla Socrate, uno che faceva sempre le domande più difficili: ma questa non mi era mai capitata.
Risposi come avrebbe risposto qualsiasi professore colto impreparato: «Che domanda stupida!». Ma non appena quella frase mi uscì di bocca, mi bloccai: avevo giurato che, quando fossi diventato professore, non avrei mai detto quelle parole.
Lo studente, però, non si lasciò intimidire: sapeva che non era una domanda stupida. Mi guardò dritto negli occhi e mi disse: «Mi dia solo una risposta stupida».
Risposi: «Prima leggerei Matteo 5,17. Poi leggerei la Seconda lettera a Timoteo 3,16-17: "Tutta la Scrittura infatti è ispirata da Dio e utile per insegnare, convincere, correggere e formare alla giustizia, perché l'uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona". Poi potremmo vedere che cosa dice Gesù sulla tradizione in Matteo 15».
La sua risposta fu penetrante. «Ma professore, Gesù non stava condannando tutta la tradizione in Matteo 15, ma solo la tradizione corrotta. Quando la Seconda lettera a Timoteo 3,16 dice che è utile "tutta la Scrittura", non dice che è utile "solo la Scrittura". Sono essenziali anche la preghiera, l'evangelizzazione e molte altre cose. E che cosa pensa della Seconda lettera ai Tessalonicesi 2,15?».
«Già, la Seconda lettera ai Tessalonicesi 2,15», risposi debolmente. «Che cos'è che dice?».
«Paolo dice ai Tessalonicesi: "Perciò, fratelli, state saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso così dalla nostra parola come dalla nostra lettera"».
Replicai in fretta: «John, guarda che stiamo andando fuori tema. Adesso proseguiamo; poi su questo argomento ti dirò qualcosa la settimana prossima».
Vidi bene che non era soddisfatto. Non lo ero nemmeno io. Quella notte, mentre guidavo in autostrada, guardai in alto, verso le stelle, e dissi gemendo: «Signore, che cosa sta succedendo? Dov'è che la Scrittura dice sola Scriptura?».
Erano due i pilastri su cui i protestanti basavano la loro rivolta contro Roma: uno era già crollato, l'altro stava tremando. Avevo paura.
Studiai tutta la settimana. Non conclusi niente. Telefonai a qualche amico. Non feci alcun progresso. Alla fine, telefonai a due dei migliori teologi americani, e anche a qualcuno dei miei ex-insegnanti. Quelli che consultai erano sconvolti dal fatto che ponessi loro una simile domanda. Ed erano ancora più sbalorditi perché non ero soddisfatto delle loro risposte.
A un professore chiesi: «Forse soffro di amnesie, ma, non so come mai, ho dimenticato le semplici ragioni per le quali noi protestanti crediamo che la nostra sola autorità sia la Bibbia».
«Scott, che domanda stupida!». «Mi dia solo una risposta stupida».
«Scott», rispose, «è impossibile dimostrare il sola Scriptura con la Scrittura. La Bibbia non dichiara esplicitamente di essere la sola autorità del cristiano. In altre parole, Scott, il sola Scriptura è essenzialmente il credo storico dei riformati, oltre e contro la pretesa cattolica che l'autorità sia costituita dalla Bibbia e dalla Chiesa e dalla Tradizione. Per noi, quindi, questo è un presupposto teologico, un punto di partenza, più che una conclusione provata».
Poi mi indicò gli stessi passi biblici che io avevo segnalato al mio studente; e io gli diedi le stesse risposte penetranti.
«C'è qualcos'altro?», volli sapere.
«Scott, ma guarda quello che insegna la Chiesa cattolica! È ovvio che la Tradizione cattolica è sbagliata».
«È ovvio che è sbagliata», assentii. «Ma dov'è che è condannato il concetto-base di Tradizione? Inoltre, che cosa intendeva dire Paolo quando chiedeva ai Tessalonicesi di rimanere fedeli alla Tradizione,sia scritta sia orale?». Continuai a spingere. «Non è paradossale? Noi insistiamo a dire che i cristiani possono credere solo a quello che insegna la Bibbia. Ma la Bibbia non dichiara di essere la nostra sola autorità».
A un altro teologo domandai: «Qual è, per lei, la colonna e il fondamento della verità?».
Rispose: «La Bibbia, naturalmente!».
«E allora perché la Bibbia dice, nella Prima lettera a Timoteo 3,15, che la colonna e il fondamento della verità è la Chiesa?».
«Tu mi stai prendendo in giro, Scott!», «Sono io quello che si sente preso in giro!». «Ma, Scott, quale Chiesa?».
«Quanti aspiranti ci sono per questo posto di lavoro? Voglio dire, quante Chiese sostengono di essere la colonna e il fondamento della verità?».
«Questo significa che diventerai cattolico romano, Scott?».
«Spero di no».  Sentivo la terra tremare, come se qualcuno mi stesse tirando via il tappeto da sotto i piedi. Questa domanda era più grossa di tutte le altre, e nessuno aveva una risposta. 

- Nella tempesta della Riforma luterana: la straordinaria storia di Caritas Pirckheimer e delle clarisse di Norimberga (da M.C. Roussey – M.P. Gounon) (su www.gliscritti.it )

- Santa Maria dell'Anima. Lutero e la Riforma protestante. File audio da una lezione di Andrea Lonardo

8/ Uniti per la pace, la giustizia, la lotta alla povertà, l’amore per la famiglia e per la vita

- amare Dio “e” il prossimo, contro il fondamentalismo

- Tra 150 e 200 milioni di cristiani non possono vivere la loro fede liberamente nel mondo di oggi. Nel primo scorcio del XXI secolo, il 75 per cento delle violenze perpetrate contro una minoranza religiosa riguarda proprio i cristiani.

Ma il tributo di sangue è enorme presso gli stessi musulmani sunniti e sciiti, nelle diverse correnti

- Si constata che dove i cristiani non sono liberi, sono tutte le minoranze religiose ad essere perseguitate (cfr. curdi, sciiti, yazidi, ecc.)

- A più della metà della popolazione del mondo è proibito ricevere un libero annunzio di Cristo

- il grande dono di papa Francesco: poter parlare liberamente, volendosi bene; lavorare uniti per lo sviluppo, l’educazione e la libertà religiosa

Da F. Hadjadj, Come parlare di Dio oggi?
Emerge una questione metafisica fondamentale, la questione della relazione tra il Creatore e la creatura. Spesso, in proposito, abbiamo una visione concorrenziale. Quando dico visione concorrenziale, mi riferisco all’idea che per far posto alla creatura bisognerebbe allontanare il Creatore e che, reciprocamente, per far posto al Creatore, bisognerebbe allontanare, cacciare la creatura. Altrimenti, terza possibilità per salvare capra e cavoli, se vogliamo salvare entrambi: lasciare una parte al Creatore e una parte alla creatura. Ora, queste tre opzioni sono false. La verità è che più vado verso la creatura, più vado verso il Creatore, perché è la sua origine. E più vado verso il Creatore, più mi volgo alle creature, perché sono opera sua.

Dico spesso che certi cristiani, e in questo consiste il problema del fondamentalismo in generale, assomigliano a quel tipo di ammiratori che rivolgendosi a Dante, per esempio, gli direbbero: “Signor Dante, lei è ammirevole, lei è il grande Dante!”; e Dante domanda loro: “Avete letto La Divina Commedia? Qual è il canto che vi ha colpito di più?” e gli ammiratori rispondono: “Veramente no, non l’abbiamo letta”. Allora il poeta chiede: “ma allora, perché quest’ammirazione per me?”, e gli ammiratori: “Noi sappiamo che lei e il grande Dante, abbiamo sentito parlare di lei, del suo genio, della fama che circonda la sua persona, ma della sua poesia, no, non ce ne siamo mai interessati".

Vedete, spesso andiamo da Dio a dirgli: "Io ti amo, o Creatore", ma non ci interessa la creatura. E questo è assurdo, o meglio, perverso. Ecco perché la posta metafisica fondamentale è comprendere che andare verso Dio non significa allontanarsi dalle creature, e che l'abbandono a Dio non implica alcuna alienazione, Dio non ci toglie nulla; volendo esprimerei in modo appropriato: Egli a noi non vuole che donare.

dal testamento spirituale di frère Christian, priore dell’Abbazia di Tibhirine, ucciso con 6 fratelli monaci trappisti, da fondamentalisti islamici in Algeria, probabilmente il 21 maggio 1996

Quando si profila un AD-DIO
Se mi capitasse un giorno - e potrebbe essere oggi
di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora
tutti gli stranieri che vivono in Algeria,
vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia
si ricordassero che la mia vita era "donata" a Dio e a questo paese.
Che essi accettassero che l’unico Signore di ogni vita
non potrebbe essere estraneo a questa dipartita brutale.
Che pregassero per me:
come essere trovato degno di una tale offerta?
Che sapessero associare questa morte a tante altre
ugualmente violente,
lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.
La mia vita non ha valore più di un’altra.
Non ne ha neanche meno.
In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia.
Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male
che sembra, ahimè prevalere nel mondo,
e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca.
Venuto il momento vorrei poter avere quell’attimo di lucidità
che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio
e quello dei miei fratelli in umanità,
e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore
chi mi avesse colpito.
Non potrei augurarmi una tale morte.
Mi sembra importante dichiararlo.
Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi
del fatto che questo popolo che io amo
venisse indistintamente accusato del mio assassinio.
Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto
ciò che verrebbe chiamata, forse, la "grazia del martirio",
doverla a un Algerino, chiunque sia,
soprattutto se egli dice di agire in fedeltà
a ciò che crede essere l’Islam.
So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli Algerini,
globalmente presi,
e conosco anche quali caricature dell’Islam
incoraggia un certo islamismo.
E’ troppo facile mettersi la coscienza a posto
identificando questa via religiosa
con gli integrismi dei suoi estremismi.
L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa,
sono un corpo e un anima.
L’ho proclamato abbastanza, mi sembra,
in base a quanto ho visto e appreso per esperienza,
ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo
appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa
proprio in Algeria, e già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.
l mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione
a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista:
"Dica adesso, quello che ne pensa!".
Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata
la mia curiosità più lancinante.
Ecco potrò, se a Dio piace,
immergere il mio sguardo in quello del Padre
per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam
così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo,
frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito,
la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.
Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro,
io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera
per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.
In questo "grazie" in cui tutto è detto, ormai della mia vita,
includo certamente voi, amici di ieri e di oggi,
e voi, amici di qui,
insieme a mio padre e a mia madre,
alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro,
centuplo regalato come promesso!
E anche te, amico dell’ultimo minuto
che non avrai saputo quel che facevi.
Sì, anche per te voglio questo "grazie", e questo "ad-Dio" nel cui volto ti contemplo.
E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati,
in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due.
Amen! Inch’Allah.

Algeri, 1 dicembre 1993 Tibhrine, 1 gennaio 1994

Note al testo

[1] La raccolta delle parole, dei gesti e degli atteggiamenti di Maometto (hadíth) costituisce la sunna, la tradizione che egli ha lasciato alle generazioni future. Così gli atti dal Profeta dell'islàm, compiuti nelle circostanze più diverse, sono diventati nel corso del tempo una sorta di «banca dati» considerevole, dalla quale attinsero, sotto forma di precedenti normativi, coloro che erano incaricati di spiegare l'islàm.

[2] Nel sunnismo, ci sono quattro scuole di diritto: la scuola hanafita (maggioritaria in Turchia e nel Pakistan); la malikita (Siria); la shafi'ita (Malesia, Indonesia); e la hanbalita (Arabia Saudita). Esse si differenziano per l'importanza data alla sunna,al consenso degli ulema o al diritto consuetudinario. Al di là delle loro critiche alle scuole giuridiche, i salafiti attaccano tutti i libri che esprimono «i punti di vista e le opinioni» dei loro autori, invece di attenersi esclusivamente al Corano e alla sunna.

[3] Ibn Hanbal, «l'imam di Baghdad», famoso teologo e giurista, fondatore dell'ultima delle quattro scuole dell'islàm sunnita (il hanbalismo) è noto nella storia dell'islàm soprattutto per aver rifiutato di ammettere, nonostante le pressioni politico-religiose, che il Corano è creato, e che quindi può essere spiegato dalla ragione umana.

[4] Ibn Taymiyya è certamente l'autore oggi più popolare tra i salafiti, grazie alle sue fatwa raccolte in 37 volumi e continuamente ripubblicate. Egli è conosciuto soprattutto per le sue polemiche contro le altre scuole musulmane, la teologia speculativa, la filosofia aristotelica, le credenze e pratiche degli sciiti e il sufismo di Ibn 'Arabi. Condanna il culto dei santi in islàm e la visita delle tombe, compresa quella di Maometto a Medina. Ibn Taymiyya ha parole molto dure nei confronti degli ebrei e dei cristiani; in particolare, si deve a lui un libro di ben 1.400pagine, intitolato La risposta valida a coloro che hanno alterato la religione del Messia,che è la sua più famosa opera di polemica anticristiana, uno dei primi libri stampati al Cairo nel 1905. Le sue opere, quasi tutte non tradotte, circolano liberamente su internet.

[5] L'alleanza Wahhab - Saud si verificò concretamente nel 1806, nel momento della distruzione di siti «profani», quando Ibn Saud, a Medina, demolì il cimitero che conteneva i resti dei compagni del Profeta dell'islàm; anche la tomba di Maometto fu sul punto di essere demolita. Oggi, si pensa che il 95% degli edifici di più di 1.000 anni siano stati abbattuti nel regno saudita.

[6] Il metodo degli attentati-suicidi promossi dai jihadisti è condannato dai grandi sceicchi salafiti sauditi, a partire dal 1999, in nome del divieto di togliersi la vita.